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La Nostra Voce

NOI DIAMO SPAZIO AL CITTADINO
BASTA CON LE ESTERNAZIONI PARTITICHE , INTESA COME SUI SOCIAL
 
La Nostra Voce è anche La Tua Voce
 
Il Portale di Santa Maria delle Mole è nato proprio per tale scopo.
 
Indipendentemente dal nome, ci occupiamo di tutte le problematiche delle frazioni “a valle” del comune di Marino e quindi di: Castelluccia, Cava dei Selci, Due Santi, Fontana Sala, Frattocchie e Santa Maria delle Mole.
Portiamo avanti, già da anni e con evidenti risultati, questo impegno in modo assolutamente apolitico ed intendiamo sottolinearlo APARTITICO, ovvero non siano di parte. 

Perché questo:
In molti hanno tentato di percorrere tale strada ma alla fine si sono sempre dimostrati quel che intendevano mascherare; lavorare solo per scopi personali e di partito.
Infatti come potete tastare con mano:
- Tutti i siti tematici sono stracolmi di politica e pubblicità.
- Tutte le pagine e, ancor peggio, tutti i gruppi Facebook di zona sono ormai monopolizzati da tre/quattro individui che ci martellano dalla mattina alla sera di pubblicazioni politiche ed inserzioni pubblicitarie di attività in loco. Non portano benefici ma rimbalzano incessantemente informazioni già note!

Non è rimasto più spazio per chi vuole lamentarsi del solito malcostume comunale o di quelle problematiche che rendono difficile il quieto vivere perché soffocati da questo indecente comportamento.

Per tale motivo, noi APARTITICI  che prestiamo attenzione alle esigenze della comunità, abbiamo deciso di dare un taglio a tutta questa indecente volgarità di comportamento e dedicare delle aree per portare alla luce, solo e soltanto, le nostre difficoltà di vita.
Per la risoluzione delle problematiche ce ne occuperemo sul portale ed anche a suon di carte bollate, ove necessario!

 
Per qualsiasi problematica questo portale mette già a disposizione un Forum dove chiunque può dire la propria. Esiste anche la possibilità di intervenire sulle argomentazioni pubblicate periodicamente.

Per non creare troppa confusione e per coloro che non sono in grado di utilizzare tali strumenti ma sanno come muoversi sui social: abbiamo attivato degli Speciali Gruppi su Facebook per ogni frazione. Scegli il gruppo a te dedicato:
E’ ben inteso: A nessuna comunicazione partitica, pubblicitaria o di semplice frivolezza verrà dato spazio.

 
Castelluccia e Fontana Sala:
Sono di Castelluccia - Fontana Sala ... senza SE
facebook.com/groups/castellucciafontanasalaplus/

Cava dei Selci:
Sono di Cava dei Selci ... senza SE
facebook.com/groups/cavadeiselciplus/

Due Santi:
Sono di Due Santi ... senza SE
facebook.com/groups/duesantiplus/

Frattocchie:
Sono di Frattocchie ... senza SE
facebook.com/groups/frattocchieplus/

Santa Maria delle Mole:
Sono di Santa Maria delle Mole ... senza SE
facebook.com/groups/santamariadellemoleplus/
 
Tutti questi gruppi sono gestiti da personale ultra qualificato e già facente parte della nostra redazione.
Esponete problemi ma mai parlare di politica, di attività commerciali, di ricette, cani e gatti smarriti e tutti quegli argomenti già martellanti altrove.

Siete i benvenuti a “Casa Vostra” ed il vostro smartphone smetterà di suonare o vibrare in continuazione per inutili motivi.
 

Chi č il logopedista?

Chi č il logopedista? Copertina (1.218-0-0)
Annalisa Muto

Negli ultimi decenni la figura del logopedista ha acquisito sempre più notorietà a causa dell’incremento esponenziale di diagnosi di disturbi del linguaggio e dell’apprendimento. Ma chi è il logopedista? Di cosa si occupa realmente? Quali sono i suoi limiti professionali e quali le proprie autonomie?
 
Chi è il logopedista?
Partiamo dal concetto che il Logopedista è un professionista sanitario appartenente all’area della riabilitazione (insieme al fisioterapista, terapista della neuro-psicomotricità, podologo, ortottista, tecnico della riabilitazione psichiatrica, terapista occupazionale ed educatore professionale) formato a livello universitario tramite il Corso di Laurea di primo livello in Logopedia che si configura come formazione di base. Il Logopedista può però decidere di proseguire i propri studi per approfondire la propria formazione post-base proseguendo con:
  • Laurea magistrale in Scienze Riabilitative delle Professioni Sanitarie
  • Laurea in Scienze Cognitive
  • Dottorato di ricerca (in seguito alla laurea magistrale)
  • Corsi di aggiornamento
  • Congressi e convegni
  • Master di I livello (in seguito alla laurea triennale)
  • Master di II livello (in seguito alla laurea magistrale)
 
Già a seguito del percorso triennale il logopedista è, tuttavia, abilitato alla professione che può esercitare in autonomia, presso studi privati o come lavoratore dipendente, presso centri convenzionati ed ospedali pubblici. Il logopedista si occupa di attuare il proprio intervento all’interno di un progetto condiviso con un’equipe multiprofessionale. Nonostante lavori in collaborazione con altri professionisti, tra cui neurologo, neuro-psichiatra infantile, foniatra, fisiatra, psicologo, psicoterapeuta, terapista della neuro-psicomotricità, fisioterapista, tutor DSA ed altri, svolge autonomamente la propria attività di prevenzione, valutazione e trattamento riabilitativo di tutto ciò che concerne la comunicazione, il linguaggio (scritto ed orale), la voce, la deglutizione e le funzioni corticali superiori. Tuttavia il logopedista non si occupa di diagnosi; la presa in carico logopedica ha inizio, infatti, a seguito dell’invio da parte di uno specialista (pediatra, medico di base, neuro-psichiatra infantile etc.) cui segue attenta ed approfondita valutazione logopedica il cui obiettivo è quello di identificare punti di forza e di debolezza del paziente, individuare gli obiettivi a breve, medio e lungo termine e porre le basi per un’eventuale trattamento. Infatti, quando il logopedista riceve un paziente per la prima volta, fa una visita preliminare in cui analizza la cartella clinica e le prescrizioni del medico per poi effettuare test e valutazioni logopediche per stabilire le condizioni e i bisogni del paziente, e mettere a punto in autonomia il piano terapeutico più appropriate per risolvere o minimizzare i disturbi individuati.
 
