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La Nostra Voce

NOI DIAMO SPAZIO AL CITTADINO
BASTA CON LE ESTERNAZIONI PARTITICHE , INTESA COME SUI SOCIAL
 
La Nostra Voce è anche La Tua Voce
 
Il Portale di Santa Maria delle Mole è nato proprio per tale scopo.
 
Indipendentemente dal nome, ci occupiamo di tutte le problematiche delle frazioni “a valle” del comune di Marino e quindi di: Castelluccia, Cava dei Selci, Due Santi, Fontana Sala, Frattocchie e Santa Maria delle Mole.
Portiamo avanti, già da anni e con evidenti risultati, questo impegno in modo assolutamente apolitico ed intendiamo sottolinearlo APARTITICO, ovvero non siano di parte. 

Perché questo:
In molti hanno tentato di percorrere tale strada ma alla fine si sono sempre dimostrati quel che intendevano mascherare; lavorare solo per scopi personali e di partito.
Infatti come potete tastare con mano:
- Tutti i siti tematici sono stracolmi di politica e pubblicità.
- Tutte le pagine e, ancor peggio, tutti i gruppi Facebook di zona sono ormai monopolizzati da tre/quattro individui che ci martellano dalla mattina alla sera di pubblicazioni politiche ed inserzioni pubblicitarie di attività in loco. Non portano benefici ma rimbalzano incessantemente informazioni già note!

Non è rimasto più spazio per chi vuole lamentarsi del solito malcostume comunale o di quelle problematiche che rendono difficile il quieto vivere perché soffocati da questo indecente comportamento.

Per tale motivo, noi APARTITICI  che prestiamo attenzione alle esigenze della comunità, abbiamo deciso di dare un taglio a tutta questa indecente volgarità di comportamento e dedicare delle aree per portare alla luce, solo e soltanto, le nostre difficoltà di vita.
Per la risoluzione delle problematiche ce ne occuperemo sul portale ed anche a suon di carte bollate, ove necessario!

 
Per qualsiasi problematica questo portale mette già a disposizione un Forum dove chiunque può dire la propria. Esiste anche la possibilità di intervenire sulle argomentazioni pubblicate periodicamente.

Per non creare troppa confusione e per coloro che non sono in grado di utilizzare tali strumenti ma sanno come muoversi sui social: abbiamo attivato degli Speciali Gruppi su Facebook per ogni frazione. Scegli il gruppo a te dedicato:
E’ ben inteso: A nessuna comunicazione partitica, pubblicitaria o di semplice frivolezza verrà dato spazio.

 
Castelluccia e Fontana Sala:
Sono di Castelluccia - Fontana Sala ... senza SE
facebook.com/groups/castellucciafontanasalaplus/

Cava dei Selci:
Sono di Cava dei Selci ... senza SE
facebook.com/groups/cavadeiselciplus/

Due Santi:
Sono di Due Santi ... senza SE
facebook.com/groups/duesantiplus/

Frattocchie:
Sono di Frattocchie ... senza SE
facebook.com/groups/frattocchieplus/

Santa Maria delle Mole:
Sono di Santa Maria delle Mole ... senza SE
facebook.com/groups/santamariadellemoleplus/
 
Tutti questi gruppi sono gestiti da personale ultra qualificato e già facente parte della nostra redazione.
Esponete problemi ma mai parlare di politica, di attività commerciali, di ricette, cani e gatti smarriti e tutti quegli argomenti già martellanti altrove.

Siete i benvenuti a “Casa Vostra” ed il vostro smartphone smetterà di suonare o vibrare in continuazione per inutili motivi.
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante". Il Sambuco

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante". Il Sambuco Copertina (47-1-0)
Domenico Brancato

 Il  Sambuco (vedi foto n° 1)

E’ una pianta considerata un “tesoro naturale” e la “farmacia naturale” per l’alto valore legato alle sue proprietà gastronomico-alimentari e medicinali, oltre ad essere una delle più ricche di simbolismo nel folclore europeo, con riferimenti al sacro ed al profano, al mondo naturale e quello magico.
 
Ed ancora, secondo un’antica tradizione contadina, il Sambuco era definito “l’albero dei sette inchini”, per il fatto che i contadini si prostravano, in segno di rispetto, sette volte davanti alla sua presenza, per i sette doni officinali di cui beneficiavano.
 
In quanto, quasi ogni sua parte (fiori, frutti, germogli, foglie, corteccia, midollo e radici) veniva usata nella medicina popolare come risorsa per la salute e il sostentamento della vita rurale.
 
Classificazione botanica:
 
Nome comune: Sambuco o Sambuco nero (il termine nero serve per distinguerlo dall’Ebbio o Sambuchella che è una pianta con bacche simili, ma di diverso portamento).
 
Nome scientifico/Specie: Sambucus nigra. 
 
Classe: Magnoliopsida (Dicotiledoni).
 
Ordine: Dipsacales.
 
Famiglia: Adoxaceae (o Viburnaceae, secondo la classificazione più recente).
 
Genere: Sambucus.
 
Varietà:
•    da frutto: 
Sambucus nigra (specie selvatica non seleziona, le cui talee spesso sono reperibili presso i vivaisti); Haschberg: cultivar più diffusa per la produzione, molto simile alla pianta selvatica per portamento, ma con corimbi (infiorescenze) più grandi e bacche che maturano in modo più uniforme; Sampo: di origine danese, ottima per l’industria, nota per l’alto contenuto di antociani e l’eccellente sapore del succo; Samyl: selezionata specialmente per l’alto contenuto di sostanze aromatiche nei fiori, che la rendono principalmente adatta per la produzione di sciroppo; York: di origine americana (Sambucus canadensis), che produce le bacche più grandi in assoluto;
•    da fiore (Ornamentali, apprezzate per il contrasto cromatico tra le foglie scure e le infiorescenze delicate):

 
Black Lace (Eva): una delle più spettacolari, per le foglie finemente intagliate color porpora scuro, che ricordano quelle di un acero giapponese e fiori rosa pallido profumati di limone: Black Beauty (Gerda): caratterizzata da fogliame viola intenso, quasi nero; grandi ombrelle di fiori rosa scuro e dimensioni imponenti (fino a 6 m), se non potata; Thundercloud: simile alla Blak Beauty, ma con una fioritura rosa ancora più diffusa e fogliame scuro persistente.
 
Origine del nome Sambucus nigra: probabilmente deriva dal greco “sambyke” o dal latino “sambuca”: termine che indicava uno strumento musicale a corde, o un flauto, fabbricato svuotando i rami teneri ricchi di midollo.
 
Anche se altre fonti suggeriscono un’origine asiatica. Mentre “nigra” deriva dal latino niger = nero, con riferimento al colore scuro dei frutti maturi (bacche).
 
Luogo di origine: il Sambuco nigra (Sambuco nero) è originario delle zone temperate di Eurasia e Nord America, diffuso in gran parte dell’Europa centrale e meridionale, in Asia occidentale, in Africa settentrionale ed è specie spontanea molto comune in Italia. 
 
Caratteristiche componenti struttura: è un arbusto legnoso cespuglioso perenne caducifoglie alto fino a 6 m, dalla crescita molto rapida, spesso produttivo dopo 2 – 3 anni dalla massa a dimora.
 
Tende a formare fitti cespugli (vedi foto n° 2),  o piccoli alberi, frequentemente con polloni basali che crescono direttamente dalle radici;  le foglie sono di colore verde brillante, con margine dentato-seghettato della lunghezza variabile tra i 10 e i 20 cm;  i  fiori (vedi foto n° 3) sono molto piccoli intensamente profumati con un diametro che si aggira tra i 3 e 5 mm, ermafroditi (che contengono organi maschili -stami- e femminile-pistillo-), con 5 petali aperti a stella, riuniti in infiorescenze (corimbi)  ad ombrello (vedi foto n° 4) molto vistosi, di colore bianco avorio o crema, larghi 10-20 cm; i frutti  sono grappoli di  bacche nerastre lucide (vedi foto n° 5) che contengono  2-3 semi, di colore  nero-violaceo. Ama luoghi umidi e ruderali (spontaneamente cresce e vive in ambienti degradati, incolti o formati da accumuli di macerie, nei boschi umidi e sulle rive dei corsi d’acqua. Nella nostra zona molte piante prosperano lungo i margini del lago “Albano). In Italia è anche  denominato
 
Sambuco comune, che spesso viene confuso con l’Ebbio (Sambuco ebulus – (vedi foto n° 6) che è una pianta erbacea tossica. 
                                                (   Segue  foto  sopraindicati  )
Longevità: solitamente vive da 25 a 50 anni, anche se in condizioni ottimali può superare tale limite.

 
Esigenze:
- climatiche: sopporta bene anche il freddo intenso, ma ama il pieno sole o la mezz’ombra (una maggiore esposizione al sole garantisce una fioritura e frutti più abbondanti, oltre ad uno sviluppo più compatto). Tollera bene le zone ventose ma non salmastri delle zone costiere;
- terreno: preferisce suoli freschi, sub-acidi (pH 5-7) umidi, ricchi di sostanza organica, ben drenati, ma si adatta facilmente anche su quelli poveri, sassosi o calcarei (leggermente alcalini);
- idriche: solitamente sono sufficienti le precipitazioni naturali, specie se in posizione vicine a zone umide, e sopporta discretamente periodi di siccità. Mentre necessita di irrigazioni regolari nel primo anno di vita, per evitare shock idrici, data l’ancora sviluppo superficiale delle radici;
- nutritive: non necessita di concimazioni sistematiche, anche se è utile un apporto di letame maturo o compost, all’impianto o durante la preparazione del terreno, e la somministrazione di un concime complesso (contenente   azoto, fosforo e potassio – NPK-) all’inizio della primavera, per aiutare a rinvigorire la pianta, specialmente in terreni poco fertili;
- potatura: il sambuco tollera interventi drastici, ma per una buona produzione è bene seguire i seguenti consigli: - effettuarla alla fine dell’inverno (febbraio – marzo), prima che spuntino i germogli; - eliminare i rami secchi, danneggiati dal gelo, o quelli in posizione interna troppo fitti o vecchi di oltre 4 – 5 anni, tagliandoli alla base, per stimolare la crescita di giovani fusti più produttivi; ogni 3 anni  si consiglia un taglio di ringiovanimento, per evitare che la pianta diventi troppo alta e spoglia in basso, tenendo presente però che i rami fruttiferi sono quelli formatasi e cresciuti durante la stagione passata (rami di 1 – 2 anni). Giovani rami fruttiferi che si distinguono per il colore chiaro, la presenza di vistose lenticelle longitudinali ed il portamento arcuato e ricadente
Riproduzione: avviene principalmente tramite:
 talea:
- legnosa, in autunno-inverno, quando la pianta è a riposo, prelevando rametti di un  anno  lunghi circa 20-30 cm , con un tallone di legno  di 2 anni, sui quali praticare    un taglio inclinato (di circa 45°) nella parte superiore, rimuovere le foglie basali,  scorticare leggermente l’estremità inferiore e cospargere la base con ormoni radicanti o, secondo la tradizione contadina, con aspirina polverizzata (per favorire l’attecchimento, che solitamente richiede 40-50 giorni), prima di trasferirli direttamente in piena terra, o in vaso con terriccio umido e sabbia;
- semilegnosa, prelevando, a primavera- inizio estate, porzioni di rami più giovani e verdi da tenere umidi e all’ombra fino alla radicazione;
divisione di polloni, prelevandoli, preferibilmente in autunno, dopo la caduta delle foglie, oppure all’inizio della primavera (tra fine febbraio e marzo, prima che la pianta cominci a vegetare), dalla base della pianta madre con una porzione di radici, per trapiantarli direttamente in piena terra; 
per seme, ricavati dalle bacche mature, che però necessitano di una stratificazione a freddo (vernalizzazione), per interrompere la dormienza, prima di disporli in contenitori con terriccio mantenuto costantemente umido fino alla germinazione.
Parti edibili[d1.1]: 
-    fiori: si raccolgono in piena fioritura, che solitamente avviene tra fine aprile (in Calabria) e tutto maggio (nel resto d’Italia, fino a inizio giugno in zone fredde), in giornate soleggiate, quando le infiorescenze sono bene aperte, profumate e ricche di polline giallo. Scegliendo infiorescenze grandi, bianche e sode e senza troppi steli, evitando quelle imbrunite o in via di appassimento.
 
Con l’accortezza di non raccogliere mai tutti i fiori di una stessa pianta (per garantirne la riproduzione) e da piante poste lontano dai margini di strade trafficate e, una volta a casa, di scuoterli delicatamente per rimuovere eventuali insetti, evitando il lavaggio per preservare il polline;
-    frutti: innanzitutto la raccolta richiede attenzione, sia per i tempi di maturazione che per la sicurezza, poiché quelli acerbi e le altre parti della pianta sono tossici. Pertanto è bene osservare il segnale di maturazione caratterizzato dal colore completamente nero-lucido e dalla consistenza soda al tatto delle bacche. Condizione che generalmente si riscontra da metà di luglio ai primi di agosto e tra fine di agosto e tutto settembre, rispettivamente: nelle zone di pianura e in quelle collinari-montane.

 
Per preservare la qualità dei frutti e la salute della pianta, occorre osservare una corretta tecnica di raccolta, consistente nella scelta dei grappoli più neri, situali nelle parti più alte e soleggiate della pianta, e nella recisione alla base dello stelo, utilizzando forbici taglienti e pulite.
 
Tutto il resto della pianta, come già precisato, è velenoso poiché contiene il glicoside sambunigrina (contenente acido cianidrico, estremamente tossico).
 
Parassiti: quelli che, in genere, producono maggiori danni alla pianta sono:
-    l’Afide del sambuco (Aphis sambuci) o pidocchio nero, che colonizza i giovani germogli e la pagina inferiore delle foglie provocandone: l’accartocciamento, uno sviluppo stentato e, in casi gravi, il disseccamento dei fiori e dei frutti;
-    e l’Acaro (Tetranychus urticae), che si insedia sulla pagina inferiore delle foglie (formando piccole tele), succhiandone la linfa: causa della formazione di  macchie  giallastre e del successivo disseccamento e la caduta anticipata. 
Per combattere entrambi i parassiti, si può intervenire: 
- con un macerato repellente di foglie di sambuco lasciate in acqua per 24 ore;
- o con trattamenti a base di sapone molle di potassio o di olio di Neem, da applicare preferibilmente la sera. 
Proprietà:

 
Del Sambuco, come tramandato dalla tradizione popolare fitoterapica (settore della farmacoterapia che si occupa di prevenire, curare o alleviare disturbi e malattie utilizzando esclusivamente piante medicinali o estratti da esse derivati), ogni sua parte offre benefici specifici, in particolare:
-    i fiori, raccolti a maggio-giugno, hanno proprietà diaforetiche (aumentano la sudorazione, ideali per abbassare la febbre), espettoranti (aiutano a liberare i bronchi dal catarro), e antinfiammatorie.
 
Oltre a essere ottimi per la preparazione di tisane, per lenire i sintomi influenzali e dolori muscolari;  di impacchi, per curare foruncoli;  e come gargarismi, utili  per afte e mal di gola;
-    i frutti (bacche), consumate cotte o ben mature (in quanto quelli crudi e acerbi possono causare irritazione, nausea e diarrea), essendo ricche di: - vitamine A, B e C; minerali; antocianine (pigmenti idrosolubili, potenti antiossidanti naturali), hanno proprietà antivirali, lassative e depurative ed anche effetti curativi della nevralgia del trigemino;
-    le foglie, grazie alla presenza di composti specifici: tannini, flavonoidi  (antiossidanti) e acidi triterpenici  (antinfiammatori naturali), sono impiegati per favorire la diuresi e l’eliminazione delle tossine,  a vantaggio di fegato e  reni. In infuso sono usate per le loro doti antinfiammatorie e decongestionanti su gonfiore e irritazioni cutanee. Anche se, a differenza dei fiori, contenendo  glicosidi cianogenetici (come nei semi amari di mandorle e albicocche) che possono essere tossici se assunti in quantità eccessiva; 
-    la corteccia, in particolare quella interna e giovane, è nota in fitoterapia per le sue spiccate proprietà diuretiche, lassative e depurative. Utilizzata prevalentemente in decotti, aiuta a contrastare ritenzione idrica e costipazione e, secondo la tradizione popolare, trova impiego anche nel trattamento di infiammazioni cutanee. Anticamente veniva preparata per unguenti per lenire ferite e scottature. 
-    e le radici, che in fisioterapia sono considerate una parte influente della pianta, essendo note, nella medicina tradizionale, per le loro spiccate proprietà: - diuretiche (utili per favorire l’eliminazione dei liquidi in eccesso e per la depurazione dell’organismo); - per contrastare forme di stitichezza (grazie alla presenza di pectine e composti che stimolano l’attività gastrointestinale); - e per alleviare il dolore legato a nevralgie e reumatismi.

 
Tuttavia, rispetto ai fiori e i frutti, le radici, insieme alle foglie e alla corteccia, come già precisato, contengono una maggiore concentrazione di sambunigrina, che può produrre effetti tossici, se non trattati correttamente e sotto guida esperta.
 
Utilizzazione per la produzione di:
•    pane di sambuco “pane è maju” ovvero “Pane condito con fiori di sambuco” o “pane cu ru pipe e maiu”, altra espressione dialettale calabrese, in particolare  del Vibonese, che vuol dire “Pane con i fiori di maggio”. 

 
Trattasi Infatti di una tradizione millenaria, tramandata dalle nonne e mamme dei paesini delle Serre calabresi, nel Vibonese, in cui, generalmente si verificano temperature più miti che consentono alla pianta di raggiunge dimensione da albero.
 
Produzione che prevede una adeguata scrupolosa preparazione consistente: nella raccolta dei fiori più belli e più bianchi, stando attenti a non spezzarli, poiché nella loro interezza necessitano di una notte di riposo stesi su un panno, per avviare il processo di essiccazione, seguita dalla successiva selezione manuale, per scartare le eventuali parti danneggiate, prima di riporle in un contenitore con molto sale, facendole macerare per circa due ore.
 
Per poi inserirli nei boccacci (come, secondo il linguaggio dialettale del Sud Italia, vengono definiti i barattoli di vetro usati per la conservazione di verdure sott’olio) ricoprendoli di olio, dove vanno lasciati riposare per un anno.
Per cui le famiglie calabresi per produrre il “pane è maiu” in qualsiasi stagione, si avvalgono delle scorte di fiori confezionati nel maggio dell’anno precedente, unitamente:
-    agli   ingredienti: 
farina di grano duro g 300; -farina tipo “0” g 300; -acqua ml 350; - ½ cucchiaio di sale; - lievito di birra fresco g 7 (o ½ bustina secco); -1 cucchiaino di zucchero o miele (per attivare il lievito); -1 ½ vasetto di sambuco sott’olio.
 
Oppure, nel caso dell’uso di fiori freschi: 
-600 g di mix di farina tipo “0” e grano duro; 10-15 ombrelle (infiorescenze) di fiori di sambuco (indicativamente da 10 a 50 a seconda della ricetta) privati dai gambi verdi; 250 - 350 ml di acqua tiepida; 7-8 g di lievito di birra fresco (o ½ bustina secco); 2-3 cucchiai di olio EVO o strutto; 1 cucchiaio di sale; 1 cucchiaino di zucchero o miele;
e all’uso degli utensili necessari  per compiere le fasi della  preparazione previste     dall’esclusiva ricetta:  
bilancia da cucina: per dosare correttamente gli ingredienti; - ciotola piccola: per sgranare i fiori ed eliminare i gambi verdi, attraverso sfregamento della infiorescenze; - ciotola o planetaria, per miscelare le farine con acqua lievito e i fiori sgranati; - spianatoia  in legno o metallo, per lavorare l’impasto a mano e incorporare i fiori tramite pieghe; - tarocco (raschietto): utile per dividere l’impasto in porzioni o filoncini e pulire la superficie di lavoro; - canovaccio o pellicola, per coprire l’impasto durante le fasi di lievitazione in un luogo caldo, fino al raddoppio del volume; - teglia da forno su cui adagiare le forme per la cottura; - forno statico o ventilato, per la cottura finale alla temperatura  di 180-200 °C per circa  30-40 minuti; - cestino o “panaro”, per la raccolta e per lasciare asciugare leggermente le infiorescenze prima dell’uso;
•    pitta cu u maju (focaccia con i fiori di sambuco, che sbocciano nel mese di maggio): focaccia tradizionale calabrese, tipica di maggio, preparata con: 500 g di  farina tipo zero o integrale; 300 - 350 ml di acqua; 7 g di lievito di birra fresco o 50 g di pasta madre; 100-150 g di  fiori di sambuco, separati dai gambi; 30-50 ml di olio extravergine di oliva o pari quantità di strutto; 10 g di sale; 150-250 g di ciccioli (frammenti croccanti e saporiti di carne  ricavati dalla lavorazione del lardo di maiale) o di  pancetta.

 
Seguendo il seguente procedimento: sciogliere il lievito in acqua e impastare con la farina, aggiungere olio (o strutto) e sale, e lavorare fino ad ottenere un panetto liscio, nel quale incorporare delicatamente i fiori di sambuco, prima di  trasferirlo in una teglia unta (da ricoprire con un panno, per favorire la lievitazione) per circa 2 ore, fino al raggiungimento del doppio del volume iniziale.
 
Quindi stendere l’impasto, spennellare con olio e cuocere al forno alla temperatura di 180-200 °C, per circa 30 minuti, fino alla doratura. 
•    Biscotti ai fiori di sambuco,  per la preparazione di 30-40 biscotti  la ricetta base richiede:  150 g di farina “00”, 150 g di farina di mais fioretto (ottenuta dalla macinazione a grana fine del mail giallo, per conferire una consistenza vellutata e un sapore dolce), 100-120 g di burro, 80-100 g di zucchero, 1 uovo intero  o 2 tuorli,  35 g di fiori di sambuco freschi puliti dai gambi (pari a 5 -7 infiorescenze) o 2 cucchiai di fiori essiccati, scorza di un limone, 8 g (1/2 bustina) di lievito per dolci  e zucchero sufficiente per la copertura.

 
Possibili varianti:
- Vegana, per la quale vengono utilizzati: 250 g di farina “00”, 125 g di zucchero di canna, 35 g di olio di riso, 35 g olio extravergine di oliva e 65 g di acqua e lievito;
- con sciroppo, con l’aggiunta all’impasto di un cucchiaio di sciroppo di sambuco, per un gusto più intenso.
- e senza glutine, con l’impiego di 100 g di farina di riso e 100 g di amido di tapioca (amido estratto dalla radice di Manioca: tubero tropicale privo di glutine) o mais.

 
Procedimento: mescolare farina “00”, farina di mais fioretto, zucchero, burro a pezzetti, uova, lievito e fiori di sambuco fino a ottenere un panetto da far riposare in frigorifero per almeno 30 minuti, avvolto nella pellicola. Dopo di che stendere la frolla (impasto friabile) e sezionarla con stampini, oppure formare dei cilindri, congelarli (per consentire una forma perfetta, una consistenza friabile e un profumo intenso), tagliarli a fette da 8 mm e cuocerle in forno statico a 180 °C per 10 – 12 minuti. Per poi, una volta raffreddate, spolverizzarle abbondantemente con zucchero a velo;
•    Soffione ai fiori di sambuco: dolce soffice e profumatissimo, con un guscio di frolla all’olio e un ripieno di ricotta e uova.
Ingredienti occorrenti: 
- per la frolla all’olio: 280 g di farina di tipo 1 (di grano tenero, poco raffinata, definita “semi-integrale, in quanto contiene una maggiore quantità di crusca e germe di grano, rispetto alle comuni farine “0” e “00”.), 100 g di zucchero semolato (bianco da tavola), 2 uova, 30 ml di olio extravergine di oliva, 500 g di ricotta di pecora;
- per il ripieno: 500 g di ricotta di pecora, 6 uova, 130 g di zucchero semolato, 15 g di amido di mais o farina, 8 g di lievito in polvere, la scorza grattugiata di un limone biologico, 4 – 5 “ombrelli” (infiorescenze) di fiori di sambuco, zucchero a velo q.b.
Procedimento:
- per la frolla:
setacciare la farina e unirla allo zucchero; fare una fontana e versare nel mezzo le uova sbattute e l’olio e impastare prima con una forchetta e poi con le mani, fino ad ottenere un impasto omogeneo;
- per il ripieno:
scuotere delicatamente gli ombrelli di fiori di sambuco, per eliminare le impurità;  immergerli in una ciotola con acqua fredda per pochi istanti, al fine di rimuovere ulteriori impurità e poi asciugarli delicatamente tamponandoli con carta assorbente; staccare i fiori dagli ombrelli e frullarli con metà dello zucchero; separare gli albumi dai tuorli; montare,  a lungo, la ricotta ben scolata dal siero con i tuorli, tutto lo zucchero e la scorza di limone, fino avere un composto chiaro e spumoso. In un’altra ciotola, montare gli albumi a neve e unirli, a poco a poco, al composto di  ricotta, incorporandoli con una spatola, e amalgamandoli fino ad ottenere un composto uniforme; stendere la frolla molto sottile, portandola allo spessore di 2 mm e praticare un taglio a croce al centro; rivestire uno stampo a ciambella del diametro di 20 – 22 cm, precedentemente imburrato e accuratamente infarinato, facendo coincidere il taglio con il buco della ciambella; riempire lo stampo con il composto di ricotta e richiudervi  sopra  i  lembi dell’impasto di frolla;  infornare nel forno già caldo a 180 ° C e cuocere per 50 - 60 minuti, fino a quando la frolla non inizia a dorarsi e il ripieno è ben asciutto (verificando  la consistenza con uno stecchino); sformare e quando è fredda  servire spolverata di zucchero a velo.
•    pancake ai fiori di sambuco: frittella dolce o salata, simile a una crèpe ma più spessa e soffice. Per ottenere 10 – 12 unità occorre: 200 g di farina “00”, 150 – 200 ml di latte intero (a seconda della consistenza desiderata), 2 uova, 30 – 40 g di burro fuso o di olio di semi, 30 – 50 g di zucchero, 8 g di lievito in polvere per dolci, un pizzico di sale, scorza di limone o vaniglia e i fiori di 5 – 6 infiorescenze fresche di sambuco.
 
L’alternativa vegana esclude le uova e i latticini.
 
Procedimento: lavare delicatamente le infiorescenze, asciugarle e separare i piccoli fiori dagli steli; separare i tuorli dagli albumi; mescolare tuorli, latte e burro fuso e aggiungere farina e lievito; montare gli albumi a neve con lo zucchero e unirli delicatamente al composto; quindi incorporare i fiori di sambuco, prima di cuocere l’impasto a fuoco medio-basso in padella imburrata. Per frazionare l’impasto in modo uniforme, il metodo migliore consiste nell’utilizzazione di un mestolo piccolo (di circa 60 ml, pari a al volume di 2 cucchiai da cucina abbondanti), per versare la pastella al centro della padella ben calda e imburrata, lasciandola allargare da sola, o aiutandola leggermente col dorso di un cucchiaio, e quando si formano le classiche bollicine sulla superficie e ai bordi girarli, per ottenere pancake di circa 8 – 10 cm di diametro in maniera perfetta.  
•    fiori fritti in pastella, prearate immergendo infiorescenze intere in una pastella leggera da friggere fino a diventare dorate;
•    spaghetti con fiori di sambuco: ricetta recente in cui la pasta viene mantecata con burro, limone, burrata (formaggio fresco vaccino a pasta filante) e aggiunta di fiori freschi alla fine. 

 
Per 2 persone servono: 130-150 g di spaghetti, 4-5 infiorescenze di sambuco freschi, 50 g di burro di buona qualità, 15 ml di succo di limone, 1 scorza di limone grattugiata, burrata fresca per guarnire e acqua di cottura della pasta, quanto basta.
 
La preparazione prevede: la raccolta (in luoghi non inquinati)  e lo scuotimento dei fiori di sambuco, per l’eliminazione di insetti ed impurità e la separazione dai gambi; lo scioglimento del burro a fuoco lento, finché non sfrigola  (rumore caratteristico, continuo e scoppiettante, prodotto dai grassi che friggono); creazione di una emulsione con un mestolino di acqua di cottura, succo e scorza grattugiata di limone; scolatura degli  spaghetti al dente, farli amalgamate con l’emulsione in padella,  aggiungendo i fiori di sambuco a termine della cottura; prima di servire con una generosa cucchiaiata di burrata fresca ed un’ulteriore spolverata di fiori sopra la pasta.
 
L’Eventuale variante prevede la sostituzione della burrata con formaggio Quartirolo lombardo, per una nota più sapida e intensa, o l’aggiunta di tartare (impasto crudo raffinato composto da polpa finemente tritata) di gamberi rosa, per un contrasto dolce-salato; 
•    il risotto ai fiori di sambuco: primo piatto primaverile delicato e profumato. 

 
La preparazione per 4 persone necessita di: 320-350 g di riso Cannaroli o Arborio; 50 g di fiori freschi o 10-12 infiorescenze di sambuco; 1 scalogno o cipolla piccola; ½ bicchiere di vino bianco secco per sfumare; 30-50 g di burro,
di cui una noce per soffriggere ed il resto per la mantecatura finale); 40-50 g di   Parmigiano reggiano; 1-2 cucchiai di olio extravergine di oliva; 1-1,5 litri di brodo vegetale; sale e pepe nero (macinato fresco) q.b. 

 
Ingredienti che vanno preparati seguendo le seguenti istruzioni: - lavare delicatamente, asciugare, sgranare ed eliminare i gambi verdi delle corolle dei fiori di sambuco; - tritare lo scalogno e farlo appassire in casseruola con un po' di olio e burro, poi  aggiungere il riso e farlo tostare finché i chicchi diventano traslucidi; - sfumare con il vino e lasciare evaporare, prima di iniziare ad aggiungere il brodo bollente, poco alla volta; a metà cottura (dopo circa 7-8 minuti) aggiungere la maggior parte dei fiori di sambuco (Alcune ricette consigliano di tenerne alcuni per la decorazione finale, o di sbollentarli  leggermente nel brodo prima di aggiungerli); quando il riso è al dente, spegnere il fuoco e aggiungere burro e  parmigiano mescolando  energicamente, per ottenere un risotto cremoso. Infine, lasciare riposare il tutto per 1-2 minuti e servire, decorando con i fiori freschi tenuti da parte, pepe o noci tritate.
 
Alcuni Chef suggeriscono di aggiungere un tocco di sciroppo di sambuco o del formaggio caprino, per conferire un sapore più intenso;
•    frittata, per la preparazione per 2 persone occorre pulire delicatamente 4-5 infiorescenze, separare i fiori dai gambi e unirli a 3-4 uova sbattute con parmigiano grattugiato, sale e pepe. Quindi cuocere in padella con olio extravergine di oliva caldo, per pochi minuti per lato; 
•    braciola di maiale ai fiori di sambuco e pepe rosa: ricetta raffinata e profumata che unisce la dolcezza dei fiori alla sapidità della carne. 

 
Per la realizzazione della quale, nel caso di 2 porzioni, occorrono: 2 braciole, 2-3 infiorescenze di (ombrelle) di fiori di sambuco freschi, 1 cucchiaio di pepe rosa in grani, olio extravergine di oliva, sale e vino bianco facoltativo (per sfumare).  
 
La preparazione prevede: lavare ed asciugare i fiori staccandoli dai gambi, scaldare un filo d’olio in padella, far rosolare le braciole da entrambi i lati e aggiungere il pepe e i fiori, lasciando insaporire il tutto per pochi minuti.
 
Qualora si preferisca un sapore più intenso, le braciole, prima della cottura, si possono marinare per un paio d’ore in frigo con olio, pepe e fiori;
•    gelatine, ottenibili immergendo i fiori (senza lavarli, per evitare di perdere il polline, che è la parte più aromatica) in infusione, dopo averli strizzati, nel succo di mela, lasciandoli riposare in un contenitore coperto per 24 ore, per poi, portare il liquido a bollore con zucchero e addensante (agar o pectina: gelificanti e addensanti di origine naturale, estratti rispettivamente: dalle alghe rosse, che creano  gel sodi e termostabili e dalla frutta, più adatti per marmellate, in quanto conferiscono consistenza morbida ed elastica) per 3-5 minuti;
•    sciroppo di sambuco, perfetto per aromatizzare bevande e cocktail.
 
La cui preparazione prevede: lasciare 15-20 infiorescenze (non lavate, ma solo scosse) in infusione con 2 limoni tagliate a fette, 1,5 -2 litri di acqua e 30 – 40 ml di aceto o acido citrico (facoltativo) per 24-48 ore, per poi filtrare il liquido ed aggiungere 1,5 kg di zucchero semolato o di canna. Quindi portare il tutto all’ebollizione ed imbottigliarlo a caldo;
•    champagne di sambuco o spumante: si ottiene tramite la fermentazione naturale dei fiori di sambuco freschi in acqua, zucchero e limone, sfruttando i lieviti selvaggi (microrganismi naturalmente presenti nei fiori) che avviano la fermentazione spontanea (senza l’aggiunta di lieviti industriali), offrendo complessità aromatiche e tipicità territoriale. 

 
La produzione per di circa 10 litri di prodotto, prevede:
-    la disponibilità di: 15-20 infiorescenze fresche, bene aperte e profumate; 9 litri di acqua non clorata; 900-1000 g di zucchero (a seconda del grado alcolico e della dolcezza che si vuol ottenere); succo e scorza, privata dalla parte bianca amara, di 3-4 limoni biologici ed opzionalmente, 2 cucchiai di aceto di mele (per aumentare l’acidità e anticipare l’avvio della fermentazione); 
-    e lo svolgimento del procedimento di cui appresso:
raccolta (lontano da strade ad intenso traffico) dei fiori, scuotimento (per eliminare eventuali insetti) e asportazione dei gambi verdi;
scioglimento dello zucchero in acqua tiepida in un contenitore capiente e successivo raffreddamento, prima di aggiungere i fiori, il succo di limone e le fette e ricoprire con un panno trasparente (tipo garza per consentire la penetrazione dell’aria ed impedire l’ingresso di polvere ed insetti) ed esporre il tutto a temperatura ambiente per 2-4 giorni, mescolandolo 1-2 volte al giorno per favorire lo svolgimento della fermentazione.
 
Fin quando premendo il composto in superficie si forma una abbondante schiuma.
 
Dopo di che filtrare bene il liquido con una garza o un colino a maglie strette e trasferirlo in bottiglie resistenti alla pressione (tipo spumante) e a chiusura ermetica, lasciando circa 5 cm di spazio dal tappo (con l’accortezza, se durante i primi giorni dall’imbottigliamento  la pressione appare eccessiva, è prudente far sfiatare un po' le bottiglie)  ponendole in luogo a temperatura ambiente per 1-2 giorni, per poi trasferirle in ambiente fresco (10-12 °C).
 
