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Conosciamo le nostre "preziose amiche" piante: il Limone

Conosciamo le nostre "preziose amiche" piante: il Limone Copertina (192-1-0)
Domenico Brancato

 
Pianta che ha contribuito a migliorare notevolmente la vita e le condizioni generali di salute delle popolazioni, soprattutto per aver, grazie all’alto contenuto di vitamina C, debellato lo scorbuto e consentito di conservare l’acqua potabile e il cibo nel corso dei secoli.
Classificazione botanica:
Nome comune: Limone
Genere: Citrus
Famiglia: Rutacee
Specie/Nome scientifica: Citrus limon
Varietà:
Femminello: la più diffusa in Italia, soprattutto in Sicilia e Calabria, nota per l’elevata produttività e per la “rifiorenza” (con fioriture continue durante tutto l’anno). E’una pianta molto vigorosa, con frutti di forma ellittica, buccia da liscia a rugosa ricca di oli essenziali e polpa ricca di succo molto acido. Comprende sottovarietà come il Femminello Siracusano IGP o Monachello e il Limone di Sorrento IGP, famoso per la polpa molto succosa e l’elevato contenuto di acidi e aromi che lo rendono storicamente preferito per fare il limoncello originale;
Lunario o Quattro stagioni: molto diffuso nei giardini per la sua rusticità e per la costante presenza di fiori e frutti. In quanto seguendo il ciclo delle fasi lunari, fiorisce ad ogni luna nuova. Il frutto ha una tipica forma leggermente allungata a pera, con pochi semi e buccia profumata. Resiste meglio al freddo (tollera brevi cali termici, (fino a meno 3 – 4 °C) ed è la più adatta varietà per il clima della provincia di Roma, ivi compreso il territorio di Marino, dove la posizione migliore per la coltivazione è quella adiacente ad un muro esposto a sud – sud-ovest, che accumulando calore di giorno e rilasciandolo la notte, crea un perfetto microclima. Anche se, in caso di inverni con temperature rigide, da novembre a marzo, è bene proteggere la chioma con un telo di tessuto non tessuto e, per piante coltivate in vaso, provvedere all’isolamento dal terreno con del polistirolo;
Interdonato: pregiata varietà siciliana, nata nell’ottocento da un innesto naturale tra un cedro e un limone locale. E’ tipico della zona ionica di Messina ed è tutelato dal marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta). E’molto precoce, con inizio raccolta a settembre e termine a gennaio. Il frutto di grandi dimensioni, simile ad un cedro, ha forma allungata con punte pronunciate ad entrambe le estremità. La buccia è molto liscia, sottile e di colore giallo citrino chiaro a maturazione. La polpa è gialla, tenera, quasi priva di semi e dal sapore delicato, dolciastro e poco acido, tanto da essere l’unico frutto, fra le varietà, che si può mangiare quasi al naturale;
Verna: di origine spagnola, diffusa con impianti produttivi nell’area di Latina. E’ apprezzata per la lunga persistenza dei frutti sulla pianta nei mesi primaverili ed estivi.
Altre specie comprendono il:
Limone Meyer – Citrus meyeri – è un ibrido naturale spontaneo tra il limone e l’arancio dolce (Citrus sinensis) o il mandarino, originario della Cina, cresce benissimo, purché in un vaso di ampie dimensioni, anche in balcone o terrazzo. Ha: forma più rotonda rispetto ai limoni comuni; buccia sottile, liscia e brillante che, a piena maturazione assume un colore giallo-arancio (tanto che apparentemente sembrerebbe un’arancia); polpa, con pochissimi semi, estremamente succosa dal sapore delicato poco acido e un aroma complesso che ricorda un incrocio tra limone, lime e mandarino. Grazie alla sua naturale dolcezza è ottimo per preparare dolci, torte, sorbetti e marmellate e spremute fresche. Ma viene usato anche nella cucina salata per conferire note agrumate e floreali senza coprire gli altri sapori. Si differenzia dal limone classico per l’abbondante produttività (che si protrae per tutto l’anno, ma con maggior raccolto in inverno) e per la maggiore resistenza al freddo (fino a – 12 °C).