Di cosa si occupa il logopedista?
Solitamente il logopedista viene associato all’età evoluti ma in realtà sono molteplici gli ambiti di intervento che vanno dalla neonatologia alla geriatria. Gli ambiti, in funzione dell’età, sono i seguenti:
  • Età evolutiva;
  • Età adulta;
  • Età geriatrica.
 
La formazione del logopedista comprende le patologie elencate nel Catalogo nosologico del Logopedista:
  • Disfonia o disturbi della voce (infantili, adulte, senili, nei professionisti della voce, nella voce artistica, nei laringectomizzati);
  • Dislalia o alterazioni della pronuncia (meccanico-periferiche, evolutive fonologiche, in soggetti oligofrenici o con insufficienze encefaliche);
  • Disprassia;
  • Disfagia o disturbi della deglutizione (infantili, adulte, senili, in soggetti con malocclusioni dentarie, con oligofrenia, palatoschisi, turbe neurologiche, meccaniche, post operatorie, alimentazioni vicarianti, alternative, con protesi);
  • Disfluenza o disturbi del flusso verbale (balbuzie);
  • Disturbi della codificazione e decodificazione comunicativa (afasie) e delle funzioni corticali superiori;
  • Disartria o disturbi centrali della motricità del distretto fono-articolatorio da alterazione del I motoneurone (paralisi cerebrali infantili, encefalopatie dell’adulto demielinizzanti, neurodegenerative, ecc);
  • Turbe comunicative negli oligofrenici: di origine genetica (per es. Sindrome di Down) o acquisite in età evolutiva (meningoencefaliti neonatali, prenatali, ecc) e demenziali (Alzheimer, multinfartuali, ecc);
  • Disturbi da lesione sensoriale (Turbe comunicative nella sordità pre-linguale) e atti inerenti il loro emendamento (protesizzazione acustica, impiego di vibratori, impianti cocleari);
  • Disturbi dell’apprendimento o learning disease (dislessie, disortografie, discalculie);
  • Turbe comunicative da inadeguatezze socio-culturali e affettive;
  • Disturbi linguistici miscellanei e loro correlati (dislalie funzionali di varia origine, disturbi fonologici, disprassia articolatoria, dispercezioni uditive e visive, disturbi semantici, disturbi morfo-sintattici, disturbi pragmatici).
 
Qual è l’iter da seguire se sospetti che tuo figlio o una persona a te cara necessiti della consulenza di un logopedista?
La prima cosa da fare è consultare il medico di base o pediatra, se si tratta di età evolutiva, ed esporre la problematica. Molto spesso il medico di base/pediatra indirizza il paziente verso un approfondimento diagnostico dello specialista di riferimento (neuro-psichiatra, foniatra, neurologo, otorino etc. ) che si occuperà di effettuare la diagnosi e , se riterrà opportuna la necessità di un intervento logopedico, entrerà in gioco il logopedista. In altri casi, invece, il medico di base/pediatra invia direttamente alla logopedista il paziente per avviare un processo di osservazione e valutazione logopedica che verrà poi completato con l’invio allo specialista per l’inquadramento diagnostico.

Testa o cuore: tra convinzioni limitanti e potenzianti

Testa o cuore: tra convinzioni limitanti e potenzianti Copertina (1.048-0-0)
Alessandra Benassi

Robert Dilts ci insegna che le nostre convinzioni possono plasmare, influenzare o perfino stabilire il nostro grado di intelligenza, di salute, di relazioni, di creatività, addirittura il nostro grado di felicità e di successo personale.
 
In questo articolo ci occupiamo di salute interiore con la crescita personale. Affronteremo il tema delle convinzioni limitanti, fornendoti un esercizio e uno spunto interessante per iniziare a lavorare, con l’introspezione, sui tuoi pensieri.
 
Le convinzioni rappresentano le nostre certezze e non necessariamente la verità. Possono svolge il ruolo di catene invisibili oppure quello di biglietto di sola andata per strabilianti opportunità.
 
Prova a riflettere qualche istante su ciò che guida la tua vita, ti accorgerai di quanto le convinzioni determinano le tue decisioni. Entrano in gioco negli ambiti più disparati: al ristorante, nel tempo libero, a lavoro, nelle relazioni e sulla percezione che hai di te stesso.
 
Esistono due tipi di convinzioni
  1. Convinzioni limitanti: sono le catene invisibili che non ti permettono di esprimere il tuo potenziale e di ottenere ciò che veramente desideri.
  2. Convinzioni potenzianti: ti rendono sicuro di te, abile, capace e coraggioso.
Le convinzioni limitati sono tutte quelle affermazioni che ripeti a te stesso, per restare nella tua zona di comfort, volte a tenerti bloccato così da evitare i tanto temuti “no” o qualche insuccesso. “Sono troppo vecchio per imparare un nuovo sport”, “Non so parlare abbastanza bene l’inglese per fare un viaggio da solo”. Tutte le volte che hai ripetuto a te stesso frasi di questo genere hai lasciato vincere le tue paure rinunciando a incredibili opportunità. Ciò che credi e ripeti a te stesso determina il tuo stato d’animo, le tue aspettative, i comportamenti, le relazioni e i tuoi successi. Hai mai sentito le espressioni “non capita mai a me” e “capitano sempre tutte a me”? sono entrambe due convinzioni limitanti. Smettila di etichettarti e di definire con giudizio critico ciò che ti accade e ciò che sei.
 