Per iniziare il consumo a distanza di circa 2 settimane, dopo averlo lasciato in frigorifero per diverse ore, al fine di consentire il raggiungimento della temperatura ideale di 6 - 8 °C, necessaria per esaltare la freschezza e la frizzantezza naturale.
•    sambucata o liquore ai fiori di sambuco: per la preparazione di circa 750 ml - 1 litro, la ricetta richiede: 15-20 infiorescenze di fiori freschi ben aperti e profumati (circa 200 g), 250 -500 ml di alcol puro a 90-95° (a seconda del grado alcolico che si desidera ottenere), 250 -350 ml di acqua, 250-350 g di zucchero di canna o bianco, e la scorza gialla (senza lo strato bianco amaro sottostante) ed il succo di un limone biologico.
Ingredienti il cui trattamento prevede: - la raccolta dei fiori lontano da strade trafficate, preferibilmente al mattino, scuotendoli per eliminare eventuali insetti ed impurità, evitando di lavarli, per non perdere l’aroma del polline;
-l’immissione in un contenitore di vetro capiente chiudibile dei fiori e la scorza e succo di limone  in infusione con l’acqua per 24-48 ore in luogo fresco e  buio  ; il filtraggio del liquido ottenuto con un colino a maglie fini o garza, schiacciando bene i fiori per estrarre tutto l’aroma;  lo scioglimento  dello zucchero nell’acqua porta all’ebollizione e successivo raffreddamento; miscelazione dell’infuso di fiori, sciroppo di zucchero raffreddato ed alcol, per poi versare il liquore così ottenuto in bottiglie,   e lasciarlo riposare, in un luogo asciutto e buio, per almeno 3-7 settimane. Prima di consumarlo, preferibilmente molto freddo (da 5 a 10 °C), tenendolo in frigorifero o servendolo con ghiaccio, per esaltarne il profumo e la freschezza;
•    sorbetto ai fiori di sambuco, per la preparazione occorre mescolare 200 ml di sciroppo di sambuco a 300 ml di acqua e al succo di un limone biologico da versare nella gelatiera, in mancanza della quale, congelare il composto in vaschetta, frantumandolo ogni 30 minuti, per evitare la formazione di cristalli di ghiaccio. In quest’ultimo caso è preferibile, prima di versare il composto in vaschetta, aggiungere l’albume di un uovo montato a neve ferma (compatta, che non cade se la ciotola viene capovolta), per rendere la struttura più morbida, cremosa e ridurre la presenza dei cristalli di ghiaccio;
•    gelato ai fiori di sambuco e Yogurt, si può preparare facilmente mescolando: 150 ml di sciroppo di sambuco a 250 g di yogurt intero e al succo di un limone biologico. Insieme al quale va incorporata delicatamente 200 ml di panna montata, prima di trasferire il tutto in gelatiera. Qualora non si disponga di gelatiera, per evitare la formazione di cristalli di ghiaccio viene aggiunto il latte condensato, seguendo il seguente procedimento: montare 250 g di  panna a neve ferma; - in altra ciotola mescolare 300 g di yogurt greco intero con 60-80 ml di sciroppo di fiori di sambuco,  incorporare delicatamente, con movimenti dal basso verso l’alto, 250 g di panna montata fredda ed aggiungere 150 g di latte condensato a filo (versandolo molto lentamente con un flusso continuo e sottile, mentre si continua a mescolare il composto).Per poi versare l’insieme in un contenitore, coprire e mettere in freezer per 6 ore. Quindi toglierlo e lasciarlo ammorbidire a temperatura ambiente per 10-15 minuti, o in frigorifero per 30 minuti, prima di consumarlo. 
Miti e leggende inerenti il sambuco:
•    Nella tradizione germanica ed anche nelle zone alpine italiane, si credeva che nella pianta dimorasse uno spirito guardiano, spesso identificato con una ninfa dei boschi o una fata o dea chiamata Holda o Hyldemoer, dai lunghi capelli dorati. La tradizione voleva che ci si inchinasse davanti al sambuco, prima di raccogliere fiori e bacche, chiedendo il permesso alla “Donna del Sambuco” per non offendere la dea. Dea che veniva anche  venerata affinché proteggesse gli uomini e il bestiame dalle malattie e dai morsi dei serpenti velenosi.
•    In Danimarca e tra i Celti (insieme di popoli dell’età del ferro diffusi in gran parte dell’Europa tra il II millennio ed il I secolo a.C.), la pianta era conosciuta come “Nostra Signora” o “Madre Sambuco”. Si credeva che non si potesse abbattere un sambuco senza chiedere il permesso alla ninfa, che lo abitava, pena la sfortuna. I Druidi (élite intellettuale e sacerdotale delle società celtica, svolgevano ruoli chiave come: giudici, medici e indovini, ed erano  considerati intermediari tra dei e uomini), usavano i rami del sambuco per costruire bacchette magiche atte a scacciare il male. 
•    In molte zone d’Italia, si piantava Il sambuco vicino alle case, ai forni e alle stalle, per proteggere gli abitanti e il bestiame dagli spiriti malevoli e i serpenti. Mettere foglie di sambuco vicino agli ingressi era un rito comune per tenere lontane le energie negative. Oltre ad essere considerato anche un amuleto di protezione divina, ma solo per chi viveva una vita virtuosa
•    Nonostante il suo ruolo protettivo, in alcune zone si riteneva che il sambuco potesse portare il Diavolo in casa se i suoi ciocchi venivano bruciati nel camino. Inoltre, si narrava che le fate potessero far diventare blu i bambini lasciati nelle culle costruite con legno di sambuco.
•    Una tradizione cristiana narra che la croce di Cristo fu costruita con il legno di sambuco e che Giuda Iscariota si impiccò ad uno stesso albero, motivo per cui il fungo Auricularia auricola-judae, che cresce sul suo legno, è detto “Orecchio di Giuda”.
•    I rami cavi del sambuco venivano usati per costruire flauti magici (citati anche nel Flauto Magico di Mozart), capaci di allontanare gli incantesimi e, secondo la credenza, di evocare (chiamare le anime dei morti) gli spiriti.
Inoltre, il legno cavo veniva usato per costruire cerbottane, in alcune zone conosciute come “scioparolo” o “schioppo.
•    Fino all’Ottocento, in Europa, si piantava sambuco per proteggere dalle malie. In Inghilterra, i conducenti di carri funebri usavano frustini di sambuco per proteggersi dagli spiriti maligni. 
•    Il sambuco, a causa della sua rapida crescita e della capacità di fiorire in prossimità di ruderi e cimiteri, era talvolta associato al mondo dei morti, ma allo stesso tempo simbolo di rigenerazione.
•    In epoca medievale (476 d.C. – 1492) il sambuco divenne la “Pianta delle streghe”, in quanto si diceva che usassero i suoi rami come “cavalli magici” per volare, e che il suo legno fosse il materiale preferito per fabbricare potenti bacchette (mito ripreso anche nella saga di Harry Potter con la bacchetta di Sambuco). 
•    Una leggenda inglese narra di una strega che trasformò un re e i suoi cavalieri in pietre, per poi, per sfuggire alla cattura, mutare sé stessa in un albero di sambuco 

 
Oroscopo Celtico
 
L’oroscopo celtico è basato su un antico sistema che associa la data di nascita delle persone a specifici alberi sacri, riflettendo un profondo legame con la natura, le fasi lunari e i ritmi stagionali. Il cui calendario suddivide l’anno in 13 mesi lunari di 28 giorni, periodi nei quali ogni albero guida ed influenza il carattere e il destino individuale. 
 
A differenza del calendario astrologico occidentale, basato sui pianeti, quello celtico assegna ad ogni periodo un albero con caratteristiche uniche e si sviluppa attraverso la profonda osservazione della natura da parte dei Celti, che vedevano negli alberi esseri viventi dotati di spirito e simboli di protezione.
 
L’interpretazione moderna dell’oroscopo celtico si basa, in gran parte sugli studi di Robert Graves (1895 – 1985):  influente poeta e saggista britannico del XX secolo, noto per la sua prolifica produzione letteraria,  per gli studi mitologici  e  per aver associato  le lettere dell’antico (IV – V secolo d.C.) alfabeto irlandese - Ogham- (legato alla figura mitica del dio Ogma), utilizzato per incisioni su pietra o legno, per rappresentare alberi sacri, concetti magici e divinatori) ai nomi degli alberi. 
 
Il Sambuco (Ruis, nel calendario celtico) occupa una posizione speciale nel calendario celtico, chiudendo l’anno arboreo nel periodo del tredicesimo mese lunare, fino al solstizio d’inverno, dal 25 novembre al 22 dicembre.
 
Rappresenta la vita, la morte, la rigenerazione e il passaggio, simboleggiando che ogni fine porta con sé un nuovo inizio. Ed è corrispondente al segno zodiacale (dal 22 novembre al 21 dicembre) Sagittario: segno di fuoco, governato da  Giove, noto per essere ottimista, avventuroso , indipendente e onesto.
 
Compatibilità
I nati sotto il segno del Sambuco si trovano bene con quelli nati sotto il segno dell’Ontano (Alder) dal 18 marzo – 14 aprile e dell’ Agrifoglio  (Holly) dall’8 luglio al 4 agosto
Pro
I nati sotto il segno del sambuco sono descritti come persone molto concrete, capaci di comprendere gli elementi di contrasto e di far fruttare le situazioni complesse, grazie alla loro creatività. Sono individui versatili, profondamenti legati ai cicli naturali e capaci di grande trasformazione interiore; agiscono con calma e sicurezza e con estrema determinazione e lealtà e sono capaci di motivare chi li circonda. Sono spiriti liberi che amano vivere la vita intensamente e nonostante un’apparente esuberanza esteriore, in privato rivelano una grande riflessività e profondità. 
Contro.
Gli appartenenti al segno, se non trovano un campo in cui sfogare le loro energie, possono diventare critici e distruttivi. Essi tendono a dire la verità in modo diretto, il che può talvolta creare incomprensioni; - mal tollerano le restrizioni; - nei primi anni di vita, frequentemente, vivono in modo ad alto ritmo, spesso associato ad eccessi, spontaneità estrema e alla costante ricerca di nuove emozioni, esperienze intense o successo immediato. Anche se con il passare del tempo evolvono verso una saggezza interiore.
Amore. 
Sono innamorati dell’amore, vivendo una fase iniziale e transitoria di intenso coinvolgimento emotivo e fisico verso l’atra persona, caratterizzata da forte attrazione e spesso idealizzazione del partner.
 Salute. 
I nati sotto questo segno devono imparare a lasciare andare le vecchie abitudini o i pesi emotivi, accettando i cambiamenti ciclici della vita, proprio come l’albero perde le foglie in inverno per farle rinascere a primavera. Essi traggono beneficio dalla vicinanza con la natura selvaggia, le distese d’acqua e i boschi, in quanto elementi in grado di ricaricare la loro energia interiore. 
Previsioni per l’andamento dell’anno 2026.
Le indicazioni dell’Oldb Moore’s  Almanac (famoso almanacco annuale, pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel  1697  da  Francis Moore: noto per contenere previsioni ed informazioni astrologiche, meteo ed eventi importanti dell’anno successivo.)  invitano i nati sotto il segno del Sambuco a mantenere il proprio spirito audace e ad abbracciare le trasformazioni, usando la personale ambizione per guidare i cambiamenti nella propria vita.

 
Alla luce delle descritte caratteristiche nonostante il Sambuco sia una pianta dalle esigue esigenze colturali ed un vero e proprio scrigno di principi attivi, le cui applicazioni spaziano dalla nutraceutica (che unisce proprietà nutrizionali a principi con effetti preventivi e curativi), alla moderna farmacologia, non risulta ancora adeguatamente diffusa ed apprezzata, rispetto l’eccezionale potenziale versatilità di impiego e di utilizzazioni di natura: 
•    Agronomica ed efficientamento gestionale per: - la valorizzazione di ambienti marginali (suoli umidi, di pendenza, poveri e calcarei); ambienti con  temperature fino a meno 20 – 25 ° C e zone inaccessibili per la meccanizzazione, dove la frutticoltura tradizionale non sarebbe praticabile o comunque  destinata al fallimento;  - i bassi costi, in virtù della esigua richiesta di trattamenti fitosanitari  e apporti di natura chimica, rispetto ai frutteti classici); - l’agevole  raccolta delle bacche con le stesse macchine agevolatrici utilizzate per la viticoltura ed altri frutti di piccola pezzatura);
•    Economica, per i notevoli benefici che derivano dalla commercializzazione delle sue componenti che trovano impiego nei settori: 
-    Agroalimentare per la vendita: - dei fiori (richiesti dall’industria delle bevande per la produzione di sciroppi, liquori, infusi e birre artigianali aromatizzate); - delle bacche (Destinate alla produzione di succhi, confetture, gelatine e coloranti alimentari naturali); e la trasformazione diretta dei prodotti aziendali a marchio proprio (per intercettare il turismo rurale e la vendita diretta, aumentando i margini di profitto);
-    Erboristico, inerente il mercato: - degli integratori (Basato sulla forte domanda di estratti secchi e concentrati di bacche per preparati finalizzati a rafforzare le difese immunitarie e combattere le malattie stagionali); e della fitocosmesi (per l’utilizzo degli estratti dei fiori per creme lenitive, toniche e prodotti per la cura della pelle, grazie alle proprietà antiossidanti);
•    Ecosistemica (Insieme di tutti gli organismi viventi e dell’ambiente e delle relazioni che li legano), relativa a: - l’incremento della biodiversità, cioè della quantità delle diverse forme di vita presenti in un dato ambiente,  dovuta all’attrazione degli insetti impollinatori che contribuiscono a migliorare indirettamente la fecondazione e la resa delle altre colture fruttifere aziendali; e alla formazione di barriere frangivento e siepi campestri (per l’assolvimento della funzione di protezione e difesa dell’ambiente).

 
Complesso di ulteriori possibili potenzialità descritte, alle quali si ha motivo di credere, plausibilmente, che seguirà un riscontro di concretezza.
 
Considerato che, secondo una recente stima, il mercato globale degli integratori di Sambuco dovrebbe passare dagli attuali  504  a oltre 700 milioni di dollari (pari a  circa 600 milioni di euro) entro il 2030. 
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante" - Il Castagno

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante" - Il Castagno Copertina (386-3-0)
Domenico Brancato

Pianta che ha indubbiamente caratterizzato il panorama paesaggistico italiano e nutrito,riscaldato e accompagnato popolazioni per secoli,e per generazioni è stato il cuore pulsante della vita agricola in molte aree montane.Tanto da meritarsi l’attribuzione del soprannome di “albero del pane”ed il simbolismo di espressione dell’armonia tra uomo e natura
 
Classificazione botanica:
Ordine: Fagales
Divisione:Angiosperme
Classe: Dicotiledoni
Genere: Castanea
Famiglia: Fagaceae (Cupulifere)
Specie: Castanea sativa (Castagno europeo)
Castanea mollissima (Castagno cinese)
Castanea crenata (Castagno giapponese)
 
Nome comune: Castagno
 
Origine nome: deriva dal latino castanea, che a sua volta proviene dal greco  kastanon o Kastania: nome di una città della Tessaglia in Asia minore, nota per la coltivazione dell’albero. Anche se alcuni studiosi suggeriscono un’origine ancora più antica, legata al persiano kastah (frutto secco), collegando il nome alla consistenza legnosa del frutto. Mentre il nome scientifico Castanea sativa (indica che è una pianta coltivata) e commestibile (vesca).
 
Luogo di origine: regioni sud-europee e dell’Asia Minore, da dove fu ampiamente diffuso in Europa, prima dai greci e poi dai romani che lo portarono anche a nord delle Alpi. Mentre in Italia si è molto esteso nelle aree collinari sub-montane.
 
Consistenza e Morfologia: trattasi di un maestoso grande albero a foglia caduta, con chioma espansa tondeggiante, con una circonferenza di 6 – 8 m ed una altezza normalmente di 15 – 20 m, ma che   può superare i 25-30.
 
Caratteristiche componenti struttura: - tronco: robusto, tozzo ed eretto che diventa rugoso con il crescere, dal quale si dipartono ramificazioni ad altezze modeste; - apparato  radicale: inizialmente fittonante per poi  divenire espanso e ramificato, sul quale si determina una relazione simbiotica mutualistica con i funghi del suolo (micorizza) che, in cambio dell’utilizzazione  degli  zuccheri assorbiti dalla pianta(che gli consentono di ottenere la capacità di fruttificare), formano una guaina attorno alle sue radici più sottili che,  aumentando la superficie di assorbimento di acqua e sali minerali(fosforo e azoto), ne riducono il bisogno di fertilizzanti, oltre a  renderla più forte e maggiormente  resistente alla siccità ed ai patogeni.Simbiosi che consente anche al castagno di produrre tartufi: bianchetto (Tuberalbidum/brumale)e nero pregiato (Tubermelanosporum), anche se i terreni generalmente acidi (pH 5 – 6) dove cresce bene il castagno, non si addicono alle esigenze dei suoli prevalentemente calcarei (pH 7,5 – 8,5) loro adatti. Tuttavia la coltivazione è ugualmente possibile con successo, piantumando soggettimicorizzatepreventivamente;-corteccia: nei rami giovani è liscia, di colore variabile dal grigio chiaro all’ocra, con lenticelle (piccole protuberanze spugnose tonde e biancastre che sostituendo gli stomi)che si chiudonoin inverno per riaprirsi in primavera, permettendo gli scambi gassosi essenziali (ossigeno e anidride carbonica), tra l’ambiente esterno ed i tessuti interni, garantendo la  respirazione della pianta e la fuoruscita di vapore acqueo; -foglie:la cui emissione avviene in aprile-maggio, sono coriacee, di forma ellittico-lanceolata, con il margine generalmente seghettato, apice acuminato e con lunghezza media di 12-20 cm  e larghezza di 3-6 cm; -gemme: sono liscecorte e tozze, di colore bruno rossiccio e, a seconda delle zone e delle varietà,  si schiudono tra la metà di marzo e la metà di aprile; - fiori:essendo il castagno una pianta monoica (che porta fiori maschili-staminiferi- e femminili – carpelliferi- sullo stesso soggetto), con fiori maschili riuniti in glomeruli ubicati su amenti (infiorescenza con asse allungato) lunghi 10-30 cm, dal portamento pendulo o eretto, e infiorescenze  femminili che si trovano alla base degli amenti, situati all’ascella delle foglie superiori. Infiorescenze, ognuna delle quali contiene, di solito, 3 fiori protetti da un involucro, detto copula, da cui fuoriescono 3 stili(elementi riproduttivi femminili).E mentre la copula si evolverà in riccioverde cosparso di spine che si apre a maturità; i fiori, una volta allegati, si trasformeranno in castagne. Però non tutti i fiori di una cupola allegano, per cui il numero di frutti contenuti in un riccio  varia da 1 a 3 (compresi quelli abortiti, chiamati guscioni), in funzione della varietà e dell’andamento stagionale; - frutti: sono acheni (frutti secchi indeiscenti, cioè che a maturità non si aprono) rivestiti da un pericarpo liscio e coriaceo di colore variabile dal marrone chiaro al bruno scuro,del  peso  di 8 -20 grammi, a seconda che trattasi di varietà a pezzatura più piccola e più dolci, o dei marroni più voluminose a facce convesse. All’interno del frutto, protetto da una pellicola rosata (episperma) si trova la parte edule (che può essere composta da 1 a 3 semi, ognuno racchiuso nel proprio episperma). La produzione inizia dopo il quarto anno dall’impianto e al decimo anno può raggiungere i 20 Kg per pianta euna-due tonnellate per ettaro.
 
Riproduzione per:
 
- seme, dopo la raccolta in autunno, scegliendo le castagne sane e integre, mettendole a bagno per 24 ore ed aver scartato quelle che galleggiano e,per facilitare la fuoruscita della radice, averinciso leggermente la parte superiore. Per accelerarela germinazione è consigliabile metterle, coperte di muschio umido, in frigorifero; oppure seminarle, in autunno-inverno, direttamente in vaso coprendole leggermente di terreno. Per poi, a primavera, effettuare il trapianto delle piantine in piena terra;
 
-prelevando alberelli o polloni dal bosco, in inverno(cercando di preservare più radici possibili) e, dopo averli immersi in acqua, piantarlepossibilmente in vaso, prima di trapiantarle in piena terra, dopo un anno di permanenza;
 
- talea, prelevandolaad ottobre-novembre, da polloni della base del tronco,per replicare la varietà, (se da castagno innestato), o in marzo-giugno per talea semilegnosa, prelevandola da un ramo giovane e sano dell’anno corrente o precedente, dal quale asportare una porzione di 15-20 cm con diversi nodi, effettuando un taglio diagonale alla base e la rimozione di un po' di corteccia dai lati opposti, per favorire la radicazione. Prima di immergerla in un prodotto a base di ormone radicante e piantarla in un substrato di torba e sabbia(preferibilmente in un sacchetto), da mantenere umido in ambiente a luce indiretta, finché non si sviluppano le radici, in quantità e dimensioni tali, da consentire iltrapianto;
 
- innesto: - a spacco, adatto per portainnesti (la parte inferiore della pianta su cui va applicata la parte superiore: nesto o marza di un’altra pianta, per dare origine ad un nuovo individuo) con  tronco di maggiorediametro, da eseguire in primavera; - a gemma  o a T, per il quale il nesto è costituito da una solagemma, che si  applica quando la pianta è in succhio (periodo in cui la linfa circola facendo gonfiare la corteccia, rendendola facilmente staccabile), a fine estate (a gemma dormiente), o in primavera (a gemma vegetante); o -a corona, su alberi adulti, con tronco di grosso diametro.  Secondo la tradizione contadina ed alcune teorie di esperti del settore, gli innesti   dovrebbero praticarsi in fase di luna calante, per il fatto che la linfarisalendomeno intensamente verso le parti alte della pianta, riduce lo “stress da ferita”, facilitando la cicatrizzazione e l’attecchimento del nesto. Il che porterebbe ad una maggiore produzione di frutti; mentre in fase di luna crescente favorirebbe un maggior sviluppo vegetativo, a discapito della fruttificazione. Comunque, questo metodo di moltiplicazione è in grado di assicurare: -l’uniformità della coltura; - il superamento della variabilità genetica della semina;- la riproduzione fedele di varietà pregiate; - l’anticipo della produzione; -e la possibilità di scegliere portinnesti adattabili al terreno e resistenti a patogeni.Come nel caso dell’utilizzo di marze prelevate da piante della varietà Marsol (ibrido ottenuto dall’incrocio tra il castagno europeo e quello giapponese)che garantisce una apprezzabile resistenzaal temibilissimoCinipide
 
Longevità:
 
il castagno è una pianta che spesso raggiunge e supera i 500 anni, tant’è,  che in molte regioni d’Italia(Calabria: il Castagno del Cielo a Cerva e l’Albero del Pane a Sersale; Sardegna: Castagno di Ghenna e Creccu a Tonara di Nuoro; Abruzzo e Marche castagneti antichi nei dintorni del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga; Lazio: castagni secolari nei pressi dei Monti della Laga; Liguria: Castagno millenario a Ceriana, vicino Sanremo; Piemonte: esemplari antichi a Val Maira e Val Varaitain provincia di Cuneo; Alto Adige/Sudtirolo: Castagni monumentali a Maia Alta e Merano) esistono esemplari millenari spesso protetti come “Monumenti Naturali” legati a leggende e tradizioni che riflettono  l’importanza storica ed economica della specie nelle diverse culture locali.  In particolare, in Sicilia,sulle pendici orientali dell’Etna, a sant’Alfio, c’è un albero che, con la sua sola presenza, continua a raccontare la grandezza e la resilienza del Castagno. In quanto trattasi di uno degli esemplari più straordinari del mondo: il Castagno dei Cento Cavalli, tanto da essere definito un mito vivente ed essere immortalato in una famosa leggenda dall’omonima denominazione (Secondo la quale la regina Giovanna I d’Angio’:Regnante a Napoli dal 1343 al 1381, essendo stata sorpresa da un forte temporale trovò protezione, insieme al suo seguito di 100 cavalieri e le rispettive cavalcature, sotto le fronde di questo gigantesco castagno. Dove, sempre secondo la leggenda, sembra abbia trascorso la notte con uno o più amanti cavalieri. Leggenda che nel corso dei secoli, ha ispirato numerosi poeti e artisti, tra cui il catanese Giuseppe Borrello, che ne ha raccontato la storia in versi). Considerato che oggi l’albero pur essendo formato da tre tronchi distinti, le analisi botaniche hanno confermato essere provenienti da un unico gigantesco soggetto originario. Perciò, nel passato,il tronco doveva essere un tutt’uno impressionante, poiché le misure del Settecento rilevavano un perimetro complessivo che superava i 57 m alla base. Mentre, attualmente la sua altezza media è di circa 19-22 m e l’estensione della chiomasupera i 1.000 metri quadrati, ma nonostante l’età, che recenti studi condotti dal Consiglio -CREA- (attraverso l’analisi genetica KASP: Tecnologia di genotipizzazione usata in ambito genetico, per la Ricerca in Agricoltura), hanno rivelato essere di 2.200 anni (Il che significa che era già maestoso quando venivano costruiti i templi della Magna Grecia, come Paestum -570/ 530 a.C.-  e il Tempio della Concordia di Agrigento - 430 a. C.), gli eventi naturali, inclusa la non trascurabile attività del limitrofo vulcano, il “gigante”è ancora vivo, vitale e produttivo.Stima dell’età, per il calcolo dalla quale è stato considerato il tasso di accrescimento del fusto che, dopo i primi 30 anni dalla nascita, fa aumentare il suo raggio di circa 4 millimetri all’anno. Per cui essendo la circonferenza su cui sono disposti i fusti di circa 57 m, corrispondente a circa 9 m di raggio (r= m 57: 2X 3,14) si ha: 9 m: 0,004 = 2269 anni.
 
Esigenze:
  • Climatiche: essendo una specie termofila, mesofila e moderatamente eliofila, cioè che prospera bene sia in ambienti con temperature superiori a 45 °C, che in condizioni intermedie, tra i 20 -45°C,purché non eccessivamente secche (xerofile), o troppo umide (idrofile), con esposizione diretta ad intensa luce solareed altitudine non oltre i 1000-1200 s.l.m. Condizione tipiche dei climi temperati,
  • Suolo: la preferenza è verso terreni sciolti, ben drenati, vulcanici, ricchi di sostanza organica, con reazione subacida-acida: pH 6,5 - 4,5, se tale valore supera il 7 occorre abbassarlo con del solfato di ferro;
  • Idriche: sebbene il castagno sia tradizionalmente coltivato inasciutto, l’irrigazione risulta essere importante, specie in zone dove le precipitazioni annue non superano i 600 mm. In particolare, quando trattasi di giovani piante, che per i primi 3 anni dall’impianto necessitano un costante mantenimento del terreno umido, con l’apporto di circa 4 e 2,5 litri di acqua a settimana, rispettivamente nei primi mesi e durante la fase vegetativa. Quantità che, in caso di estati siccitose,va aumentata a 20 -30 litri, per le piante più giovani e circa 75litri per quelle adulte, ogni circa 10 giorni. Da distribuire al mattino presto o nel tardo pomeriggio per ridurre l’evaporazione.
    Distribuzione dell’acqua che è consigliabile effettuare applicando il metodo più rispondente alle seguenti tipologie di coltivazione:
    - singole piante: a tazza o conca di terra attorno alla pianta, per trattenere l’acqua e farla assorbire gradualmente;
    - più piante e per colture di modeste entità: è preferibile la microirrigazione o distribuzione a goccia, meglio se integrata da sensori di umidità del suolo e sistema di automazione, per ottenere un controllofinalizzato:all’effettivofabbisogno idrico; a garantire maggiore efficienza; afornire acqua direttamente alle radici;e consentire di ridurre gli sprechi per evaporazione e il deflusso superficiale (specie per coltivazioni in pendenza).Oltre a permettere l’utilissima   praticare della fertirrigazione (tecnica che consente di distribuire fertilizzanti direttamente nell’acqua usata per irrigare, permettendo difar giungerei fertilizzanti in maniera mirata alle radici,facilitandone l’assorbimento);
    - colture intensive: per le quali i metodi più evoluti comprendono quello:

  • -per aspersione sottochioma con irrigatori (Rivulis), progettati per   una   uniforme ed efficiente distribuzione dell’acqua in funzione della capacità diassorbimento del terreno;
     
  • -e per l’Irrigazione a Rateo Variabile e Automatizzata (VRI – Variable Rate Irrigation), che regola dinamicamente (in maniera adeguata alle variazioni climatiche e alle esigenze specifiche delle piante durante la stagione) la quantità diacquaerogata in diverse zone di un campo.Attraverso una gestione di dati provenienti da sensori e da rilievi satellitari NDVI- (Indice di Vegetazione a Differenza Normalizzata: indicatore grafico fondamentale per il  telerilevamento  attraverso l’analisi della luce riflessa da piante e suolo) .Datiche permettono di identificare aree con vegetazione rigogliosa, o scarsa e assente, attraverso il riscontro dell’umidità, della tessitura del terrenoe del vigore vegetativo. Al fine di ottimizzare le risorse idriche ed energetiche, massimizzare le rese e ridurre gli sprechi.
     
  • Nutritive: a base di concimazioni organiche (letame o compost) in inverno e dal secondo anno di vita, soprattutto in impianti produttivi,integratecon fertilizzanticomplessi contenenti azoto, fosforo e potassio - NPK –nelle proporzioni (Titolo) 10-10-10;
  •  
  • Potatura:finalizzata allo sfoltimentodella chioma per eliminare i polloni, i rami secchi o malati e formare le branche per una impalcatura a  vaso, con tagli di ritorno (consistente nel taglio obliquo di un ramo principale appena sopra l’inserzione di un  ramo laterale di 2 anni, che abbia un diametro di almeno 1/3 di quello principale,senza lasciare un mozzicone troppo corto o troppo lungo, per evitare l’appassimento o stimolare lo sviluppo di succhioni indesiderati), allo scopo di: - abbassare la chioma, per rendere più agevole la raccolta,  assicurare maggiore stabilità ed evitare ombreggiamenti; rinvigorire i rami vecchi e stimolare la produzione di nuovi germogli e frutti; spostare la crescita verso l’interno,per mantenere una forma equilibrata; e ridurre la densità, per agevolare l’ingresso dell’aria e della luce.
Tecniche di governo per:
  • Castagneto da frutto:
    - sistema tradizionaleestensivo: caratterizzato da sesti d’impianto ampi, di m 8 x 8 o 10 x 10, pari a circa 160 – 100 piante/ha, in genere allevate a forma libera o a vaso aperto, per favorire l’espansione laterale. Gestione che consente un inizio di produzione verso il 5° - 6° anno;
    - sistema intensivo: più adatto a varietà recenti, ottenute da ibridi eurogiapponesi come Bouche de Betizac, coltivati con sesto d’impianto alquanto stretto di m 7 x 4 o 7 x 3, 7, a cui corrisponde l’elevata densità di circa 350 – 380 piante/ha. Metodologia che permette un’entrata in produzione precoce, intorno al 2° - 3° anno, e rese elevate che possono raggiungere le 3 tonnellate/ettaro, a partire dal 5° anno. A condizione che si pratichi: una cura rigorosa della chioma;un’adeguata concimazione;ed un sistema d’irrigazione preferibilmente localizzato;
    - Sistema  Ceduo :  basato sulla capacità del castagno di emettere polloni successivamente al taglio del tronco,da effettuarsidurante il riposo vegetativo, seguendo le indicazioni stabilite dal  Calendario dei tagli 2025-2026 che, in relazione all’altitudine s.l.m.,  prevede: sotto i 600 m, dal 1° ottobre al 31 marzo o 15 aprile, a seconda della regione; - tra 600 e 1000 m, dal 15 settembre al 15 – 30 aprile; -oltre i 1000 m, fino al 15 maggio, per garantire un ricaccio più forte e stabile.
    Sistema che, a seconda della tipologia di governo, sidifferenzia in:
    - semplice:consistente nel taglio a raso di tutti i polloni alla ceppaia  seguendo un  turno: - rapido(ogni 2-3 anni), spesso destinate alla produzione di biomassa (legno sminuzzato meccanicamente in scaglie, usato principalmente come combustibile per alimentare caldaie, o come materiale per pacciamatura in agricoltura); - medio (ogni 15-30 anni), utilizzato per  paleria, carbone  e legna da ardere; - lungo (40-60 anni), impiegato per legname da opera (travatura, carpenteria e falegnameria) .
    - matricinato: prevede il taglio della maggior parte dei polloni, lasciando “matricine” (dette anche pianteportasemi, per garantire il futuro del bosco tramite seme, o per costituire una riserva di alberi più adulti ed avere un bosco misto e più stabile).

    Nel 2026 i Piani regionali del Lazio possono richiedere una matricinatura a gruppi, con almeno 6 soggetti per unità d’intervento (dell’estensione di un ettaro o di una porzione di esso su cui si sta lavorando). Consistente in una pratica forestale dove si selezionano 5 ceppaie vicine fra loro e si lasciano 2 polloni su ognuna di esse, per ottenere un gruppo composto da 10 polloni che viene lasciato crescere per formare degli alberi (6 o più) che serviranno da riserva per il futuro. Mentre il resto del bosco viene diradato e tagliato.
    - composto: tecnica di gestione forestale checombina la rinnovazione da seme (Fustaia o bosco d’alto fusto, formato da alberi da frutto, che sviluppano un unico fusto principale), con la rinnovazione del ceduo, pergarantire la continuità del bosco, favorire la biodiversità (coesistenza, in uno stesso ecosistema, di diverse specie vegetali e animali  che crea un equilibrio grazie  alle reciproche relazioni)  e la rigenerazione naturale.Conferendo al bosco due livelli di vegetazione, di cui uno inferiore (ceduo), costituito da polloni giovani, e uno superiore (matricine), composto da piante più vecchie. Il che consente la produzione di assortimenti legnosi di pregio, quali: paleria per l’agricoltura, tutori, travi per l’edilizia e legno per infissi. Assortimenti che comportanoturni di taglio più lunghi (rispetto ad altri cedui) che variano dai 10–25 anni per la paleria, ad oltre 40 anni per le travi di maggiori dimensioni, ma che, in compenso, consentono di fruire dei benefici derivantidall’ottenimento di produzione di legno da taglio e di alberi più longevi strutturati efruttiferi.
    Benefici che trovano riscontro nell’attuale orientamento dell’economia forestale, che si propone di passare da una gestione povera ad una che valorizza il legno di qualità, attraverso un governo del ceduo che mira ad adattare le pratiche tradizionali alle esigenze moderne, dove la selvicoltura selettiva e la gestione sostenibile sono fondamentali per la salute del bosco e la produzione di risorse di valore.
 
Infatti per il 2026 la gestione della coltivazione del  castagno in Italia si basa sulla Strategia Forestale Nazionale  -SFN- (Documento strategico che indirizza le Regioni per una gestione a lungo termine, inducendo obiettivi di biodiversità, clima, energia e sviluppo socio-economico) e sul Decreto Legislativo 34/2018 -TUFF-, con adempimenti che includono la  redazione dei Piani di Gestione Forestale  -PGF- (Strumento obbligatorio per le proprietà sopra certe dimensioni, che per la Campania risulta essere uguale o maggiore a 100 ettari, che pianifica interventi selvicolturali, uso dei pascoli, rimboschimenti e tutela ambientale), ora obbligatori per superfici rilevanti, e il rispetto delle normative regionali che specificano criteri e soglie, mirando a sostenibilità, biodiversità e filiere locali, con aggiornamenti periodici:degli Alberi Monumentali (D.M n. 0569045 del 2025) e del Registro Nazionale dei Materiali di Base(D.D.n.221354 del 2025) comprendente:
 
Materiale Forestale di Propagazione–MFP- (sementi, talee e piantine raccolte da alberi e arbusti identificati per garantire la qualità genetica, la provenienza e l’adattamento all’ambiente);
 
Prodotti Forestali non Legnosi-PFNL- di tipo:
  • Alimentari (Funghi, tartufi, frutti di bosco, asparagi selvatici, miele, selvaggina e castagne);
  • NonAlimentari (sughero, muschi, resine, oli essenziali, piante medicinali ornamentali e officinali, fibre, prodotti per cosmetica e coloranti);
  • Di origine animale(Miele, cera d’api, pelli, trofei di selvaggina e animali vivi).
Nonché la Regolamentazione dei tagli e l’uso dei pascoli, le modalità di concessione di permessi per la raccolta dei “Prodotti secondari o del sottobosco” e la gestione degli usi civici (Diritti perpetui inalienabili e imprescrittibili, gestiti dagli Enti locali, relativi all’utilizzazione di pascolo, legna, aree coltivabili, spettanti ai membri di una comunità su terreni di origine feudale, che garantiscono il sostentamento).
 