Lime o Limetta – Citrus limetta – (Nome comune Limetta dolce o Limetta romana): è un agrume di origine asiatica di dimensioni inferiori al limone. Ha: buccia sottile di colore verde brillante, che può diventare giallognola a completa maturazione; polpa molto succosa, solitamente priva di semi dal sapore intenso; succo aromatico e ricco di vitamina C, antiossidanti e Sali minerali (come il potassio). Contenuti che favoriscono la digestione e conferiscono virtù antisettiche all’organismo.
limone Caviale - Citrus australasica o Finger lime –, è un arbusto sempreverde molto ramificato e spinoso originario dell’Australia, coltivato generalmente in vaso anche in Italia. Il frutto, raro e costoso, è piccolo, cilindrico (simile a un dito) della lunghezza di 7-8 cm, la cui polpa (ricca di vitamina C, potassio e antiossidanti), non si spreme, essendo composta da piccole vescicole sferiche e trasparenti che scoppiano in bocca e che ricordano le uova di caviale. Il sapore è fresco e acidulo, con note che ricordano il lime, il pompelmo e il bergamotto, per cui trova un ideale impiego come guarnizione per tartare (o battuta: preparazione a base di carne o pesce crudi, sminuzzati finemente e conditi con vari ingredienti), pesce crudo, crostacei, ostriche, crostini e cocktail;
Il limone dalla buccia ruvida del Capo – Citrus jambhiri –, è considerato il più antico limone coltivato in Sudafrica, proveniente da un incrocio tra un antico mandarino e il cedro. Il frutto presenta una buccia rugosa molto spessa, ruvida, bitorzoluta e irregolare. La polpa risulta più dolce e aromatica e il succo molto profumato, rispetto ai limoni tradizionali. Oltre al consumo locale, viene ampiamente impiegato in tutto il mondo soprattutto come portainnesto resistente per le varietà di Citrus limon.
(Segue Illustrazione delle caratteristiche dei frutti delle specie di limone:)
Origine etimologica del nome: risale al persiano antico “limu o limun” (che indicava in modo generico gli agrumi), passato poi alla lingua araba come “limum o laimun” (usato per indicare frutti simili al cedro o all’arancia amara). Anche se alcuni sostengono che la parola venga da una lingua del Sud-est asiatico. Nel Medioevo, il nome è arrivato in Italia, dove è stato adottato per definire l’agrume con il frutto giallo e aspro.
Origine geografica: nasce in Asia, tra Cna, India e Birmania, come incrocio naturale tra il Cedro e l’Arancio amaro, per poi arrivare in Europa (Grazie agli scambi con il mondo arabo e le Crociate. Mentre in Italia si diffonde stabilmente nel Medioevo, prima come pianta ornamentale o medicinale e poi coltivata in grandi quantità in Sicilia, Campania e sulla riviera del lago di Garda.
Longevità: vive, in media, 50 - 60 anni, con inizio di produzione dopo 4 -5 anni dalla nascita o dall’innesto ed una fase di massima produzione cha va dai 10 ai 30 anni di età. Anche, se in piena terra, in condizioni di clima mite, terreno adatto e cure adeguate, può superare i 60 anni ed assumere maggiori dimensioni. Se però la pianta è coltivata in vaso, su terrazza o balcone, il ciclo di vita si riduce a 20 – 30 anni a causa dello spazio limitato per le radici.
Il titolo di limone più antico d’Italia spetta al “Limone Femminello del Gargano, che non è un singolo albero secolare isolato ma l’intera varietà storica la cui area esclusiva di coltivazione si trova in Puglia, nella provincia di Foggia, all’interno dell’Oasi agrumaria del Parco Nazionale del Gargano. Dove, testimonianze scritte confermano la presenza già intorno all’anno 1000.