Come lavorare sulle convinzioni limitanti
 
Prova questo semplice esercizio dal potenziale straordinario. Quello che ti serve è carta e penna, quello che devi fare è seguire i prossimi 4 step:
Step 1: Individua una delle tue convinzioni limitanti e scrivila (es: Non ho un bell’aspetto). Scegli una convinzione di cui hai già consapevolezza, quella che ricorre più frequentemente nei tuoi pensieri.
Step 2: Trasforma la tua convinzione rendendola potenziante. Il tuo obiettivo in questa fase è individuare le opportunità che si celano dietro la convinzione limitane.
(es: posso prendermi cura del mio aspetto per migliorarlo e sentirmi bene)
Step 3: Confrontale e osserva come la convinzione limitante era in grado di bloccarti totalmente lasciandoti senza vie di uscita, mentre come la convinzione potenziante è in grado di liberare il tuo potere e di farti agire a tuo vantaggio.
Step 4: fai un piccolo elenco con i primi passi che puoi compiere, ciò che puoi fare per sentirti bene e ottenere quello che desideri ( es: posso mangiare sano, iscrivermi a un corso di pilates ecc..)
 
I pensieri sono alla base di qualunque azione. Mostra coraggio e intraprendenza, lascia spazio al cuore, ai sogni, alla creatività. Crea le le tue occasioni con un atteggiamento potenziante e positivo, la libertà della tua mente si rifletterà sulla tua vita.
 
Testa o cuore
 
Per lavorare sulle convinzioni vogliamo darti un ultimo consiglio, corri a vedere il meraviglioso corto Disney “Testa o cuore”.
Racconta la storia di Paul, un uomo di mezza età che vive nella California degli anni ’80 che conduce una vita regolare quanto noiosa, come impiegato della Boring, Boring & Glum. Ogni giorno siede alla sua scrivania nel grigiore di un ufficio dove dozzine di altri dipendenti inseriscono dati al computer in monotona e asfissiante sincronia. Sin dal risveglio mattutino, il Cervello, il Cuore, i Polmoni e lo Stomaco, i Reni e la Vescica, di Paul si attivano dandogli gli stimoli necessari per vivere la giornata. Alcuni impulsi sono fisiologici e inevitabili, mentre gli input che arrivano da Cervello e Cuore finiscono spesso per essere in netto contrasto, creando un forte conflitto tra la sua parte più logica e pragmatica e quella più avventurosa ed emotiva. Paul ha voglia di ballare sotto la doccia, di fare surf, di indossare grandi occhiali colorati e di mangiare gustosi dolci ma c’è qualcosa che gli impedisce di vivere la vita all’altezza dei sogni che ha.
 
 

5 consigli per dormire bene: come risvegliarsi pieni di energie liberi dai dolori al collo o alla schiena

5 consigli per dormire bene: come risvegliarsi pieni di energie liberi dai dolori al collo o alla schiena Copertina (1.192-0-0)
Alessandra Benassi

Ti capita di soffrire di dolori al collo o alla schiena? spesso fai fatica a trovare una posizione comoda per dormire? alcune mattine ti alzi e avverti particolari fastidi o dolori?
Se ad alcune di queste domande hai risposto di si, in questo articolo troverai alcuni consigli che fanno al caso tuo. Scoprirai come preservare, durante la notte, le curve naturali della colonna vertebrale e mantenere un allineamento neutro di gambe, bacino, busto e braccia.
 
 
Ecco i 5 consigli dello staff dello studio di Fisioterapia Fisiologic Mira:
 
  1. Evita di dormire a pancia in giù. In questa posizione, per respirare, la testa viene ruotata da un lato e a causa dell’eccessiva rotazione si verifica un aumento dei dolori al collo. Di conseguenza si incorre in un affaticamento muscolare e in una maggiore compressione del rachide cervicale. Inoltre, la parte bassa della schiena è posta in iperestensione, causando una maggiore compressione della colonna lombare.
  2. Le dimensioni del cuscino contano: ti incoraggiamo a provare diversi cuscini per vedere quali sono più adatti a te. Ricorda che una taglia non va bene per tutti! Evita di dormire con il doppio cuscino, con quelli troppo grandi o gonfi e quelli eccessivamente piatti. Cerca un cuscino che mantenga la testa e il collo in allineamento neutro in modo che siano in linea con il resto della colonna vertebrale. Che tu stia dormendo sulla schiena o su un fianco, assicurati che il cuscino riesca a supportare tutta la curva del collo. Se vedi uno spazio tra il cuscino e il collo, significa che non c’è supporto in quell’area specifica.
  3. Se dormi sulla schiena posiziona un cuscino sotto le cosce. Questo ti permetterà di scaricare e decomprimere la colonna vertebrale consentendo una leggera curva nelle ginocchia. Queste lievi regolazioni possono fornire sollievo alle articolazioni.
  4. Se dormi sul fianco metti un cuscino tra le ginocchia e sotto il braccio. In questo modo puoi allineare il tuo corpo in posizione neutra, fornendo maggiore supporto alle gambe, alle braccia e al busto. Un cuscino tra le ginocchia mantiene le gambe e il bacino allineati e riduce il rischio di rotazione eccessiva del busto e del bacino. Un cuscino posto sotto il braccio superiore lo mantiene in linea con il busto minimizzando il rischio che la spalla superiore venga tirata in avanti.
  5. Evita di rannicchiarti in posizione fetale. Anche se all’inizio può sembrare confortevole, questa posizione causa un aumento della tensione alla schiena e al collo poiché entrambe le aree vengono flesse in avanti. Tieni le ginocchia leggermente piegate (non sollevarle troppo in alto verso il petto), assicurati che la testa sia in linea con il resto del corpo e piega leggermente il mento in modo che la parte posteriore del collo sia allungata.
     
Preserva, durante il sonno, le curve naturali della tua colonna vertebrale e mantieni l’allineamento neutro di gambe, bacino, busto e braccia. Questo ti permetterà di avere un risveglio energico e di preservare il tuo benessere psico fisico.