Complesso di provvedimenti, che promuovendo,secondoprincipi di sostenibilità, l’incremento quali-quantitativo e la valorizzazione dei descritti  prodotti,si prefiggono di conseguire significativi obiettivi quali: - creazione di nuovi boschi e ripristino di aree degradate; miglioramento genetico delle foreste e della loro produttività; e sostegno alle industrie del legno, del sughero, alimentari e della cosmetica e farmaceutica.
Possibili utilizzazioni (che spaziano dell’industria manifatturiera, alla farmaceutica, all’agricoltura biologica):
  • Del legno,che per la sua durevolezza naturale, resistenza agli agenti atmosferici ed all’alto contenuto di tannino, trova impiego in:
    edilizia per: travi strutturali, travetti, tetti, tettoie, pergolati, pali, recinzioni e traversine ferroviarie;
    falegnameria per: mobili interni ed esterni, parquet, infissi e serramenti, doghe di botti, barrique: piccole botti utilizzate per l’affinamento e la maturazione di vini e distillati, attrezzature per parchi giochi, palizzate, pali di sostegno per le viti, cesteriae e la produzione artigianale di bastoni da passeggio e da escursione;
    costruzioni di natanti: come barche, per la particolare resistenza all’acqua;produzione del carbone (preferito dai fabbri e nelle cucine per il poco fumo che produce).
  • Dei frutti e derivati, nel settore:
    alimentare,
    consumabili seguendo le indicazioni di: - ricette tradizionali come:- castagne secche ammorbidite nel latte e per la preparazione di piatti quali: - minestra tipica del biellese (detta mac o mactabi) che prevede la lessatura nel paiolo insieme al riso ed al latte e in Ossola, impastate con patate, zucca e farina di frumento per la preparazione di gnocchi; -utilizzazioni innovativi, come: castagne pelate confezionate sottovuoto, creme, canditi, fiocchi, liquori e birra;oltre che come castagne fresche,e in particolare il marrone (varietà di castagna selezionata, di maggiore pezzatura, dolce e con buccia chiara),di largo uso, oltre che per il  consumo diretto (crude, bollite o arrostite), per la produzione di farina (ingrediente fondamentale per il castagnaccio) priva di glutine  (che la rende  ideale per diete celiache),per confetture, in pasticceria, per la rinomata produzione dei marron glaces e come alimento per animali  ; -e  miele (noto per il sapore amaro e le proprietà antibatteriche);

    Industriale,e Agricoloper:l’estrazione del tannino (impiegato nella concia delle pelli (per la produzione di cuoio di alta qualità, resistente e flessibile);la produzione di bio-adesivi ecologici (per legno e truciolati);l’estratto di castagno (dall’azione corroborante per potenziare le difese delle piante contro funghi, quali Peronospora e Botrite, e come repellente   naturale per insetti e lumache;il riciclo delle bucce delle castagne, per l’alimentazione dei focolari domestici o, sminuzzate, come concime o componente del compost; l’impiego della foglie, per la preparazione di macerati antifungino-repellenti per la protezione delle piante, come compostifertilizzanti elettiera del bestiame ed,  in passato, per  imbottitura di materassi e come surrogato del tabacco da fumo; e il riciclo dei ricci, che essendo ricchissimi di sostanze tanniche (e quindi poco degradabili), una volta bruciati, spargendo  le ceneri di risulta  nel castagneto, producono un’azione fertilizzante.  Mentre il loro estratto acquoso, specie in passato, veniva impiegato per tingere di bruno e conciare tessuti e cordami.
  • In Erboristeria eMedicina (secondo indicazioni tramandati dalla tradizione popolare) venivano usate:
    le gemme: per il macerato glicerico impiegato per favorire il drenaggio linfatico e, come vasodilatatore, per alleviare il senso di pesantezza alle gamme;
    le infiorescenze maschili: per l’infuso utile per arrestare le diarree infantili;
    le foglie e la corteccia(raccolte in primavera inoltrata, essiccateall’ombra e conservate in sacchetti): per in infusi e decotti per l’azione sedativadella pertosse,come espettorante ed astringente(in casi di dissenteria) e batteriostatiche (Che inibisce la riproduzione e la crescita dei batteri senza ucciderli);
    il decotto di castagne/acqua di cottura: per combattere raffreddori, bronchiti, spasmi della tosse convulsa, geloni, diarrea infantile e per disturbi del sistema nervoso;
    la polpa di castagne cotta:per,in cosmesi,maschere facciali detergenti ed emollienti.Mentre l’acqua di cottura delle bucce veniva usata per esaltare i riflessi dei capelli biondi;
    le castagne secche:perl’infuso usato come espettorante in caso di: raffreddori, tossi o bronchiti. Mentre l’acqua di cottura era impiegata per rammollire i geloni, ed il passato veniva utilizzato per arrestare le diarree infantili;
    e le castagne fresche: cheerano e sono considerati “i gioielli di ottobre”. In quanto costituiscono un alleato per alleviare gli effetti della “mestizia d’autunno” complicidell’insorgenza di umore altalenante, insonnia e calo di desiderio(dovuta alla sensazione di malinconia quando diminuiscono le ore di luce e i colori della natura si sbiadiscono). Infatti esse sono composte per metà di acqua ed il resto da amidi e minerali con alta concentrazione di ferro e magnesio (dall’azione efficace contro il nervosismo e gli stati di ansia e nei periodi di lievi “depressioni” stagionali) e, in quantità minore, anche fosforo. Ed ancora la presenza di triptofano: precursore della serotonina (l’ormone del benessere) fa di questo frutto il “cibo della felicità). Mentre il contenuto di vitamina B2, B3 o niacina, e C, producono effetti utili rispettivamente per: la salute del fegato, dei capelli, degli occhi, per rafforzare il sistema immunitario e salvaguardare la salute della pelle, dei vasi sanguigni, delle ossa e delle cartilagini.Tanto chemolti consideranoquesto prezioso frutto i “cereali “che crescono sugli alberi, poiché ricchissimi di carboidrati e quindi, per molti versi, paragonabili, più di ogni altro frutto, al pane e alla pasta. Carboidrati che, essendo assorbiti lentamente, mantengono stabile il livello di glicemia nel sangue,a cui si unisce un rilevante benefico contenuto di potassio (regolatore della pressione sanguigna de della contrazione muscolare, oltre a ridurre il rischio di calcoli renali e la perdita di tessuto osseo, contrastando gli effetti del sodio), addirittura in maggiore quantità delle banane (mg 350)e uguale a quello dei kiwi (400 mg).
Parassiti:fra quelli che arrecano maggiore danno,sono da annoverare fra:
  1. Gli Insetti:
  • Cinipide - Drycosmuskuriphilus –è una piccola vespa(Imenottero) di colore nero, poco più grande di una formica, originaria della Cina, nota come Cinipide galligeno del castagno, che depone le uova nelle gemme e sui rametti, causando galle deformanti (ingrossamenti verdi/rosa), che producono il loro deperimento ed il diradamento della chioma. Il ciclo annuale inizia con lo sfarfallamento di femmine partenogenetiche (riproduzione asessuata, con sviluppo dell’uovo senza la fecondazione), tra giugno e luglio, quando depongono le uova. Le larve si sviluppano in autunno-inverno svernando all’interno delle gemme che, alla ripresa vegetativa, la pianta reagendo forma le caratteristiche galle, nelle quali lestesselarve completano lo sviluppo, impupandosi e sfarfallando a fine primavera/inizio nestate, chiudendo il ciclo con la comparsa di nuove femmine adulte.
    Per contrastare l’infestazione il metodo di lotta più efficace è quello biologico, con l’introduzione nel castagneto dell’antagonista naturale: imenottero,parassitoide-Torymussinensis-, che depone le uova nelle galle del Cinipide, da cui si sviluppano larve chenutrendosi delle uova del parassita contengono la diffusione del danno, senza nuocere alla pianta. Oppure, se l’infestazione si manifestano in maniera lieve su giovani piante, il rimedio consiste nell’asportazione e bruciatura dei rami colpiti, prima dello sfarfallamento degli adulti. Anche perché il ricorso alla lotta chimica è difficile e poco praticabile in ambito forestale;
  • Tortrice– CidiaPammene fasciata-: è un piccolo lepidottero falena: lepidottero attratto dalle luci artificiali,caratterizzato da abitudini crepuscolari-notturne (dai colorialquanto spenti per favorire lamimetizzazione)e da antenne che possono essere piumate o filiformi, a differenza di quelle a clava delle farfalle. Il ciclo è annuale, con svernamento delle larve in bozzoli nel terreno o sotto la corteccia, nei quali si sviluppano gli adulti che sfarfallano a inizio estate (giugno-luglio). Le femmine, dopo l’accoppiamento, depongono le uova sulle nervature delle foglie o sulle gemme, che si schiudono in estate-autunno. Le larve appena nate scavando gallerie, penetrano nei giovani ricci, per nutrirsi del contenuto, provocando la prematura la caduta e la conseguente riduzione della produzione. Larve che, una volta mature, escono dal riccio per cercare un luogo riparato (sotto la corteccia o nel terreno) dove costruire un bozzolo per prepararsi a superare la rigidità invernale.
    Per la lotta siutilizzano metodi di difesa biologici come: - il monitoraggio con trappole ai feromoni,da esporre all’inizio dell’estate per intercettare la presenza degli adulti; - trattamento con Bacillusthurigiensiscarpocapsae spruzzandolo sulle larve appena nate, quando si spostano dalle foglie ai frutti; - l’uso, in autunno, di nematodi entomopatogeni (che causano malattie negli insetti)-Steinermem-carpocapsae-, spargendoli sul terreno intorno agli alberi per colpire le larve che vi svernano;
  • Balanino - Curculioelephas- :è un piccolo coleottero di colore marrone/nero,con un rostro molto lungo e sottile che usa per forare i frutti, ed è noto per le sue larve: vermi bianchi,tozzi, senza zampe e arcuati che si sviluppano all’interno delle castagne, che danneggiano irrimediabilmente scavando galleri. Mentre gli adulti si nutrono di gemme, oltre che di frutti causandone la caduta precoce.
    Il ciclo annuale prevede che le larve svernino nel terreno, a circa 10-20 cm di profonditàdove, in primavera (maggio-giugno) si impupanoper poi, dopo 15-20 giorni, emergere daadultiper salire sull’albero. Le femmine, avvalendosi del rostro, forano i ricci e le castagne, deponendo un uovo al loro interno, da cui in autunno nascono le larve, che per nutrirsi (creano una celletta detta criptocecidio) ne causano lo svuotamento. A maturità, tramite un foro, escono dalle castagne per svernare interrandosi, completando il ciclo.La lotta può essere condotta attraverso:
    pratiche agronomichee fisiche quali: raccolta immediata e  distruzione  delle castagne cadute precocemente e infestate, per eliminare le larve prima che si sviluppino; - applicazione, tra giugno e agosto,  di fasce adesive sui tronchi, a circa 50 cm da terra, per intrappolare gli adulti che cercano di risalire; - stesura di teli  a maglie strette sotto chioma, per impedire alle larve di interrarsi e agli adulti di emergere;- trattamento di termizzazione (Immersione delle castagne in acqua calda a 50°C per un tempo breve di almeno 15 secondi), per l’eliminazione delle larve;
    l’adozione di metodi biologici: -irrigando, tra aprile e settembre, il terreno con nematodi – Heteroohabditisbacteriophora – o il fungo -Beauveriabassiana -entomopatogeni, per parassitare le larve presenti nel suolo;
    lazione meccanica: con la raccolta delle castagne,comprese quelle che si trovano sotto i teli di plastica posti al momento della raccolta, e lo stoccaggio dei recipienti che li contengono su piani di cemento, per isolare le larve;
    l’impiego di prodotti chimici: consigliabile solo in casi di gravi infestazioni (per evitare di danneggiare il circostante ecosistema), ricorrendo a insetticidi Piretroidicontenenti principi attivi come:Lambdacialotrina o Deltametrina, oppure a formulazioni specifiche a base di Fosmet.
2) Le Crittogame (Funghi patogeni):
  • Cancro corticale – Cryphonectriaparasitica: malattia devastante che forma lesioni e tumefazioni (cancri) sulla corteccia, interrompendo il flusso della linfa, spesso con formazione di crepe con sporgenza di corpi fruttiferi -picnidi-(aventi la forma di piccoli punti arancioni o rossi, contornate da aree depresse con bordi rossastri o arancioni) ed evidenti necrosi che portano l’albero attaccato alla morte;
  • Mal dell’inchiostro -Phitophthoracambivora e P. cinnamomi: si riconosce per lachioma rada con foglie ingiallite/secche, presenza di fessure verticali alla base del tronco con essudato nero-marrone simile all’inchiostro, e tessuti interni nerastri a forma di fiamma al disotto della corteccia. Colpisce le radici, compromettendo l’assorbimento idrico e nutrizionale, causando il conseguente disseccamento, con sintomi che variano da un rapido deperimento ad una morte in pochi anni;
    Per contrastare i gravi effetti dei patogeni fungini sopradescritti si può intervenire con trattamenti:
    preventivi:
    utilizzando portinnesti resistenti come gli  ibridi giapponesi; - sterilizzando sempre gli attrezzi da potatura e le marze con soluzioni a base di rame; - garantendo un buon drenaggio del terreno per allontanare l’acqua; -  evitando di produrre ferite al colletto della pianta durante il lavoro di decespugliamento; - effettuando un regolare intervento di potatura per aerare il fogliame; - evitando di sostituire subito le piante morte; - tagliando  e bruciando  i rami secchi e le parti infette; - proteggendo la ferite di potatura ed innesti, sigillandoli con mastici cicatrizzanti  specifici o inoculando microrganismi antagonisti; - erimuovendo, in caso di marciume radicale, le piante colpite.
    specifici:
    intervenendo, in primavera o inizio autunno, con prodotti specifici sistemici, come il Fosfonato di potassio dall’effetto induttivo di resistenza, tramite iniezioni al tronco (endoterapia), o aspersione fogliare o al suolo, per favorire l’assorbimento;
    ripopolando il suolo con prodotti contenenti funghi benefici, come: Micosat Funo, e Agri BioAktiv, per ostacolare il diffondersi di patogeni e rinforzare le radici;
    somministrando, con la stessa metodologia del Fosfonato, preparati stimolanti come il Vitaseve, o biostimolanti come il Live da Tron, per aiutare la pianta a produrre nuovo legno e a riprendersi;
    eseguendo la sterilizzazione termica dei frutti a 50°C per 45 minuti, dopo la raccolta;
  • Il marciume delle castagne – Gnomoniopsiscastaneae-: fungo ascomicete (che forma le spore all’interno di strutture a forma di sacco chiamate aschi) responsabile del “marciume gessato” o del (marciume bruno) che agisce come endofita (che vive all’interno di altro organismo), colonizzando il frutto senza sintomi esterni visibili, rimanendo latente in gemme, foglie e fiori fino al momento della raccolta e conservazione.Quando  diventa patogeno specie incondizioni ambienti caldo-umidi, rendendo la polpa inizialmente bianca e gessosa, poi spugnosa e brunastra, compromettendone il sapore e la commerciabilità. Tanto da causare perdite di quote significative del raccolto. Motivo per cui viene considerata una delle più gravi malattie emergenti del castagno, sia in Italia che a livello internazionale.
    Attualmente, purtroppo, non esistono metodi di lotta molto efficaci, anche se si sono rivelate pratiche utili:
  • la curatura in acqua calda(o meglio la termizzazione/sterilizzazione per un trattamento rapido, mantenendo le castagne ad una temperatura costante di 50 °C per 45 minuti, per eliminare parassiti e muffe, senza cuocere il frutto) ),o in acqua fredda  “novena”, consistente in altro  metodo di conservazione naturale basato nell’immersione dei fruttiper un periodo di 4 – 9 giorni, per mantenerle fresche per mesi ed eliminare parassiti e muffe, garantendo la conservazione senza alterare le caratteristiche organolettiche;
  •  e l’adozione di una sistematica pratica di potatura,finalizzata ad assicurare un buon arieggiamento della chioma.
 
Curiosità storico- leggendarie
Non si conoscono le esatte origini del castagno, tuttavia ritrovamenti di reperti fossili   attestano che l’albero dovrebbe derivare da un ceppo originatosi nel Terziario, circa 10 milioni di fa.
 
Gli uomini delle caverne, come evidenziano resti fossili di 20.000 anni fa, si sono sempre cibati di castagne, sin da quando l’attività agricola non era ancora praticata.
 
Per quanto riguarda il castagno “nostrano”, dall’analisi di polloni fossili trovati nelle Alpi Apuane, risulta che fosse presente in Italia circa 10 mila anni fa, resistendo ad ondate di freddo glaciale susseguitesi nel tempo.
 
La castagna, da sempre denominata il “pane dei poveri”,è presente nella dieta dell’uomo fin dalla preistoria e le sue virtù erano ben note e celebrate già dagli autori più antichi, come si evince dai riferimenti di seguito riportati:
 
-Ippocrate (IV secolo a.C.) parla di “noci piatte” di cui esalta, il valore nutritivo e lassativo e, nel caso vengano utilizzate le bucce, anche astringente;
 
-Teofrasto, filosofo e botanico greco, nella sua “Storia delle piante” (IV secoli a.C.) parla di “Ghianda di Giove”, riferendosi alla castagna e segnala la presenza di questo albero nell’isola di Creta;
 
- Senofonte, storico e scrittore greco (450 – 355 a.C.), definisce il castagno “l’albero del pane”;
 
- Ulpiano, giurista romano, ricorda la “silvapalaris” (III secolo d. C.), da cui si traevano i pali per la coltivazione della vite;
 
- Catone il Censore, politico e scrittore romano (234 149 a. C.),nel suo trattato “De Agricoltura” (II secolo a.C.), parla di “noci nude”;
 
- Marco Terenzio Varrone, letterato romano (116 – 27 a.C.),nel suo manuale “De re rustica” (I secolo a. C.), menziona un frutto “castanea” venduto nei mercati frutticoli della Via Sacra a Roma e che, come l’uva, veniva offerto in dono dai giovani innamorati alle donne amate;
 
- Virgilio, poeta latino romano (70 – 21 a. C.), nel secondo libro delle “Georgiche” (I secolo a. C.) consiglia di innestare il castagno sul faggio; nelle “Bucoliche” afferma che il castagno era presente intorno al 38 a. C. e descrive la pianta come albero da frutto comune ben coltivato e che con le foglie si imbottivano i materassi e il frutto era pregiato. Mentre nelle “Egloghe” ricorda le castagne cucinate con latte e mangiate con il formaggio;
 
- Marziale, poeta latino spagnolo poi trasferitosi a Roma (40 -194 d. C.), nel “Del re hortensi”(I secolo d. C.),ricorda che nessuna città poteva gareggiare con Napoli nell’arrostire le castagne.
 
Ma la Prima fase di espansione della coltivazione del castagno in Europa, e specialmente sul versante meridionali della Alpi, risale all’Età Imperiale dell’Epoca romana (I – III secolo d. C.), ad opera dei romani tramite lo sfruttamento delle loro campagne di conquista.
 
Fase a cui ha fatto seguito un ulteriore decisivo incremento promosso dallaGrancontessa Matilde di Canossa la “la magna comitissa”:grande feudataria, figuracentrali del Medioevo Italiano(476: caduta dell’Impero Romano d’occidente – 1492: scoperta dell’America).In quanto intuì l’estremaimportanza che tale estensione poteva avere sulla sopravvivenza alimentare delle popolazioni montane italiane.  A tal fine promulgò regolamenti che portarono ad un reale miglioramento della produttività dei castagneti, tanto da fornire agli abitanti dei suoi domini un sostentamento certo, quando ancora non c’era né la patata il mais. Avvalendosi poi dell’ausilio della sapienza dei monaci benedettini, sono state moltiplicate e diffuse le piante in aree vocate, nel rispetto di un criterio agronomico che viene definito ancore oggi “sesto d’impianto matildico”. Secondo il quale le piante, allevate in forma libera, sono disposte ai vertici di triangoli sfalsati distanziati di circa 10 metri. Sistema che consentiva di sfruttare l’erba del sottobosco per il pascolo delle greggi e di raccogliere agevolmente le foglie da utilizzare nella stalla come alimento e giaciglio per gli animali.
 
Fase di espansione del castagno a cui ha fatto seguito,con inizio nel secondo dopoguerra italiano (1945), l’avvio di decadenza della coltivazione, a causa: -  dell’abbandono delle campagne e delle zone montuose in particolare; -del progressivo miglioramento delle condizioni di vita e della perdita d’interesse del prodotto come fonte di sostentamento;- e dell’insorgenza di autentiche malattie epidemie quali il “mal dell’ inchiostro” eil“cancro corticale”, e dei dannosissimi effetti dell’infestazione  di un insetto: il Cinipide,proveniente dall’Asia.Complesso di concause che hanno prodotto in breve tempo la decimazione del patrimonio castanile.
 
Nonostante ciò, la consapevolezza dell’importanza e del culto nei confronti del castagno non è venuta mai meno.Come testimoniano le consuetudini, particolarmente diffuse nel del Piemonte, dove:
 - gli alberi di questa specie non venivano mai abbattuti, come forma di rispetto;
 
- il legno di castagno è stato considerato fin dall’antichità un materiale prezioso e dal grande valore simbolico. Tant’è che secondo molti proverbi popolari, veniva usato per realizzare le culle dei neonati che, in questo modo, sarebbero cresciuti forti e sani; -i rametti di castagno, invece, grazie al potere di allontanare gli spiriti maligni, venivano donati come talismani di protezione ai viandanti;
 
-fin dal Medioevo i frutti erano considerati il cibo dei morti e, ancora oggi, sopravvive l’usanza, la vigilia del 2 novembre, di recitare il rosario mangiando castagne e lasciandone sulla tavola imbandita una casseruola bollite e un bottiglione di vino, perché si crede che le anime dei defunti tornino sulla terra per rivedere i luoghi in cui sono vissuti;
 
-nella tradizione popolare, le castagne avevano anche una valenza magica e benaugurante: motivo per cui erano considerate un dono prezioso in occasione del battesimo, oppure come gesto ospitale nei confronti degli invitati a un matrimonio, ben prima della diffusione dei confetti.
 
Tanto che in seguito alla constatazione dei rovinosi effetti imputabili all’assenza o alla carente presenza, specie in zone collinari, di questo provvidenziale albero, di recente, dalla Strategia Forestale Nazionale, è statopredisposto il progetto di ricostituzione dell’interezza e della valorizzazione del patrimonio castanile, in precedenza descritto.
 
L’Oroscopo Celtico:
 
i nati, dal 15 al 24 maggio e dal 12 al 21 novembre, sotto il segno del Castagno(corrispondente al segno Zodiacale: Toro, Gemelli e Scorpione), amano aiutare la collettività, riescono ad adattarsi a diverse situazioni e prediligono essere di supporto agli altri. Quando riescono a trovare un ideale da seguire, diventano una vera e propria fonte di potenzialità e capacità. In particolare, in compagnia di anime semplici (come i nati dal 19 al 29 febbraio e dal 24 agosto al 2 settembre sotto il segno del Pino, corrispondente ai segni Zodiacale: Capricorno, Acquario, Cancro e Leone), con i quali riescono a costruire una costruttiva filosofia ed un rapporto sinceramente improntato alla generosità. Allo stesso tempo hanno una grande fiducia nel prossimo e spesso preferiscono agire senza apparire.Sovente e volentieri necessitano di una mano nel perseguire i loro obiettivi eper essere incoraggiati e spronati ad aver fiducia nei loro mezzi.
 
Pro:
 
Senza dubbio, uno dei più importanti punti di forza dei nativi è certamente il valido contributo che riescono a dare all’ambiente in cui vivono. Quando trovano una meta da raggiungere diventano energici e determinati nel raggiungerla, anche grazie alla loro naturale flessibilità e all’ innata capacità di rinnovarsi.
 
Contro:
 
Se un castagno si intestardisce a raggiungere un risultato, rischia di diventare incapace di ascoltare gli altri e di trovare punti di mediazione. La sua apertura mentale si riduce ai minimi termini e corre il rischio di ridursi a bigotto. In questi casi non è più in grado di riconoscere i differenti punti di vista e la varietà della vita.
 
Amore:
 
I nati sotto questo segno hanno bisogno di provare sentimenti profondi all’unisono con il loro partner. Se questo si verifica, essi si dimostrano persone solari e molto fedeli, anche se estremamente chiari e diretti. Atteggiamento che, qualche volta, può creare qualche problema.
 
Salute:
 
Oltre a rappresentare le caratteristiche comportamentali delle persone, l’oroscopo esprime i legami del segno con le proprietà curative delle piante associate: Assenzio, Cappero e Coriandolo e con specifiche potenziali problematiche o punti di forza del corpo degli appartenenti: circolazione, genitali, schiena,metabolismo e psiche.

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: Il Leccio

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: Il Leccio Copertina    (commenti:1) (510-4-0)
Domenico Brancato

Pianta  antica,  possente, dall’utilizzazione versatile e ricorrente oggetto di citazione in molte leggende, la cui maestosità è possibile ammirare  anche  nei  parchi e nei giardini del nostro territorio.
 
Classificazione botanica:
Nome comune: Leccio detto anche Elce
Nome scientifico/Specie: Quercus ilex
Classe: Magnoliopsida
Ordine: Fagales
Famiglia: Fagaceae
Genere: Quercus
 
Origine Nome: deriva dal latino “cerrus” , forse derivante da una radice mediterranea  kaer (bello), nel senso di bell’albero.
 
Luogo di origine: Area Mediterranea. In Italia, dove forma boschi puri anche di notevole   dimensioni, è diffuso  su tutto il territorio  nazionale  fino ai 600 metri S.L.M,  ma soprattutto nelle isole e lungo le coste liguri, tirreniche e ioniche. E più sporadicamente sul versante adriatico, tranne che in Puglia, Abruzzo e Marche.
 
Consistenza e morfologia: Trattasi di un albero sempreverde, alto fino a 20-30 metri,  dalla chioma inizialmente densa ovale, che in età adulta diventa globosa. Anche se  può assumere aspetto  cespuglioso se cresce in ambienti rupestri (rocciosi e scoscesi). E’ molto longevo, ma dalla crescita alquanto lenta.
 
Caratteristiche componenti struttura: Il tronco, sul quale spesso si innestano i rami  ad angolo retto fin dalla base,  è generalmente corto robusto contorto, rivestito da corteccia liscia di color grigio-bruno da giovane, per poi divenire grigio-bruna e screpolata;  le radici sono robuste fittonanti  profonde  e si sviluppano già dei primi anni di vita, penetrando  per diversi metri nel terreno.
 
Il che comporta una notevole resistenza alla siccità, ma anche problemi di trapianto, che la specie sopporta male.
 
Le diramazioni laterali possono essere anch’esse molto robuste e spesso emettono polloni; le foglie, portate da un breve picciolo, sono persistenti (con una vitalità di 2-3 anni), alterne, presentano una consistenza coriacea e possono avere forme diverse a seconda dell’età della pianta.
 
Negli individui giovani e nei polloni hanno margini dentellati e spinescenti (per difendersi dagli animali) e forma ovale o ellittica, con margini lisci o dentati e lamina superiore di color verde lucido, ed inferiore bianco- lanuginosa.
 
Negli esemplari adulti sono più strette e ovali, lisce e leggermente ondulate, con la parte superiore verde scuro lucente e la sottostante grigiastra densamente feltrata; i fiori maschili e femminili si trovano sulla stessa pianta (monoica), separati fra di loro.
 
Quelli maschili, di colore giallo scuro, sono riuniti in amenti penduli cilindrici lunghi fino a 7 cm; mentre quelli femminili, lunghi circa 2 mm, sono raggruppati in corti piccioli di 3-6 elementi, di colore grigio-verde con estremità rosata,  dotati di un piccolo peduncolo che li unisce al ramo.
 
La fioritura si verifica a maggio; i frutti sono delle ghiande (acheni), dette lecce, di colore verde chiaro, protette per 2/3 da cupole squamose di colore grigio cenere, portate, singole o in gruppi di 2-5, su un peduncolo lungo circa 10-15 mm. Le dimensioni variano da 1,5 a 3 cm di lunghezza, per 1-1,5 cm di diametro.
 
A maturazione, in autunno dello stesso anno della formazione, evidenziano una colorazione castano scuro con striature più marcate e la formazione di un robusto mucrone apicale; il legno è composto dall’alburno (parte più esterna, giovane, tenera e vitale, nel quale scorre la linfa grezza) di colore chiaro e del sottostante durame (parte compatta di colore scuro, non più vitale, che circonda il midollo).
 
Trattasi di un legno duro e pesante, soggetto ad imbarcazioni (deformazioni, piegature e torsioni).
 
E’ fra i legni più tannici che si conoscano
 
Tant’è che se nel legno fresco appena tagliato si conficca un chiodo di ferro, dopo qualche ora è possibile notare una piccola chiazza blu che lo circonda, dovuta all’effetto della reazione dei tannini (sostanze chimiche amare di colore scuro) con il ferro: tipico fenomeno di questa ed altre piante tanniche.
 
Riproduzione: si effettua seminando le ghiande mature in vaso, trapiantando le piantine in pieno campo, dopo circa 2 mesi (affiancandole con un supporto per mantenere eretto il fusto) e praticando pacciamature (copertura del terreno con uno strato di materiale organico  inorganico per migliorare le condizioni di crescita della pianta) con materiale ricco di sostanza organica e regolari ed abbondanti annaffiature.
 
Longevità: può giungere fino a mille anni.
 
Il leccio più antico d’Italia, denominato “l’Ilice di Carrinu”, ha un’età stimata di oltre 700 anni, si trova in Sicilia all’interno del Parco dell’Etna, nel territorio di Zafferana Etnea, ad un’altitudine di circa 937 sul livello del mare; ed essendo considerato un esemplare di eccezionale valore storico e monumentale, dal Corpo Forestale dello Stato, è stato inserito nel patrimonio italiano dei monumenti verdi.
                       (segue riproduzione particolari del leccio più antico d’Italia)
Esigenze:
  • climatiche: essendo una pianta rustica, si adatta a qualsiasi clima: da quelli meridionali a quelli centrali, purché in posizione bene esposta alla luce del sole.  Può vivere centinaia di anni anche in ambienti aridi, ma non in zone dal clima freddo. Trova l’habitat ideale nei parchi italiani, dove può dispone di molto spazio;
  • Terreno: si adatta bene a qualsiasi tipologia di suoli anche salmastri, anche se preferisce quelli non troppo umidi e ben drenati, in quanto soffre i ristagni d’acqua. Ha una crescita maggiore in terreni vulcanici e minore in quelli rocciosi calcarei e prevalentemente argillosi e friabili (sciolte);
  • Idriche: anche se resistente alla siccità, è utile la somministrazione di abbondanti annaffiature, ogni circa 20 giorni, in presenza di terreno perfettamente asciutto, specie nel primo stadio di sviluppo;
  • Nutritive: per nulla esigente, anche se è bene apportare, ogni 2–3 anni, del concime organico (stallatico o humus di lombrico) mescolandolo al terreno intorno al fusto;
  • Potatura: si esegue in autunno per sfoltire e contenere la chioma, eliminando i rami primari e secondari secchi e praticare la cimatura, al fine di favorire il ringiovanimento e migliorare l’aspetto della pianta.
Parassiti:
 
Cocciniglia del leccio - Nidularia pulvinata -: è un Emittero la cui femmina adulta è di colore bruno scuro, lunga circa 3-4 mm, con un ovisacco (formazione anatomica a forma di sacco, che serve a contenere e proteggere le uova durante la loro incubazione) ceroso biancastro che ricopre il corpo.
 
Generalmente compie una generazione all’anno.
 
Le neanidi (giovani insetti) si disperdono sui rami e sul tronco, per poi trasformarsi in femmine adulte e maschi alati per, a fine giugno-luglio, compiere la fecondazione.
 
Dato che si nutre avidamente di linfa, è causa il disseccamento della chioma infestata e dell’indebolimento generale della pianta.
 
Per combattere le infestazioni risultano particolarmente efficaci trattamenti specifici endoterapici, cioè a base di prodotti che vengono iniettati direttamente nel tronco della pianta. Il che consente la distribuzione della sostanza attiva all’interno dell’intero albero, riducendo al minimo l’impatto ambientale.
 
Altra opzione per controllare la diffusione del parassita è quella, ancora in via sperimentale, della lotta biologica attraverso la distribuzione, da fine inverno a fine agosto, di predatori come l’Exochomus quadripustulatus (che si produce in appositi laboratori) sulla vegetazione. Comunque, poiché le piante stressate sono più soggetti agli attacchi parassitari, la prevenzione più efficace consiste nel mantenerle in buona salute, praticando sistematicamente adeguate cure.
 
Afide del leccio o Pidocchio delle piante – Philloxera quercus –: è un Emittero che attacca il leccio localizzandosi sulla pagina inferiore delle foglie, sulle quali provoca ingiallimenti, macchie, accartocciamento, disseccamento e ampie aree necrotiche.
 
La formazione di nuova vegetazione, favorisce lo sviluppo del parassita; mentre le primavere piovose ne ostacolano la diffusione.
 
Per prevenire le infestazioni, quindi, bisogna evitare di effettuare potature che stimolano eccessiva vegetazione e procedere regolarmente a monitorare le condizioni di salute della pianta. Mentre la lotta consiste nell’utilizzo di: sapone molle di potassio, per eliminare gli insetti e la melata; olio di Neem, per alterare il ciclo vitale; prodotti più specifici a base di piretro; e, in casi di infestazioni severe, antiparassitari sistemici (che vengono assorbiti dalla pianta e trasportati all’interno del suo tessuto tramite la linfa, raggiungendo anche le parti non direttamente trattate), da distribuire appena si evidenziano i primi sintomi della presenza del parassita.
 
Moscerino galligeno -Dryomyia  lExochom quadripustulatusichtenst - : gli adulti, che compiono una sola generazione all’anno, sono piccoli ditteri con lunghe zampe e ali pelose.
 
In primavera depongono le uova sulle foglie, gemme, fiori e fusto. Le larve svernano all’interno delle galle che hanno creato, nelle quali completano il loro sviluppo nell’anno successivo, quando fuoriescono scavando un piccolo foro.
 
Galle, conosciute anche come cecidi, che sono dovute ad una reazione della pianta (in seguito alla deposizione delle uova del parassita) con escrescenze anomale tondeggianti, che a maturazione assumono una colorazione marrone e dimensioni del diametro variabile da pochi mm ad 4-6 cm che, in caso di elevate concentrazioni, possono ostacolare lo sviluppo della pianta.
 
Ma che, in compenso, hanno anche uno scopo difensivo nei confronti degli attacchi degli insetti, in quanto  essendo  impegnati  a  formare  le galle evitano di parassitare le ghiande.
 
La metodologia di lotta comprende: - asportazione e bruciatura delle galle quando sono verdi, per evitare la diffusione delle larve ancora al loro interno; - il posizionamento di trappole adesive gialle intorno alle piante per la cattura dei moscerini adulti  (Finalità che si può  ottenere anche con la realizzazione di trappole fai-da-te, utilizzando dei  barattoli contenente acqua e aceto  di mele e una goccia di detersivo per piatti, che rompendo la tensione superficiale dell’acqua farà affogare gli insetti che vi si poseranno); l’irrorazione  con una soluzione di olio di Neem o sapone molle di potassio sulla vegetazione infestata; - la rimozione superficiale di terreno sottostante la chioma per eliminare uova e larve del parassita; e l’accortezza di  lasciare asciugare bene il terriccio, fra una eventuale  innaffiatura e l’altra, per eliminare l’umidità necessaria all’insetto per sopravvivere.
 
Ragnetto rosso – Tetranychus urticae – è un acaro polifago che si nutre della linfa di diverse specie di piante, causando macchie depigmentate, ingiallimento, bronzature e caduta precoce delle foglie. Si manifesta con la formazione di ragnatele sottili tra le foglie ei rami e, in caso di massicce infestazioni, può causare il disseccamento di rami o di intere porzioni di chioma.
 
La prevenzione consiste nel mantenere le piante in salute ed evitare stress idrici ed eccessive concimazioni azotate, per non stimolare lo sviluppo di nuova vegetazione.
 
Mentre la lotta può essere condotta con metodi biologici con l’impiego di: olio di Neem; sapone di Marsiglia o per piatti miscelato con acqua e olio di soia; o attraverso la rimozione fisica con getti d’acqua ad alta pressione sulle foglie.  In presenza di gravi infestazioni, invece, occorre ricorrere a trattamenti a base di Piretro o Rotenone .
 
Corebo o Bupreste  fasciato del leccio – Coroebus bifasciatus -: Coleottero della famiglia dei Buprestiti, dal  corpo affusolato lungo circa 15 mm di colore verde dorato con riflessi bluastri,  depone le uova su giovani rami o sulle  ghiande.
 
Le larve appena nate penetrano e scavano gallerie discendenti all’interno dei rami e del fusto che possono raggiungere fino a 1,5 m di profondità, interessando corteccia e legno fino all’alburno.
 
Nell’inverno successivo, quando hanno raggiunto dimensioni anche di 40 mm, scavano una galleria che gira attorno al ramo fino a portarsi nelle vicinanze del suo centro, per poi risalire trasversalmente verso la corteccia, dove costruiranno la celletta pupale a forma di mezza luna, dalla quale usciranno, come adulti, verso metà giugno.
 
Ciò comporta l’interruzione del flusso della linfa, causando il progressivo disseccamento delle parti di chioma colpita. Specie in coincidenza di stagioni particolarmente secche che impediscono alle piante di produrre abbastanza linfa per annegare le larve.
 
La strategia del controllo del temibile parassita si basa su interventi di natura agronomica, mirati ad eliminare e distruggere i rami infestati, non appena si notano i primi segni di disseccamento, per impedire che gli adulti sfarfallino.
 
Limantria del leccio – Lymantria dispar -: è un lepidottero defogliatore, le larve, note come bruchi, si nutrono delle foglie risparmiando solo le nervature centrali, causandone il disseccamento e l’indebolendo della pianta. In caso di infestazioni gravi, possono colpire anche germogli e infruttescenze, dando all’albero un aspetto autunnale precoce.
 
La specie compie una sola generazione all’anno con la deposizione delle uova in inverno in ovature (aggregazione di uova) ricoperte da peluria protettiva, per garantire la schiusura in primavera-estate (Aprile-maggio).
 
Le neonate larve raggiungono la maturità e si trasformano in adulti a fine primavera-estate.
 
Le femmine hanno un corpo massiccio dotato di ali di 40-65 mm di apertura di colore biancastro con striature scure.
 
Però, non essendo in grado di volare, rimangono attaccate alla pianta ospite, segnalando la loro presenza ai maschi che volano alla loro ricerca, emettendo feromoni (sostanze chimiche prodotte da ghiandole esocrine: sudoripare, salivari, sebacee, ecc., che producono secrezioni come sudore, saliva e muco.
 
Secrezioni che vengono rilasciate sulla superficie corporea per attrarre il sesso opposto della stessa specie, allo scopo di garantirne la riproduzione) I maschi sono più piccoli e dispongono di ali con un’apertura di 35-40 mm, di  colore nocciole-brunastro con screziature più scure, che gli consentono di essere abili volatori.
 