Titolo attribuito anche alle piante di limone dei giardini storici delle “Antiche Limonaie del Lago di Garda” , edificate a partire dal XIV secolo, quali la: “Limonaia del Castel “ che sorge nel cuore del centro storico di Limone sul Garda -BS-, strutturata su più terrazzamenti storici ai piedi della montagna che ospitano oltre 100 piante di limoni, ed è allestita come museo didattico a cielo aperto; “Limonaia La Malora” di Gargnano - BS-, posta lungo la sponda occidentale del lago. E’ una delle più antiche ed affascinanti del Garda, ancora oggi produttiva. Dove si producono, a conduzione familiare, liquori (limoncello) e marmellate artigianali con i frutti coltivati in loco; “Serra dei limoni al Castello Scaligero” di Torri di Benaco”, sulla sponda veronese del lago. Si tratta dell’unico grande esempio di limonaia storica risalente al 1700, integrata direttamente all’interno delle mura del castello, perfettamente conservata e visitabile; - “Ecomuseo Limonaia Pra dela Fam” , posizionata in uno splendido castello scorcio a picco sul lago, lungo la Gardesana Occidentale. E’ una imponente struttura monumentale recuperata dalla Comunità Montana, anch’essa completa di un piccolo shop di prodotti biologici derivati dagli agrumi del posto.
Siti che hanno ispirato citazioni letterarie e descrizione poetiche, come: “Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? Nel verde fogliame splendono arance d’oro, un vento lieve spira dal cielo azzurro, tranquillo è il mirto, sereno l’alloro…” di Johann Wolfgang von Goethe; - e “Muraglie di pietra che sembrano resti di antiche fortezze, e filari di pilastri come menhir preistorici (blocchi di pietra allungati, infissi verticalmente nel terreno) allineati verso il lago”; e “Un luogo affacciato sul Garda dove il profumo dei limoni contrasta con la verticalità delle rocce e si riflette nel blu del lago”: espressioni tratte da un reportage di viaggio giornalistico dedicate alle bellezze del lago di Garda.
(Segue Riproduzione di siti che ospitano le piane li limone più antiche d’Italia)
Struttura pianta: trattasi di un albero sempre verde alto da a 3 - 6 m, formato da: un fusto corto con legno duro e compatto, rivestito da corteccia grigio-bruna che si fessura con gli anni; radici fascicolate superficiali concentrate nei primi 30 -50 cm di terra (motivo per cui la piante teme molto la siccità, il freddo e i ristagni d’acqua); chioma densa, cespugliosa e tondeggiante, formata da rami a portamento aperto (spesso provvisti di spine) anche all’interno e alla base, con funzione di protezione dei frutti e della corteccia dal sole; foglie sempreverdi, coriacee, di forma ellittica, di colore verde scuro e ricche di ghiandole aromatiche; fiori (zagare) solitari o riuniti in piccoli gruppi, profumati, con petali bianchi all’interno e sfumature rosacee o violacee all’esterno, ermafroditi (che possiedono sia gli stami: organi maschili contenente il polline, che il pistillo: organo femminile) e autofertili. Per cui l’impollinazione non richiede la presenza di altre piante; e frutti ovali o ellittici con una punta (detta umbone) denominati esperidi, simili a speciali bacche composte da una: scorza (esocarpo) coriacea gialla o verde, uno strato spugnoso bianco (mesocarpo) detto albedo e una polpa carnosa suddivisa in 8 -10 spicchi succosi dal sapore aspro.