DSA - Cosa sono i Disturbi Specifici dell' Apprendimento

DSA - Cosa sono i Disturbi Specifici dell' Apprendimento Copertina (1.630-0-0)
Annalisa Muto

 
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un vertiginoso aumento di diagnosi di Disturbo dell’apprendimento. Ma di cosa si tratta? Qual è la causa di tale boom diagnostico?
La letteratura scientifica definisce i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) come “Disturbi che coinvolgono uno specifico dominio di abilità lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale ed interessando le competenze strumentali degli apprendimenti scolastici”. Si tratta quindi di difficoltà di apprendimento delle competenze scolastiche nei domini di lettura, scrittura e calcolo associate ad un funzionamento intellettivo generale nella norma.
 
Ad oggi, la prevalenza è pari al 5-15% tra i bambini in età scolare e del 4% negli adulti. I disturbi dell’apprendimento (DSA) sono in aumento, tanto che si stima, secondo quanto riportato da Agi.it, un incremento del 450% in soli 7 anni. Secondo i dati resi noti dalle aziende sanitarie nell’anno scolastico 2010-2011 i ragazzi dislessici o disgrafici, riconosciuti tramite i documenti delle aziende sanitarie, erano appena lo 0,7% del totale. Sette anni dopo, nel 2017-2018 rappresentavano il 3,2% della popolazione studentesca per un totale di 276 mila. L’introduzione nel 2010 della legge 170 sulle “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico” ha contribuito a causare un aumento delle diagnosi di DSA. La normativa non solo riconosce al bambino le varie difficoltà di apprendimento, ma permette allo studente con diagnosi di usufruire di “appositi provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica nel corso dei cicli di istruzione e formazione”.
 
Tali difficoltà di apprendimento esistono da sempre, ma un tempo coloro che le vivevano venivano scambiati per alunni pigri, poco volenterosi. Grazie alla maggior diffusione di conoscenze sull’argomento, alla formazione di personale specializzato e all’interesse di molti insegnanti riguardo alla tematica è oggi possibile discriminare tra lo scarso impegno e la presenza di problematiche che, se non adeguatamente riconosciute e trattate, rischiano di rendere impossibile per il bambino il raggiungimento degli obiettivi didattici con conseguente impatto negativo sull’autostima. Questo può portare allo sviluppo di disturbi psicologici (depressione, ansia), o di problematiche comportamentali, fino a favorire un tasso di abbandono scolastico nettamente superiore alla media.
Riconoscere un eventuale Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA) il prima possibile, e quindi formulare una diagnosi DSA che sia tempestiva per fornire all’alunno le adeguate misure dispensative e compensative previste dalla legge, riveste un’importanza fondamentale. Se adeguatamente presi in carico, infatti, i bambini con difficoltà di apprendimento sono perfettamente in grado di svolgere il medesimo programma e raggiungere gli stessi obiettivi didattici dei compagni.
 
Per fare diagnosi di DSA ci si riferisce ai principali sistemi diagnostici internazionali (DSM V, ICD10) e in modo particolare, in ambito italiano, alle “Raccomandazioni per la pratica clinica definite con il metodo della Consensus Conference”, promossa nel 2007 dalle principali società scientifiche e associazioni italiane, e alle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità del 2010. Il processo diagnostico, così come indicato dalle Linee Guida, può essere suddiviso in due distinte fasi, rispettivamente finalizzate all’esame dei criteri diagnostici prima di inclusione e successivamente di esclusione. Nella prima fase si somministrano, insieme alla valutazione del livello intellettivo, quelle prove necessarie per l’accertamento di un disturbo delle abilità comprese nei DSA (decodifica e comprensione in lettura, ortografia e grafia in scrittura, numero e calcolo in aritmetica). Questa fase permette al clinico di formulare o meno una diagnosi provvisoria (nell’accezione utilizzata dal DSM V) o di orientamento di disturbo specifico evolutivo dell’apprendimento. Una particolare attenzione deve essere posta nell’ indagine anamnestica che deve indagare, oltre alle classiche aree di raccolta delle informazioni, lo sviluppo visivo e uditivo, tenendo conto del bilancio di salute operato dal pediatra o dal medico curante del bambino. Dai dati acquisiti in questa fase, il clinico è in grado di valutare, dopo la verifica strumentale relativa alla presenza dei sintomi di inclusione, se indicare ulteriori accertamenti relativi ai criteri di esclusione. Nella seconda fase vengono disposte quelle indagini cliniche necessarie per la conferma diagnostica mediante l’esclusione della presenza di patologie o anomalie sensoriali, neurologiche, cognitive e di gravi psicopatologie.
A conclusione del percorso diagnostico il professionista sanitario redige un referto scritto sulla valutazione attuata, indicando il motivo d’invio, i risultati delle prove somministrate ed il giudizio clinico sui dati riportati. A tal proposito l’istituto Superiore di Sanità indica che le figure specialistiche deputate per la diagnosi di DSA sono lo Psicologo, il Neuropsichiatra infantile o il Logopedista.
Per quanto riguardo l’età in cui è possibile effettuare la diagnosi, essa dovrebbe teoricamente coincidere con il completamento del 2° anno della scuola primaria relativamente alla diagnosi di dislessia, disgrafia e disortografia e di 3° anno della scuola primaria per quanto riguarda la diagnosi di discalculia.
A seguito del percorso diagnostico diviene poi necessario una presa in carico specifica, basata su un modello chiaro e su evidenze scientifiche e deve essere erogato quanto più precocemente possibile tenendo conto del profilo emerso dalla diagnosi.
 