Il controllo del vorace parassita può effettuarsi con metodi:
  • biologici e manuali: in inverno, individuando ed eliminando manualmente le ovature  e i bozzoli (involucri di cui si circondano le larve per passare allo stato di crisalide e poi di farfalla) sui rami e sul tronco; in agosto-settembre, alla comparsa delle giovani larve, trattando le piante con prodotti a base del batterio Bacillus thuringiensis, che ingerendolo ne causa la morte. Oppure impiegando nematodi benefici: piccoli vermi entomopatogeni  che penetrano nel parassita, dove rilasciano batteri simbionti che liquefanno l’insetto uccidendolo rapidamente, per poi nutrirsi e riprodursi  al suo interno, dando vita a nuove generazioni che proseguono l’attacco .
  • chimici: basati, come per il controllo della Cocciniglia, sul metodo di trattamento endoterapico, consistente nell’iniezione di insetticidi sistemici direttamente sul tronco, per impedire che  le larve si diffondano copiosamente su tutta la vegetazione.
Utilizzazioni: il legno, essendo un molto duro, veniva impiegato per la costruzione di strutture soggette a forti sollecitazioni e ad usura, come navi, doghe di botti, parti di ingranaggi e ruote di carri agricoli e traversine ferroviarie.
 
Mentre dai Greci e Romani veniva usato per creare persino le prime “Corone civiche” che, nell’antica Roma, erano un’onorificenza per chi avesse salvato la vita ad un cittadino.
 
Oggi, invece, viene impiegato nell’Araldica civica, per realizzare specifici copricapi che rappresentano gli stemmi di enti territoriali, come città e comuni, e soprattutto è utilizzato per la produzione di carbone vegetale, legna da ardere (specie per i camini) e carbone (superiore a quello che si ottiene da altre Querce) di cannello (di forma cilindrica o a bastoncini, ampiamente usato per barbecue e grigliate.
 
La cui forma cilindrica lo rende particolarmente adatto per cotture che richiedono alte temperature e una brace duratura) prodotto con legno ricavato con il metodo di coltivazione a ceduo (con periodico taglio dei tronchi per la formazione di ceppaie: parte del tronco dalla quale si sviluppano germogli che diverranno altri alberi).
 
La corteccia: essendo molto ricca di tannino, fin dall’epoca etrusco-romana, era usata per il trattamento del cuoio e delle pelli. 
 
Le ghiande: più dolci di quelle delle Querce, rappresentano un’ottima fonte di cibo per molti animali selvatici: Cervi, Daini, Cinghiali e domestici, come i Maiali. Mentre, in passato, venivano impiegati per la produzione di ottima farina per la preparazione di pane e dolci, ed abilmente tostate davano una bevanda simile al caffè.
 
La pianta: grazie alla robustezza del suo apparato radicale fittonante e alle numerose radici laterali adatte a trattenere il terreno, viene adoperata come rimboschimento e, per l’ampia proiezione della sua estesa ombra e per la compatibilità con consistenti potature della chioma, trova ampia destinazione nei parchi e nei giardini per la formazione di magistrali decorazioni (Arte Topiaria). Inoltre, essendo una sempreverde, trova impiego nella formazione di siepi per la realizzazione di  “muri verdi” (sia  per funzione divisoria che difensiva) e di barriere naturali  (nelle regioni costiere) per la protezione del vento marino salmastro.
 
Le galle, fino a pochi secoli fa, rappresentavano una delle più interessanti materie prime, per la produzione dell’inchiostro ferrogallico, ampiamente utilizzato per la stesura dei documenti ufficiali, il cui preparato prevedeva l’aggiunta di acido tannico estratto appunto dalle galle.
 
Mentre, i bambini le usavano come palline per un gioco che richiedeva abilità manuale, per riuscire a svuotarle e praticare un foro laterale, dove inserire una cannuccia per costruire una piccola pipa, nella quale soffiavano per vedere chi riusciva a tenerla più a lungo sospesa.
 
Inoltre, da esse veniva ricavata una polvere rosa utilizzabile per produrre l’Alchermes: liquore dal colore rosso.
 
Proprietà fitoterapiche e utilizzi tradizionali, in particolare:
 
Le foglie producono effetti:
  • astringenti e antinfiammatori, grazie all’elevato contenuto di tannini, con   benefici nei confronti di infiammazioni della bocca e della gola e manifestazioni di diarrea ed emorragie;
  • antisettiche (in grado di aiutare a disinfettare cicatrizzanti) e vasocostrittrici, utili per favorire la guarigione di ferite, per ridurre il sanguinamento, trattare emorroidi e ragadi anali e curare problemi cutanei come l’acne;
Le ghiande, in passato, venivano consumate, cotte, crude e tostate per il potere astringente sviluppato dalla presenza di tannini;
 
Le galle essendo anch’esse ricche di tannini, hanno proprietà astringenti, antisettiche e sono un’ottima soluzione naturale per dissenterie, ulcere, emorroidi ed emorragie. Mentre la tintura di galle è perfetta per curare il colera: malattia infettiva causata dalla tossina prodotta dal batterio Vibrio Cholerae, caratterizzata da diarrea acquosa, causa di rapida grave disidratazione, e la gonorrea: affezione causata dal batterio Neisseria gonorinoeae, che si trasmette attraverso rapporti sessuali non protetti o attraverso il contatto diretto con secrezioni infette o dalla madre al neonato, durante il parto, causando una congiuntivite neonatale.
 
Manifestazioni patologiche che se non trattate possono produrre l’infiammazione pelvica e l’infertilità nelle donne, e l’infezione acuta di un’articolazione -artrite settica- negli uomini.  
 
La corteccia, In passato, si usava contro i disturbi gastrointestinali.
 
I preparati ottenibili dalle descritte parti di pianta, in genere, tradizionalmente, vengono impiegati per uso: - interno, in caso di lievi disturbi intestinali e diarrea; - esterno, per fare risciacqui o gargarismi in presenza di infiammazioni della bocca, della gola e per trattare ferite, lievi emorragie, per applicazioni su geloni, iperidrosi (eccessiva sudorazione) e altri disturbi della pelle.
 
Tuttavia, il Ministero della Salute, con una Direttiva del Dicembre 2010, ha consentito di inserire negli Integratori alimentari le sostanze e gli estratti vegetali della pianta denominati: cortex, fructus, lignum e surculi (giovani getti).
 
Curiosità storico leggendarie:
  • Un ramoscello di leccio, affiancato ad un ramoscello di ulivo, nello stemma della Repubblica Italiana, simboleggiano la forza, il coraggio, la dignità del popolo e la volontà di pace;
  • Nelle civiltà greche e italiche antiche il leccio fu un albero dotato di rilevante valore sacro, positivo nel periodo arcaico (Fase della storia greca che va dall’VIII secolo a.C. al 480 a.C.) di entrambe le civiltà, per assumerne successivamente una credenza sempre più negativa, fino a contornarsi di un'aura quasi funesta nello scorrere della storia di Roma; per poi essere rivalutato nel medioevo (476 d.C. -1492);
  • Ovidio (poeta romano 43 a.C. – 17 d. C.) narra che nell’Età dell’oro (Epoca greca di prosperità: II secolo d.C.), le anime immortali, sotto forma di api, si posavano sugli amenti del leccio da cui scendeva il miele;
  • Secondo un mito dell’antica Roma, nel lecceto alla base dell’Aventino viveva Egeria: ninfa ispiratrice di Re Numa Pompilio (753 a.C. - 673 a. C.);
  • Plinio il Vecchio, cittadino romano (23 d. C – 79 d. C.) scrittore, naturalista e filosofo della natura, riporta che sul Vaticano si levava il leccio più antico della città, già oggetto di venerazione religiosa da tempi più antichi, tanto che su quest’albero c’era un’iscrizione su bronzo in caratteri etruschi (dal IX al I secolo a. C.);
  • Per i Fulgorales (sacerdoti etruschi specializzati nell’interpretazione dei fulmini  (caratteristica definita Ars Fulgurali), sembra che  il leccio fosse un albero oracolare (sentenzioso) a causa della sua predisposizione ad essere colpito  dai fulmini;
  • Nelle isole ioniche (isole dell’arcipelago greco) una leggenda, narrata dal poeta Aristotelis Valaoritis nel XIX secolo, vuole che il leccio sia stato l’unico albero che acconsentì a prestare il proprio legno per la costruzione della croce.  Per questo i boscaioli delle isole di Acarnania e di Santa Maura – Grecia - temevano di contaminare l’ascia toccando “l’albero maledetto” per il suo legame con la crocifissione di Cristo. Tuttavia nei Detti (proverbi) di Egidio, terzo compagno di San Francesco, viene difeso il buon nome del leccio, quando riferisce che Cristo lo predilige perché fu l’unico albero a capire che il suo sacrificio era necessario, così come quello del Salvatore stesso, per contribuire alla redenzione. E proprio il Signore appariva spesso a Egidio sotto il leccio che, appunto, era visto come simbolo di sacrificio e redenzione;
  • Per i Celti (Insieme di popoli indoeuropei che si espansero in Europa tra l’800 e il 300 a. C., raggiungendo, tra il IV e il III secolo a. C., l’apice della loro influenza culturale fortemente legata alla natura, il leccio era l’albero del mondo, e i Druidi (sacerdoti) erigevano i loro altari sotto le sue fronde, che erano anche luogo di riposo per i viaggiatori;
  • Nel romanzo “Il barone rampante” di Italo Calvino, il protagonista Cosimo Piovasco di Rondò, decide di salire su un elce, cioè un leccio, e di non scendere più, passando sull’albero tutta la sua vita;
  • In attinenza all’emblema della potenza e solidità attribuita al leccio, si dice che la clava di Ercole o Eracle (figura mitologica greca ed eroe leggendario per la sua straordinaria forza sovrumana) fosse fatta dal suo legno.
Oroscopo Celtico:
 
per il quale non esiste un segno specifico chiamato Leccio.
 
Ma poiché esso è spesso associato simbolicamente alla Quercia, che invece è uno dei segni principali per i nati il 21 di Marzio, corrispondente al segno Zodiacale ariete, il significato attribuito a quest’ultima è di, conseguenza, attribuibile anche al Leccio, al quale l’oroscopo dedica un solo giorno, per cui sono rari i nativi del segno.
 
Per i Celti questi alberi avevano una forza e resistenza impressionanti che i nati il 21 Marzo ereditano e rappresentano come persone che hanno bisogno di ampi spazi, grandi libertà e sono naturalmente predisposti ad essere generosi e a guidare gli altri. Saldi e perseveranti, hanno un fortissimo senso della giustizia e mantengono sempre la parola data.
 
Se privati dalla loro indipendenza, però, possono diventare aggressivi quanto basta per riaverla indietro.
 
Caratteristiche dei nati sotto questo segno che, in dettaglio, evidenziano i seguenti aspetti:
 
Pro:
 
hanno un carattere forte ed orgoglioso, così come la personalità che amano ostentare, più che nascondere. Essi sono spesso al centro dell’attenzione ed evitano i comportamenti che ritengono mediocri. Hanno spesso grandi ideali che cercano di realizzare con tutti i mezzi di cui dispongono.
 
Contro:
 
evidenziano un certo egocentrismo e raramente amano farsi da parte, anche quando non riescono in qualcosa. A volte si rivelano essere egoisti e difficilmente accettano le critiche. Hanno una grande autostima che frequentemente rischia di ingannarli, rendendoli troppo ambiziosi.
 
In amore:
 
sono amanti passionali, che preferiscono su tutto essere corteggiati e ammirati. Quando si sentono provocati possono avere improvvisi scatti d’ira. Il loro partener deve avare una personalità complementare alla loro, possibilmente altrettanto forte e sicura di sé, per poter gestire la relazione nella miglior maniera.
 
Relativi alla salute:
 
oltre a rappresentare la qualità delle persone, il segno ha dei legami con le proprietà curative delle piante associate e con specifiche potenziali problematiche o punti di forza del corpo, che trovano riscontro rispettivamente in: camomilla, ginepro, alloro, rosmarino, pimpinella e occhi, cuore, ginocchi, schiena e polmoni.
 
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante Copertina (683-0-0)
Domenico Brancato

 
Il Fico
 
Il Fico trova riscontri in una storia millenaria menzionata in molte culture e tradizioni, e in virtù dei ritrovamenti archeologici che ne attestano la sua presenza già 11.000 anni fa, risulta essere una delle prime piante coltivate dall’uomo con profondi significati, sia nella religione che nella cultura popolare.
Classificazione botanica:
  • Classe: Magnoliopsida o Dicotiledoni
  • Ordine: Urticales
  • Famiglia: Moracee
  • Genere: Ficus
  • Specie e Nome scientifico: Ficus carica (in riferimento alle sue origini che vengono fatte risalire alla Caria: regione dell’Asia Minore. A testimonianza della sua coltivazione già nelle prime civiltà agricole di Palestina ed Egitto).
Origine etimologica del nome:
Il termine “fico” deriva Dal latino “ficus”, che a sua volta ha origini ancor più antiche, nel greco “syke”, anch’esso riferito all’albero del fico e al suo frutto. Inoltre, il termine “ficus” in latino ha la stessa radice del verbo “facere” (fare) , che denota un legame con la capacità del frutto di prodursi, crescere e svilupparsi. Il che dimostra come il nome del frutto e dell’albero del Fico ha una storia che attraversa diverse lingue e culture fin dai tempi remoti.
La parola “fico” però, pur avendo mantenuto il suo significato originale, nel tempo ha acquisito anche significati metaforici, spesso legati alla sua forma o alla sua presenza in espressioni popolari. I riferimenti letterari basati su tale parallelo trovano riscontro anche nel significato di attributo genitale femminile annotato già da Aristotele ( 2300 a.C.). Poiché il termine “fica”deriva dal siriano “pequ” e dal precedente accadico (lingua semitica estinta, parlata nell’antica Mesopotamia) “piqu”, ovvero “sigu”: nome riferito all’organo sessuale femminile (nel senso di varco, fessura), onde il nome del frutto per analogia.
Così, in italiano antico “fica” indicava sia l’albero che il frutto, ma successivamente ha assunto anche il significato metaforico di organo sessuale femminile.
“Figo” e “fico” poi, in italiano colloquiale, secondo Accademia della Crusca e Treccani , hanno entrambi lo stesso significato : “bello”, “forte”, “ganzo”. Anche se “figo” e “figa” sono una forma più informale , spesso utilizzata nella parlata giovanile , per indicare qualcosa di particolarmente affascinante.
 
Luogo di origine:
Il fico (Ficus carica) è originario dell’Asia occidentale , probabilmente dell’area compresa tra l’Iran e l’Arabia. Anche se la capacità di questa pianta di adattarsi ad una vasta gamma di climi, e di fornire un alimento considerato prezioso, ha contribuito alla sua rapida diffusione in molte parti del mondo fin dall’antichità, come: la regione del Mediterraneo (Grecia, Italia, Spagna, Turchia e Nord Africa), seguita da India, Cina , Giappone, Australia e Stati Uniti.
 
Caratteristiche componenti struttura:
è una pianta xerofila (che si adatta a vivere in ambienti aridi e secchi), eliofila (che vegeta ottimamente alla diretta e forte luce solare), caducifoglia (che perde annualmente le foglie) e latifoglia, dal fusto contorto con numerosi fragili rami formanti una chioma schiacciata che può raggiungere e altezze di 6 – 10 m; la corteccia è finemente rugosa di colore grigio-cenerino; la linfa è di un bianco latte; i rami sono ricchi di midollo con gemme terminali acuminate coperte da due squame verdi o brunastre; le foglie sono grandi, alterne, scabre, palmatolobate con 3-5 lobi irregolari, di colore verde scuro superiormente e più chiaro ed ugualmente scabre sulla parte inferiore; i fiori unisessuali molto piccoli, sono racchiusi all’interno di un ricettacolo (parte del fiore in cui sono inseriti i vari organi: stami, petali e sepali), carnoso, piriforme, ricco di zuccheri a maturità, di colore variabile dal verde al rossiccio fino al bluastro; Il frutto, detto siconio, è in realtà una infruttescenza (insieme di frutti all’interno di una struttura carnosa) di medie dimensioni con una piccola apertura apicale – ostiolo – che consente l’ingresso di un minuscolo imenottero (piccola vespa) pronubo (che svolge il ruolo dell’impollinazione). Anche se i veri frutti, in realtà, sono dei piccoli semi - acheni -che si sviluppano all’interno dell’infiorescenza, circondati da una polpa succulenta e dolce, che costituisce la parte edibile.
La specie comprende due forme botaniche che possono essere definite piante maschio e piante femmina. Dato che la prima: Caprifico (fico capro, cioè fecondatore) costituisce l’individuo che produce il polline con frutti non succulenti, né dolci e né commestibile, mentre la seconda: Fico vero, rappresenta la pianta femmina che produce frutti eduli con all’interno i semi. Anche se va precisato che in realtà il caprifico contiene nel frutto sia la parte femminile (ovari adatti a ricevere il polline), che la parte maschile (che produce polline). Parte femminile che però è modificata da un microscopico insetto: Blastophaga psenes che vive negli ovari trasformandoli in galle (escrescenze prodotte da punture di insetti), rendendoli sterili. Motivo per cui il caprifico svolge esclusivamente una funzione maschile, producendo polline che le femmine della vespa che alleva, uscendo cariche di polline, volano verso altri siconi dove, tentando di entrare attraverso l’ostiolo (piccola apertura situata nella parte superiore del siconio) dei fichi eduli per deporre le uova, rilasciano il polline sugli stigmi ( parte superiore del pistillo) dei fiori femminili, e dopo aver deposto le uova e svolto il loro ruolo di impollinazione, muoiono.
Onde l’interrogativo “Come. nascono i fichi dal sacrificio di una vespa?” Interrogativo che trova risposta nella seguente spiegazione: quando si taglia un fico a metà si possono vedere tanti piccoli filamenti, che erano dei piccoli fiori che sono sbocciati e che si sono trasformati in “polpa” creando il frutto. Tuttavia affinchè un fiore si trasformi in frutto ha bisogno di essere impollinato. Nel caso del fico l’impollinazione non può essere fatta solo dall’azione del vento (anemofila), ma ha bisogno dell’aiuto extra fornito dalla Blastophaga psenes, comunemente conosciuta come la vesta del fico. E poiché né il fico né la vespa possono fare a meno l’uno dell’altro, si stabilisce un mutualismo obbligato. In pratica, come già precisato, la vespa femmina entra nel frutto attraverso una piccola fessura chiamata ostiolo perdendo antere e ali, per depositare sia il polline che le sue uova nelle gallerie interne, per poi perire. Mentre i fichi maturano, le vespe maschio, prive di ali, crescono per prime ed emergono dalle gallerie fecondando le femmine che sono ancora rinchiuse, oltre a scavare un tunnel da cui le nuove vespe femmina, una volta cresciute, potranno uscire ed andare alla ricerca di altri alberi di fico da fecondare. Mentre le vespe maschio rimangono intrappolate nel fico e vi muoiono . Il che non significa che si mangiano i fichi con i resti di vespe, in quanto queste vengono “digerite” (scomposte) dalla ficina (enzima che si trova nel lattice del fico ed è in grado di degradare le proteine). Ciò esclude la valenza della raccomandazione derivante dalla diceria: “di non mangiare il fico intero , ma di spezzarlo prima, perché potrebbe esserci una vespa dentro”
Però nel tempo, oltre al descritto procedimento di formazione del frutto, tramite la genetica, sono state selezionate una grande varietà di fichi commestibili a maturazione “partenocarpica” (che avviene senza la fecondazione degli ovuli, e quindi privi di semi, o con semi vuoti e non vitali), che costituiscono la maggior parte dei fichi coltivati denominati “permanenti” , dato che rimangono sulla pianta anche se non sono stati fecondati, a differenza dei “caduchi” che, in assenza di fecondazione, cadono al suolo immaturi.
Anche se alcune, tra le varietà più pregiate (con caratteristiche più adatte per l’essiccazione), sono caduche, (come la varietà turca Smirne), cioè coltivabili solo dove è assicurato il completo ciclo vitale della Blastophaga.
Il fico commestibile, a sua volta, comprende tre tipi di siconi che hanno, annualmente, distinte fruttificazioni denominate:
  • Fioroni, che si formano da gemme dell’autunno precedente e maturano alla fine della primavera o all’inizio dell’estate:
  • Forniti o pedagnoli, che provengono da gemme primaverili e maturano alla fine dell’estate dello stesso anno;
  • Cimaruoli, prodotti da gemme di sommità sviluppatesi nell’estate e maturano nel tardo autunno.
Per cui, esistono:
  • varietà che producono solo Fioroni, altre che producono solo Forniti ed altre ancora che producono entrambe. Mentre le varietà con tripla fruttificazione sono pochissime, e con la terza fruttificazione pressoché irrilevante. Pertanto, per ovvi motivi di favorevoli condizioni climatiche , di norma, i Forniti detengono le caratteristiche di eccellenza, sia per quanto concerne la succosità che la dolcezza; anche se i Fioroni, per contro, vantano il pregio della precoce maturazione;
  • e varietà:
  • unifere: che producono solo una fruttificazione all’anno, come la: Meloncello, Catano, Brogiotto nero, Negretta e Verdino;
  • e bifere: che producono Fioroni sui rametti dell’anno precedente e fichi estivi-autunnali su quelli dell’anno, a loro volta:
- caprificabili, come la Fracazzano e Napoletano;
- e partenocarpiche, come la Ottano o Dottato e la Del Vescovo.
 
Luogo di origine:
Asia occidentale, probabilmente nell’area compresa tra l’Iran e l’Arabia, ma introdotto da tempo immemorabile nei paesi del bacino del Mediterraneo (Europa, Africa e Asia).
 
Particolari della struttura e morfologia:
E’ un albero dal fusto corto, contorto e ramoso che può raggiungere altezze di 6 – 10 m; la chioma ha una forma tipicamente espansa, larga e irregolare, spesso descritta a cupola, con le branche più basse che tendono a dipartirsi orizzontalmente, contribuendo a conferirle la forma allargata; la corteccia è finemente rugosa e di colore grigio-cenerino; i rami, la cui linfa è un lattice di colore bianco irritante ed acre (per cui se necessita addentrarsi nella chioma con clima caldo e soprattutto soleggiato, è consigliabile indossare camicia a maniche lunghe, ed in caso di manifestazione d’irritazione, evitare l’ulteriore esposizione ai raggi ultravioletti del sole, risciacquare con acqua la parte irritata e rimanere per qualche ora lontano dall’irraggiamento solare, anche indiretto) sono ricchi di midollo (che conferisce al legno una debole consistenza, tanto che, in seguito ad una arrampicata per la raccolta dei frutti o la potatura, quelli sollecitati da un eventuale urto, a prescindere dallo spessore, possono spezzarsi senza preavviso) con gemme terminali acuminate coperte da 2 squame verdi o brunastre; le foglie sono grandi , scabre, oblunghe con 3 – 5 lobi, di colore verde scuro sulla parte superiore e più chiare ed ugualmente scabre sulla pagina inferiore; i frutti, o meglio, come già precisato, trattasi di ’infruttescenzae, di medie dimensioni, carnose ricche di zuccheri, piriformi di colore variabile dal verde al rossiccio fino al bluastro-violaceo, internamente cave contenenti i piccolissimi fiori o semi; l’apparato radicale, robusto ed esteso, consente alla pianta di resistere bene alla siccità e adattarsi ai terreni salsi e incolti ed è efficace nella ricerca dell’acqua, anche in maniera invasiva, tanto che in un giardino può penetrare in cisterne, condotti e scantinati. Il fico, inoltre, è una delle rare piante da frutto che resiste, senza problemi, in tutte le fasi vegetative, ai venti salmastri.
 
Longevità:
In genere, la durata della vita vegetativa della pianta è di 50 anni, anche se talvolta, in condizioni favorevoli, può giungere ad oltre 70 anni. Con inizio della produzione intorno al quinto anno di età e il raggiungimento del picco fra i 30 e i 40 anni, per poi decrescere gradualmente.
 
Esigenze:
  • Clima: anche se si adatta ad una vasta gamma di condizioni, la pianta trova le condizioni ottimali in ambienti caldi con inverni miti, esposizione alla luce solare e temperature di 20 -30 °C , sia per la crescita che per la fruttificazione di qualità;
  • Terreno: di qualsiasi tipo, anche calcareo, purchè sciolto O non troppo argilloso, ricco di sostanza organica, ben drenato (privo di ristagni di acqua, possibile causa di marciume radicale) e con un grado di acidità leggermente acido o neutro, con valori di Ph (indice del grado di acidità o basicità) 6 – 7,5. In caso di eccesso di alcalinità o acidità, che potrebbe impedire alla pianta di assorbire i nutrienti necessari, è possibile effettuare, delle correzioni con l’apporto, rispettivamente, di zolfo e calce;
  • Concimazione: predilige terreni ricchi di sostanza organica, da apportare tramite somministrazione di compost o letame ben decomposto o con sovescio (coltivazione di piante che vengono fatte crescere e interrate in fase di fioritura) di leguminose, integrata, all’inizio delle primavera, con fertilizzanti bilanciati a base di potassio -K- fosforo -P- e meno azoto -N- per evitare di stimolare eccessivamente la rigogliosità vegetativa a discapito della fruttificazione ;
  • Irrigazione: regolare, per impedire che il terreno si asciughi completamente, specie durante la stagione di crescita e di produzione;
  • Potatura:
  • verde: va eseguita regolarmente, tra marzo e maggio, per eliminare i polloni (ricacci della base del tronco) con il taglio a raso terra e i succhioni (rami improduttivi a portamento verticale presenti all’interno della chioma), per evitare di sottrarre utili energie alla pianta;
  • di produzione: da eseguire, in inverno o inizio di marzo, solo quando necessita, per rimuovere rami secchi, malati e spezzati e quelli in eccesso. per evitare condizioni di aduggiamento all’interno della chioma e garantire uniformità di penetrazione di aria e luce solare e la regolarità quali-quantitativa della produzione. Con l’accortezza, visto che l’albero fruttifica sulle gemme apicali, di eliminare i rami superflui dalla base e non accorciarli, per non renderli improduttivi;
  • di mantenimento della regolarità dell’impalcatura e del vigore vegetativo: consistente nell’ eliminazione di eventuali rami che prendendo troppo vigore, diventano concorrenziali rispetto alle branche principali, e nell’effettuare il cosiddetto taglio di ritorno, attraverso la troncatura di un ramo principale, poco dopo una diramazione secondaria, per trasformarlo in ramo giovane in prosieguo di quello principale .
Moltiplicazione:
  • per talea: si effettua prelevando dalla pianta madre, preferibilmente a marzo, (in fase di riposo vegetativo, ma prossima al risveglio) un rametto di 2-3 anni della lunghezza di 20-25 cm, con una o più gemme,che dopo aver asportando le eventuali foglie presenti lungo il tratto inferiore e mantenute quelle della parte apicale, va posto in un vasetto, interrandolo per circa 10 cm in una composta di terriccio e torba, coprendolo con una bottiglia di plastica tagliata a metà, per mantenere una costante umidità, tramite una regolare irrigazione, con l’accortezza, , di tanto in tanto, di garantire la circolazione dell’aria, per evitare l’insorgenza di marciumi. Accorgimenti che, dopo circa tre settimane, dovrebbero consentire al ramo di emettere radici e dar vita ad una nuova pianta che potrà essere trapiantata;
  • per polloni: ottenibile legando, ad inizio estate, con un filo di ferro ben stretto, appena sopra il livello del terreno, il piede del pollone, ricoprendolo con circa 20 cm di terra che va da mantenuta umida per tutto il periodo estivo. Procedimento che a novembre successivo dovrebbe consentire lo sviluppo del le radici, e quindi la formazione di una nuova pianta pronta per il trapianto.
Trapianto :
il periodo più indicato per effettuarlo è tra ottobre ed aprile, escludendo le giornate molto rigide, attraverso lo scavo di una buca di almeno 50 cm profonda e di pari diametro, ancor meglio se di cm 70 x70 , specie in presenza di terreno compatto e argilloso, per far si che le radici abbiano intorno terreno facilmente permeabile. Con l’accortezza, al fine di mantenere la naturale fertilità del suolo, di separare la terra dei primi 20 cm da quella estratta più in profondità, in modo che quando si dovrà riempire la buca si potrà inserire prima la terra che stava più in basso e tenere per ultima quella rimossa in superficie. In quanto lo strato superficiale contiene molti microrganismi utili che necessitano di ossigeno per vivere. Microrganismi che se venissero sotterrati in profondità morirebbero, privando l’apparato radicale dei tanti benefici derivanti dalla loro presenza.
Utilizzazioni e proprietà medicinali:
  • il lattice (emulsione di aspetto lattiginoso di colore bianco e consistenza collosa), dalle proprietà emmenagoghe (che stimolano il flusso sanguigno nella zona pelvica e nell’utero e, in qualche caso, favoriscono le mestruazioni), antinfiammatorie, espettoranti e digestive. In passato è stato usato per far cagliare (coagulare) il contenuto proteico del latte (caseina), per la produzione artigianale del formaggio. Oppure veniva aggiunto al tuorlo dell’uovo nella preparazione del legante, per il metodo di tecnica pittorica diffusa nel Medioevo e nel Rinascimento;
  • le gemme fresche, grazie al contenuto di enzimi digestivi, regolarizzano la mobilità e la secrezione gastroduodenale, soprattutto in soggetti con reazioni psicosomatiche (consistenti in emozioni o stress che possono tradursi in sintomi fisici, come mal di testa, dolori muscolari, problemi gastrointestinali , anche se se non esiste una plausibile causa) non gestiti adeguatamente a livello gastrointestinale;
  • le foglie, raccolte da maggio ad agosto e fatte essiccare lentamente, contengono:
  • furocumarine (composti chimici naturali che a contatto con la pelle la rendono più sensibile agli effetti dannosi del sole e possono causare reazioni cutanee infiammatorie -fitofotodermatite-, caratterizzate da rossore, gonfiore, vesciche ed anche pigmentazioni persistenti);
  • bergaptene (sostanza chimica -furanocumarina) , nota per la sua capacità di rendere la pelle più sensibile alla luce –fotosensibilizzazione- . Il che significa che l’esposizione al sole o a lampade UV, può causare scottature o irritazioni);
  • psoralene (composto chimico che aumenta la sensibilità della pelle alla luce ultravioletta –UVA- . Composto che viene utilizzato in combinazione con l’irradiazione UVA, in una terapia chiamata foto chemioterapia - PUVA- per trattare diverse patologie, come psoriasi e vitiligine);
  • curmarina (composto organico naturale, appartenente alla famiglia delle benzopiranoni, noto per il suo profumo dolce, simile al fieno o alla vaniglia, utilizzato in profumeria, cosmesi ed , in alcuni casi, in ambito farmaceutico);
  • lattice: sostanza dalle caratteristiche sopra descritte.
  • frutti immaturi e giovani rametti: il lattice dei quali che sgorga dai loro tagli contiene amilasi e proteasi (tipi di enzimi che, nel caso specifico, aiutano a scomporre i carboidrati e le proteine), può essere impiegato, per uso esterno, per eliminare calli e verruche, grazie all’azione caustica e proteolitica (di degradazione delle proteine in piccoli frammenti: peptidi o amminoacidi). Anche se con cautela, essendo ustionante ed irritante per la pelle e pericoloso se applicato su estese superfici, specie se esposte alla radiazione solare;
  • frutti freschi: che se consumati in quantità hanno un effetto lassativo;
  • frutti essiccati: la cui ingestione produce effetti emollienti (che svolge azione di protezione delle mucose, di attenuazione delle irritazioni, di ammorbidimento dei tessuti, oltre a rendere più elastici gli strati superficiali della pelle) espettoranti e lassativi;
Proprietà nutrizionali:
  • i fichi sono un’ottima fonte di:
  • fibre, che favoriscono la digestione e contribuiscono al senso di sazietà;
  • vitamine K, B6, niacina (vitamina B3 e PP) e acido folico;
  • sali minerali, come: potassio, calcio, magnesio e ferro;
  • antiossidanti, come polifenoli, che contribuiscono a ridurre lo stress ossidativo nel corpo;
  • zuccheri, quali glucosio e fruttosio che erogano energia naturale;
Impieghi culinari per:
  • consumo fresco: sia da soli che aggiunti in insalate o combinati con formaggi;
  • confezione di marmellate e conserve;
  • preparazione di dolci e dessert: costituiscono un ottimo ingrediente per la preparazione di crostate, torte, biscotti, gelati e persino cioccolato;
  • accompagnamento salato: abbinati a formaggi, prosciutto crudo e piatti di carne.
Malattie e parassiti: il fico, anche se in genere non era particolarmente colpito da intensi attacchi, da qualche anno ha subito ingenti danni imputabili a sopraggiunti tipologie di infestazioni causate da alcuni temibili parassiti di seguito descritti:
  • Punteruolo nero – Scyphophorus acupunctatus - : trattasi di un coleottero della lunghezza di circa 2 cm totalmente nero, originario dell’America centrale, giunto accidentalmente in Italia intorno alla metà degli anni ’90 e diffusosi rapidamente nelle regioni centro meridionali, dove si è rivelato il più temibile parassita della pianta. In quanto è dotato di un rostro con il quale riesce a penetrare il legno lungo la zona del colletto e a depositarvi le uova. Uova dalle quali nascono larve che rodono la corteccia e il legno interno delle radici, compromettendo il flusso della linfa e la vitalità della pianta, oltre a nutrirsi dei frutti, che vengono completamente svuotate e fatti marcire. Il che rende difficile contenere gli attacchi, anche perché ancora non sono stati individuati efficaci predatori con cui impostare programmi di lotta biologica. Pertanto, allo stato attuale, l’unico rimedio consiste nell’osservare frequentemente le piante, e nel caso si riscontrino i primi fori in prossimità della base, disinfettare la parte interessata con Poltiglia Bordolese (a base di solfato di rame e calce) e irrorarla, per 2-3 volte, con una sospensione di spore del BEAUVERIA BASSIANA (in commercio esistente in diverse formulazioni denominate NATURALIS Biogard), preferibilmente la sera o al mattino presto, assicurando una buona bagnatura della vegetazione. Tuttavia, in condizioni di estesa infestazione, l’unico metodo per eliminare con certezza il parassita è quello di estirpare la pianta e distruggerla con il fuoco;
 
  • Coleottero cerambicide – Psacothea hilaris- la cui larva scava gallerie all’interno del tronco portando, con il tempo, a morte la pianta. Per impedirne la diffusione si consiglia una metodologia di lotta basata su:
  • prevenzione: consistente nel controllo, da marzo a giugno, della pianta per la rimozione manuale degli adulti, onde limitare la loro riproduzione; cura della pianta: rimuovendo i ristagni d’acqua, alla base e gestendo correttamente la chioma, per ridurre le are di nidificazione; applicazione di barriere fisiche: posizionando sul fusto, a circa 15 cm dal colletto, del nastro di carta cosparso di colla per insetti, per intrappolarli;
  • trattamenti biologici e con prodotti naturali, come: Nematodi entomopatogeni (che parassitano gli insetti provocandone la morte) – Steinemama carpocapsae (capsanem), per agire sulle larve nel suolo o nelle gallerie; Funghi entomapatogeni a base di Beauvenia bassiana da spruzzare sul tronco e sulle foglie per colpire gli adulti; Olio di Neem, o Sapone molle potassico, da spruzzare sulla pianta per soffocare gli insetti e interrompere il ciclo vitale; Galline, da introdurre in uno spazio recintato intorno alla pianta, per far catturare ed eliminare gli insetti mangiandoli; Rimozione delle piante, distruggendole con il fuoco, in caso risultino compromesse da gravi infestazioni, per evitare la diffusione del coleottero;
  • Efestia – Ephestia cautella o Falena del fico: temibilissimo lepidottero per la produzione dei fichi secchi, dato che le larve rodono l’interno del frutto riempiendolo di escrementi, mentre le femmine adulte depongono le uova sui fichi che cominciano a seccare sull’albero o sui frutti esposti al sole per completare l’essiccamento. Per difendersi dagli effetti dell’infestazione si possono adottare metodi:
  • preventivi, come: eliminazione, in autunno, dei residui vegetali, e di tutte le foglie cadute, per ridurre il numero di crisalidi svernanti, poiché l’insetto trascorre l’inverno appunto sotto forma di crisalide in bozzoli sericei;
  • di controllo biologico e naturale: - posizionando trappole a base di vino, zucchero, cannella e chiodi di garofano, per attirare e catturare le falene adulte, onde limitare l’ovodeposizione sui fichi; - o effettuando trattamenti a base di Bacillus thuringiennsis, per colpire le larve all’interno dei fichi o, in alternativa, nebulizzando una soluzione di Zeolite e silicato di sodio o potassio, per creare una patina protettiva sulla superficie dei frutti;
 
  • Cocciniglia del fico o cocciniglia elmetto (della forma che ricorda l’elmo militare) - Ceroplastes Sinensis - : è un piccolo insetto, particolarmente diffuso in Liguria, Toscana, Sardegna e Sicilia, dotato di scudetto rigido e piatto di colore bianco che, a partire da maggio, si attacca ai rametti ed alle foglie. Il danno prodotto è dovuto: alla distruzione delle foglie delle quali si nutre; alla intensa produzione di melata ed al successivo sviluppo di fumaggine, che determina l’occlusione degli stomi utili per la respirazione e l’impedimento del vitale processo foto sintetico. Per impedire la diffusione dell’insetto si possono praticare delle irrorazioni con macerati di felce (ampiamente presente nel sottobosco) o, per infestazioni consistenti, effettuando, in ore serali, irrorazioni a base di alcol, aceto o sapone di Marsiglia diluito, od emulsione di oli minerali sulle parti della pianta dove il parassita è presente;
 