Riproduzione, per:
innesto: tecnica professionale più indicata per la fruttificazione commerciale e per ottenere piante molto vigorose, forti, resistenti alle malattie e adattate al terreno, grazie al portinnesto. Consiste nell’inserire una porzione di ramo della pianta desiderata su un portinnesto radicato, con il metodo: - a spacco o a corona tra aprile e maggio (rispettivamente al Sud e al Nord), per sfruttare la forte spinta della linfa; - a gemma o scudetto, in giugno – luglio e ad agosto –, sia a spacco che a gemma, se il clima è ancora mite. Per una buona probabilità di riuscita nei giorni successivi all’esecuzione, il termometro non deve mai scendere sotto i 10 °C, e il portinnesto deve essere in vegetazione;
margotta: si esegue in primavera – estate, è facile da realizzare, poiché consiste nello scegliere un ramo di 2 – 3 anni sul quale rimuovere un anello di corteccia e coprirlo con della terra umida racchiusa in un sacchetto o bottiglia di plastica tagliata. Ramo che continua ad essere nutrito dalla pianta madre, mentre sviluppa le proprie radici. Tanto che dopo 2 – 3 mesi può essere tagliato sotto il pannello di terra. Il metodo assicura una buona efficacia, ma si possono ottenere poche nuove piante alla volta, ed essendo prive di un portinnesto, nel tempo, risultano più vulnerabili alle avversità;
talea: si effettua da marzo ad aprile, prelevando circa 15 – 20 cm di un ramo di un anno, tagliando la base in modo netto e asportando un piccolo anello di corteccia e le foglie superiori (per limitare la perdita di acqua); per poi (preferibilmente dopo averlo cosparso di Polvere radicante per talee), inserirlo in un sacchetto o in una mezza bottiglia di plastica con del terriccio per acidofile, per creare un microclima umido propizio allo sviluppo delle radici in circa 60 giorni. Radici che nei primi anni mantengono una debole consistenza ed una maggiore sensibilità agli attacchi fungini, rispetto alle piante innestate;
per seme: prelevando, in marzo – aprile i semi sani da un frutto maturo, lavarli e privarli dalla pellicola esterna, prima di metterli (tra fogli di carta da cucina o del cotone idrofilo inumiditi) dentro un contenitore chiuso per 3 – 5 giorni per farli germinare. Dopo di che piantarli in un vaso (con la radichetta verso il basso), ad 1 -2 cm di profondità di terriccio umido fertile e ben drenato, posizionandolo in un luogo caldo e luminoso. Le piante così riprodotte, se non successivamente innestate, spesso producono frutti di qualità inferiore. In quanto il limone essendo un ibrido, il seme genera una pianta diversa e imprevedibile che impiega molti anni prima di fruttificare. Per cui, in genere è un metodo utilizzato per produrre portinnesti.
Proprietà fito-sanitarie: - foglie: in infusione producono effetti calmanti, rilassanti e digestive; - buccia e in particolare: flavedo (parte esterna della buccia), ricco di oli essenziali profumati (limonene) , dall’effetto benefico sul sistema nervoso e la microcircolazione e albedo (parte bianca spugnosa), ricco di fibre e flavonoidi (come la esperidina), che favoriscono la salute dei vasi sanguigni; - e succo che, abbondando di acido citrico, vitamina C (Un singolo limone ne contiene circa 50 mg per ogni 100 g, e se si utilizza anche la buccia, si raggiungono ben 120 mg) e sali minerali, procura benefici effetti antiossidanti, digestive, antisettiche e aiuta a prevenire la formazione di calcoli renali
Benefici che, tranne nei casi di controindicazioni dovute a forme acute di gastrite, presenza di afte o gengiviti, nell’insieme svolgono funzioni di purificazione e fluidità del sangue e disinfettanti, nonché di: dimagranti, dissetanti, rinfrescanti, riduzione della ritenzione idrica, miglioramento della salute della pelle e dei capelli, reintegrazione dei sali minerali e di assorbimento del ferro: utile per combattere la debolezza e l’anemia.
Tanto che, in fitoterapia ed erboristeria, il limone è considerato un vero presidio per la salute, grazie principalmente al potere: - antiossidante e immunostimolante dovuto all’altissimo contenuto di Vitamina C (acido ascorbico) e flavonoidi, che contrastano i radicali liberi, proteggono le cellule dall’invecchiamento e rafforzano le difese immunitarie, prevenendo i malanni di stagione (raffreddore e influenza); - alcalinizzante ed epatico, in quanto, nonostante il sapore acido, una volto metabolizzato nell’organismo l’acido citrico favorisce la formazione di un ambiente alcalino.