Il trattamento dei DSA si basa sull’idea che le competenze di lettura, scrittura e calcolo sono il frutto della molteplice attivazione delle funzioni corticali superiori. Attenzione, memoria, percezione, ragionamento logico, pianificazione sono solo alcune delle numerose funzioni cognitive che vengono coinvolte nell’espletamento di competenze quali la lettura, la scrittura o il calcolo. E’ fondamentale quindi, a seguito di un’attenta valutazione, individuare in quali domini si riscontrano cadute e quali sono i punti di forza del bambino andando così ad agire con il trattamento attraverso un training specifico ed intensivo. Le stesse linee guida consigliano trattamenti intensivi, di 2-3 volte a settimana, meglio se incrementato con ulteriori esercitazioni da fare a casa tutti i giorni per poco tempo al giorno ed alternando cicli ripetuti di almeno 3 mesi di trattamento. Le figure che ad oggi ruotano attorno ai bambini con diagnosi di DSA sono il logopedista, lo psicologo, il neuro-psicomotricista, l’ortottista ed il tutor DSA che, in collaborazione con scuola e famiglia, conseguono l’obiettivo di migliorare non solo le performance scolastiche quanto in generale il benessere psico-fisico del bambino. Ognuna di queste figure, con le proprie competenze e nei propri specifici campi di intervento, interverrà in modo da costruire un percorso adeguato al singolo profilo individuale.
Che futuro aspetta ad un bambino con diagnosi di DSA? Non è facile rispondere a questa domanda. Quello che si può dire è che gli effetti della dislessia da adulti dipenderanno dalla severità del disturbo, dall’età in cui è stato diagnosticato e dalla qualità del supporto avuto a casa, a scuola e in ambito sanitario. Una tarda identificazione o un errato approccio potrebbero determinare problemi aggiuntivi. Per esempio, potrebbe svilupparsi una fragilità emotiva, dovuta agli insuccessi scolastici; potrebbero manifestarsi malesseri fisici, ozio e/o passività; potrebbe instaurarsi un sempre maggiore rifiuto a proseguire negli studi; potrebbero diventare irrequieti e fortemente disturbanti a scuola; potrebbero rifiutare il problema e, di conseguenza, gli aiuti di cui necessiterebbero, portandosi dentro un carico emotivo eccessivo.
 
 
BIBLIOGRAFIA
indicazioni consensus_DSA2007.pdf
guida_per_genitori.pdf
www.agi.it

COVID-19: anosmia e logopedia

COVID-19: anosmia e logopedia Copertina (3.395-0-0)
Annalisa Muto

L’anosmia è un termine clinico che indica la perdita dell’olfatto; essa è spesso associata alla perdita del gusto, definita ageusia. Gli odori che percepiamo sono prodotti dalle molecole volatili che vengono in contatto con le cellule della mucosa olfattiva. Esiste un’altra via di accesso delle molecole volatili nella mucosa olfattiva: la bocca. L’informazione olfattiva, una volta raggiunta la mucosa olfattiva, raggiunge le zone del cervello responsabili dell’elaborazione dell’odore. La diminuzione (microsmia o iposmia) o l’assenza dell’olfatto (anosmia) può dipendere da cause ostruttive (le molecole odorose non riescono a raggiungere l’area olfattiva a causa di ostacoli meccanici) o cause neurosensoriali (le molecole odorose raggiungono la mucosa olfattiva ma l’informazione non viene elaborata nel cervello a causa di un danno ai neuroni olfattivi). Tra le cause neurosensoriali dell'anosmia possiamo trovare un danno permanente o temporaneo a livello del Sistema Nervoso Periferico, come nel caso di virus influenzali che danneggiano i recettori nervosi dell'olfatto causandone un ridotto funzionamento o un danno a livello del Sistema Nervoso Centrale; a tal proposito si pensi che nella malattia di Parkinson il deficit olfattivo (ipo o anosmia) è considerato tra i sintomi pre-motori più importanti. Spesso si riscontra anosmia anche nei traumi cranici, nella malattia di Alzheimer ed in alcune neoplasie cerebrali.
In questi ultimi mesi si è sentito spesso nominare questi due segni clinici in quanto frequentemente riscontrati in pazienti positivi al COVID-19. Stando ad alcuni report clinici relativi a dati preliminari accumulati su pazienti in diversi paesi del mondo, tra cui l’Italia, l’Inghilterra e l’America, infatti, l’anosmia e l’ageusia potrebbero essere due tra i primi sintomi di infezione da coronavirus.
Dallo studio coordinato dal virologo Prof. Massimo Galli, del Dipartimento di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, e accettato dalla rivista 'Clinical Infectious Diseases', emerge che i disturbi di gusto e dell’olfatto rappresentano manifestazioni cliniche frequenti in pazienti con infezione da Sars-CoV-2. A tal proposito il Prof. Galli ha chiarito che "disturbi di olfatto e gusto sono assai frequenti nel Covid, venendo ad interessare circa un paziente su tre e colpiscono particolarmente i giovani e il genere femminile. Sono spesso riportati già in fase precoce di malattia".
Ad aprire il dibattito sul tema sono stati due otorinolaringoiatri inglesi, Claire Hopkins del King’s College London, presidente della British Rhinological Society, e Nirmal Kumar, presidente di ENT UK che segnalano, su un articolo pubblicato sul British Medical Journal, che il 30% dei pazienti della Corea del Sud positivi al nuovo coronavirus non sentono gli odori.
Sulla scia di questi studi anche l’American Academy of Otorinolaringology – Head and Neck Surgery ha pubblicato una dichiarazione in cui propone di aggiungere questi sintomi fra le manifestazioni di cui tenere conto quando si fa diagnosi di COVID-19.
Discorso analogo in Germania, dove il virologo Dott. Hendrik Streeck, basandosi su prove aneddotiche, ha dichiarato che oltre i due terzi delle persone che ha visitato perché positive al virus pandemico hanno raccontato di aver sofferto di anosmia e ageusia.
A partire da questi studi è stata sollevata la questione di poter utilizzare la presenza di questi sintomi come strumento di screening per aiutare a identificare pazienti altrimenti asintomatici o perlomeno, a segnalare tempestivamente pazienti con questi sintomi, per contribuire a rallentare la trasmissione del virus e salvare vite umane. Ad oggi è stato avviato un progetto dell'associazione internazionale Global Consortium for Chemosensory Research, cui partecipa anche la Sissa (Scuola Internazionale superiore di studi avanzati) di Trieste, e le istituzioni di 50 Paesi nel mondo, il cui obiettivo è capire perché, come e quanto spesso i malati di Covid-19 perdono gusto e olfatto. La perdita del gusto nei pazienti COVID- si presenta in maniera del tutto peculiare e per tanto si vuole approfondire la conoscenza della situazione; conoscere in modo approfondito l’origine potrebbe aiutare a comprendere i diversi aspetti dell'azione del virus sull'organismo e del contagio. "Attraverso questo studio si lavorerà per capire meglio le origini della perdita dell'olfatto e del gusto, quanto siano frequenti nei pazienti Covid-19 e scoprire se possano essere dei potenziali segnali di allarme per identificare la malattia anche in assenza di altri sintomi, una caratteristica che, se verificata, sarebbe molto importante per identificare rapidamente la possibilità di contagio da parte del virus" annuncia la dott.ssa Anna Menini.
Tuttavia non c’è ancora evidenza di una connessione certa tra anosmia e Covid-19. Per tale ragione l’Organizzazione Mondiale della Sanità non ha ancora inserito l’anosmia nella lista dei sintomi comuni, che sono invece febbre, stanchezza e tosse secca. Fra gli altri sintomi, un po’ meno diffusi, respiro corto e difficoltà respiratoria anche grave, dolori muscolari, mal di gola, e in pochi casi diarrea, nausea e raffreddore.
Gli esperti, infatti, prima di pronunciarsi in modo definitivo devono capire quanto è comune il collegamento, in quale fase della malattia i pazienti affetti da Covid-19 perdono il loro senso dell’olfatto o se invece vi è semplicemente una casuale presenza di allergie, raffreddori o influenza stagionale, che possano causare anosmia o ageusia indipendentemente dal virus.
In attesa di ulteriori conferme, c’è da dire che l’ipotesi sembra abbastanza plausibile. I virus del raffreddore, com’è noto, danno luogo a perdita dell’olfatto, ed è stimato che oltre 200 virus possano avere effetti simili. Si sa che gli altri coronavirus portano a perdita dell’olfatto – e di conseguenza anche del gusto – in circa il 15% dei casi: non sarebbe quindi sorprendente scoprire che anche COVID-19 causai anosmia nei pazienti infetti.
Circa la durata della sintomatologia il Prof. Galli, così come gli altri esperti dichiarano di ‘’non essere ancora in grado di dire nulla sulla possibile durata di queste alterazioni’’ per presenza sia di perdite di breve durata sia di pazienti che ancora non hanno ripreso la funzionalità al 100%.
 