  • Cocciniglia di S. Josè – Quadraspidiotus perniciosus- : a differenza della precedente specie, infesta tutte le parti della pianta con una predilezione per frutti, rami e tronco, che ricopre con una crosta fittissima di scudetti. Le sue punture provocano macchioline rossastre sulle parti colpite, malformazioni nei frutti ed un progressivo deperimento dell’intera pianta;
 
  • Uccelli (Merli, Storni, Beccafichi e Rigogoli o BeccaficHI realI), la cui predilezione per i frutti maturi, può causare ingenti danni, sia mangiandoli parzialmente, che provocandone la caduta a terra . Per cui, specie in ambienti più esposti a tale tipologia di attacchi, per salvare la produzione occorre impiegare dei dispositivi dissuasori, quali:
  • Reti anti-uccello che, costituendo una barriera fisica, sia su singoli alberi che su intere aree, impedisce agli animali di raggiungere i fichi;
  • Palloni dissuasori: da appendere agli alberi, con riportanti disegni spaventosi per gli uccelli, in seguito al movimento impresso dal vento;
  • Nastri riflettenti, CD o strisce di alluminio: che appesi ai rami, creano un effetto abbagliante che infastidendo gli uccelli li tengono lontani;
  • Spaventa passeri o sagome di predatori: che però dopo un buon effetto iniziale, a lungo termine, divengono poco efficaci;
  • Dissuasori sonori: dispositivi disponibili in commercio, che emettono ultrasuoni o suoni di predatori che infastidiscono gli uccelli;
  • Dissuasori olfattivi: sono repellenti a base di oli essenziali che applicati su spugne o altri supporti, diffondono un odore sgradevole per i voraci uccelli;
  • Repellenti naturali, quali: rosmarino, basilico e menta da piantare intorno all’albero, il cui odore sgradevole contribuisce a tener lontani i volatili;
 
  • Moria del Fico: trattasi di una malattia causata dal fungo, Ceraticystis ficicola che provoca: avvizzimento (ingiallimento precoce e successiva caduta) fogliare, disseccamento dei rami a partire da quelli più giovani, cancri sulla corteccia, fessurazioni sulla tronco e scolorimento interno del legno. Tanto da causare il deperimento e la morte della pianta. La diffusione avviene tramite il suolo contaminato tramite il materiale vegetale infetto, che quindi deve essere tempestivamente raccolto e bruciato;
 
  • Antracnosi – Ascochyta caricae - : è un fungo che si manifesta sulle foglie con tacche bruno-rossastre arrotondate o allungate lungo le nervature, al centro delle quali avviene il disseccamento dei tessuti e la comparsa dei picnidi (strutture riproduttive a forma di sacco);
 
  • Vaiolatura – Cercospora bolleana - : fungo che provoca macchie olivacee sulla nervatura delle foglie. Macchie che confluendo formano grandi chiazze brunastre che determinano l’accartocciamento e la caduta precoce delle stesse foglie;
 
  • Ruggine – Uredo fici - : fungo che attacca le foglie producendo sulla pagina superiore delle macchie gialle e, in corrispondenza, sulla pagina inferiore, i sori (strutture che producono le spore) giallo-bruni , causandone la prematura caduta e il ritardo della maturazione dei frutti;
 
  • Mal secco – Bacterium fici - : batterio (organismo vivente completo, capace di riprodursi autonomamente), in seguito alla cui infezione il tronco diventa di colore bruno, i rami anneriscono e disseccano emettendo, a volte, un liquido vischioso. D’estate colpisce anche le foglie che, in un primo momento, presentano macchie decolorate che diventano nerastre, per poi disseccarsi e frantumarsi;
 
  • Mosaico – Fig mosaic emaravirus o Emaravirus fici- : è un virus (entità biologica non vivente che essendo privi di una struttura cellulare completa, non dispone di metabolismo autonomo e per riprodursi necessita del supporto di una cellula ospite) che attacca frutti, rametti e foglie che presentano aree giallognole di varie dimensioni, seguite da necrosi delle zone internervali o delle nervature con evidenti malformazioni. Malformazioni che interessano anche i frutti provocandone la caduta precoce. Il vettore principale della diffusione del virus è un acaro: piccolo parassita, difficile da individuare ad occhio nudo, che attacca le piante di fico nutrendosi della linfa delle foglie causandone la deformazione e, nei casi gravi , la defogliazione. Per cui, quando si notano i primi sintomi, per evitare danni maggiori, è importante agire tempestivamente con trattamenti specifici a base di acaricidi;
 
  • Colletotricosi – Colketotrichum caricae - : fungo che provoca la marcescenza e la caduta dei frutti immaturi, che dapprima mostrano tacche depresse e isolate successivamente confluenti in chiazze brune al centro e più chiare in periferia. Per minimizzare i danni è fondamentale adottare pratiche:
  • preventive, quali: - rimozione e bruciatura di frutti e rami infetti, nonché della pianta se interamente colpita; - esecuzione di una potatura che favorisca una buona ventilazione all’interno della chiome per ridurre l’umidità; - utilizzazione della pacciamatura, per coprire il terreno ed impedire che i frutti caduti e marci possano contaminare le radici;
  • curative per infezioni gravi: consistenti nel trattare la pianta con soluzioni a base di solfato di rame dall’azione fungicida e antibatterica, o con preparati a base del fungo entomopatogeno Beuveria bassiana, per combattere il Punteruolo nero, diffusore dell’infezione fungina.
Comunque, in genere, per prevenire la maggior parte delle affezioni patogene del fico occorre porre la pianta in condizioni vitali ottimali di irraggiamento solare e circolazioni dell’aria, di composizione e umidità del suolo e di riparo dal vento, ancor prima dell’uso di prodotti specifici;
 
 
  • Curiosità storico- mitologiche:
  • Nell’immaginario collettivo, il fico potrebbe essere stato il frutto dell’Albero della Conoscenza nel Paradiso Terrestre, al posto della mela. Tant’è che Michelangelo nella Cappella Sistina, lo rappresenta in questa veste. Nel vecchio Testamento infatti, il termine latino “pomum”non indicava una mela specifica, ma un frutto generico, ed inoltre le foglie di fico furono il primo “indumento” di Adamo ed Eva, per coprire la nudità. Da qui, la pianta è divenuta simbolo di passione amorosa e di unione tra maschile e femminile;
  • La Bibbia cita il fico come l’albero sotto il quale Adamo ed Eva si ripararono dopo il peccato originale;
  • I romani consideravano il fico una pianta sacra, apprezzavano i fichi per le loro proprietà energetiche, li usavano nella produzione di formaggi con caglio vegetale ed era usanza regalarli insieme al miele, come augurio per un anno felice;
  • Platone, noto amante dei fichi, li considerava un alimento essenziale per stimolare l’intelletto. Mentre Plinio il Vecchio descriveva i fichi come un alimenti che rafforzava i giovani e migliorava la salute degli anziani, anche attenuando le rughe;
  • In Grecia, il fico era chiamato “sykon” ed era talmente importante che fu necessario costituire una classe dirigente : i “sincofanti”, per controllare il suo commercio;
  • Nella tradizione antica il fico riveste un significato di immortalità e di abbondanza. Esso rappresenta anche l’asse del mondo, che collega la terra al cielo. Nell’antichità poi, attraverso le foglie dell’albero, si praticava la “ psicomanzia” come metodo di divinazione;
  • Il fico, in molte culture antiche, era considerato un simbolo di fertilità, abbondanza e prosperità, per il legame della forma con il significato fallico dovuto all’aspetto del frutto ed alla sua apertura, che ricorda vagamente gli organi genitali maschili. In Grecia era associato al sesso femminile- Infatti, durante le Falloferie: feste religiose in cui si portava in processione simboli fallici,alcune donne portavano ceste di fichi, sottolineando ulteriormente questa connessione. Ed anche a Roma aveva una forte connotazione fallica, come si evince dall’uso del termine “fica” (forma femminile dialettale) ;
  • Si narra che sotto un fico selvatico: il fico Ruminale - Ficus Ruminalis- (termine che richiama il concetto di allattamento e nutrimento, collegandosi alla dea Ruminia e al latte materno) si arenò la cesta contenente Romolo e Remo, dove furono allattati dalla lupa. Il fico ruminale inoltre era considerato sacro ed aveva un ruolo importante nel rituale religioso romano, con offerte di latte dedicate alla da Ruminia;
  • Nel vangelo di Luca (13,6-9) si narra” la parabola del fico sterile”, dove un uomo (che rappresenta Dio, che giudica le azioni e i frutti della terra) che aveva una vigna (che rappresenta il popolo di Dio, con le sue opportunità e le sue responsabilità) con un fico ( che simboleggia il il singolo individuo, che non porta frutti spirituali) che no produceva frutti da tre anni. L’uomo irritato, voleva tagliarlo , ma il vignaiolo (che rappresenta Gesù, che intercede per gli altri e offre opportunità di ravvedimento e cambiamento) lo implorò di dargli ancora un anno di tempo (.che simboleggia la pazienza di Dio e il suo desiderio di dare a tutti la possibilità di convertirsi) per zapparlo e concimarlo, nella speranza che producesse frutti l’anno successivo. E se non fosse stato così, allora sarebbe stato tagliato (simboleggia il giudizio finale, se la persona non si ravvede e non porta frutto). La parabola sottolinea l’importanza: - della necessità del ravvedimento e di portare frutti spirituali, come opere di carità, amore verso il prossimo e di una vita conforme agli insegnamenti di Cristo; - della riflessione sulla propria vita, sulla necessità di pentirsi dei propri peccati e di cercare una relazione più profonda con Dio; della misericordia di Dio , che offre sempre una possibilità di salvezza, anche a chi sembra aver fallito . Parabola che può essere applicata sia a livello individuale che collettivo, ricordando che Dio guarda al cuore e alla sostanza delle azioni, non solo dell’apparenza;
  • In ambito religioso e culturale, il Fico è sicuramente legato all’importanza che la pianta rivestiva nell’alimentazione. Esso infatti, come testimonia Plinio, fu uno dei frutti più diffusi in area mediterranea durante l’antichità, tanto da costituire la base della vita quotidiana ed essere utilizzato per definire, in termini dispregiativi sykofantia, cioè modo di intendere la lotta politica ad Atene. Infatti il sicofante, era colui che denunciava i ladri di fichi, e chi esportava i fichi dell’Attica (parte meridionale della penisola Balcanica comprendente la città di Atene). Poiché esportare questi frutti significava sottrarre l’alimento principale dei più poveri;
  • Sempre Plinio in un aneddoto che vede protagonisti i fichi, racconta che un certo Elicone, abitante delle Alpi Elvezie (svizzere), dopo aver a lungo esercitato il mestiere di fabbro a Roma,tornando in patria portò con sé dei fichi secchi, oltre che dell’uva, dell’olio e del vino. Per cui si dice che questo fu il motivo della discesa in Italia dei Galli (popolazione di stirpe celtica che, nell’antichità, abitarono gran parte dell’Europa continentale), che attraversarono le aspre e insuperabili montagne della Alpi per poter godere di tali prelibatezze;
  • Una leggenda riferisce che Catone (234 a.C. – 149 a. C NELLE SPONDE DEL ,), infiammato dal suo odio contro Cartagine , e preoccupato per la sicurezza futura di Roma, in ogni riunione del senato, proclamasse che Cartagine (fondata nel IX secolo a.C. sulle sponde de Golfo di Tunisi) doveva essere distrutta. Un giorno portò un fico proveniente da quella provincia, e mostrandolo ai senatori, chiese quando, a loro parere, quel frutto fosse stato raccolto dall’albero, ed avendo tutti constatato che era fresco, rivelò come IL frutto fosse stato raccolto a Cartagine solo tre giorni prima, a dimostrazione di quanto il nemico fosse vicino alle loro mura. Da lì, la decisione di intraprendere la terza guerra punica (149 -146 a.C.), che portò appunto la distruzione di Cartagine. Dunque una città così importante, che per più di 100 anni aveva conteso a Roma il dominio sul mondo, dovette la sua fine ad un fico;
  • La figura di Demetra (Cerere nella mitologia romana) nella mitologia greca è la dea dell’agricoltura, della fertilità, del raccolto e anche della natura e delle stagioni. Un suo tempio e della figlia Kore si trovava nell’antica Attica, vicino alla via che portava da Atene ad Eleusi. Secondo una tradizione orale raccontata da Pausania il Periegeta (II secolo d.C.),in questo luogo, un certo Phytalos (il Piantatore) aveva accolto in casa sua Demetra alla ricerca della figlia scomparsa, e la dea, in cambio dell’ospitalità, gli aveva donato la pianta del fico domestico, a testimonianza che per gli ateniesi non era una pianta qualsiasi, bensì un simbolo e un dono divino per il progresso verso la civiltà.
 
Pianta di Fico più vecchia d’Italia.
Trattasi di un esemplare, definito patriarca verde, che vegeta presso l’antica abbazia di San Basilide a Badia Cavana (Parma), fondata intorno al 1100 su una verde altura da San Bernardo degli Uberti . E’ una pianta dall’età stimata di circa 800 anni dalla chioma eccezionale, visto che misura oltre 50 m di circonferenza, con un tronco composto da tanti fusti, che formano quasi un cespuglio dalle dimensioni del tutto inusuale. La cui caratteristica è quella di avere, alla base dell’ampia ceppaia, una sorgente di acqua. Nonostante ciò la secolare pianta ha superato il rischio di asfissia che la polla (vena d’acqua sotterranea che emerge in superficie da una fessura nel terreno, dando origine ad un rigagnolo o ad un ruscello) avrebbe potuto provocare, e vegeta rigogliosa in mezzo ad un prato, fornendo frutti abbondanti di varietà sconosciuta, ma dalle straordinarie caratteristiche. Tant’è che un clone (ramoscello copia geneticamente identico alla pianta madre) è stato conservato dalla Fondazione Villa Ghigi , per essere piantato nel frutteto della Biodiversità del parco agroalimentare Fabbrica Italiana Contadina (FICO) di Lataly Wind (una struttura a tema dedicata al cibo italiano), di prossima inaugurazione, a Bologna.
 
Oroscopo Celtico .
 
Oroscopo corrispondente al Segno Zodiacale Capricorno, comprendente i nati dal 14 al 23 giugno e dal 12 al 21 dicembre
I nati sotto il segno del Fico sono persone molto emotive che hanno bisogno di un ambiente capace di supportare il loro sviluppo e necessitano costantemente di aprire i loro orizzonti mentali e di sentirsi sicuri, per poter fare emergere le grandi qualità che possiedono. Quando si sentono sostenuti, infatti, si dimostrano persone in grado di portare novità importanti all’ambiente che li circonda, grazie alle innumerevoli idee che riescono a proporre e mettere in pratica con successo.
 
Pro:
essi sono artisti creativi sensibili sempre interessati a ciò che li circonda. Hanno l’innata capacità di distinguersi sia per la loro percezione delle cose e delle idee, che per la loro immaginazione e per l’intuito.
Quando riescono a trovare un obiettivo da raggiungere, sono dei maestri nel riuscire ad armonizzare pensiero, sentimenti e azione per arrivare alla meta.
 
Contro:
essendo persone fortemente emotive, si dimostrano spesso ipersensibili, e per questo tendono ad indossare una corazza esterna che li protegga. Quando non hanno un qualcosa da raggiungere possono sentirsi eccessivamente tristi e depressi. In casi del genere possono sembrare addirittura deboli mentalmente e troppo imprevedibili.
 
Amore:
i nati sotto questo segno hanno bisogno, generalmente, di un partner disposto a contribuire a stimolare la loro creatività, l’intelligenza e la profondità d’animo. Se no l’hanno ancora trovato, purtroppo, c’è poco da fare in questo senso.
 
Salute:
il segno, oltre a rappresentare le qualità della persona, come per tutte le altre piante , ha dei legami con le proprietà curative delle piante associate e con specifiche potenziali problematiche o punti di forza di parti del corpo degli appartenenti, che risultano essere rispettivamente: Valeriana, Melissa, Crescione, Cumino e Lattuga e Torace, Pelle, Stomaco, Nervi e Psiche.
 
In sintesi, il Fico nonostante sia una pianta esteriormente poco appariscente, è ricca di fascino, di significati simbolici ed impieghi pratici, tali che gli hanno conferito una rilevanza fondamentale nella storia dell’umanità.
 
 
 
 
 
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante - Il Cedro

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante - Il Cedro Copertina (708-1-0)
Domenico Brancato

 
Trattasi di una tipologia di pianta che comprende diverse specie che, pur avendo in comuni l’imponente mole ed una esclusiva maestosità, differiscono per alcuni particolari del loro portamento.
 
Particolari, che poiché riguardano gli esemplari del Cedro: del Libano, dell’Atlante e dell’Himalaya o Deodara, presenti anche nei parchi e nei giardini del nostro territorio, si ritiene utile riservare ad ognuno di loro una specifica descrizione:
Nome scientifico: Cedrus libani, Cedrus Atlantica, Cedrus Deodara
Classificazione botanica:
  • Classe: Conifere
  • Famiglia: Pinacee
  • Genere: Cedrus
  • Ordine: Poinales
Origine etimologica del nome:
il nome generico Cedrus deriva dal greco kédros riferito a diverse piante dal profumo resinoso; mentre i nomi specifici: libani, atlantica e deodara si riferiscono, i primi due, alle rispettive zone di origine; invece il terzo deriva da deva-daru, che significa “albero degli dei” (Himalaya è infatti considerata dai locali montagna sacra). Il Cedro del Libano, in particolare, è legato in maniera profonda al popolo libanese e alla sua storia. Perché si narra che, la penisola anatolica, era un tempo ricoperta interamente da una foresta di Cedri che emanava un intenso profumo proveniente dalla loro corteccia. Cedri divenuti importantissimi per i libanesi, in virtù della loro longevità che, ancora oggi, simboleggia speranza, libertà e memoria.
Luogo di origine:
  • Cedro del Libano: zone montuose del bacino del Mediterraneo e più in particolare dell’Asia Minore (Libano, Turchia, Siria, Iraq, Iran);
 
  • Cedro dell’Atlante: montagne dell’Atlante, in Algeria, Marocco, ad una altezza di 1200 e i 2500 m
 
  • Cedro Deodara : pendii nevosi dell’Himalaya (del Cachemire e del Nepal) a 1300 – 3000 m di altitudine.
Consistenza e morfologia (da qui in avanti, per semplicità espositiva, verrà omesso il termine Cedro prima della menzione delle specie in esame):
  • Libano : è una conifera dal portamento maestoso, sempreverde, di colore verde cupo, con dimensioni di 40 – 60 m in altezza e circa 15 m di diametro di una chioma densa, che nello stadio giovanile assume una forma piramidale per poi, crescendo, acquisire una conformazione ad ombrello. Ha rami principali nudi, lunghi e robusti ascendenti, che spesso si dipartono dalla parte bassa del tronco conferendole un aspetto a candelabro ; mentre i rami secondari, ricoperti di foglie, formano palchi orizzontali. La cima, negli esemplari giovani, è inclinata e successivamente tende all’orizzontale;
 
  • Atlante: meno imponente della specie precedente, nel luogo di origine raggiunge un altezza di 30 – 40 m ed un ed un diametro della chiome di 10 - 15 m; ma in Europa, dove è stato introdotto nel 1841, la crescita si limita a 25 – 30 m. La disposizione dei rami della metà superiore della chioma (meno fitta rispetto gli altri Cedri), specie negli esemplari giovani, sono ascendenti, per cui fanno assumere alla pianta una forma conica slanciata ed elegante che nello stadio adulto diviene più espansa e maestosa, ma con la cima che accenna ad appiattirsi. Questa specie comprende delle varianti per forme colori e dimensioni, che offrono un’ampia gamma di possibilità di arredo per giardini e parchi. Infatti la varietà: pendula presenta un portamento più aperto e rami ricadenti, con foglie verdi-chiaro con un effetto scenografico più adatta per superfici non molto estese; glauca: più diffusa, in quanto apprezzata per la sua resistenza al freddo, l’elevata altezza, la forma conica e soprattutto per il fogliame blu-verde che vira verso l’azzurro; e nana di più piccole dimensioni, con foglie blu-verde, adatta per giardini di modeste dimensioni;
  • Himalaya o Deodara: è un albero superbo, che nella zona d’origine può raggiungere i 50 m di altezza (ma in Europa supera raramente i 30 m) e da 5 a 20 m il diametro della chioma. Ha portamento conico compatto, spesso irregolare, con i grossi rami inseriti ad angolo retto sul tronco, ad eccezione di quelli inferiori che risultano leggermente discendenti (inclinati perso il basso). Tutti portano ramoscelli esili e penduli che, assieme agli aghi di colore verde chiaro brillante lunghi e molli, conferiscono all’albero l’aspetto più elegante degli esemplari della specie.
( Segue riproduzione foto esemplari sopradescritti)
Longevità :
  • del Libano, fino a 2000 anni;
  • dell’Atlante fino a 700 anni;
  • dell’Himalaya da 700 a 900 anni.
Caratteristiche componenti struttura:
tronco del:
Libano, spesso suddiviso dalla base, è corto e massiccio tanto da raggiungere anche 2 m di diametro, rivestito da una corteccia rosso-marrone solcata da scanalature che col tempo tendono a sfaldarsi sotto forma di placche verticali . A diverse altezze si dipartono più rami che diventano veri e propri palchi, disposti in orizzontale;
 
Atlante: è diritto, cilindrico con attaccatura di rami spessi, distanziati fra loro sin dalla base e disposti quasi perpendicolarmente. La corteccia è grigio bruna che si screpola e fessura, via via che l’albero raggiunge la maturità
 
Deodara: è diritto , massiccio e ramificato a partire dalla base. La corteccia è grigio-scura, liscia da giovane, mentre negli esemplari adulti appare rugosa con screpolature in placche sottili.
(segue foto piante )
 
radici: tutte e tre le specie sono dotate di un apparato radicale ampio e superficiale, composto da un fittone principale di m 1,50 a 3,50 (nella specie deodara) di profondità, dal quale si diramano radici secondarie munite di altre avventizie con, in entrambe, un notevole sviluppo di capillizio (complesso delle ultime diramazioni provviste di peli assorbenti).
 
foglie: sui Cedri si originano su due tipi di ramoscelli: “macroblasti” (rami normali, allungati, che portano foglie isolate, inserite a spirale lassa) e “brachiplasti” (rami molto corti inseriti, in gran numero, sui rami normali, dall’ accrescimento definito e così ravvicinate da apparire disposte a ciuffetti, tanto da mascherare la loro inserzione a spirale); con caratteristiche diverse a seconda che trattasi della specie del:
Libano: aghiforme, coriacee, rigide, aguzze e pungenti, lunghi da 1 a 3 cm di colore verde scuro, raggruppate in fasci di 20-30;
Atlanta: aghiformi più grossi, rigidi, con punte appiattite e ricurve, lunghi poco meno di 3 cm, riuniti in ciuffetti di 10-20, di colore verde tendente al blu nella varietà “Glauca” (più frequentemente coltivata);
Deodara: aghiformi, non pungenti, flessibili, più sottili e morbidi al tatto, lunghi fino a 5 cm e raggruppati in fascetti di 30-40, di colore grigio-azzurro all’inizio e verde chiaro successivamente.
fioricome tutte le Gimnosperme (Sottodivisione del Regno vegetale, comprendente piante legnose con foglie aghiformi o squamose e ovuli nudi, non racchiusi nell’ovario). I Cedri, infatti, non presentano veri e propri fiori ma strutture riproduttive detti “strobili”, con organi: maschili (simili a piccole candeline, volgarmente chiamati coni o pigne, di colore grigiastro. Formati da un insieme di foglie trasformate -brattee -, sulle quali alloggiano le sacche polliniche che, alla maturità , scossi dal vento, liberano grandi quantità di polline, tanto da colorare di giallo il terreno circostante) e femminili, (inseriti nella parte superiore dei rami, di colore verdastro, molto meno appariscenti. Costituiti da squame portanti due ovuli ciascuna che, una volta fecondati, danno origine ai frutti -pigne- a forma ovale eretta, lunghi ca. 10 -12 cm, inizialmente di colore viola-verde per poi, a maturazione, divenire marroni; all’ interno dei quali avviene, dopo ca. 2 anni, la maturazione dei semi) sulla stessa pianta (trattandosi di specie monoiche).
In particolare, la specie:
Libano: inizia a riprodursi all’età di 30-40 anni, con fioritura che avviene in primavera (aprile-maggio) e in inverno, con fiori maschili (microsporofilli: foglie staminali che portano il polline) lunghi ca. 5 cm, di colore verde pallido-giallastro e quelli femminili (macrosporofilli: foglie carpellari che portano gli ovuli) di 6-12 cm, conici, di colore verde pallido;
 
Atlanta: inizia a riprodursi intorno ai 30 anni di vita, con fioritura che avviene ad inizio autunno, con numerosi fiori maschili lunghi ca. 5 cm, di colore prima giallastro, poi bruno in coincidenza della disseminazione del polline; e fiori femminili lunghi ca. 1 cm, meno numerosi, di colore verdastro;
 
Deodara: inizia a riprodursi a partire da 35-40 anni di età, con fioritura che avviene in settembre-ottobre, con fiori maschili lunghi 3-5 cm, di colore grigio-verde riuniti in piccoli coni eretti e fiori femminili molto belli, lunghi 7-10 cm, eretti, conici e arrotondati in punta , dapprima violacei e poi bruni.
 
Esigenze, in genere le specie di Cedro prediligono condizioni di:
clima: temperato, con esposizione protetta dai forti venti e soleggiata, anche se non temono né caldo né freddo (tollerano il freddo fino a 0 ° C ed il caldo fino a ca. 40 °C), ma se coltivati in giardino, durante condizioni meteorologiche eccessive, in inverno, è bene coprire il terreno sottostante da chioma, con della paglia o foglie secche o corteccia, per proteggere le radici dal freddo ed evitare lo sviluppo di in erbe infestanti; e in estate, per mantenere meglio e più a lungo l’umidità del terreno derivante dalle annaffiature;
 
terreno: soffice, profondo, di medio impasto, ben drenato e leggermente acido;
 
idriche: non necessitano di molte annaffiature, se si verificano piogge periodiche, mentre in periodi di siccità e nei primi due anni dalla piantagione, l’apporto di acqua dovrà essere più frequente (in genere settimanalmente, in condizioni di terreno asciutto);
 
nutritive: durante la stagione invernale è consigliabile concimare con stallatico maturo o, in alternativa, fra la primavera e l’estate, effettuare due somministrazioni di concime specifico per Conifere. Mentre, nei primi due anni dalla piantagione, per promuovere un più rapido e vigoroso sviluppo, occorre distribuire mensilmente del concime universale (contenente: azoto –N-; fosforo –P- e potassio –K-) insieme all’acqua di annaffiatura;
 
potatura: non andrebbe mai eseguita per limitare la crescita, tranne nel caso in cui occorre intervenire, preferibilmente d’inverno, per eliminare rami secchi, malati, danneggiati dalle intemperie o che crescono in maniera innaturale, tagliandoli il più vicino possibile al ramo principale o al tronco.
 
Parassiti, quelli che possono arrecare maggiori danni comprendono:
Afidi o Pidocchi delle piante: Cedrobium labortei e Cinara cedri, appartenenti all’ordine dei Rincoti –Sezione Omotteri ed alla specie dei corticicoli (fitofagi che si sviluppano sulla corteccia dei rami e del fusto delle piante), grandi ca. 2,5 millimetri. Hanno un corpo piriforme di colore grigio-verdastro o verde –brunastro, costituito da capo con antenne, torace e addome. Le ninfe (giovani afidi) sono simili agli adulti che possono avere o non avere le ali. Infatti la prima generazione, che si sviluppa a fine inverno, é di solito attera. Però, se con l’arrivo delle successive generazioni viene a mancare spazio sulla pianta infestata, può nascere un’ altra generazione alata in grado di migrare su altre piante. Normalmente vivono in fitte colonie disposte a manicotto sui rami di diametro inferiore a 2 cm e su quelli più piccoli, nutrendosi abbondantemente della loro linfa che, in gran parte, espellono da uno stiletto posto in fondo all’addome, sotto forma di melata (secrezione gluco-cerosa) che imbratta tutto ciò che si trova al di sotto, formando, in breve tempo, un substrato ideale per lo sviluppo di funghi saprofiti che danno origine alla fumaggine. Malattia che si manifesta con una patina nera che, oltre a danneggiare l’aspetto estetico della pianta, ne limita lo svolgimento della funzione vitale (fotosintesi clorofilliana). Complesso di danni che producono: l’arrossamento delle foglie e la successiva caduta, il disseccamento della vegetazione apicale, una ridotta vegetazione dei rami e il generale deperimento della pianta che può,nel volgere di pochi anni, addirittura provocarne la morte.
Non trascurabile entità di danni che è consigliabile prevenire, attraverso il costante controllo dell’insorgenza dell’infestazione, deducibile dalla eventuale presenza di sostanza appiccicaticcia sulla fronda inferiore della pianta e sul terreno sottostante, affinché si possa procedere in tempo per limitarne gli effetti, con vari tipi di trattamenti, a seconda che trattasi di:
modeste infestazioni:
  • con miscela formata da 50 ml di aceto bianco, 2 litri di acqua calda, 2 cucchiaini di sapone di Marsiglia a scaglie, contenente olio di oliva o di cocco o di Palma, ed 1 cucchiaino di sapone liquido neutro, da agitare bene prima della distribuzione, con uno spruzzatore nelle ore serali, sulle superfici attaccate dagli insetti. Ripetere l’operazione, ad intervalli di una settimana, fino ad ottenere il completo controllo dell’attacco ;
  • o getto di acqua o con soluzioni a base di rame, indirizzandolo sulla vegetazione infestata, per la rimozione, sia degli afidi, che dalla melata, senza l’uso di pesticidi;
  • o soluzione composta da 20-30 grammi di Sapone molle di potassio per litro d’ acqua. Da ripetere ogni 5-7 giorni, fino a controllo totale dell’infestazione;
  • o miscela formata dalla diluizione di 6 ml di Olio di Neem e di 4 ml di Sapone molle di potassio in un 1 l d’acqua, da spruzzare sulla parte di chioma danneggiata, fino a completa copertura della stessa.
estesi attacchi:
  • diluizione di 14-25 ml di Piretro Verde Copyr in 10 litri di acqua , da distribuire alla prima comparsa degli insetti, con atomizzatori o pompe a spalla, possibilmente nel tardo pomeriggio e comunque nelle ore più fresche della giornata (visto che il piretro a temperature superiori a 26 ° C degrada velocemente, ed il suo reale potere insetticida è limitato a poche ore ). Per eventuale necessità di ripetere il trattamento è consigliabile attenersi alle indicazione riportate sulla confezione del prodotto. Anche perché trattandosi di un insetticida non specifico (che non agisce solo su un singolo parassita) e che agisce sugli insetti paralizzando il loro sistema nervoso, in caso di eccesso di trattamenti, può costituire un pericolo per gli insetti pronubi (che trasportano il polline da un fiore all’altro, permettendo l’impollinazione e la conseguente formazione dei frutti) e predatori (che catturano e si nutrono di altri insetti nocivi)
  • o emulsione formata dalla mescolanza di 150 – 200 o 50 -100 ml di olio bianco con 10 litri di acqua, rispettivamente, per trattamenti invernali ed estivi. Trattasi di un insetticida biologico che agisce per asfissia, creando una barriera sulla superficie dei parassiti uccidendoli. Per raggiungere la massima efficacia ed evitare danni, è necessario distribuire bene il prodotto su tutte le parti della pianta che ospitano il parassita durante le ore più fresche del giorno.
Cocciniglia farinosa – Dactylopius coccus:
  • nota anche come cocciniglia del carminio (colorate di colore rosso, ottenuto dall’essiccazione delle uova dell’insetto, o dallo stesso insetto che, specie in passato, veniva impiegato per la produzione di caramelle , yogurt, gelatine, gelati, bibite , bitter, confetti medicinali e in cosmetici), della famiglia dei Rhynchota, molto simile agli Afidi. Ha un corpo lungo bianco ed esile di qualche millimetro e si riproduce velocemente e intensamente. Solo i maschi sono provvisti anche di ali. Le condizioni climatiche migliori per la riproduzione coincidono con le medio- alte temperature primaverili-estive. La sua presenza sulla pianta determina l’ingiallimento delle foglie (dovuto alla sottrazione della linfa) e l’andirivieni delle formiche attratte dalla melata secreta dall’insetto, della quale sono molto ghiotte. Per neutralizzare gli attacchi, poiché la Cocciniglia è simile agli Afidi, sia per l’entità e le caratteristiche del danno che causa alle piante, che per l’intensità riproduttiva, risulta valida tanto la strategia di lotta, quanto i prodotti antiparassitari già descritti per combattere gli Afidi.
Lepidotteri defogliatori:
  • Processionaria – Thaumetopoea pityocampa - già descritta in occasione della trattazione del Pino;
  • Bruco americano – Hyphantria cunea –:
è un Lepidottero appartenente alla famiglia delle Erebidae, originario del Nord America, si è diffuso in Europa e in Italia a partire rispettivamente dagli anni ’40 e ’70. E’ un insetto polifago le cui larve, di colore marrone o giallo, con testa nera e dorso grigio ricoperto di lunghi peli bianchi (innocui, a differenza di quelli della Processionaria) e neri che, nello stadio più avanzato possono raggiungere la lunghezza di 35 cm. In genere attaccano, in gruppi, una vasta gamma di piante, nutrendosi prevalentemente di foglie, causando defogliazione. Si sviluppano dalle uova deposte in nidi dell’ampiezza anche di 60 – 70 cm, formati da foglie unite da fili sericei. Alla schiusura delle uova, le larve si nutrono consumando la foglie al’interno del nido, per poi uscire e disperdersi sulla chioma, fino al raggiungimento della maturazione (primi di luglio), quando si lasciano cadere al suolo, per cercare un riparo dove incrasalidarsi (chiudersi nel bozzolo) per trascorrere l’inverno. Al termine del quale (in primavera) si completa il ciclo con l’uscita della farfalla dal bozzolo (sfarfallamento). Farfalla che ha un corpo lungo di 1 -1,5 cm, ali bianche, con o senza macchie nere, ed una apertura alare di 2,5 – 3,0 cm, che consente l’agevole spostamento fra le numerose specie ospiti.
 