Consigli pratici per consumare il limone proteggendo la salute:
- Bere acqua tiepida con succo limone al mattino, per stimolare la digestione, grazie all’azione stimolante dei succhi gastrici;
- Bere un infuso di Zenzero, Limone e Miele (Preparazione: scaldare una tazza di acqua a circa 80 ° C , per non distruggere la vitamina C; inserire 2-3 fettine di zenzero per circa 5 – 7 minuti, quindi rimuovere lo zenzero e lasciare intiepidire il tutto, prima di aggiungere il succo di mezzo limone fresco ed un cucchiaino di miele grezzo per bilanciare l’acidità) per ottenere il massimo potere digestivo, accelerare lo svuotamento gastrico e contrastare il gonfiore, grazie all’effetto della combinazione del gingerolo e acido citrico;
- Usare il succo di limone fresco per: - intenerire la consistenza di carne e pesce; pulire la bocca dal sapore pesante delle carni più grasse; - neutralizzare le molecole che creano il forte odore del pesce, rendendo il sapore più vivo e fresco; agevolare l’assorbimento del ferro della carne; -rasformare il ferro contenuto nelle verdure (come spinaci) in una forma notevolmente più assorbibile; - aumentare ulteriormente la biodisponibilità della vitamina C (a condizione però che il succo venga messo a crudo direttamente sulla pietanza, prima di consumarla, per evitare che, essendo termolabile, il calore della cottura la distrugga); - usare meno sale, considerato che il succo già conferisce sapore agli alimenti;
- Grattugiare la buccia di limoni biologici su primi piatti o dolci per fare il pieno di antiossidanti;
- Risciacquare subito la bocca, dopo aver bevuto il succo diluito, per rimuovere i residui di acido citrico. Oppure usare la cannuccia, per limitare il contatto del succo acido con i denti, o attendere almeno 30 minuti prima di lavarli, per evitare di graffiare lo smalto ammorbidito.
Utilizzazioni, il limone essendo l’agrume più versatile in assoluto, trova impiego nel settore:
- alimentare, dove il succo viene usato come condimento, conservante naturale e base per bevande. Mentre la buccia (flavedo) è un ingrediente fondamentale in pasticceria e nella produzione di liquori (vedi Limoncello);
- dell’Industria Profumiera, dato che dai fiori (Zagare) e dalla buccia si estraggono essenze finissime impiegate in aromaterapia e per la produzione di profumi, saponi e cosmetici;
- e della Pulizia e dell’Artigianato, nei quali il succo, per via della sua forte acidità, viene usato, fin dall’antichità, come sgrassatore, lucidante per metalli e smacchiatore naturale.
E poiché la tradizione gastronomica siciliana vanta un ricco patrimonio di ricette che utilizzano i limoni come ingredienti per creare composti alimentari freschi e dissetanti (perfetti specie per affrontare l’intenso caldo estivo), e considerato che abitualmente nei giardini della nostra zona si coltivano piante molto produttive; al fine di contribuire ad incrementare la fruizione dei copiosi preziosi benefici che dal loro utilizzo possono derivare, si ritiene utile riportare le istruzioni inerenti il procedimento per la realizzazione di numerose invitanti preparazioni:
- Granita (Simbolo per eccellenza della tradizione siciliana estiva): - ingredienti: 3 limoni biologici medi (o 4 piccoli)¸1 litro di acqua e 250 g di zucchero; procedimento: tagliare a pezzetti i limoni e lasciarli macerare insieme allo zucchero per alcune ore (per estrarre tutti gli aromi e i profumi contenuti nella buccia), oppure scaldare l’acqua con lo zucchero fino a scioglierlo; aggiungere il succo filtrato e la scorza grattugiata o in infusione (macerazione in acqua bollente); fare raffreddare e inserire in freezer, mescolando ogni 30 – 40 minuti durante il congelamento per evitare la formazione di cristalli troppo grossi. Oppure frullare il blocco di ghiaccio nel mixer per renderla cremosa;
- Sorbetto ai limoni verdi – verdelli- (rappresenta un’alternativa più cremosa alla granita, perfetta come digestivo a fine pasto): - ingredienti: 400 ml di acqua, 300 ml di succo filtrato di limoni verdi (circa 5 – 6 frutti), 250 g di zucchero, la scorza grattugiata di 2 limoni verdi e 1 albume d’uovo; - preparazione: scaldare l’acqua con lo zucchero in un pentolino fino al suo completo scioglimento e lasciare raffreddare, spremere i limoni e filtrare il succo, grattugiare la scorza dei limoni, mescolare il succo e la scorza allo sciroppo freddo, montare l’albume a neve ferma (fino ad ottenere una spuma densa, compatta e stabile che non cade se si capovolge la ciotola) e unirlo al composto delicatamente, versare tutto in un contenitore da mettere in freezer per alcune ore e frullare se si vuol rendere l’insieme più soffice;
- Limonata siciliana (Tradizionale al bicchiere): ingredienti: 4 limoni grandi e succosi; 1 litro di acqua naturale fredda, 4 -5 cucchiai di zucchero semolato, ghiaccio q.b. e foglioline di menta fresca; - preperazione: grattugiare finemente la scorza di un solo limone (evitando di includere la parte bianca) e metterla in una brocca insieme allo zucchero, spremere il resto dei limoni e filtrare il succo direttamente nella brocca, mescolare energicamente con un cucchiaio lungo per far sciogliere completamente lo zucchero , aggiungere l’acqua fredda e abbondante ghiaccio, mescolare ancora e servire con qualche foglia di menta.