Logopedia e anosmia
Non esistono, ad oggi, protocolli riabilitativi validati a livello internazionale per la riacquisizione dell’olfatto; tuttavia esistono programmi logopedici mirati a stimolare le vie sensoriali olfattive, a stimolare la percezione degli odori e potenziare le abilità residue. Ad oggi questo tipo di riabilitazione si effettua nelle patologie neurologiche quali Malattia di Parkinson, Demenza di Alzheimer e patologie neurodegenerative ma nel futuro potrebbe estendersi anche ai pazienti anosmici da COVID-19.

Sciatica: cause, sintomi e come trattarla

Sciatica: cause, sintomi e come trattarla Copertina    (commenti:1) (2.047-0-0)
Alessandra Benassi

Sciatica o sciatalgia, sono termini utilizzati comunemente per descrivere sintomi correlati all’infiammazione del nervo sciatico le cui radici originano dalle vertebre del tratto lombare.
 
Il nervo sciatico, è il più lungo del corpo, parte dal midollo spinale e si ramifica lungo ciascuna gamba. Controlla i muscoli dell’anca, della coscia, della parte inferiore della gamba e dei piedi. Per questo, nel caso d’infiammazione, attività comuni della vita quotidiana, come sedersi, camminare, stare in piedi, piegarsi e sollevarsi, possono essere compromesse.
 
Sintomatologia
 
Il sintomo più comune è il dolore che si irradia lungo la parte posteriore della coscia e nella parte inferiore della gamba. Tende a diffondersi fino al polpaccio coinvolgendo il piede. Inoltre può causare intorpidimento, formicolio e debolezza muscolare degli arti inferiori. Il paziente tipico tende a svegliarsi per il dolore durante la notte.
Generalmente si presenta solo su un lato, dando origine a un dolore di tipo asimmetrico con diversi livelli di intensità: sordo o acuto ed è possibile sentire tirare o bruciare.
 
Fattori di rischio
 
  1. Età: le persone con età compresa tra 30 e 60 anni sono maggiormente a rischio.
  2. Obesità: l’eccesso di tessuto adiposo provoca uno sforzo sulla colonna lombare con conseguente stress meccanico sulle vertebre.
  3. Stile di vita: fumo, sedentarietà e una dieta squilibrata sono rilevanti fattori di rischio. Le persone che conducono uno stile di vita attivo hanno meno probabilità di sviluppare la sciatica rispetto a coloro che conducono uno stile di vita sedentario. Attenzione anche gli atleti devono bilanciare le loro routine con adeguate sessioni di stretching e massaggio, così da evitare il mal di schiena associato alla sciatalgia.
Cause
 
La sciatalgia può essere correlata:
  • alla presenza di un’ernia del disco
  • alla presenza sulla colona vertebrale di artrosi
  • alla presenza di stenosi
  • ad abitudini posturali malsane
  • a circostanze casuali e sforzi (es: movimenti bruschi o esecuzione scorretta di un esercizio durante l’allenamento)
  • alla compressione del nervo sciatico causata dal muscolo piriforme.
  • a lesioni alla schiena e processi degenerativi
  • alla gravidanza
 
Come trattare la sciatalgia
 
In primo luogo ogni caso di sciatica, e in generale ogni patologia, è diverso come ogni persona è unica. Ad esempio alcuni pazienti avvertono un dolore lancinante e altri hanno solo sintomi lievi.
La buona notizia è che la sciatica può essere spesso trattata ricorrendo a metodi conservativi.
Come abbiamo appena visto le cause possono essere molteplici, dunque il primo passo è rivolgersi allo specialista o al fisioterapista e individuare cosa sta causando il dolore.
Inoltre potrebbero essere necessari test diagnostici quali: raggi X, risonanza magnetica, scansione TC e / o test elettrodiagnostici (elettromiografia o EMG e velocità di conduzione nervosa o NCV).
 