La lotta consiste nell’asportazione tempestiva dei nidi con delle forbici o svettatoi (strumento per la potatura degli alberi, in grado di raggiungere rami alti senza l’uso della scala); o tramite irrorazioni a base di prodotti biologici contenenti il batterio vivente: Bacillus Thuringiensis che, una volta ingerito e raggiunto l’ intestino delle larve, produce proteine tossiche che danneggiano il loro l’apparato digerente, causandone la morte.
Scolitidi o Coleotteri della scorza o più precisamente del legno, noti anche come Cerambici –Cerambyx cerdo - Le specie che possono attaccare i Cedri comprendono il: Tomicus destruens, Piniperda e Minor:
  • Appartengono alla famiglia dei Cerambycidae, presentano un ciclo di vita che prevede quattro stadi: uovo di pochi millimetri, bianco o crema di forma ovale allungata, che viene deposto, in ammassi (da alcune dozzine a diverse migliaia), sotto la corteccia o in crepe;
larva a forma di “C” , fuoriesce dall’uovo dopo ca. 7 giorni ed inizia a scavare gallerie nel legno, nutrendosi della linfa; fin quando, raggiunta la maturità, si impupa all’interno di una celletta scavata nel legno per trasformandosi in ninfa, per poi, dopo 7-14 giorni (a seconda della temperatura) schiudersi nella forma di adulto.
L’infestazione, se pesante e non controllata, a causa delle gallerie che vengono scavate nella corteccia e nel legno, indeboliscono l’albero , rendendolo vulnerabile da altre malattie e parassiti che possono condurlo alla morte.
Per cui è importante monitorare frequentemente lo stato di salute delle piante, in modo che se si dovessero notare piccoli fori sulla corteccia, che gli insetti adulti praticano per uscire, si possa intervenire tempestivamente per arrestarne la propagazione, eliminando e bruciando i rami colpiti, oltre ad applicare sull’albero delle trappole specifiche attrattive, a base di alcol.
Fungo – Lephoderminum cedrinum –:
è un ascomicete che comprende anche le specie patogene delle piante ed ha un ciclo di vita complesso che include la fase:
sessuale, che produce ascospore (spore contenute negli aschi: sacche che contengono le spore sessuali) all’interno degli apoteci (piccoli corpi fruttiferi a forma di fiasco o bottiglia contenente gli aschi);
e asessuale, che produce conidiospore (spore della riproduzione agamica, cioè per via vegetativa senza l’intervento degli organi sessuali), che aiutano a diffondere l’infezione. L’effetto della quale, pur risultando raramente letale per i Cedri, li può indebolire rendendoli più ricettivi per altri patogeni e predisporli ad andare incontro a stress ambientali, causa di: crescita stentata, appassimento di rami, scolorimento e caduta di foglie e generale riduzione della vitalità dell’albero, con conseguente notevole perdita di valore estetico-ornamentale dell’albero.
Per scongiurare tale deprezzamento, occorre vigilare sui primi sintomi della presenza del parassita, che si manifestano con piccole macchie localizzate che si espandono progressivamente, decolorizzando totalmente, dal giallo al marrone, gli aghi, che cadono precocemente riducendo significativamente la chioma e la capacità fotosintetica dell’albero di produrre energia necessaria per la crescita e la difesa delle avversità.
La prevenzione, per impedire l’insorgenza dell’infestazione, si articola in interventi che mirano a promuovere condizioni sfavorevoli allo sviluppo e la propagazione del fungo, come:
  • ridurre l’umidità e migliorare la circolazione dell’aria all’interno della chioma;
  • coprire il suolo con materiali organici (pacciamatura) per favorire la presenza di composti antimicrobici del genere Bacillus (come Bacillus subtils) che impediscono la crescita dei funghi patogeni;
  • effettuare la somministrazione di elicitori di resistenza o induttori di resistenza. Prodotti a base di estratti proteici di microrganismi, di alghe, composti vegetali, molecole di sintesi e sostanze naturali, come i chitosani (estratti dalla chitina, polisaccaride presente negli esoscheletri dei crostacei: granchi, gamberi ed aragoste) . Tutte sostanze che stimolano i naturali processi di difesa delle piante di qualsiasi genere, contro patogeni (stress biotici) e avversità ambientali (stress abiotici), attraverso l’attivazione o l’incremento dell’espressione di geni (unità biologiche contenute nei cromosomi che trasmettono i caratteri ereditari) di resistenza presenti nelle cellule vegetali. Geni che agiscono come un “vaccino” , preparando il sistema immunitario delle piante ad affrontare attacchi parassitari e difficoltà ambientali.
(Segue foto parassiti descritti)
Utilizzazioni:
legno, apprezzato per:
  • il suo colore che va dal giallo chiaro al rosso-bruno, la grana fine ed una tessitura uniforme, l’aroma balsamico e la resistenza naturale al deterioramento. Caratteristiche che lo rendono ideale per la realizzazione di mobili, pavimenti, piastrelle, contenitori , capannoni, carbone vegetale e, in passato, imbarcazioni; oltre che per la costruzione di strumenti musicali (in particolare per la parte superiore- tavola armonica- delle chitarre acustiche e classiche, per la capacità di produrre toni delicati e avvolgenti , adatti a stili musicali come il flamenco, il fingerstyle (tecnica di esecuzione basata sull’uso delle dita per pizzicare le corde, senza l’ausilio del plettro) e la Bossa nova;
  • i prodotti di estrazione:
trementina (resina vegetale oleosa, fluida chiara e volatile, ottenuta per distillazione dall’olioresina ricavata per incisione sul tronco e utilizzata come componente dell’Acquaragia) dalle ottime proprietà antisettiche e balsamiche;
  • l’olio essenziale, estratto mediante distillazione dal legno, dalle proprietà purificanti, antisettiche e antibatteriche, indicato (secondo il Prof. Marco Valussi: docente della Scuola di Neuropatia , membro del comitato scientifico della rivista “l’Erborista”e della Società Italiana di Scienze e Tecniche Erboristiche e autore, nel 2005, di un testo di scienza degli oli essenziali – Il Grande Manuale dell’Aromaterapia) per:
  • applicazioni topiche (che si applica localmente) per pelli grasse, acneiche, brufoli, micosi, condizioni infiammatorie della pelle, seborrea e forfora;
  • applicazioni topiche rubefacenti (che richiamano il sangue negli strati più superficiali della pelle per alleggerire l’infiammazione degli strati sottostanti); inalazione, per piccole infiammazioni respiratorie o congestionali, bronchiti croniche e tosse;
  • la diffusione della fragranza ambientale, per facilitare il rilassamento, il sonno, lo stress e migliorare il benessere generale;
  • allontanare gli insetti e disinfestare le superfici;
  • stimolare il sistema immunitario: effetto fondamentale per difendere il corpo dalle cellule cancerose;
  • e, secondo gli esiti di ricerche ancora in fase di svolgimento, per le sue proprietà, che si ipotizza potrebbero contribuire a ridurre il rischio di sviluppo di cellule di leucemia mieloide;
gemmoderivati o macerato glicemico di giovani getti:
indicato, in particolare, nei casi di dermatosi caratterizzate da cute secca e prurito, quali eczema e psoriasi e come medicamento di drenaggio cutaneo. In quanto manifesta un’azione di disintossicazione profonda nei confronti delle tossine organiche, contribuendo a migliorare la vascolarizzazione (irrorazione sanguigna) e l’ossigenazione dei tessuti ed, in fase sperimentale, ridurre la colesterolemia;
corteccia, anch’essa, come il legno, possiede numerose proprietà quali:
  • antisettica, in quanto l’olio da essa ricavato è noto per l’effetto disinfettante sulle ferite e per prevenire infezioni;
  • antinfiammatoria, dovuto al contenuto di principi attivi in grado di contribuire a ridurre l’infiammazione , in caso di problemi cutanei come eczema e psoriasi;
  • espettorante, come ingrediente per la preparazione di decotti che aiutano a liberare le vie respiratorie da catarro e muco;
  • astringente, per le qualità del suo olio essenziale nei confronti di dermatiti e in cosmetica, per preparati tonificanti e purificanti , soprattutto per pelli grasse e impure.
Curiosità storico-mitologiche :
  • I primi esemplari di Cedro del Libano, giunti in Italia, sono stati piantati nell’Orto Botanico di Pisa nel 1787.
  • Il Cedro, per l’altezza del suo fusto, dei suoi rami e le sue notevoli dimensioni, è stato eletto simbolo della forza, dell’immortalità, dell’eternità, dell’incarnazione della grandezza d’animo, di elevazione spirituale e di bellezza.
  • La bibbia cita il Cedro (del Libano) come simbolo di forza e maestà, per la sua longevità (fino a 2000 anni), l’imponenza che può raggiungere e l’imputrescibilità del suo legname. E riporta che la sua resina, molto aromatica, era considerata caustica per i corpi vivi, ma capace di preservare i cadaveri, e perciò veniva usata per imbalsamare i defunti, e che l’essenza ottenuta dalla distillazione del legno era nota, in terapia, col nome di Libanolo.
  • Numerose sono le statue di idoli scolpite nel legno di Cedro. Gli arabi considerano l’albero l’”essere divino sotto forma di pianta” o il “candelabro del cielo”.
  • In India, data l’importanza religiosa al Cedro, è anche noto come “abete sacro indiano” , ed è spesso rappresentato in affreschi e mosaici greco-romani.
  • Gli egiziani usavano il legno di Cedro per costruire i sarcofagi dei Faraoni. Mentre i Fenici realizzarono ampie barche che permisero loro di diventare grandi commercianti ed esperti navigatori.
  • Anticamente il legno di Cedro era molto diffuso nel mediterraneo orientale (dalle coste del Libano e Israele, fino al canale di Sicilia, alla Grecia, alla Turchia, Cipro e Malta). Si narra che fosse stato utilizzato per il tempio di Gerusalemme e da Salomone ( Re del Regno unificato di Giuda e Israele dal 970 al 930 a.C.) per rivestire l’interno del Tempio. Le sacre scritture riportano: “Il Cedro all’interno del tempio era scolpito a rosoni e a boccioli di fiori, tutto era di Cedro e non si vedeva una pietra”, e che il palazzo di Salomone e il labirinto di Minosse (Re di Creta che visse verso il 1450 a.C.) fossero sorretti da colonne di legno di Cedro.
  • Le foreste libanesi, anticamente monumentali, nei secoli furono deforestate per l’utilizzo, da parte di molti popoli (egiziani, fenici, cananei, israeliti, babilonesi, assiri, persiani greci e romani), del prezioso legname, che costituiva l’unica riserva di legno per la costruzione di abitazioni, edifici religiosi, sculture, imbarcazioni e mobili. Tanto da ridurre notevolmente il numero degli alberi. Per cui, l’imperatore romano Adriano, per tutelarli, nel 118 d.C., emanò un Editto di tutela, che è da considerarsi il primo Decreto di protezione della storia.
  • Un’iscrizione relativa al Re babilonese Nabucodonosor (642-582 a.C.) narra di una spedizione in Libano per procurarsi cedri, e della costruzione del canale di Arakhtu dell’Eufrate per farne fluitare i tronchi.
  • Plinio: scrittore, naturalista e governatore romano (morto nel 79 d.C.), riferisce che gli antichi solevano ungere i testi più importanti, considerati utili per l’umanità, con l’olio di Cedro, al fine di conservarli per secoli; e che nell’arceria tradizionale il legno di cedro veniva usato per la costruzione delle frecce.
  • Una vecchia leggenda racconta che nelle belle foreste del Libano antico nacquero tre Cedri che trascorsero interi secoli riflettendo sulla vita, la morte, la natura e gli uomini. Assistettero all’arrivo di una spedizione da Israele inviata da Salomone e, più tardi, videro la terra ricoprirsi di sangue durante le battaglie con gli Assiri. Conobbero la regina di Israele Gezabele (morta nell’ 852 a.C.) e il primo grande profeta di Israele Elia (nato nel IX secolo a.C.): mortali nemici. Assistettero all’invenzione del primo alfabeto (avvenuta fra il 17° e il 15° secolo a.C.) e si incantarono a guardare le carovane che passavano, piene di stoffe colorate.
Un bel giorno si misero a conversare sul futuro. “Dopo tutto quello che ho visto, disse il primo albero, vorrei essere trasformato nel trono del re più potente della terra”; “A me piacerebbe far parte di qualcosa che trasformasse per sempre il Male in Bene”, spiegò il secondo; “Per parte mia , vorrei che tutte le volte che mi guardano pensassero a Dio”, fu la risposta del terzo.
Ma dopo un po’ di tempo i cedri furono abbattuti e caricati su una nave per essere trasportati lontano. Ciascuno di quegli alberi aveva un suo desiderio, ma la realtà non chiede mai che cosa fare dei sogni. Il primo albero servì per costruire un ricovero per animali e il legno avanzato fu usato per contenere il fieno. Il secondo albero diventò un tavolo molto semplice, che fu venduto a un commerciante di mobili. E poiché il legno del terzo albero non trovò acquirenti, fu tagliato e depositato nei magazzini di una grande città.
Infelici, gli alberi si lamentavano: “Il nostro legno era buono, ma nessuno ha trovato il modo di usarlo per costruire qualcosa di bello”.
Passò il tempo e, in una notte piena di stelle, una coppia di sposi che non riusciva a trovare un rifugio dovette passare la notte nella stalla costruita con il legno del primo albero. La moglie, in preda ai dolori del parto finì per dare alla luce lì stesso suo figlio, che adagiò tra il fieno, nella mangiatoia di legno. In quel momento, il primo albero capì che il suo sogno era stato esaudito: il bambino che era nato lì era il più grande di tutti i re mai apparsi sulla Terra.
Anni più tardi, in una casa modesta, vari uomini si sedettero attorno al tavolo costruito con il legno del secondo albero. Uno di loro, prima che tutti cominciassero a mangiare, disse alcune parole sul pane e sul vino che aveva davanti a sé. E il secondo albero comprese che, in quel momento, non sosteneva solo un calice e un pezzo di pane, ma l’alleanza tra l’uomo e la divinità.
Il giorno seguente prelevarono dal magazzino due pezzi del terzo Cedro e li unirono a forma di croce. Lasciarono la croce, e alcune ore dopo portarono un uomo barbaramente ferito e lo inchiodarono al suo legno. Preso dall’orrore, il Cedro pianse la barbara eredità che la vita gli aveva lasciato. Prima che fossero trascorsi tre giorni, tuttavia, il terzo albero capì il suo destino; l’uomo che era inchiodato al suo legno era ora la Luce che illuminava ogni cosa. L a croce che era stata costruita con il suo legno non era più un simbolo di tortura, ma si era trasformata in un simbolo di vittoria.
Come sempre avviene con i sogni , i tre cedri del Libano avevano visto compiersi il destino cui speravano, anche se in modo diverso da come avevano immaginato.
  • Nella simbologia biblica il Cedro del Libano viene menzionato numerose volte, con diversi significati, come nel:
Salmo Sal 92,12-15: “Il giusto, radicato nel Signore, che trasmette bellezza e benessere e anche nella vecchiaia s’innalza producendo frutti abbondanti”. Descrive come la crescita e la prosperità spirituale del giusto, paragonandolo alla robustezza e longevità di una Palma e al vigore di un Cedro, pur in presenza di difficoltà e nemici, continua a fiorire e crescere in fede, diventando un esempio di forza e bellezza per gli altri;
Versetto Sir 24,13 del libro del Siracide, riferito alla Scienza divina: “Sono cresciuta come un Cedro sul Libano, come un Cipresso sui monti dell’Ermon”;
Versetto Ct 5,15 (Canto dei Cantici) è una esclamazione di bellezza e di affetto verso il Re sposo da Sulamita: “ Il suo aspetto è quello del Libano, magnifico come i cedri”;
Versetto Os 14,6-7, fa riferimento al perdono di Dio: “E io sarò come rugiada per Israele, fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano”. Illustra un momento di profonda rigenerazione in cui il popolo di Israele, dopo aver sofferto per il peccato e la disobbedienza, è chiamato a un ritorno a Dio e a una nuova vita di fede e fiducia. Il profeta Osea promette che Dio darà al suo popolo “La bellezza che viene da Dio”, cioè la capacità di vivere in pace e di sentire il suo amore…
  • L a fantasia sull’ albero del Cedro ha inoltre suggestionato vari scrittori, fra i quali Grazia Deledda (prima donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1926), che in un racconto “Il cedro del Libano” si può leggere: “E’ una pianta che dura migliaia di anni, e precisamente al suo centesimo anno di età fiorisce per la prima volta. Io non conosco questo fiore: non ne ho mai visti: ma deve essere bello e grande come una bandiera azzurra. Dicono che sulle colline di Gerusalemme, ancora esiste un Cedro sotto il quale andava Gesù con i suoi discepoli, nelle notti lunari di estate”.
Località sede delle piante di Cedro più note, dal punto di vista storico-monumentale:
  • La Morra, in provincia di Bra, nel Piemonte, si trova il Cedro del Libano più antico d’Italia, la cui storia è inscidibilmente legata a quella di Colle Montefalletto, dove la pianta affonda le proprie radici. Questo colle, come suggerisce il nome, fu parte del patrimonio della Famiglia Falletti, dal 1340 fino al 1941, quando la Contessa Luigia, lo lasciò in eredità a suo nipote Paolo Cordero di Montezemolo. Fu così, che questo luogo (zona delle Langhe, tipica per la coltivazione del vitigno Nebbiolo, dal quale si produce il vino Barolo) molto strategico e carismatico dal punto di vista vitivinicolo, passò nelle mani di un’altra delle grandi famiglie nobili delle langhe che, da 19 generazioni , dà il nome ad una importante azienda, riferimento per gli amanti del vino in Langa. Il Cedro è considerato un simbolo delle Langhe e albero monumentale, per le sue dimensioni, che superano i 20 m di altezza, raggiungono i 450 cm della circonferenza del tronco sopra le prime branche, e per la sua storia che risale al 1856. Quando Costanzo Falletti di Rodello ed Eulalia Della Chiesa di Cervignasco, giovani sposi, vollero piantare questo albero, simbolo di durevolezza e solidità, a ricordo del loro matrimonio.
  • Cison di Valmarino a Montalenghe in Veneto, è sede del Cedro dell’Atlante situato, da oltre 300 anni, all’interno delle mura di Castelbrando. Detiene il record in Italia, per la circonferenza del tronco di quasi 3 m, il diametro di 13 m della chioma e i 33 m dal’altezza. E’ protetto come bene storico nazionale e viene addobbato a festa durante il periodo natalizio, per cui è noto anche come “Albero di Natale vivente più grande d’Italia “.
  • Parco di Cofaggiolo a Barberino del Mugello – Firenze –: luogo storico e naturalistico, essendo situato in un fortilizio trecentesco, trasformato in residenza di campagna della famiglia Medici, dove si possono ammirare molte bellezze naturali, fra le quali il Cedro Deodara che misura un’altezza di 26 m ed una circonferenza del tronco, a 1,30 m da terra, di circa 4 m.
  • Altri esemplari di dimensioni eccezionali, dei quali due con una ampiezza della chioma di 15 metri, si trovano nel Parco Massari di Ferrara. Mentre altri, altrettanto maestosi, si trovano: uno sull’isola della Maddalena, in Sardegna, e l’altro nel Parco del convitto Mario Pagano, in zona di Campobasso.
  • Sulla parete nord della cima più alta di Yakushima, un’isola nel sud del Giappone, si trova il Cedro più vecchio del mondo, denominato Jomon Sugi (in riferimento al periodo Jomon delle preistoria giapponese, che va da 8000 a.C. a 300 a. C.) che, secondo le analisi dendrocronologiche condotte da scienziati giapponesi sui rami dell’albero, si stima abbia almeno 2000 anni (mentre, secondo alcune ipotesi ne avrebbe addirittura 7000 di anni), un’altezza di 25,3 m ed ha una circonferenza della chioma di 16,4 m. E’ stato scoperto nel 1966 e, data la sua importanza, ha sensibilizzato le persone a proteggere le foreste dell’isola che, nel 1983 è stata dichiarata Patrimonio mondiale dell’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite, fondata nel 1945, per promuovere la pace attraverso l’Educazione, la Scienza e la Cultura). Così , per evitare che il calpestio dei numerosi visitatori che accorrono per ammirare prestigioso vetusto albero, possa nuocergli è stata costruita una piattaforma d’osservazione a 15 m di distanza.
( Segue riproduzione foto piante storiche menzionate)
Oroscopo dei Celti
(insieme di popoli che nel periodo di massimo splendore: dal V al III secolo a. C., erano stanziati in un’ampia area dell’Europa: basato sulle fasi lunari e sugli alberi, è composto da 21 segni arborei collegati a dei periodi dell’anno. In quanto, i Celti ritenevano che i nati in quell’arco temporale assumessero le caratteristiche e le qualità attribuiti al corrispondente albero.
Per il Cedro i periodi vanno dal 9 al 18 Febbraio e dal 14 al 23 Agosto e corrispondono ai segni Zodiacali: Leone e Acquario.
Ai nati sotto questo segno piace essere al centro dell’attenzione, dispongono di forte personalità e rincorrono obiettivi davvero grandi ed, a volte, addirittura estremi. Hanno un gran carattere ed un gran carisma, ma se vengono rifiutati tendono ad avere bruschi cali di autonomia che sono soliti non mostrare. Non conoscono la moderazione: o si è con loro o contro di loro. Sono nemici giurati della noia, intelligenti, a volte persino insolenti e prediligono attività che richiedono creatività e fantasia.
Pro:
Il punto di forza dei nati sotto il segno del Cedro è certamente la loro naturale tendenza ad essere estremi. Sono sempre al centro dell’attenzione anche senza volerlo. Hanno ottimi gusti e pretendono molto da loro stessi e dagli altri. Per questo motivo molti di essi sono portati per il teatro e la recitazione e piace loro passare del tempo sul palcoscenico, come attori o come cantanti e musicisti.
Contro:
I nati sotto il segno del Cedro tendono ad ignorare tutti coloro che non hanno a che fare con i loro interessi e odiano ricevere delle critiche, specie se sono loro il centro della discussione. A volte il loro ego, se lasciato a briglia sciolte, può essere semplicemente fuori luogo ed eccessivo.
Amore:
I Cedri sono dei veri e propri numero uno ! Amano essere considerato importante dal partner, che deve essere forte e indipendente ma, allo stesso tempo deve lasciarsi coccolare. Odiano la rivalità, particolarmente nel campo degli affetti.
Erbe associate:
Rosmarino, Primula, Ginepro, Alloro e Camomilla.
Salute:
possibile predisposizione a disturbi relativi a: muscoli, occhi, colonna vertebrale, cuore e circolazione.
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: l’ulivo 2Š parte

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: l’ulivo 2Š parte Copertina (987-0-0)
Domenico Brancato

Curiosità:
Storico – mitologiche
  • La coltivazione dell’Ulivo risale a più di 6000 anni fa, esistono infatti numerosi riferimenti nella Bibbia, e in altri testi tradizionali-religiosi dei popoli del Mediterraneo, come Greci, Romani ed Egizi. Fra le numerose citazioni si ricorda la colomba che portò a Noè un ramoscello d’Ulivo dopo il Diluvio Universale, come simbolo di rinascita e di riconciliazione. Oppure le ultime ore della vita di Gesù, trascorse nell’Orto degli Ulivi.
  • L’albero, nell’antichità, era molto apprezzato ed utilizzato per le sue doti curative: con le sue foglie si preparava un decotto utile a contrastare la febbre e, in generale, tutte le malattie causate da virus e batteri. Questo rimedio ha la valenza, a tutti gli effetti, di un antibiotico naturale, anche se oggi si tende a scegliere altri tipi di soluzioni, trascurando di fruire dei benefici di questa preziosa pianta di casa nostra.
  • L’Olivo ispirò i simboli della prosperità e della pace ai romani che ne utilizzavano i rami in una cerimonia tipica di Capodanno quando, all’alba delle Calende (primo giorno del secondo mese del calendario romano antico) di Gennaio, due fanciulli prendevano ramoscelli d’Olivo e del sale, ed entravano nelle abitazioni dicendo: “Gaudio e letizia siano in questa casa” e auguravano abbondanza di figli, porcellini, agnelli e ogni altro bene.
  • Roma l’Olivo era dedicato a Minerva (divinità romana della lealtà in lotta, delle virtù eroiche, della guerra per giuste cause di difesa, della saggezza, delle strategie e protettrice degli artigiani) e Giove (dio supremo della religione e della mitologia romana, i cui simboli sono il fulmine ed il tuono). I romani, pur considerando l’olio di oliva come merce: da esigere dai vinti, da commerciare, e da consumare, derivarono dai Greci anche alcuni aspetti simbolici dell’Ulivo, come quelli di onorare i cittadini illustri, gli sposi il giorno delle nozze e i morti, inghirlandandoli con corone di fronde di Olivo, per significare di essere vincitori nelle lotte della vita umana.
  • Secondo una leggenda riferita da Plinio e da Cicerone (avvocato, politico, scrittore , oratore e filosofo romano – 106 a.C. – 43 a.C.), sarebbe stato Aristeo (personaggio della mitologia greca, figlio di Apollo e della principessa Cirene) lo scopritore dell’Olivo e l’inventore, all’epoca fenicia (1200 - 333 a, C.), del modo di estrarre l’olio.
  • La Genesi (creazione del mondo e dell’uomo narrata nel primo libro dei cinque -Pentateutico- dell’antico Testamento ispirati da Dio a Mosè) narra che quando le acque del Diluvio universale cominciarono a calare e l’arca si arenò sulla cima del monte Ararat, Noè fece uscire prima un corvo perché gli riferisse sul lento emergere delle terre e poi una colomba che tornarono senza trovare un lembo di terra dove posarsi. Dopo una settimana rispedì la colomba che al crepuscolo rientrò con un ramoscello di Ulivo nel becco. Noè comprese allora che le acque si erano ritirate definitivamente. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò libera la colomba che non tornò più nell’arca: sicchè il ramoscello d’Olivo divenne, per ebrei, cristiani e musulmani, simbolo di rigenerazione, pace e prosperità.
Nella tradizione cristiana la Domenica delle Palme, che commemora l’ingresso di Gesù Cristo in Gerusalemme , spesso la palma viene sostituita da rami d’Ulivo, con il significato della riconciliazione fra il Signore e gli uomini, di cui la Pasqua è l’evento storico. Per tale motivo i contadini, una tempo, piantavano un ramo benedetto nei campi seminati. Si diceva anche che tenesse lontani i fulmini e, in Piemonte, le streghe.
  • Al simbolismo di pace si ispirava un’usanza testimoniata da san Cirillo d’Alessandria, per la quale un esercito che la voleva , dopo una battaglia, la chiedeva tramite un araldo ( Messaggero o, nel Medioevo, Ufficiale incaricato di rendere pubbliche le decisioni delle autorità di competenza) che, per ottenerla, doveva presentare al nemico un recipiente pieno di olio d’oliva.
  • Nell’antica Grecia, l’abbondanza di olio di oliva da utilizzare per cibo e alimentare le lampade, implicava una risorsa di vitale importanza, che veniva a mancare nei periodi di guerra. Per cui divenne sinonimo di tempo di pace. Per tali motivi, gli uliveti erano considerati obiettivi cruciali da colpire durante le guerre, e la loro devastazione rappresentava, per la popolazione ferita, un duro colpo non solo economico ma anche psicologico. Tuttavia, dagli Ulivi distrutti dall’odio, spuntavano nuovi germogli: miracolose premesse di futuri frutti. Perciò, nei secoli, la pianta è divenuta simbolo di saggezza e rinnovamento, di forza e sacrificio, di verginità e fertilità e pertanto meritava di essere protetto e venerato.
  • L’importanza dell’olio d’oliva per i popoli del Mediterraneo si riflette nei loro scritti e addirittura nelle loro leggi. Il poeta greco Omero (poeta greco autore dell’Iliade e dell’Odissea – IX- VIII secolo a.C.) lo chiamò “oro liquido”. Il filosofo greco Democrito (460 a.C. – 370 a.C.) pensava che una dieta a base di miele e olio d’oliva potesse permettere a un uomo di vivere cento anni: età estremamente avanzata in un’epoca in cui la speranza di vita oscillava intorto ai quarant’anni. Nel VI secolo a.C. il legislatore ateniese Solone introdusse leggi per la protezione dell’Ulivo, per le quali da un oliveto si potevano rimuovere ogni anno solo due olivi e la violazione comportava sanzioni gravi, ivi compreso la pena di morte.
  • L’enciclopedista romano Plinio il Vecchio, nel I secolo a.C., nella “Naturalis historia”, scrisse che l’Italia aveva il miglior olio d’oliva del Mediterraneo.
  • Virgilio elogiò così l’Olivo: “ E tu però, se saggio sei, provvedi, che ne’ tuoi campi numeroso alligni questo varo alla pace arbor fecondo”.
  • All’ulivo apportatore di prosperità e pace si ispirava un’antica usanza, ormai desueta: le Croci di Maggio. I contadini percorrevano i campi in processione innalzando una croce per propiziare un buon raccolto; e ne piantavano un’altra in mezzo al grano, costruita con canne, alle quali veniva applicata la candelina della Candelora (2 Febbraio, festa della Purificazione della Madonna, in occasione della quale si benedicono le candele) e un ramoscello di Ulivo unito alla cosiddetta “palma di san Pietro”, che era un giglio benedetto in quello stesso giorno.
  • La cenere di un rametto d’Ulivo veniva e viene tuttora imposta sulla fronte dei fedeli nel rito del mercoledì delle Ceneri, pronunciando la formula tradizionale “Uomo ricorda che sei polvere e in polvere tornerai”. Nel Sacramento del Battesimo, il sacerdote ungeva e unge il battezzando con l’olio di oliva dei catecumeni (coloro che intraprendono un percorso di fede) per sottolineare la liberazione del peccato originale; e dopo la celebrazione lo unge con il crisma (olio consacrato dal Vescovo il Giovedì Santo misto a balsamo e aromi ), segno dell’aggregazione alla chiesa. Con lo stesso crisma il Vescovo unge il cresimando nella Confermazione dicendo: “Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”.
  • Papa Benedetto XVI è indicato dal frate profeta Malachia (1139 d.C.) col motto “De gloria Olivae” che, tradotto letteralmente, significa “La gloria dell’Olivo”. Il riferimento a Benedetto può essere spiegato dal fatto che gli appartenenti all’ordine benedettino sono anche chiamati gli Olivetani, sul cui stemma compare proprio il ramo d’Olivo e, cosa più importante, Papa Ratzinger è nato il 16 Aprile 1927, il sabato santo: il giorno più significativo del periodo pasquale, che è appunto caratterizzato dal simbolo dell’Olivo.
  • In un boschetto di Olivi piantati durante il pellegrinaggio di Papa Giovanni Paolo II in Terra Santa nel 2000, solo l’albero di Olivo (offerto da un fondo israeliano per la salvaguardia della terra), che al termine di una preghiera collettiva sul Monte delle Beatitudini che domina il Lago di Tiberiade, era stato benedetto dal Pontefice, secondo quanto riferito nel 2008 il giornale Yediot Ahronot, dà frutti.
 
  • Papa Francesco ha utilizzato un pastorale (bastone simbolico dall’estremità ricurva e spesso riccamente decorata, usato dal Vescovo e dal Papa in occasione della celebrazione di sacre funzioni più solenni) in legno di Olivo realizzato dai detenuti del carcere di Sanremo.
  • Fra le numerose leggende riferite alla pianta dell’ulivo, una in particolare, citata da Apollodoro (storico greco di Atene 180 a.C. – 120-110 a.C. ca.) in Biblioteca e da Virgilio (poeta romano 70 a.C. – 19 a. C.) nelle Georgiche: assume particolare importanza, secondo la quale fu Atena (figlia di Zeus e dea greca della sapienza, delle arti e della guerra) che piantò per prima l’Olivastro in Grecia. Un giorno la dea si scontrò con Poseidone (dio del mare, dei terremoti e dei maremoti nella mitologia greca) per il possesso dell’Attica. Per risolvere la contesa gli dei dell’Olimpo si rivolsero a Cecrope, primo re di quelle terre, che promise la palma della vittoria a chi avesse creato qualcosa di straordinario. Allora Poseidone colpì con il tridente la terra in mezzo all’Acropoli facendone scaturire una sorgente di acqua salata. Ma fu Atena ad assicurarsi la vittoria, dato che conficcò nel terreno la lancia che trasformò in un Olivo (come ricordava un’iscrizione sul frontale dell’Acropoli), simbolo di pace e fonte di cibo e di combustibile. Il dono di Atena fu considerato il più grande e la nuova città, in suo onore fu chiamata Atene. Da quel giorno l’Olivo fu considerato un dono divino e cresce ancora sull’Acropoli di Atene. Di conseguenza non soltanto era proibito bruciare il legno di ulivi ma veniva punito severamente chi li danneggiava. Persino gli spartani, quando saccheggiarono Atene, risparmiarono gli Ulivi temendo la vendetta degli dei.
  • Il tronco con il quale Polifemo (Ciclope pastore della mitologia greca, creatura gigantesca e mostruosa dotata di un solo occhio) venne accecato da Ulisse ( personaggio della mitologia greca ed eroe narrato da Omero nell’Iliade ed Odissea) e dai suoi compagni, si narra appartenesse ad un Ulivo.
  • Lo stesso Ulisse, Re di Itaca, costruì, per sé e per la moglie Penelope il letto nuziale, scavandolo nel tronco di una possente pianta d’Olivo, simbolo di un’unione salda e duratura.
  • In onore di Atena si celebravano ad Atene i Giochi panatenaici (insieme di competizioni sportive che si tenevano ogni quattro anni nell’antica Grecia), in cui si premiavano i vincitori dei concorsi musicali e delle gare atletiche con anfore colme di oli pregiati che provenivano dagli Ulivi sacri dell’Attica.
  • L’olivo e i suoi generosi raccolti, secondo la leggenda, sarebbero stati fatti conoscere all’umanità dalla dea dell’antico Egitto, Iside.
  • La mitologia romana attribuisce ad Ercole (figura della mitologia romana) l’introduzione dell’olio dal Nord Africa.
  • Per altra leggenda, l’origine dell’Olivo risalirebbe alla comparsa del primo uomo e sarebbe cresciuto sulla tomba di Adamo.
  • Secondo la tradizione romana, Romolo e Remo (gemelli nati dall’unione dalla vestale Rea Silvia (discendente dell’eroe troiano Enea) con il dio della guerra Marte), sarebbero nati sotto un albero d’Olivo.
  • Anche nella tradizione ebraica all’Olivo viene riservato un posto di riguardo. Infatti, secondo la leggenda citata anche nella Genesi, Adamo, prima di morire inviò suo figlio Seth a chiedere ai cherubini (angeli dediti alla protezione dell’Eden e del trono di Dio) tre semi dell’ “albero della Conoscenza e del Male” . Seth, tornò con quanto chiestogli, e quando il padre morì piantò sulla sua tomba i tre semi, dai quali nacquero un Cipresso, un Cedro e, appunto, un Ulivo.
  • Comunque, per gli antichi, l’Olivo era simbolo di: gloria e di benedizione divina; fonte di legno da opera; frutti per alimento prezioso per le sue proprietà salutistiche, olio per fare luce e per curare i malati, ed oggi di pace e prosperità.
Nell’arte: l’ulivo trova ricorrenti riferimenti, come nelle due famose tele di Monet (pittore francese, uno dei fondatori dell’impressionismo – 1480-1926 d.C. -) e di Van Gogh (pittore olandese, fra i più importanti del Realismo -1853-1890 d.C.-).
Nell’ Oroscopo Celtico degli Alberi: creato dagli antichi sacerdoti celti - Druidi attorno al 600 a.C..
Oroscopo che divideva l’anno assegnando ad ogni decade del mese il simbolo di un albero, al quale (alcune culture di origine celta) sembra conferissero delle interpretazioni caratteriali simili a quelle degli esseri umani, attribuendo in ogni periodo un flusso particolare sulla natura e sulle persone. E anche se è difficile capire quanto ci sia di vero sull’argomento, si ritiene positiva la divulgazione di una logica che persegue l’idea di rafforzare il nostro legame con la natura. Legame particolarmente avvertito nei popoli antichi. Così i nati il 23 Settembre vengono associati all’albero dell’Ulivo che nello Oroscopo Celtico, corrispondente al segno Zodiacale della Vergine, rappresenta l’emblema del fuoco che brucia e purifica, mentre dà vita ed energia col suo calore.
Pro: chi è nato sotto il segno dell’ulivo è simbolo di pace, forza, purificazione e di innata prodigalità. Le nebbie dei dubbi svaniscono rapidamente, ed ogni fantasma scompare dinanzi alla immobile luminosità di questo segno. E’ sempre alla ricerca di tepore e di sole. E’ saggio e pacifico e vuole vivere come gli pare ma, in cambio, lascia vivere gli altri come vogliono, senza mai interferire pesantemente nelle loro scelte. E’ la discrezione in persona, al punto che lo si potrebbe ritenere indifferente. L’Olivo sorride qualunque cosa accada, sia perché si sa controllare, sia perché ritiene inutile agitarsi. E’ molto tollerante, ed ha un innato senso della giustizia. Gli piace leggere e istruirsi e può anche raggiungere la gloria nelle arti e nella professione. Benefico come l’albero che lo rappresenta, l’Olivo dona pace e felicità a chi gli sta intorno. La solitudine non gli fa paura, anzi invecchiando, la ricercherà con piacere. E’ quasi proverbiale il suo savoir-faire, ovvero le buone maniere con le quali tratta con le persone.
Contro: L’unico neo dei nati sotto il segno dell’Ulivo è, a volte, l’incapacità di avere un’opinione personale, il che li rende indecisi nell’affrontare la vita.
Amore:
Sotto questo aspetto i nativi sono un po’ ritardatari ed hanno bisogno di tempo per aprirsi. Considerata la loro natura seria, necessitano di qualcuno di cui fidarsi, che sia in grado di bilanciare l’equilibrio della relazione e che sappia far riscoprire loro, giorno dopo giorno, quel lato sensibile del carattere che tendono a nascondere.
Erbe associate al segno: Felce, Aneto, Maggiorana, Valeriana
Salute: possibile predisposizione a disturbi relativi a: cuore, udito, metabolismo, stomaco e intestino.
Siti delle piante di importanza storico-monumentale ( vedi allegato):
  • Sant’Emiliano, si trova in località Bovara, a circa 200 metri dal recinto dell’abbazia benedettina di Bovara, frazione del comune di Trevi ed è uno dei simboli della fascia olivata Assisi-Spoleto. Pianta maestosa ultra millenaria: 1830 +/- 260 anni ( secondo i rilevamenti effettuati con l’impiego del radiocarbonio condotti dall’Università di Perugia, Napoli e l’Istituto dell’Olivicoltura di Spoleto) con una circonferenza alla base di m 9,10, un’altezza di 5 m ed un’ampiezza della chioma di 8,20 m. Presenta un tronco profondamente fessurato, dovuto al processo di torsione che gli esemplari molto vecchi subiscono.
Questa pianta viene citata in un antico codice risalente al nono secolo, che narra il martirio di Sant’Emiliano, primo vescovo di Trevi nell’anno 303 o 304 d.C. Qui si legge che “lo legarono ad una giovane pianta d’olivo” dove venne infine decapitato. Da sempre quell’ulivo è stato identificato con quello che si può ammirare nel comune di Trevi, in località Bovara. Trattasi di un esemplare non comune, in quanto, pur trovandosi a bassa quota, non ha mai evidenziato i ricorrenti distruttivi danni che gli ulivi subiscono dalle galaverne ( consistentI in un deposito di ghiaccio in forma di aghi o superficie continua ghiacciata che si verifica in presenza di nebbia, quando la temperatura dell’aria è nettamente inferiore a 0° C).
Guido Bonci del CNR ISAFM (Consiglio Nazionale delle Ricerche – Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo) della sezione di Perugia, colloca l’ulivo di Sant’Emiliano in una posizione botanica fra l’Olivastro ed il Moraiolo, per cui si parla di una possibile varietà ancestrale.
  • Luras, in provincia di Olbia- Tempio, presso il lago artificiale di Liscia, in località Santu Baltolu di Carana nella Gallura, Sardegna. Trattasi del magnifico esemplare di ulivo selvatico più grande del mondo, con dimensioni della circonferenza del tronco, del diametro della chioma e dell’altezza, rispettivamente, di: m 11,5, 21 e 14 m chioma. E’ chiamato: “S’ozzastru”, “uddhastru, “addhastru” e “babbu mannu” , cioè il grande padre. Al quale l’Università di Sassari ha attribuito un’età a dir poco leggendaria, compresa tra 2500 ei 4000 anni. Secondo antiche leggende, era considerato un rifugio per spiriti maligni.
  • Borgagne, nel Salento in provincia di Lecce, secondo alcune fonti potrebbe trattarsi dell’esemplare più antico d’Italia, vantando un’età stimata fra i 3000 e 4000 anni, è sito in una zona ricca di piante plurisecolari, dove spicca per la bellissima conformazione caratterizzata da una circonferenza del tronco di 7,2 metri per 15 di altezza.
  • Palombara Sabina, in provincia di Roma, nei pressi del Convento quattrocentesco di S. Francesco e del cimitero di Palombara. L’età stimata è di circa 3000 anni e la circonferenza del suo troco, molto contorto, prima che subisse delle asportazioni misurava 12,50 metri nel punto più largo e 8,50 metri in quello più stretto. Appartiene all’antica varietà Salus alba, oggi Salviana: una della cultivar endemiche della Sabina, come la Carboncella e la Procanina, ottenute con secolari successive ibridazioni dell’antico progenitore.
  • Magliano in Toscana, ospita l’Ulivo della Strega: pianta monumentale situata in iun uliveto adiacente alla chiesa romanica della SS. Annunziata, in origine piccolo oratorio della prima metà del 1300. L’albero è considerato uno dei più vecchi d’Italia e forse d’Europa, in quanto gli esperti, adottando il metodo del carbonio attivo, hanno riscontrato un’età intorno 3000-3500 anni. Cronologia che collocherebbe questo esemplare in un periodo storico anteriore a quello degli ulivi dell’orto di Getsemini. Esemplare che è composto da due strutture, uno appartenente al vecchio albero con una circonferenza alla base di 8,50 m ed un altezza di circa 10 m, databile intorno al 1000 a. C., ormai morto, dalla cui base si è sviluppato un nuovo pollone, diventato albero a frutto, che si stima avere almeno due secoli di vita.
Nel 2007 Il TCI (Touring Club Italiano) lo ha annoverato fra gli alberi monumentali della Toscana, in virtù della legge n.60 del 1996 che definisce alberi monumentali di alto pregio artistico e storico tutti gli alberi isolati, o facenti parte di formazioni boschive, che possono essere considerati rari esempi di maestosità e longevità, o quelli che hanno un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale o di tradizioni locali.
 