In alternativa, la versione tradizionale prevede la produzione dello sciroppo di base che può essere conservato e utilizzato all’occorrenza: - ingredienti: 500 ml di succo di limoni freschi (circa 1 Kg di limoni non trattati), 250 g di zucchero semolato (metà del peso del succo), scorza di limone q.b. (opzionale, per conferire un aroma più intenso); - preparazione: spremere i limoni e filtrare il succo per eliminare i semi e la polpa in eccesso; versare il succo in un pentolino e unire lo zucchero e le bucce (se si preferisce); mescolare bene a fuoco basso, finché lo zucchero non si sia sciolto del tutto; portare a leggero bollore e far cuocere per 3- 5 minuti, togliendo l’eventuale schiuma in superficie; versare lo sciroppo bollente in bottiglie sterilizzate capovolgendole, per creare il sottovuoto. Per poi, alla bisogna, diluire lo sciroppo con acqua fredda e ghiaccio per gustare la limonata;
- Granatina al limone con la bottiglia: - ingredienti: 400 ml di acqua (divisa in due quantità da 200 ml), 200 g di zucchero, 2 limoni succosi biologici e 2 bucce di limone; - procedimento: sciogliere a fuoco basso 200 g di zucchero in 200 ml di acqua in un pentolino insieme alle bucce di limone e fare intiepidire; spremere il succo dei 2 limoni e filtrarlo; immettere in una bottiglia di plastica con una imboccatura larga i restanti 200 ml di acqua, il succo di limone e lo sciroppo di acqua e zucchero senza la bucce; chiudere la bottiglia lasciando un po' di spazio vuoto all’interno e metterla nel congelatore; agitare energicamente la bottiglia ogni 30-60 minuti per circa 3-4 ore, finché il composto non diventa cremoso;
- Gelo di limone (E’ un dolce cremoso e rinfrescante, nel quale al posto del latte viene utilizzato il succo della frutta fresca): - ingredienti per una dose di 4 -5 persone: 500 ml di acqua, 100 ml di succo di limone filtrato, 160 g di zucchero semolato, 50 g di amido di mais (maizene) o amido di frumento, pistacchi tritati, la scorza gialla esterna di 3 limoni biologici e gelsomini freschi q.b. (per decorare alla fine); preparazione: mettere la scorza di limone in acqua a riposare per una notte, filtrare l’acqua e unirla al succo di limone allo zucchero e all’amido, cuocere a fuoco basso mescolando con una frusta finché il composto si addensa, per poi versarlo negli stampini e farlo raffreddare in frigo;
- Scorzette di limone candite (Rappresentano una prelibatezza, da consumare da sole come piacevole conclusione del pasto, per favorire la digestione, oppure per arricchire dolci e creme): - ingredienti: 100 g di scorze di limoni biologici con buccia spessa, 100 ml di acqua, 100 g di zucchero semolato (più un extra per la copertura finale); - preparazione: lavare accuratamente i limoni; tagliare le estremità ed estrarre longitudinalmente striscioline di buccia con più parte bianca possibile, metterle in una pentola con acqua fredda portandola a bollore per 5 minuti; ripetere per 3 volte il trattamento, cambiando l’acqua, per rimuovere l’amaro; pesare le scorzette sbollentate; preparare uno sciroppo con scorzette, acqua e zucchero di pari peso (ad esempio, unire 100 g di scorzette, a 100 g di acqua e 100 g di zucchero), sciogliendo lo zucchero nell’acqua in un tegame largo e poi unire le scorzette; cuocere il tutto a fiamma moderata, finché lo sciroppo non si sarà quasi completamente assorbito e le scorze diverranno trasparenti e lucide; estrarre le scorzette e adagiarle su un foglio di carta da forno, farle raffreddare e se si gradisce passarle nello zucchero semolato;