Terapia farmacologica
 
Il tuo medico può prescriverti un farmaco, soprattutto nella fase acuta del dolore. In questo modo il medico e il fisioterapista possono collaborare per creare la migliore strategia di trattamento.
 
Terapia fisica
 
La terapia fisica può essere la tua prima linea di difesa l’obiettivo sarà quello di ridurre il dolore muscolare e nervoso, aumentare la flessibilità, ripristinare la funzione e tornare a uno stile di vita privo di dolore. Il fisioterapista si occuperà di sviluppare un piano di trattamento totalmente personalizzato integrando molteplici risorse come: massaggi, terapia con trigger point, LaserHilt, Tecar terapia, rieducazione motoria e rieducazione posturale.
 
Per chi soffre di un dolore lieve, lo staff dello studio di Fisioterapia di Santa Maria delle Mole, Fisiologic Mira, ha selezionato alcuni esercizi di auto trattamento per alleviare i disagi legati alla sciatalgia:
 
NB: Assicurati di tenere ogni esercizio per 20-40 secondi ed esegui gli allungamenti su entrambi i lati. Inizia prima dal lato meno colpito poiché ciò garantirà un risultato migliore sul lato più doloroso.
  1. Ginocchio al petto: sdraiato sulla schiena con le ginocchia piegate e i piedi a terra (se possibile puoi tenere le gambe estese). Con entrambe le mani porta un ginocchio al petto per un allungamento confortevole della zona lombare e del gluteo. Mantieni la posizione per 20/40 secondi poi esegui l’esercizio dall’altro lato.
  2. Ginocchio al petto verso la spalla opposta: mantieni la posizione sdraiato sulla schiena, usa la mano sinistra e afferra il ginocchio destro portandolo al petto verso la spalla sinistra. Mantieni la posizione per 20/40 secondi poi esegui l’esercizio sull’altro lato.
  3. Ginocchia al petto: resta disteso a terra, porta entrambe le ginocchia al petto, mantieni la posizione per 20/40 secondi.
  4. Disteso sulla schiena con le ginocchia piegate e i piedi a terra. Posiziona la caviglia destra sopra il ginocchio sinistro, porta la mano destra sulla parte interna del ginocchio destro e mantenendo il bacino stabile e allineato spingo con la mano sul ginocchio per 20/40 secondi. Questo esercizio ti permetterà di allungare i muscoli rotatori esterni dell’anca compreso il piriforme.
  5. Sdraiato sulla schiena con le gambe estese o le ginocchia piegate e i piedi sul tappeto. Usando una cinghia elastica (una cintura o un asciugamano), afferra le sue estremità con le mani e posiziona il piede al centro dell’elastico e porta delicatamente la gamba verso il soffitto. All’inizio, tieni il ginocchio leggermente piegato. Lentamente raddrizzalo per proseguire nell’allungamento lungo la parte posteriore della gamba.
Nel caso di dolori in fase acuta contatta sempre uno specialista.

COVID-19: disfagia e logopedėa

COVID-19: disfagia e logopedėa Copertina    (commenti:2) (4.633-0-0)
Annalisa Muto

I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi, come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). Quella che stiamo vivendo in questo momento storico è stata definita “COVID-19”, nome suggerito ed annunciato l’11 febbraio 2020 dal Direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus. COVID-19 rappresenta un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo.
 
I sintomi più comuni di Covid-19 sono febbre, stanchezza e tosse secca. Alcuni pazienti possono presentare indolenzimento e dolori muscolari, congestione nasale, naso che cola, mal di gola o diarrea. Questi sintomi sono generalmente lievi e iniziano gradualmente. Nei casi più gravi, l'infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte. In quest’ultima tipologia di pazienti il coronavirus induce una forte infiammazione delle vie aeree profonde, al livello dei polmoni, e il paziente fatica quindi a respirare e introdurre ossigeno a sufficienza per l’ossigenazione degli organi. A seconda delle sue condizioni, il paziente può trovare beneficio da una semplice mascherina con ossigeno respirando autonomamente oppure può avere bisogno di interventi più complessi come il casco respiratorio, la ventilazione non invasiva (maschera collegata a un ventilatore) e l’intubazione. Se il paziente ha una situazione di estrema gravità, si procede al ricovero in terapia intensiva, in cui viene gestita sia la ventilazione non invasiva che l’intubazione. Per intubare i pazienti è necessario sottoporli ad anestesia generale, condizione in cui ogni singolo paziente dovrà rimanere per diversi giorni. L’intubazione è una manovra che consiste nell’inserimento di un tubo attraverso la cavità orale, che passa poi per la laringe (corde vocali) e si inserisce in trachea fino ai polmoni, in modo che possa convogliare l’aria e farli espandere e contrarre artificialmente, grazie al ventilatore cui è collegato. L’anestesia serve sia per facilitare l’inserimento del tubo, sia per evitare che i pazienti siano coscienti e cerchino di contrastare involontariamente la respirazione indotta dal ventilatore. Dopo qualche giorno, se le condizioni migliorano, l’anestesista di terapia intensiva può disporre un progressivo risveglio del paziente, seppure ancora intubato. Questa soluzione serve per ottenere un minimo di coscienza dai pazienti e per verificare l’andamento delle loro capacità respiratorie. Nel momento in cui si torna a respirare autonomamente, il ventilatore resta attivo poiché rileva quando il paziente inspira o espira e lo aiuta a trasportare la giusta quantità d’aria per far lavorare correttamente i polmoni.
L’intubazione è una manovra delicata che può causare conseguenze transitorie o permanenti più o meno gravi. Tra le conseguenze, dalle più frequenti alle più rare, troviamo: danneggiamento dei denti, dolore alla gola, raucedine, emorragie, perforazioni tracheali e disfagia.
 