Durante il corso del 1900 la mole dell’Ulivo era tale che un lunedì di Pasqua, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ospitò fra i suoi rami tutto il corpo della banda filarmonica del paese, composto da 40 orchestrali , con relativi ottoni e il maestro.
Questi stavato sui rami, nascosti fra le fronde e suonavano i loro strumenti davanti agli abitanti del paese, in una suggestione tale che la musica sembrava fosse suonata dall’Ulivo stesso. Dopo la guerra tornarono le feste degli abitanti di Magliano intorno all’Ulivo e da novembre, fino a quando l’albero fu colpito da un fulmine, si raccoglievano le olive.
Il nome Ulivo della Strega è dovuto ad alcune figure o raffigurazioni che si potevano intuire, più che vedere, particolarmente in certe ore del giorno, come verso il tramonto, quando le ombre cominciavano a creare suggestioni sul tronco e sui rami rugosi, contorti, scolpiti dal vento e dagli agenti atmosferici. Infatti, fino a gli anni ’40 del 1900 si potevano distinguere in alto, su un ramo centrale, la faccia di un uomo o di una vecchia, e sul tronco la figura di un grosso gatto in atto di arrampicarsi, ed accanto alla testa dello stesso il profilo di una donna con i capelli lunghi. Tali immagini oggi non si vedono più, ma esistono delle foto che le ritraggono e ne confermano la presenza.
Secondo antiche leggende tramandate dalla tradizione orale popolare , intorno all’albero si consumavano riti pagani e, dopo l’invocazione dei sacerdoti, l’Ulivo si contorceva in modo incredibile, assumendo forme inquietanti , tanto che la cosa era considerata una specie di stregoneria, motivo per cui era chiamato l’Olivo della Strega.
Si racconta anche che una strega, per proteggere l’Ulivo, una volta lanciò delle olive dure come sassi contro un ragazzo che aveva scagliato una pietra contro un pettirosso nascosto fra i rami della pianta.
La tradizione ricorda che agli albori del Cristianesimo (anni ’40 del I° secolo) , intorno alla pianta, venivano celebrate feste campestri in onore della divinità agresti ancora venerate dai pagani.
Durante il periodo etrusco (dal IX al I secolo a. C.) si racconta che intorno all’albero e sotto le sue fronde gli Auguri ed Aruspici (Sacerdoti dell’antica Roma che traducevano la volontà divina), esaminando il volo degli uccelli (se la loro direzione era rivolta verso levante, il segnale era positivo, verso ponente negativo) e analizzando le viscere degli animali (il cuore ed il fegato, in particolare) officiavano i loro riti per interrogare e svelare il futuro.
A testimonianza della sacralità dei luoghi, è da ricordare poi che proprio nella zona di Magliano, a s. Maria in Borraccia, nel 1883, è stato ritrovato il “disco di Heba”su cui sono incise circa 70 parole in lingua etrusca che si riferiscono a formule dedicatorie e rituali per sacrifici alle divinità celesti ed infere: Tin (Giove), Maris (Marte), Canthas e Calu (dio della morte, il cui animale corrispondeva al lupo), specificando le offerte da fare, il tempo ed il luogo.
  • Bshaaleh nel Libano - dove, da recente, notizie riportate sul New York Times, su Ulivi che avrebbero oltre mille anni di età, secondo J. Juluo Camarero dendrocronologo (studioso delle piante che producono legno, al fine di ricostruire la loro storia e determinare l’età esatta, attraverso l’estrazione di carotaggi lineari per rilevare tutti o la maggior parte degli anelli di crescita e quindi l’età. O tramite l’analisi al carbonio 14 radiattivo su l’estrazione di campioni del tronco e delle radici, quando il tronco, come per gli esemplari secolari italiani, presenta della cavità) si trova il più antico Ulivo del mondo. Mentre, secondo la tradizione locale, gli undici Ulivi (denominati Le Sorelle) che comprendono il più vetusto esemplare, sarebbero risalenti a circa 5000-6000 anni. Ipotesi avallata dagli storici che, secondo gli esiti dell’applicazione della tecnica avanzata del Carbonio 14 utilizzata per far luce assoluta rarità, affermano che questi alberi hanno origini bibliche. Rarità confermata anche dal fatto che crescono alla, di norma, inospitale altezza di 1300 m e producono olive dalle quali si estrae un pregiato olio extravergine con polifenoli estremamente alti e livelli di acidità tra 0,18 e 0,24 di acido oleico. Tanto da essere considerati dalla gente del posto un miracolo vivente.
Eccezionalità per le quali tali ulivi rimangono uno dei grandi misteri irrisolti ed inesplorati, anche se alcuni studiosi biblici ritengono che siano gli alberi dai quali la colomba ha prelevato il ramoscello da riportare a Noè, quando il diluvio si è placato.
Teoria, quest’ultima, plausibile se si considera che durante quella grande alluvione, quando tutto il Medio Oriente era sott’acqua, Bshaalch, arroccata a 1300 m di altitudine, ospitava piante di Ullivo ad una altezza mai verificatosi dall’antichità fino ai giorni d’oggi.
Per concludere, non rimane che augurare buona lettura a coloro che riterranno utile dedicare del tempo alla corposa descrizione delle caratteristiche di uno dei doni più preziosi e provvidenziali che la Natura ci ha voluto riservare.
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: l’ulivo 1Š parte

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: l’ulivo 1Š parte Copertina (766-0-0)
Domenico Brancato

 
Nome comune: Ulivo o Olivo
Famiglia: Oleacee
Specie/ Nome scientifico: Olea europea
Genere: Olea
Ordine: Lamiales
 
Origine etimologica del nome: deriva dal latino olivum = olivo e dal greco classico èlaion = olio
 
Luogo di origine: Asia Minore e Siria
 
Consistenza e morfologia:
del tronco: è cilindrico e contorto, ricoperto da corteccia grigio scuro prima e uniforme poi con formazione di placche;
  • della chioma:ha forma conica, con branche fruttifere rami penduli o disposti orizzontalmente rispetto al fusto, trattandosi poi di una specie tipicamente basitona favorisce lo sviluppo di polloni (formazioni legnose che si sviluppano in prossimità del suolo ed, a volte, anche dalle radici) che, su alcune piante adulte, avviene anche dagli ovoli (formazioni globosi ricchi di gemme avventizie e abbozzi di radici), che si formano intorno al colletto;
  • delle radici: sono prevalentemente di tipo avventizio (che non provengono dall’embrione, ma si originano in un qualsiasi punto del fusto) ed alquanto superficiali con un’estensione che, in genere, non supera la profondità di 50 cm .
 
Caratteristiche componenti:
  • legno: è duro e pesante e presenta striature che lo rendono pregiato ed adatto alla realizzazione di: sculture artistiche da arredo, a lavori di ebanisteria e per la realizzazione di parquet, oggettistica di uso comune e di pregio, strumenti musicali, tagliacarte, utensili da cucina, ecc;
  • foglie: sono opposte, coriacee, a forma ellittico-lanceolata, con margine intero e spesso revoluto (ripiegato verso la pagina inferiore), di colore verde scuro superiormente e bianco-argenteo (per la presenza di peluria) inferiormente e unite ai rametti con un corto picciolo;
  • gemme: sono di tipo ascellare (che si sviluppano dall’ascella delle foglie);
  • fiori: sono ermafroditi (comprendenti organi maschili e femminili), piccoli, con calici di 4 sepali e corolla formata da petali bianchi, riuniti in numero di 10-15 in infiorescenze a grappolo (mignole), che compaiono verso Marzo-Aprile, disposte alle ascelle delle foglie dei rametti dell’anno precedente. Mentre la fioritura avviene da Maggio alla prima metà di Giugno. L’impollinazione è anemofila (per mezzo del vento), seguita dall’allegagione, caratterizzata dall’appassimento della corolla che si distacca in seguito all’ingrossamento dell’ovario. La percentuale dell’allegagione è molto bassa, generalmente inferiore al 5%, a causa dell’abbondante caduta anticipata dei fiori (colatura), favorita da eventuali abbassamenti di temperatura, da stress idrici a da venti caldi , ma anche da una naturale strategia fisiologica, dal momento che la maggior parte dei fiori ha lo scopo di produrre il polline;
  • frutti: sono drupe, della forma globosa ed a volte asimmetrica e del peso da 1 a 6 grammi, formate dalla buccia (epicarpio), da una parte carnosa (polpa – mesocarpo-), che contiene l’olio, e dal nocciolo legnoso e rugoso (endocarpo), che contiene il seme. L’accrescimento delle olive e l’accumulo di olio nei lipovacuoli (contenitori della parte grassa) dipende dall’entità delle piogge di metà agosto e tutto settembre quando, in condizioni favorevoli, raggiungono il completamento dello sviluppo. Per contro, In caso di siccità, le olive rimangono piccole, possono subire una intensa cascola e fornire una bassissima resa in olio. Eventuali piogge tardive di fine settembre-ottobre, dopo una forte siccità estiva, invece, possono far crescere considerevolmente le dimensioni delle drupe, ma la resa in olio, che può oscillare fra l’8 e il 30% (Kg di olio per 100 Kg di olive), sarà bassissima a causa dell’eccesso di accumulo di acqua nella polpa. Da fine settembre a dicembre, a seconda della varietà (che negli oliveti dei Castelli Romani le più diffuse sono: Leccino, Frantoio, Moraiolo, Pendolino, Olivastro, l’autoctona Rosciola dall’alta resa in olio e Carboncella: l’impollinatrice delle altre varietà e apportatrice di delicati fruttati), dell’andamento climatico e dell’esposizioneavviene avviene, con andamento scalare, il cambiamento di colore delle drupe (invaiatura), che indica il completamento della maturazione e il termine dell’accumulo di olio. Successivamente, se non si procede alla raccolta (a mano: brucatura o per scuotitura e raccattatura: raccolta da terra), subentra una progressiva cascola e perdita del contenuto in acqua, fino alla Primavera seguente.
 
Longevità: pianta secolare, ed in condizioni ci clima, terreno e cure colturali appropriate, anche millenaria.
 
Moltiplicazione:
  • per innesto: in Primavera in fase di luna crescente, a pochi giorni di distanza dalla luna piena (periodo in cui essendo la linfa più attiva viene facilitato l’attecchimento)su piante provenienti da seme, prelevando dei rametti (marze) di un anno ben lignificati o delle gemme vegetanti dalla pianta che si vuole riprodurre per trasferirla sulla pianta selvatica (portinnesto), applicando la tecnica di esecuzione più confacente alla dimensioni di quest’ultima. Altra finalità dell’innesto è quella di inserire su una pianta già a frutto, altra e altre varietà, in grado di migliorare la produttività o la resistenza alle malattie;
  • per talea: ricavata da rami di 1 anno dalla pianta madre della lunghezza di 4-5 nodi, tagliandola orizzontalmente poco sotto un nodo e togliendo le foglie solo dei 2 nodi sovrastante, per poi immergerla in una soluzione fungicida a base di rame, e successivamente, dopo che si sia asciugata, cospargere la parte da interrare di un prodotto auxinico, contenente sostanze fitoregolatrici che stimolano lo sviluppo delle radici. Prodotto che può essere sostituito con un preparato a base di acido salicilico, ricavabile dalla corteccia del Salice piangente, con il seguente procedimento: recidere, sfogliare e ridurre a pezzetti di ca. 2 cm alcuni rametti; immetterli in un recipiente ricoprendoli di acqua bollente o fredda, lasciandoli in infusione o a macerare, rispettivamente, per 1 e 7 giorni. Trascorsi i tempi indicati filtrare l’infuso, versalo in una bottiglia di plastica o vetro scuro e chiuderla ermeticamente, prima di porla in frigorifero, per consentire .un tempo di utilizzazione di 2 mesi.
Nel caso si disponga del descritto preparato naturale, le talee vanno tenute in ammollo per una notte, oppure impiegato per innaffiarle per due giorni, prima di immetterle in un substrato inerte di agriperlite e poste in ambiente adeguatamente riscaldato e mantenuto costantemente umido, tramite frequenti irrorazioni con acqua finemente nebulizzata per ca 70 – 90 giorni, prima del rinvaso in vasetti con composta di torba e pomice.
 
Esigenze:
  • Climatiche: le tradizioni contadine dicono che la pianta d’ Ulivo per crescere bene necessita delle 5 “S”. Cioè è un albero abituato al silenzio, non teme le zone siccitose, convive con i sassi, può rimanere anni in solitudine, lontano da boschi e fofreste; ma quello che non deve mancare mai è il sole. Poiché predilige un clima mite con esposizione a sud, esente da forti sbalzi termici, e temperature non inferiori ai – 5 °C, visto che teme le gelate. Infatti, le zone ideali risultano essere quelle marittime del caldo meridione d’Italia, anche se esistono varietà che ben si adattano nelle valli e colline ubicate in prossimità dei grandi laghi del nord (vedi l’olivo “Casaliva”: varietà autoctona coltivata intorno al lago di Garda), mentre non è coltivabile oltre gli 800 metri sul livello del mare.
  • Tpologia di terreno: ben drenato, privo di ristagni d’acqua, dalla composizione argilloso-calcarea arricchita di sostanza organica, purchè con pH (potenziale di idrogeno –H-, che indica la gradazione di una scala che va da 0 a 14, dove 7 corrisponde al valore neutro, mentre le reazioni acida e basica equivalgono, rispettivamente , a valori inferiori o superiori a 7 ) non inferiore a 5.
  • Idriche: particolarmente avvertite in fase di impianto, in dosi di circa 10 litri per annaffiatura, per assicurare l’attecchimento e successivamente per favorire:
  • un rapido sviluppo vegetativo;
  • l’anticipata entrata in produzione (che ,in quantità modeste, inizia dopo circa 3 – 4 anni dall’impianto);
  • l’incremento di produzione;
  • l’eliminazione dell’alternanza di produzione;
  • la somministrazione localizzata degli elementi nutritivi tramite la fertirrigazione.
In Italia però, su una superficie olivicola di 1.150.000 ettari, quella irrigua è di soli 165.000 ettari, localizzata nelle regioni meridionali ed insulari, con una incidenza media del 14%, a fronte del 25% della Spagna: maggior produttore di olio a livello mondiale.
Benefici che, ovviamente, si notano maggiormente in aree contraddistinte da periodi di siccità estiva superiori a 2 mesi, precipitazioni inferiori a 700 mm ed evapotraspirazione del terreno superiore a 1100 mm annui (il consumo medio giornaliero di una pianta in buoni condizioni vegetative è di circa 1-1,5 litri di acqua per ogni m2 di superficie fogliare). Ambienti dove l’incremento percentuale della produzione di olive può (a seconda delle condizioni pedoclimatiche, della varietà, del sesto d’impianto e della tecnica colturale) superare anche il 100%. Con valori minori e maggiori per densità, rispettivamente, di 300 e circa 100 piante /Ha.
In quanto, negli impianti intensivi l’evaporazione dal suolo incide meno della traspirazione (evaporazione dalle foglie) sul consumo idrico; mentre in quelli tradizionali e in ambienti aridi detta evaporazione può giungere fino al 50% del consumo complessivo.
A meno che non si possa effettuare l’irrigazione con impianti che consentano la distribuzione localizzata a bassa pressione a goccia (con un impianto dotato di 4 gocciolatori da posizionare in 4 punti simmetrici alla distanza di ca. 1 metro dal ceppo), che, com’è noto, sono in grado di garantire molteplici vantaggi, quali :
  • ridurre le perdite per evaporazione, percolazione e ruscellamento;
  • risparmio, nei primi anni dell’impianto, fino all’80 – 90%, rispetto ai metodi che bagnano tutta la superficie del terreno;
  • riduzione dei costi di gestione;
  • uniformità di distribuzione, anche nei terreni in pendio;
  • automazione e controllo a distanza dell’esecuzione;
  • circolazione delle macchine durante il funzionamento dell’impianto;
  • riduzione degli effetti negativi dell’erosione e della compattazione della struttura del terreno.
Considerato che per l’ulivo, pur essendo molto resistente al deficit idrico (perché riesce ad estrarre acqua dal terreno pure in presenza di modeste riserve), l’irrigazione riveste fondamentale importanza (tenuto presente che una pianta, nel periodo estivo, a seconda della natura del terreno, ha bisogno da 40 a 80 litri di acqua al giorno), dato che la carenza di acqua è causa di non trascurabili danni alla pianta, come: diminuzione della crescita vegetativa, avvizzimento (appassimento) delle foglie e degli organi fiorali e, nei casi di magiore deficit persino: internodi raccorciati, foglie piccole e clorotiche, aborto dell’ovario, ridotta percentuale di allegagione e defogliazione – filloptosi-(come estremo meccanismo di difesa finalizzato a diminuire la superficie fotosintetica per attenuare la traspirazione).
Manifestazioni di sofferenza che è bene prevenire, attraverso accertamenti precoci, specie in concomitanza delle fasi fenologiche (stadio specifico del ciclo della pianta, indotto dal succedersi delle stagioni e dalle condizioni ambientali e climatiche, in particolare) riguardanti la fioritura, l’allegagione e sviluppo dei frutti, che avviene fra il completamento dell’indurimento del nocciolo e l’invaiatura (cambio di colore della buccia –epicarpio- da verde a viola).
 
  • Nutritive: considerati gli alti costi di gestione, l’olivicultore moderno, per compensarli, deve ricavare dalle piante il massimo della produzione ottenibile, principalmente, attraverso la somministrazione di un adeguato apporto di elementi nutritivi, rispondenti al susseguirsi delle esigenze delle fasi fenologiche.
Così, nella fase di: germogliamento, da fine febbraio a marzo, deve prevalere l’apporto di l’azoto; mignolatura (bocci fiorali ancora chiusi), da aprile a inizio maggio, necessita più l’ azoto, il fosforo e il potassio in dosi equivalenti; formazione delle drupe, da maggio a giugno, subentra una maggiore esigenza di potassio ed un’alterata quantità di fosforo.
Considerato poi che le piante anche durante il riposo invernale, compatibilmente con l’andamento della temperatura, specie a livello radicale, non interrompono le loro funzioni vitali; in autunno-inizio inverno, è conveniente somministrare un’abbondante dose di fertilizzanti organici a lunga cessione, per favorire l’accumulo di energie di riserva, a tutto vantaggio di una più copiosa fioritura, allegagione e nuova vegetazione sulla quale, nella stagione successiva, si svilupperà la fioritura che contribuirà a minimizzare l’inconveniente dell’alternanza di produzione.
Per il completo soddisfacimento delle esigenze poi è da tener presente che l’Ulivo, nei mesi di Ottobre-Novembre e Gennaio, necessità, oltre che dei citati macro-elementi, anche di importanti apporti di micro-elementi, quali: calcio e magnesio, in particolare.
 
  • Potatura: essendo una pratica agronomica che influenza le condizioni di salute della pianta, deve:
  • garantire all’intera chioma la fruizione della luce solare: elemento indispensabile per la produzione di sostanza utile allo sviluppo della vegetazione e dei frutti;
  • tener conto della fertilità del terreno, delle caratteristiche della varietà e delle condizioni climatiche tipiche della posizione geografica in cui avviene la coltivazione;
assicurare il mantenimento della parte legnosa destinata alla produzione, e garantire uno spazio vitale ai rami produttivi. Al fine di stabilire i presupposti per un buon raccolto, un’ottima resa in olio e per impedire manifestazioni di squilibri strutturali: causa di formazione di inutili e depauperanti succhioni (germogli assurgenti, piuttosto vigorosi, che si sviluppato lungo i rami principali e la zona alta della pianta).
 
  • Lavorazioni del terreno:
  • non coltura: consistente nella copertura totale o parziale del terreno con un prato permanente e nel controllo dello sviluppo delle essenze che lo compongono, per: evitare la pratica del diserbo chimico;
  • impedire ai raggi solari di arrivare al suolo ed il conseguente sviluppo delle competitive piante infestanti;
  • isolare il terreno dagli eccessi di temperatura, per consentire di rimanere più fresco d’estate e trattenere meglio il calore d’inverno. Al fine di proteggere le radici dai nocivi stress climatici che agiscono negativamente sulla continiità della crescita della pianta;
  • arricchire il suolo di sostanze nutritive ( in seguito al rilascio derivante dalla decomposizione di materiale organico naturale); oltre a migliorarne la fertilità e la capacità di trattenere l’acqua ed incrementare i benefici connessi all’attività svolta dai vitali componenti che lo popolano;
  • prevenire l’erosione del suolo e il dilavamento delle sostanze fertilizzanti; nonché miglorare, grazie alla riduzione dell’impatto dell’acqua delle piogge intense e dell’irrigazione, la capacità di infiltrazione negli strati più profondi del terreno;
  • ridurre il rischio di malattie fungine, per gli effetti del mantenimento del terreno ben drenato che, evitando gli eccessi di umidità, impediscono la proliferazione di funghi e batteri patogeni, responsabili dell’insorgenzza di rischiose manifestazioni di marciume radicale;
  • migliorare la sostenibilità ambientale, trattandosi di una pratica ecologica che esclude la dipendenza dagli eccessi di fertilizzanti chimici e pesticidi;
  • promuovere un ecosistema (ambiente naturale comprensivo degli organismi animali e vegetali) sano, ed un habitat ideale per insetti utili, che migliorando la struttura del terrno, contribuiscono a mantenere in salute l’oliveto.
Tuttavia, l’nerbimento è preferibile estenderlo a tutta la superficie, quando l’oliveto trovasi in ambienti con precipitazioni elevate, distribuite lungo tutto l’anno, o dove si possa intervenire con l’irrigazione nel periodo della fioritura e dell’allegagione; mentre in zone aride e sub-aride, le limitazioni idriche consigliano di applicarlo solo nell’interfila.
Tale pratica, comunque, tende sempre più a diffondersi, oltre che per i motivi sopraesposti, anche per il fatto che esclude la necessità di disporte di un impegnativo parco macchine o, in alternativa, i costi dell’esecuzione delle lavorazioni eseguite da terzi e del diserbo con l’impiego di dispendiosi prodotti chimici. Prodoti che, fra l’altro, risultano nocivi per la salute delle piante e del suolo, a causa dell’immissione in esso di principi attivi che ne alterano l’equilibrio biologico. Come evidenzia la sempre maggiore predisposizione delle piante a contrarre malattie (vedi Xilella).
A differenza del contenuto impegno operativo ed economico necessario per la formazione ed il mantenimenmto del manto erboso, soltanto tramite periodici sfalci da praticare a partire: da aprile, per la formazione di uno strato pacciamante composto dal materiale di risulta lasciato sul posto, al fine di assicurare la permanenza di sufficiente umidità nel terreno durante le fasi di accrescimento e di fioritura delle piante; seguito, a giugno-luglio, da successivi tagli, qualora la copertura erbosa dovesse superare i 20-25 cm di altezza, finalizzati ad impedire, specie nelle zone particolarmente siccitose, la propagazione di eventuali incendi; e a settembre, per agevolare le operazioni di raccolta delle olive;
tradizionali: anchessi finalizzati a predisporre il terreno ad accogliere le precipitazioni, trattenere l’acqua, interrompere il compattamento, consentire lo scambio gassoso con l’atmosfera ed eliminare le erbacce. Finalità che, a differenza della precedente tecnica colturale, vengono raggiunti, con lavorazioni del terreno, nel periodo primaverile-estivo, ad una profondità di 10-15 cm; ed in quello autunno-invernale, dopo la raccolta, a non oltre i 20 cm di profondità, per non danneggiare le piuttosto superficiali radici assorbenti, mantenere una sufficiente umidità e la presenza di una adeguata componente batterica. Per poi, in primavera ed in estate, intervenire ulteriormente per effettuare la trinciatura delle infestanti, allo scopo di formare uno strato sul terreno che assolva alla funzione di pacciamatura, per ridurre la dispersione della riserva di acqua per evaporazione. Interventi che, ove possibile, sarebbe l’ideale integrare con la brucatura ad opera di ovini.
 
Parassiti: fra le numerose avversità, le più dannose risultano essere (vedi allegato):
  • Occhio di pavone o Cicloconio – Spilocaea oleaginea- è una malattia di origine fungina che si manifesta sulle foglie con macchie circolari di colore grigio chiaro o verde scuro, contornate da un alone giallo, in presenza di temperature di 18-20 °C e prolungata umidità della durata di 3-4 giorni, nella tarda primavera o a fine settempre e, nel meridione, anche durante l’inverno. Colpisce particolarmente le piante delle varietà: Carolea, Coratina, Frantoio, Moraiolo e Pendolino. Le foglie parassitate ingialliscono, appassiscono e cadono precocemente con conseguente danno per la pianta ed il raccolto.
Tenendo conto dei fattori favorevoli allo sviluppo del fungo, per prevenirne ed ostacolarne l’insorgenza si consigliano sesti d’impianto spaziosi, con esclusione di zone vallive ed esposizione a Sud-Est. Mentre, per combattere la crittogama occorre effettuare dei trattamenti a base di rame o di Dodina, in coincidenza della ripresa vegetativa ed alla formazione di 3-4 nodi fogliari, seguiti da un successivo intervento con l’aggiunta di boro e ferro sotto forma di chelati che, essendo solubili in acqua e assorbibili sia dalle radici che dai tessuti di rami e foglie, sono da preferire ai sali degli stessi microelementi che vanno incontro ad una rapida in solubilizzazione.
  • Rogna: è causata dal batterio - Pseudomonas savastanoi -, che viene trasmesso tramite: la puntura della mosca dell’olivo, le ferite generate da grandine e potature, dalle lesioni da freddo e soprattutto dagli attrezzi impiegati per la raccolta. Si manifesta con la formazione di escrescenze tumorali che, se interessano rami di piccole dimensioni, si può combattere con l’eliminazione delle parti infette; mentre in caso della formazione di notevoli masse sul tronco e grosse branche, occorre procedere all’asportazione della massa e dei sottostanti tessuti interessati (dendrochirurgia), seguita, in entrambi i casi, da una accurata disinfezione delle ferite con sali di rame. Comunque, dopo i descritti interventi e la raccolta delle olive, è consigliabile effettuare, rispettivamente, un trattamento a tutta la pianta con prodotti rameici e con concime-anticrittogamico biologico a base di Zinco (Zn), Manganese (MN) ed una elevata percentuale di Rame (Cu).
  • Verticillosi – Verticillium dhaliae -: trattasi di una patologia causata da un fungo presente nel suolo, di difficile controllo, che si manifesta con improvvisi disseccamenti di parti o addirittura di tutta la pianta, specie in nuovi impianti su terreni in precedenza sede di coltivazione di ortaggi sensibili al fungo, quali: Pomodoro, Patata, Peperone e Melanzana. Oppure su impianti con coltivazione interfilare delle citate colture orticole. La lotta si basa su interventi sull’apparato radicale, anche delle piante circostanti a quella colpita, con prodotti a base di cloro e successivi trattamenti a base di Fosetil alluminio (Aliette, in aggiunta a Enovit metil).
  • Tignola verde – Prays oleae – o Margaronia o Piralide dell’Ulivo: è un temibile Lepidottero fitofago ( che ha un rapporto nutrizionale specifico a spese dei vegetali) che allo stadio larvale, con la prima generazione, produce danni sui fiori in genere trascurabili. Dnni che, invece, con la seconda generazione, in Maggio-Giugno, possono assumere proporzioni gravi, in quanto provocano la cascola anticipata dei frutti.
Per cui, è opportuno intervenire subito dopo la fioritura, e comunque sempre prima dell’indurimento del nocciolo, con la distribuzione del Bacillus thuringiensis (Costar WG) che, una volta ingerito dalle larve attraverso le parti vegetali contaminate, libera delle tossine in grado di distruggere il loro tratto digerente. Oppure effettuare trattamenti a base dell’insetticida specifico: Kaimo Sorbie, sempre dopo aver accertato, nei mesi di Maggio-Giugno, la presenza dell’insetto tramite l’applicazione di trappole a feromoni, o dopo aver consultato il bollettino fitosanitario della propria regione, per Informazioni sulla necessità dell’intervento.
  • Mosca olearia - Dacus oleae o Bactrocera oleae - : è un pericolosissimo Dittero policromo della lunghezza di 5 mm ( presenta 2 ali trasparenti con all’apice una piccola macchia scura. Il corpo è giallastro con occhi verdi-blu, il torace grigio presenta tre strie longitudinali più scure è lo scudetto di colore giallo-avorio, mentre l’addome è rossastro con macchie bruno-nefrastre) della specie Carpofaga (la cui larva è una minatrice che scava gallerie nella polpa dele olive) presente in tutti gli oliveti del mondo. Una sola femmina può deporre fino a 250 uova in presenza di temperature che vanno dai 10 ai 31 °C, anche se quella l’ottimale è intorno ai 25 °C.
Mentre, una temperature superiori ai 32-33 gradi provoca la morte di moltissime larve all’interno delle drupe e un notevole rallentamento dell’attività degli adulti, che migrano in luoghi più freschi e umidi. Inoltre, ai fini della tempistica della lotta, è da tener presente che la femmina non depone la uova su olive con diametro inferiore a 7-8 mm e non prima dell’indurimento del nocciolo.
Infatti, per effettuare la lotta biologica il posizionamento delle trappole di “cattura massale mosca della olive DACUS TRAP”, in numero di 90 per ettaro, oppure 1 “ECOTRAP” ogni 2 piante, mantenendo però una distanza inferiore a 10 m, deve avvenire da metà giugno ad inizi di luglio. Contemporaneamente, per verificare la prsenza o meno dell’inetto, serve applicare altre 1 o 2 trappole “ Dacus Trak” (pannello cromo tropico giallo collato e innescate con il feromone). In quanto, se si dovessero riscontrare 4 catture al giorno per 3 giorni consecutivi, bisognerà intervenire con un trattamento con prodotti a base di Piretro, per riportare entro limiti accettabili la presenza della popolazione adulta.
Altro possibile metodo di lotta biologica consiste nell’esecuzione di 2 trattamenti con Caolino, alla dose di 4-5 kg per 100 litri di acqua, allo scopo di ricoprire uniformemente la pianta con uno strato sottile di polvere di colore biancastro, per nascondere le olive alla vista delle mosche e rendere meno agevole la penetrazione dell’ovo-depositore. Oltre a proteggere la vegetazione dall’incidenza dei colpi di calore, abbassare la temperatura della chioma e migliorare la fotosintesi clorofilliana.
  • Fleotribo o Punteruolo – Phloeotribus scarabaeoides –: è un piccolo Coleottero che può causare danni ingenti ai rametti di 2 anni ‘, cioè a frutto.
Le femmine depongono le uova in piccole gallerie ricavate in corrispondenza delle gemme o nelle zone ascellari dei rametti, da dove le larve proseguono nello scavo, fino a determinare il disseccamento del rametto. Pertanto la lotta, per risultare efficace, deve essere condotta in maniera preventiva, con 1 o 2 trattamenti con COSTAR EG (potente insetticida biologico ad elevato contenuto di spore e cristalli attivi di Bacillus thuringiensis), a fine marzo-inizio di aprile, in concomitanza con gli interventi contro l’Occhio di Pavone.
  • Cecidomia suggiscorza o Moscerino suggiscorza – Resseliella olisuga-: è un piccolo dittero le cui punture di ovo-deposizione causano una necrosi localizzata della corteccia che tende a rigonfiarsi per il sottostante sviluppo di larve che scavano gallerie all’interno dei rametti, provocandone il disseccamento. Pertanto colpire il parassita anche con l’impiego di prodotti sistemici (che vengono assorbiti prima dalla pianta e poi agiscono sui parassiti che se ne nutrono) comporta delle difficoltà. Quindi più che lotta con prodotti chimici (vedi COSTAR WG) da effettuarsi a Marzo-Aprile, è preferibile, prima della ripresa vegetativa, pratacare quella agronomica. Consistente in una leggera lavorazione del terreno (alla profondità di 10-15 cm), per ottenere l’interramento delle pupe o crisalidi (protette da un bozzolo secreto dall’ultimo stadio di larva, che precede quello di adulto) presenti in superficie, in modo da impedirne lo sfarfallamento.
  • Oziorrinco - Otiorbyncnus German-: coleottero particolarmente aggressivo su piante giovani, tant’è che in poco tempo, dal tramonto all’alba, può distruggere la nuova vegetazione, asportando, a forma di mezza luna, buona parte delle foglie. Si combatte, non appena si riscontra la presenza, tramite il posizionamento intorno al tronco di un giro di Rincotrap (trappola meccanica per insetti), oppure di trappole adesive. Con l’accortezza di eliminare le erbe infestanti presenti nelle vicinanze, per impedire appigli alternativi attraverso i quali l’insetto può raggiungere la pianta. Altro mezzo di lotta sono gli insetticidi, come “Ercole” (Peritroite a lunga persistenza con effetto repellente), , o “Laser” (insetticida naturale biologico, ottenuto dal batterio Sccharopolyspora spinosa presente nel terreno). da distribuire alla base delle piante.
  • Antracnosi o Lebbra – Colletotrichum gloesporioides –: è una pericolosa patologia fungina che produce danni alle foglie a parti di rami e soprattutto ai frutti, con ripercussioni sulla qualità e sulla quantità dell’olio che si estrae. In quanto assume una colorazione rossastra, privo di fruttato e di alta acidità. Insieme di deprezzamenti che precludono la classificazione di extravergine. Il patogeno trova le condizioni ideali di sviluppo in presenza di temperature di 16 - 26 °C e alta umidità atmosferica. Gli attacchi si manifestano in coincidenza di due stati fenologici: la fioritura e l’invaiatura (Settembre-ottobre); anche se possono evidenziarsi su foglie e rametti prima della fioritura (Maggio); durante l’estate e dopo l’invaiatura (Ottobre), rispettivamente, a danno della vegetazione e delle drupe.
La prevenzione e la lotta si basano su trattamenti con formulati a base di ridotte quantità di rame veicolati con agenti fertilizzanti (Welgro Cu Zn) che, penetrando nei tessuti della pianta, combattono il fungo anche dall’interno. Cratteristica che, in considerazione della normativa che ha ridotto l’uso del rame a 4 kg per ettaro e per anno, conferisce a tali innovativi prodotti un notevole interesse, per il fatto che si possono utilizzare senza limitazioni .
  • Rodilegno rosso –Cossus cossus- e Rodilegno gialllo -Zeuzera Pyrina- : sono insetti Lepidotteri polifagi (che attaccano un gran numero di specie) e xilofagi (che si nutrono del legno scavando gallerie al suo interno). In particolare, il primo crea gallerie nel tronco e nelle branche principali, causando importanti danni alla struttura della pianta ed il conseguente lento e prograssivo deperimento della stessa. Mentre quello giallo predilige i rami posizionati in cima, scavando gallerie nel centro dei germogli.
La lotta può essere condotta, per entrambi i rodilegno, tramite:
  • trattamenti da eseguire dopo 15 giorni dall’inizio dei voli (riscontrabile tramite il posizionamento di trappole a feromone sessuale: Siatrap in numero di 3-4 per ettaro, con relativo Feromone rodilegno rosso e Feromone rodilegno giallo) e ripeterli, dopo 7-10 giorni , con Klozer (a base di Beauveria bassiana) alla dose di 200 ml/hl, o Mebov (a base di Mthanzium anisopliae) alla dose di 300 ml/hl;
  • cattura massale del parassita (migliore strategia per contrastare gli attacchi) attraverso il posizionamento, ad altezza uomo all’interno della vegetazione, entro il mese di maggio, di almeno 10-15 trappole Siatrap per ettaro, con relativo feromone sessuale da sostituire una volta ogni mese;
  • ’eliminazione delle larve introducendo del filo di ferro nelle gallerie scavate nel legno.
  • Brusca Prassitaria – Stictis Panizzei- : malattia causata da un fungo che colpisce principalmente foglie isolate anziché l’intera chioma delle piante, causando disseccamenti parziali con caratteristiche sfumature di colore variabili dal rosso mattone al bruno cenere , con margini sfumati in marrone scuro. Si manifesta in autunno, specie durante gli anni caratterizzati da elevata umidità e alte temperature.
La malattia si sviluppa in consequenza della presenza di piccole strutture chiamate “picnidi” sulla pagina inferiore delle foglie, invisibili ad occhio nudo, che producono i “picnocoidi “ : microscopici corpi responsabili della diffusione.
La strategia per prevenire la manifestazione consiste:
  • nell’ispezione regolare delle foglie, alla ricerca di segni di disseccamento con macchie rosse o brune;
  • nella rimozione di rami e foglie secche o danneggiate con attrezzi puliti e disinfettati, per evitare la propagazione del fungo;
  • nel mantenere (quando possibile) un adeguato regime di irrigazione, per evitare stress idrico alle piante;
  • nell’effettuazione di trattamenti preventivi con fungicidi a base di rame.
E’ importante notare che la Brusca Parassitaria può essere confusa con gli effetti prodotti dalla Brusca non Pafrassitaria, che però si distingue dalla prima per i seguenti aspetti:
  • l’alterazione delle foglie è causata dall’azione di venti asciutti, come lo scirocco, ed inizia con il disseccamento dell’apice della foglia , vicino al mucrone (punta breve e rigida un po’ ripiegata, formata dal prolungamento dell’asse centrale della foglia), dove la traspirazione è più intensa a causa dell’assenza della cuticola (rivestimento composto da cera e acidi grassi –cutina-);
  • non si estende mai alle zone laterali delle foglie e non presenta alcuna punteggiatura sulle aree dissedccate.
  • Cocciniglia :
  • Cotonosa –Philippia oleae e Euphilippia olivina- : vive protetta da una candida e cotonosa secrezione cerosa, soprattutto a spese dei racemi fiorali (infiorescenze formate da un asse principale dal quale si dipartono peduncoli di uguale lunghezza che sorreggono i fiori) e dei frutticini appena allegati. Con le loro punture causano l’aborto dei fiori e l’avvizzimento e la cascola delle piccole drupe; mentre la vegetazione viene abbondantemente imbrattata dalla melata sulla quale si sviluppano vari funghi che danno origine alla fumaggine o fuliggine.
Pertanto, la maggiore entità dei danni, in genere contenuti, è attribuibile alle infestazioni che si verificano nel periodo della fioritura e dell’allegagione.
Infestazioni che non richiedono interventi di lotta specifici, in quanto sono tenute a freno sia dalle sistematiche potature di sfoltimento della chioma, che dai parassiti endogeni (che vivono in permanenza all’interno degli organi dell’ospite) e dagli svariati predatori delle neaniti della cocciniglia;
  • Mezzo grano di pepe – Saissedia oleae -: insetto fitomizo (che si nutre della linfa della pianta, succhiandola direttamente dai vasi cribrosi), della famiglia Coccidae. E’ sicuramente quello che arreca più ingenti danni alla pianta infestata. Compie una generazione all’anno e sverna allo stadio di neanite e più raramente di femmina giovane. Le uova, di colore giallo-aranciato, si schiudono a partire dalla fine di luglio, dando origine alla fuoruscita scalare delle neaniti che si disperdono sulla chioma, localizzandosi sui rami, rametti e lungo la nervatura principale della pagina inferiore delle foglie.
La dannosità prodotta dal parassita è dovuta alla sottrazione di linfa che, essendo a basso contenuto proteico e ricca di zuccheri, per ottenere un adeguato apporto proteico, ne deve ingerire in grandi quantità ed eliminare gli zuccheri in eccesso, sotto forma di melata. Melata che, in caso di forti attacchi, può interessare l’intera chioma formando un substrato sul quale si insediano un complesso di funghi saprofiti (che si nutrono a spese di sostanze organiche in decomposizione) rersponsabili della formazione della fumaggine (patologia dovuta ad un insieme di funghi che formano uno strato nerastro) che limita la vitale attività fotosintetica della pianta.
Ne consegue che gli effetti combinati della sottrazione di linfa e della fumaggine si riflettono sulla pianta con manifestazioni di perdita di vigoria, forti defogliazioni, stentato sviluppo, accorciamento dei germogli e scarse fioriture e fruttificazioni.
Pre cui, per mitigare i danni, necessita effettuare una lotta articolata con interventi di tipo:
  • Biologico: con antagonisti naturali rappresentati da microrganismi e da insetti parassitoidi appartenenti al genere Metaphycus e ai predatori Chilocorus bipustulatus, Scutellista cynerea,ecc.
  • Agronomico: basata sulla cura della potatura con lo sfoltimento della chioma (al fine di creare un microclima sfavorevole allo sviluppo del parassita) ed effettuare equilibrate concimazioni , soprattutto azotate;
  • Chimico: con trattamenti insetticidi ammessi dai Dpi (Dispositivi di protezione individuali, quali guanti e occhiali), a base di Buprofezim, o olio bianco da effettuare quando si riscontra la soglia di intervento di 5 -10 neaniti per foglia, su un campione di 100 foglie prelevato dalla parte medio-bassa della chiome di almeno 5 – 10 piante ad ettaro.
  • Spudacchina – Philaenus spumarius – è un insetto Omottero, così definito per la singolare tecnica di protezione della forma giovanile - neanide- e di ninfa o pupa, caratterizzate dalla immobilità e da profonde trasformazioni dell’insetto che, in questa fase, trova riparo immerso in una massa schiumosa simile alla saliva di uno sputo, onde il nome di sputacchina. L’ulivo è tra le piante di cui, durante la fase adulta, si nutre della linfa grezza che scorre nei tessuti xilematici (legnosi) delle piante, attraverso punture di suzione nelle parti più teneri della vegetazione. In tale fase può acquisire il batterio – Xylella fastidiosa- (microrganismo unicellulare delle dimensioni variabili da 1 a 10 micrometri, cioè da 0,001 a 0,01 mm) potenzialmente presente nella pianta. Batterio che viene conservato, fino alla fine del ciclo biologico dell’insetto nell’appoarato digerente. Per cui, quando si sposta su una nuova pianta per nutrirsi, lo immette automaticamente all’interno del suo xilema, diffondendo la malattia e stimolando i tessuti alla produzione di un gel che impedisce il regolare scorrimento della linfa.
Il che comporta il rapido disseccamento , a partire dalla parte apicale, della chioma di rami isolati, di intere branche o dell’intera pianta; oltre all’imbrunimento interno, a diversi livelli, del legno delle branche e del fusto.
Considerato quindi il ruolo di vettore della Xilella che la Spudacchina ha esrcitato il Puglia, e che, secondo notizie diffuse da recente, oltre alla Xilella fastidiosa subspscie pauca (che ha causato la cosiddetta CoDIRO – Sindrome del disseccamento rapido di migliaiadi ulivi), sia stata riscontrata anche la presenza di Xilella fastidiosa sub specie fastidiosa: agente della malattia di “Pierce” (patologia che colpisce la vite, oltre alle drupacee e gli agrumi, con effetti letali), su 6 alberi di Mandorlo in località Triggiano, in provincia di Bari; l’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia, anche dagli esiti dei controlli effettuati sugli insetti vettori della Xilella fastidiosa, non esclude la possibilità di rischio di diffusione del batterio sulle altre colture di pregio, tipiche della regione, quali: ciliegi e uva da tavola; nonché uva da vino, mandorlo e l’erba medica.
E poiché tale diffusione, nonostante l’attivazione, nell’area attualmente interessata, di una sorveglianza rafforzata sugli insetti vettori e l’abbattimento delle piante infette e di quelle suscettibili ad aspitare il batterio presenti nel raggio di 50 metri; non è scontato che non possa estendersi accidentalmente altrove; si ritiene prudenzialmente opportuno seguire attentamente l’evolversi della situazione, per essere in grado di , eventualmente, individuare tempestivamente segnali che rivelino la tipica presenza del batterio killer e di praticare gli interventi adeguati ad impedire la diffusione del temibile vettore Spudacchina, attraverso la conoscenza del :
 