 
Disfagia e COVID-19
La deglutizione è un atto fisiologico che consente il trasporto del cibo dalla bocca allo stomaco; ogni persona deglutisce in media più di mille volte al giorno per mangiare, bere o ingoiare la saliva. Il meccanismo deglutitorio è complesso e richiede il coinvolgimento di tutta una serie di strutture neuro-muscolari che devono coordinarsi affinché il bolo venga trasportato attraverso la “via” digestiva senza entrare in quella aerea.
Il cibo supera le labbra, viene masticato dai denti e miscelato con la saliva, grazie al movimento della lingua che crea un bolo omogeneo che viene poi trasportato dalla stessa nella parte posteriore della cavità orale; a questo punto il bolo stesso elicita il riflesso deglutitorio che innesca il movimento della muscolatura faringea, laringe ed esofagea fino a far arrivare il bolo nello stomaco. Se questo perfetto e sinergico meccanismo viene in qualche modo alterato si parla di disfagia ovvero disfunzione del meccanismo deglutitorio. È importante non sottovalutare questa problematica perché l’alterazione del fisiologico meccanismo deglutitorio può provocare conseguenze molto gravi, dalla polmonite Ab Ingestis alla morte, derivanti dalla penetrazione del cibo nelle vie aeree.
La disfagia è un segno clinico causato da un danno congenito o acquisito centrale (Sistema Nervoso) o periferico (ossa, muscoli etc.). La disfagia colpisce circa il 20% della popolazione generale e le cause possono essere di diversa natura (neurologica, iatrogena, infettiva, miopatica etc).
Si riscontra frequentemente difficoltà a deglutire nei pazienti dimessi dopo lunghi periodi di terapia intensiva, con una prevalenza tra il 20% e l'83% dei casi (che varia in base alla fascia d'età). Il motivo per cui si riscontra questa complicanza deriva dal fatto che l’intubazione protratta per un tempo superiore alle 48 ore aumenta il rischio di lesione delle vie aeree superiori con alterazioni dell’areodiamica, della meccanica e dei riflessi protettivi delle vie aeree stesse. La presenza di una via aerea artificiale e i cicli prolungati di ventilazione alterano la frequenza respiratoria propria del paziente e compromettono la delicata sincronia tra deglutizione e respirazione; questo provoca a lungo andare atrofia dei muscoli orofaringei per il loro non utilizzo, una soppressione dei riflessi di protezione delle vie aeree quali tosse e gag reflex (riflesso del vomito) e una inibizione della chiusura dell’epiglottide.
 
Disfagia e logopedìa
La disfagia viene solitamente diagnosticata dai medici specialisti (Otorino-laringoiatri o Foniatri) attraverso indagini strumentali specifiche (fibro-laringoscopia, video-fluoroscopia etc.). I sintomi che solitamente vengono riscontrati in pazienti disfagici sono: senso di soffocamento, tosse insistente, comparsa di colorito rosso o cianotico al volto. In altri casi la disfagia è silente e il cibo arriva nei polmoni senza la suddetta sintomatologia. Più in generale i sintomi che devono indurre il sospetto di disfagia sono:
  • segni di aspirazione: soffocamento, tosse e senso di strozzamento con l’ingestione di liquidi e solidi;
  • segni di difficoltà respiratoria durante il pasto: cambiamenti delle caratteristiche del respirare; respiro dispnoico; respiro rumoroso;
  • segni di affaticamento durante l’alimentazione;
  • calo di peso;
  • infezioni frequenti alle alte vie respiratorie;
  • difficoltà nella gestione di liquidi e/o cibi morbidi e/o cibi frullati e/o solidi.
 
Il percorso riabilitativo di un paziente disfagico si inserisce all’interno di un progetto riabilitativo complesso, che richiede il coinvolgimento di numerosi specialisti. Tra le figure che ruotano attorno al paziente disfagico troviamo: neurologo, foniatra/otorino-laringoiatra, fisiatra, infermiere, logopedista, fisioterapista, terapista occupazionale, psicologo/psicoterapeuta, nutrizionista e OSS. Fondamentale per il miglioramento del paziente è il coinvolgimento del sistema familiare o del caregiver.
In termini riabilitativi è fondamentale in prima istanza identificare quali sono le competenze residue del paziente (grazie alla visita specialistica strumentale), identificando quale tipologia di consistenza del cibo (liquidi, solidi, semiliquidi, semisolidi) è in grado di gestire adeguatamente (lavoro in equipe tra medico specialista, infermiere, logopedista); verrà pertanto elaborata una dieta ad hoc mirata a garantire al paziente un adeguato apporto nutrizionale e di idratazione (grazie alle indicazioni fornite dal nutrizionista). La seconda cosa da fare è identificare le più adeguate posture (lavoro di equipe tra fisioterapista, logopedista e terapista occupazionale) che permettano al paziente di gestire adeguatamente il cibo ed essere in situazione di sicurezza. A questo punto si avvia la riabilitazione neuro-motoria vera e propria, eseguita dal logopedista, e mirata a stimolare e potenziare le competenze delle strutture che intervengono nell’atto deglutitorio sia in termini neuro-muscolari che in termini funzionali.
 
 
Bibliografia
 
‘’Disfagia post estubazione: una complicanza prevenibile? Identificare precocemente il deficit per prevenire le conseguenze a breve e lungo termine’’:
 
Disfagia post estubazione
 
FAQ - Covid-19, domande e risposte

Come migliorare la comunicazione con i figli

Come migliorare la comunicazione con i figli Copertina    (audio/video) (1.444-0-0)
Annalisa Muto

 
Benvenuto!
 
Oggi voglio condividere con voi alcuni concetti della Programmazione Neuro-linguistica al fine di creare le basi per svolgere poi ogni attività con i vostri bambini.
 
La logopedista dott.ssa Annalisa Muto risponderà alla domanda: ''COME MIGLIORARE LA COMUNICAZIONE CON MIO FIGLIO?''.
 
 
Nel video troverete tre strategie utili e facilmente applicabili per approcciare al mondo dell'età evolutiva in modo efficace.
 
 
 
Buona visione!
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