  • suo ciclo biologico: che, secondo osservazioni condotte in Puglia, inizia con la comparsa delle forme giovanili tra fine di febbraio e l’inizio di marzo su piante erbacee appartenenti alla famiglia delle Asteraceae ( Lattuga, Tarassaco, Radicchio, Cicoria, Carciofo, ecc), Fabiaceae (Fava, Soia, Pisello, Cece, Fagiolo, leticchia, Arachude, ecc) e Apiaceae ( Carota, Pastinaca, Sedano, Finocchio, Angelica, Ferula, Prezzemolo, ecc), sia spontanee che coltivate. Mentre gli adulti compaiono tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, spostandosi su vari arbusti selvatici e su alcune piante arbotree, fra le quali l’Ulivo, fino all’autunno. Per poi fare ritorno sulla vegetazione erbacea, per deporre le uova e completare il ciclo, svernando come uovo, sui residui vegetali;​​​​​​​
  • ​​​​​​​e della rispettiva lotta agronomica, consistente nella:​​​​​​​
  • gestione del suolo con lavorazioni superficiali o tramite trinciatura delle erbe infestanti, nel periodo primaverile, per mantenere il terreno sgombro, al fine di ridurre la popolazione degli stadi giovanili dell’insetto ed eliminare le piante possibili ospiti. Oppure, in alternativa, nel caso di aree in cui è difficile l’accesso con mezzi meccanici, adottando la pratica del pirodiserbo (che impiega dispositivi a fiamma o a raggi infrarossi per il controllo delle erbe infestanti), la cui azione però risulta più efficace su piante giovani;
  • potatura delle piante arboree ospiti, per ridurre la vegetazione, rendere più efficace la distribuzione dei prodotti per il controllo del vettore e diminuire l’utilizzazione dei volumi degli stessi;
  • disinfettazione degli attrezzi utilizzati per la potatura con una soluzione di ipoclorito di sodio (Candeggina o Varechina) al 2%, o con sali quaternari d’ammonio (Sani Flour), prima e durante il loro utilizzo, per evitare la diffusione di altri patogeni;
  • esecuzione preventiva dei trattamenti fitosanitari previsti dalla Decisione della Commissione Europea 789/2015, per i quali in Italia sono registrati, su olivo e su Philaenus spumarius, tre sostanze attive: Acetamiprid, Deltametrina e Olio essenziale di arancio dolce (utilizzabile anche in biologico).
E’ da segnalare inoltre la possibilità , anche se ancora in fase di studio, di utilizzazione del Zelus renardii, come predatore naturale della Sputacchina. Nei confronti del quale, dalle prime osservazioni eseguite dal Prof. Francello Porcelli, entomologo del Disspa di Bari, sui vettori potenziali dello Xylella, sembra siano emerse prospettive di incoraggianti esiti.
 
Utilizzazioni:
  • del legno: sia del tronco che dei grossi rami e radici, una volta stagionato, è molto durevole nel tempo, anche se esposto alle intemperie, e pur non essendo facile da lavorare, consente di realizzare oggetti di considerevole bellezza. In quanto il colore giallo-bruno, con marcate venature alternativamente chiare e scure fanno di ogni realizzazione un pezzo unico. Esso, infatti, essendo un legno di risonanza (cioè che fornisce un ottimo materiale per la cassa armonica degli strumenti musicali che, per complessi fenomeni di diffusione e riflessione, esalta l’intensità sonora), viene impiegato soprattutto per la costruzione di strumenti musicali a fiato, come ciaramelle e zampogne, oltre che per taglieri, piatti e altri utensili da cucina. Mentre i tronchi contorti costituiscono un materiale ricercato dagli scultori, così come i rami giovani per la realizzazione di cesti. Mentre le fascine secche ricavate dal materiale di risulta della potatura, rappresentano un combustibile ideale per innalzare la temperatura del forno a legna ed accendere la stufa o, nell’orto, come supporto per far arrampicare i piselli o come ottima base per la produzione di compost.
  • delle olive: usate sia come alimento che, prevalentemente, una volta raggiunta la piena maturazione, per l’estrazione dell’olio extravergine di oliva, tramite: molitura (frangitura delle drupe); gramolatura (sminuzzamento ulteriore dei frammenti di polpa ed amalgama della pasta di olive); pressatura; e separazione dell’olio dall’acqua di vegetazione, per centrifugazione. La qualità dell’olio dipende maggiormente: dalla varietà della pianta; dai metodi di coltivazione; dal tipo di terreno; dall’andamento climatico; dal tempo che intercorre dalla raccolta alla molitura; e dal metodo di molitura (quella a freddo risulta essere la migliore, in quanto, essendo che la temperatura della pasta delle olive durante la gramolatura non supera i 27 °C, si evita l’alterazione dei composti sensibili al calore, quali: vitamina E ed i polifenoli.
Il Regolamento Ce 1531/2001, in vigore dal 1 novembre 2002 costituisce la normativa che stabilisce la Classificazione dell’olio di oliva, come segue:
  • olio di oliva extravergine o Evo (definito nutrigenico: cioè in ngrado di curare), con acidità libra, espressa in acido oleico, non superiore a 0,8%, dai notevolissimi pregi, oltre che come incomparabile condimento di pietanze, per i suoi poteri terapeutici quali: abbassare il rischio di disturbi cardiaci e circolatori, ridurre la secrezione gastrica, e come ingrediente di unguenti, saponi e altri prodotti per la cura della pelle e dei capelli, grazie alle sue proprietà nutritive ed al contenuto di vitamina E (che per le notevoli proprietà antiossidanti di cui dispone, assicura un’azione di protezione delle membrane cellulari, aiuta a migliorare l’attività dei neuroni e, insieme alla vitamina A, anche le condizioni della vista);
  • olio di oliva vergine, con acidità massima pari al 2%;
  • olio di oliva lampante (così denominato perché in passato veniva utilizzato per elimentare le lampade), non vendibile al dettaglio, sia per i difetti organolettici che per l’elevata acidità, superiore a 2 g di acido oleico per ogni 100 g di olio.
A cui seguono altre categorie di scarsissima qualità o non ammesse al consumo, ottenute da più spremiture della sansa (materiale residuo della pressatura della pasta di olive) o con solventi chimici.
  • delle foglie: che rivestono una notevole importanza per i loro effetti fitoterapici sull’organismo umano, avallati da numerose ricerche Universitarie a livello internazionale e dal riconoscimento dal Ministero della Salute italiano. Proprietà benefiche dovute alla presenza di sostanze medicamentosi, quali: l’Oleuropeina (glucoside che essendo presente anche nelle olive, conferisce il tipico sapore amaro all’olio; l’acido Elenolico (derivato, per idrolisi dalle’Oleuropeina); l’Idrossitirosolo (considerato “spazzino”di radicali liberi, con capacità 30 volte superiore alla vitamina C; il Tirosolo e la Rutina.
Complesso di contenuti preziosi, dato che sviluppano azioni: - antiossidante ( che contrasta gli effetti dei radicali liberi responsabili dell’invecchiamento delle cellule); - depurativa e disintossicante (che favorisce eliminazione di acidi urici, tossine, grassi e zuccheri nel sangue, promuovendo al contempo la depurazione di fegato e reni); - di sostegno al Sistema Cardio-Circolatorio (attraverso un effetto ipotensivo dovuto all’aumento dell’elasticità delle arterie che, favorendo la circolazione sanguigna, contrasta l’insorgenza di varici, gambe pesanti e vene varicose; - di abbassamento del colesterolo (per la funzione ipocolesterolemizzante, dovuta alla riduzione dei livelli di colesterolo cattivo – LDL- e all’innalzamento di quello buono -HDL-); - di sostegno al Sistema Immunitario (per l’aumento delle difese e l’azione antivirale, antimicotica e antibatterica; - e di prevenzione dell’osteoporosi.
Inoltre, alcune ricerche hanno dimostrato come l’estratto di foglie sia utile anche: contro il diabete (grazie all’azione ipoglicemizzante) e alcune malattie degenerative, come l’Alzheimer o il cancro. Patologie in nei confronti delle quali specifici studi hanno evidenziato come i principi attivi contenuti nelle foglie di ulivo siano in grado di evitare che le cellule da sane si trasformino in maligne, la cui proliferazione puo dare origine a tumori
Insieme di benefici di cui è possibile fruire (dietro parere del fitoterapeuta) tramite l’assunzione dell’estratto di foglie (che si possono raccogliere tutto l’anno), fresche o secche (conservabili in sacchetti di carta o tela). Per la preparazione del quale occorrono: 100 - 150 foglie fresche o 30 - 50 secche da lavare immergendole in acqua e bicarbonato e asciugare accuratamente, per poi metterle in una pentola con 1 litro d’acqua da portare all’ebollizione e lasciarla sobbollire a fuoco lento per 15 minuti; dopo di ché filtrare, lasciare raffreddare e versare il liquido in una bottiglia di vetro da conservare in frigo, per poi assumerlo, all’occorrenza, nella misura di un cucchiaino durante i pasti principali.
Altro metodo semplice per sfruttare le preziose proprietà delle foglie consiste nella preparazione di un decotto. Per il quale servono 5 grammi di foglie essiccate per ogni tazza d’acqua con immerse le foglie, da portare a bollitura per ca. 5 minuti, per poi lasciare riposare e far stiepidire, prima di filtrarlo e berlo alla dose consigliata di una tazza al giorno.
In floriterapia poi esiste “ Il fiore di Bach Olive”, ideale per combattere: la stanchezza, esaurimenti nervosi, astenia, cali di energia, recuperare dopo una convalescenza o un intervento chirurgico o altro. Per tali sintomatologie o esigenze si consiglia l’assunzione, in genere, di 4 gocce per 4 volte al giorno, fermo restando la raccomandazione di avvalersi delle indicazioni di un floriterapeuta.
 

Conosciamo le preziose "amiche" piante

Conosciamo le preziose "amiche" piante Copertina    (commenti:4) (740-0-0)
Domenico Brancato

Partendo dal presupposto che per apprezzare qualsiasi cosa occorre conoscerne le caratteristiche, ne consegue che per stabilire un legame “affettivo” con le specie di piante che ci proponiamo di illustrare, necessita scoprire gli aspetti del rapporto che li pone in relazione con l’uomo e le influenze che esse esercitano sulla qualità della nostra esistenza. Influenze che ci prefiggiamo di esporre, per offrire ai lettori la possibilità di approfondire la conoscenza di questi insostituibili esemplari vegetali e scoprire alcune sorprendenti curiosità che li riguardano.
Tutto ciò troverà riscontro in una periodica sequenza della descrizione dei particolari relativi ai più rappresentativi soggetti arborei della flora territoriale, a partire dal presente comunissimo stupendo:
 
Pino
Nome Comune: Pino domestico o Pino da pinoli
Nome scientifico/Specie: Pinus pinea
Classificazione: Gymnospermae (piante che producono semi non protetti dall’ovario), Conifere
Famiglia: Pinaceae
Genere: Pinus
Ordine: Pinales
Origine etimologica del Nome: dal latino “pinus”
Luogo di origine: Mediterraneo settentrionale. In Italia è presente nelle regioni centro-meridionali, in Liguria, Romagna e alcune zone del Veneto. La specie è stata diffusa per coltivazione dai Romani e dagli Etruschi.
Consistenza e morfologia: portamento arboreo, alto fino a 25 m (in genere 12-20 m), con chioma tondeggiante fino a 25-30 anni, per poi assumere, da pianta adulta, la caratteristica forma ombrelliforme e fusto rettilineo o lievemente curvo che , a volte, si biforca a varie altezze, in rami secondari, a seconda della dimensione del fusto alla base.
Caratteristiche componenti struttura:
  • tronco: eretto rivestito da corteccia (ritidoma: rivestimento del fusto e delle radici che invecchiando si stacca in placche) grigio marrone che si screpola in grosse placche che col tempo diventano rossastre;
  • radici: robuste e profonde;
  • Foglie: aghiformi, flessibili, in coppie di 2, lunghe 10-12 cm, di colore verde grigiastro che persistono sulla pianta per 2- 3 anni, per poi cadere durante l’estate e riformarsi in Aprile e completare lo sviluppo in Autunno;
  • Infiorescenze: monoiche (con fiori maschili e femminili sulla stessa pianta), con fiori (sporofilli) maschili, di colore giallo, che appaiono fra aprile e maggio, formate da squame che producono notevole quantità di polline diffuso dal vento (impollinazione Anemofila); e femminili, simili a pigne (falsi frutti la cui formazione avviene dopo circa dopo 15 – 20 anni di età della pianta) di colore verde (strobili) che a maturazione, divenendo legnose e meno compatte, liberano i semi;
  • Frutti: (pigne) sono lunghe 8-15 cm, di forma ovoidale che maturano in 36 mesi (3 anni);
  • Semi: denominarti pinoli (in alcune zone chiamati “pinoccoli o “pinocchi”, da cui il nome del famoso Pinocchio), lunghi ca. 2 cm, di colore marrone, con guscio coperto da una guaina scura che si asporta facilmente. Sono molto gustosi ed hanno un elevato valore nutritivo.
Longevità: 200-250 anni in natura; mentre in ambiente urbano l’aspettativa di vita si dimezza.
Moltiplicazione: avviene in Primavera, in genere per seme ed in vaso, per alcuni anni, prima di porre la pianta a dimora, considerata la fragilità dei giovani esemplari. Raramente si procede per talea, sempre in primavera o in estate inoltrata, prelevandola da piante di età massima di 10 anni.
Esigenze:
  • Climatiche: Teme temperature inferiori allo zero, specie in presenza di umidità. La neve può provocare la rottura dei rami. E’ una pianta spiccatamente eliofila (non tollera l’ombra).
  • Terreno: si adatta a suoli di varia natura, anche se gradisce quelli sciolti e sabbiosi, mentre non tollera quelli prevalentemente calcarei, compatti ed eccessivamente acquitrinosi.
  • Idriche: sopporta bene l’aridità estiva, con temperature superiori ai 30 °C e piogge scarse, a differenza delle giovani piante che richiedono periodiche annaffiature .
  • Nutritive: limitate a periodiche somministrazioni di concime stallatico, in autunno.
  • Potatura: non necessita di potature regolari, se non per periodica eliminazione di rami secchi e danneggiati.
Parassiti:
  • Processionaria (Thaumetopoea-pityocampa), trattasi di un lepidottero (farfalla) le cui larve producono la defogliazione della pianta sulla quale compiono il loro sviluppo, ricoprendosi di peli urticanti che rappresentano un serio rischio per la salute delle persone e degli animali domestici. Pertanto i proprietari ed i gestori di giardini e parchi e gli amministratori di condomini con aree verdi comprendenti alberi di Pino insistenti sul territorio comunale, entro il 31 gennaio di ogni anno, devono effettuare tutte le verifiche delle alberature, al fine di accertare l’eventuale presenza dei voluminosi nidi. Affinché, laddove si riscontri la presenza, provvedano immediatamente all’asportazione mediante taglio dei rami infestati ed alla successiva bruciatura;
  • oltre a:
  • Fitomizi, quali afidi e cocciniglie che si nutrono della linfa della pianta;
  • scolitidi, comprendenti coleotteri che si nutrono del legno vivo o morto;
  • e acari e crittogame (funghi), che possono dare origine a carie e marciumi.
Utilizzazioni:
  • l’albero: essendo alto, resistente e dalla chioma folta, viene spesso usato nei parchi, nei giardini e per alberature cittadine e stradali, per il fatto che resiste, senza problemi, all’inquinamento atmosferico, ai forti venti, alla salsedine e a lunghi periodi di siccità;
  • il legno: formato dall’alburno (parte legnosa più giovane del tronco dove scorre la linfa grezza) di colore bianco-rosato posto sotto la corteccia e dal più scuro durame o “cuore del legno” (la parte più consistente che svolge solo una funzione di sostegno del tronco). E’ tenero e resinoso e resiste bene all’umidità, per cui trovava impiego nelle costruzioni navali, per puntoni da miniera e per traversine ferroviarie, bancali, cassette da imballaggio e tavole per cantieri. Mentre è poco adatto come combustibile, in quanto, anche se brucia facilmente per la presenza di resina, è pericoloso per il rischio d’incendio dovuto al notevole deposito di fuliggine che si forma nella canna fumaria dei camini;
  • le pigne vuote e i gusci dei pinoli: costituiscono, invece, un combustibile prezioso;
  • la resina: in passato, veniva utilizzata per la distillazione della trementina e la produzione della pece impiegata per calatafare (rendere stagna una struttura metallica o di legno) le imbarcazioni;
  • i pinoli: vengono utilizzati dall’industria dolciaria, per l’estrazione dell’olio; in cucina, per la preparazione del pesto alla genovese e del castagnaccio; e come alimento, per l’elevato contenuto della maggior parte degli elementi nutritivi vitali.
Proprietà medicamentose.
Le diverse varietà, di questa pianta, fra le quali il Pino silvestre – Pinus sylvestris - in particolare – ed il Pino mugo – Pinus mugo – possiedono molte proprietà che permettono di curare numerose patologie, soprattutto inerenti l’apparato respiratorio: bronchite, tracheite, polmonite, asma, raffreddore ed influenza; oltre alla cistite cronica, prostatite, leucorrea e colecistite.
In particolare:
  • le foglie: hanno un’azione purificante, utile per i polmoni, reni e vescica;
  • le gemme: sotto forma di decotti, sviluppano un’azione disinfettante
per la pelle e deodorante per l’ambiente;
  • la corteccia: come infuso, favorisce la digestione;
  • i pinoli (del Pino domestico): sono ricchi di sostanze preziose per l’organismo, quali: antiossidanti, utili a contrastare l’azione dei radicali liberi e il processo di invecchiamento; luteina altrettanto utile per la vista; sali minerali ed alcuni amminoacidi essenziali, utili per il mantenimento della salute dell’organismo, essendo dotati di proprietà adatte a proteggere il sistema cardio-vascolare; acido pinoleico (omega 6) che stimolando l’azione di alcuni ormoni contribuisce a limitare il senso della fame; acido oleico, che tenendo sotto controllo i livelli di colesterolo, protegge le arterie e previene attacchi cardiaci; vitamina K utile in caso di crampi mestruali e per migliorare la circolazione del sangue; vitamina C che rafforza il sistema immunitario; e vitamina D che aiuta il consolidamento delle ossa. Il consumo di pinoli inoltre, poiché promuove i movimenti intestinali, è considerato efficace contro la stipsi, oltre che in caso di debolezza, stress e convalescenza, essendo una straordinaria fonte di energia (100 g sviluppano 675 calorie).
Curiosità:
  • Strutturali:
  • per distinguere le giovani piante di Pino pinea da quelle, molto simili, di Pino pinaster (Pino marittimo) basta stropicciare una manciata di foglie verdi. Nel caso trattasi del primo esemplare si svilupperà un odore simile a quello dei pinoli;
  • la ramificazione del Pino marittimo è piuttosto ad angolo retto, mentre quella del Pino da pinoli è disposta ad angolo acuto; quest’ultimo ha solitamente dimensioni inferiori al Pino marittimo che, invece, può arrivare ad altezze di oltre 30 mitri;
  • la forma delle pigne è arrotondata per il Pino da pinoli ed allungata per quello marittimo.
  • Storico-mitologiche:
  • nell’antica Grecia il Pino era sacro a Rea: antica divinità della terra, mentre nella mitologia romana, era identificato con Opi (divinità antica romana, personificazione della terra e dispensatrice dell’abbondanza agraria); con Cibale (dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici e divinità ambivalente che simboleggiava la forza creatrice e distruttrice della natura); e con Bacco, chiamato dai greci Dioniso, considerato l’inventore del vino: bevanda che faceva dimenticare agli uomini gli affanni e venire gioia nei banchetti. E poiché si pensava che la resina della pianta servisse alla sua conservazione e miglioramento, ne consegue il collegamento tra Vite e il Pino e tra il Pino e Dionisio.
  • Virgilio – 70 a.C. – a Mantova -(Publio Virgilio Marone, poeta romano autore di tre opere, tra le più famose della letteratura latina: le Bucoliche, le Georgiche e le Eneide); Ovidio 43 a.C. a Sulmona – (Publio Ovidio Nasone è stato un poeta romano, tra i principali esponenti della letteratura latina e della poesia elegiaca: malinconica); e Plinio – 23 d.C. a Como - (scrittore romano di opere, di storia e di una vasta enciclopedia in 37 libri che rappresenta una raccolta antologica del sapere antico) ritenevano il Pino simbolo di fecondità e generosità.
  • Il mito ce lo mostra legato alla Madre Terra e all’unione degli opposti: maschile e femminile. Il Pino è, infatti , un albero ermafrodita (presenza sulla stessa pianta di fiori maschili e femminili) ed una delle specie più antiche presenti sulla Terra. Non c’è da stupirsi se gli antichi lo vedessero come simbolo dell’amore fra madre e figlio, in un contesto che può essere spezzato soltanto dall’estremo sacrificio: la morte, che tuttavia genera vita immortale. I suoi cicli biologici seguono, infatti, ritmi lenti, e sui suoi rami coesistono più generazioni di frutti, l’una accanto all’altra, impregnandosi di informazioni cosmiche.
  • Nel Medioevo (V – XV secolo) era simbolo di conoscenza e immortalità;
  • nel Rinascimento (inizio XV – fino a metà XVI secolo) invece era visto come un simbolo di morte, perché, una volta tagliato, non può rinascere da se stesso; la sua resina richiama all’immortalità e alla purezza, mentre la pigna chiusa alla castità e quella aperta alla fecondità.
  • Un notevole impiego della pianta si ebbe durante il Fascismo (Ottobre 1922 – Luglio 1943), che consacrò questa specie come emblema ufficiale dell’Italianità. La pianta è testimone di una lunga storia mediterranea, ci collega con antiche civiltà, ed è una frequente presenza nella letteratura, nelle arti decorative, nei miti e nella quotidianità.
  • Significato e Simbologia:
  • il Pino è uno degli alberi maggiormente rappresentati negli stemmi araldici (di Famiglie nobili), in quanto simboleggia benignità e cordialità, per il motivo della sua capacità di non nuocere, benché sia alto e ombroso, ad alcuna pianta sottostante; oltre che nobiltà antica e generosa, perché rappresenta il signore che non allontana i più umili che gli vivono dappresso.
  • essendo, come tutte le conifere, un albero sempre verde è simbolo di immortalità ed eternità, oltre che della felicità coniugale e della fertilità, per via degli aghi uniti a coppia e inseriti su corti rametti denominati “ brachiblasti”.
  • Nell’Oroscopo Celtico il Pino corrisponde ai segni zodiacali: Capricorno, Acquario, Pesci e Vergine.
  • I nativi del Pino, il cui compleanno è compreso fra il 19 e il 29 Febbraio – e fra il 24 di Agosto ed il 2 di Settembre, sono persone molto razionali, tanto da considerare qualsiasi mancanza alla logica, una vera e propria perdita di tempo. Per loro ci sono cose più importanti da realizzare che sognare ad occhi aperti, per cui a volte rischiano di sembrare troppo noiosi e quindi hanno bisogno di qualcuno che ricordi l’importanza di lasciar libera la fantasia e divertirsi un po’. Sono persone coraggiose e ottimiste ed estremamente tenaci nel soddisfare i loro obiettivi di vita. Faranno tutto ciò che è in loro potere per ottenere quello che vogliono; sono intransigenti quando si mettono in discussione. Hanno buone maniere ma possono essere un po’ sfacciate. Se sono sicure di avere ragione, non riconoscono l’autorità e possono essere molto testardi. Da una parte, corrono rischi quando è necessario, ma d’altra parte non amano crearsi problemi inutili.
  • Pro: La forza del Pino è certamente la loro obiettività. Sono ottimi organizzatori e riescono a costruire la loro vita su basi solide e razionali. Agiscono sulla spinta di considerazioni lucide e ragionate, e non stanno a perdere tempo dietro ragionamenti complicati, fini a se stessi. A livello lavorativo tale attitudine li rende competitivi e vincenti. I pini non sono i leoni della società, sono introversi, ma piace loro essere circondati da brave persone. Sono buoni amici, anche se ci sono alcuni limiti nei confronti della loro devozione. Amano una casa accogliente, piace loro spendere soldi, vedono il denaro solo come mezzo per ottenere le cose necessarie, ma non sono buoni custodi delle finanze familiari. Rimangono ottimisti in ogni momento e credono sempre in un futuro migliore. Le donne sono considerate molto fortunate e destinate ad una vita bella, senza seri problemi.
  • Contro: L’assenza di estrosità rende la vita dei nativi un tantino grigia e monotona. L’organizzazione razionale degli eventi che costituiscono la loro esistenza li fa sentire aridi e, a volte, come se la vita stessa gli stesse sfuggendo. A volte la loro mente razionale li rende incapaci di prendere decisioni improvvise, specie quando si sentono incapaci di capire quali possano essere le loro conseguenze.
  • Amore: I nati sotto questo segno hanno bisogno di tempo e di un lungo corteggiamento prima di lasciarsi andare. Cosa c’entra l’amore con la ragione? Poco o nulla. Per questo il loro partner è colui in grado di far riscoprire loro la gioia di vivere e la leggerezza che una relazione deve assolutamente avere per risultare duratura e positiva.
  • Salute: possibile predisposizione a disturbi relativi a: metabolismo, intestino, cuore, udito e occhi.
  • Erbe associate ai nati sotto il segno del Pino: Valeriana, Lavanda, Aneto, Finocchio e Maggiorana.
  • Ubicazione degli esemplari più antichi in Italia:
  • a Roma, piante di Pino domestico della fine del 1800 si possono osservare, costeggiando le pendici orientali degli Horti Farnesiani, e lungo il Clivio Palatino, dopo aver percorso la Via Sacra, superato l’Arco di Tito;
  • nel Parco nazionale de Pollino, in Calabria al confine con la Basilicata, fra i costoni rocciosi, si erge un Pino loricato, specie tipica del Pollino (la cui struttura della corteccia ricorda la corazza dei guerrieri romani, detta appunto lorica), che con i suoi 10 metri di altezza e i 1230 anni di età rappresenta il Pino più antico d’Europa;
  • a Lenne, in località Pino di Lenne, a pochi chilometri da Taranto, trova ubicazione il Pino d’Aleppo (ramificato fin dal basso con chioma espansa, ma di aspetto un po’ differente rispetto le specie precedenti, soprattutto per i getti giovani più radi e chiari e per gli strobili dalla forma ovale-conica, lunghi 5-10 cm e larghi 2-3 cm, di colore verde all’inizio e marrone, dopo 2 anni) più antico d’Europa, messo a dimora più di 300 anni fa e misura 20 metri d’altezza ed una circonferenza del tronco di 4 metri.
 
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Federica Bruni Agente Immobiliare da anni, dopo aver compiuto gli studi di Architettura e dopo aver lavorato presso un’azienda di famiglia che si occupava di edilizia, ha potuto sviluppare tecniche conoscitive in merito alla cantieristica.
Si abilita presso la CCIAA di Roma e fa esperienza nel campo immobiliare affiancando per un periodo il vicepresidente FIMAA (Federazione Italiana Mediatori Agenti Affari) per poi intraprendere l’attività di Agente Immobiliare su Roma e Castelli Romani.
 
 
Associata FIMAA, alla quale e’ iscritta dal 2009, grazie ai numerosi convegni e ai continui programmi formativi organizzati dall'associazione cui ha partecipato, ha acquisito una notevole e specifica competenza in materia, assistendo la clientela nelle compravendite e locazioni; nella cantieristica; offrendo servizi di consulenza sia immobiliare che per ciò che riguarda i finanziamenti oltre alle problematiche urbanistiche che alle valutazioni degli immobili.
 
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