- Limoncello: - ingredienti: parte gialla della buccia di 10 limoni biologici, 1 litro di alcol puro a 95°, 1 litri di acqua e 800 g di zucchero; - procedimento: metter le bucce a macerare nell’alcol all’interno di un barattolo di vetro ermetico e lasciare riposare al buio per 10 –14 giorni, scuotendo il contenitore una volta al giorno; fare bollire l’acqua in una pentola, aggiungere lo zucchero e mescolare finché non si è completamente sciolto e lasciare raffreddare totalmente lo sciroppo ottenuto; quindi filtrare l’alcol dalle bucce, unirlo allo sciroppo, mescolare bene e lasciare riposare prima dell’imbottigliamento definitivo e dell’assaggio;
- Pesto di limoni (rappresenta un’alternativa al classico pesto genovese, essendo un condimento fresco e senza cottura per la pasta o da spalmare sui crostini): - ingredienti: 2 – 3 limoni non trattati, 80 g di mandorle pelate o pinoli (o un mix), 100 ml di olio extravergine di oliva, 80 – 100 g di parmigiano reggiano grattugiato, 8 – 10 foglie di basilico fresco (e un rametto di menta o prezzemolo facoltativi), 1 spicchio d’aglio (facoltativo) e sale e pepe nero q.b; - preparazione lavare bene i limoni, asciugarli e prelevare soltanto la parte gialla della buccia con un pelapatate; spremere i limoni e filtrare il succo per eliminare i semi; inserire nel mixer per tritare scorza, frutta secca, erbe aromatiche e aglio, azionandolo a impulsi brevi per evitare di surriscaldare gli ingredienti; aggiungere il formaggio grattugiato, il succo, un pizzico di sale, pepe e olio extravergine di oliva a filo (lentamente e in moto continuo) e frullare il tutto fino ad ottenere una crema densa, omogenea e vellutata;
- Taralli glassati (Sono deliziosi biscotti ricoperti da una glassa di zucchero bianca). – ingredienti: 500 g di farina 00, 3 uova medie, 150 g di zucchero, 30 – 50 g (1 cucchiaio) di strutto o burro, 100 ml di latte o liquore (sambuca, o vermouth), 1 bustina di lievito per dolci, scorza grattugiata di 1 limone o arancia, 300 g di zucchero a velo e succo di limone q.b; - preparazione: in una ciotola capiente o spianatoia unire la farina setacciata con il lievito, lo zucchero e le scorze degli agrumi e aggiungere le uova, il burro morbido (o lo strutto) e il latte a filo (o il liquore) e impastare con le mani fino a ottenere un panetto liscio, morbido ed omogeneo; creare dei cordoncini, intrecciarli, chiuderli a cerchio e cuocerli in forno a 200 ° C per circa 20 minuti; mescolare lo zucchero a velo con il succo di limone filtrato e spennellare la superficie dei biscotti ancora caldi, per creare una copertura bianca e lucida;
- Insalata messinese (a base di limone della varietà Interdonato che, grazie alla sua bassa acidità e alla buccia dolce, è l’unico che si consuma come un vero e proprio ortaggio: - Ingredienti: 2 limoni freschi biologici, 1 cipollotto o una cipolla rossa di tropea, olio extravergine di oliva , sale e pepe nero, qualche oliva nera o filetti di acciuga; - preparazione: lavare bene i limoni senza sbucciarli; tagliarli a fette molto sottili e poi a cubetti; affettare finemente il cipollotto, dopo averlo lasciato in bagno in acqua fredda per 10 minuti e asciugato, per attenuare il sapore forte; unire in una ciotola la cipolla ai cubetti di limone e condire generosamente con olio, sale e un pizzico di pepe;
- Spaghetti al limone (E’ un primo piatto semplice ma raffinato che racchiude il gusto equilibrato tra acidità e cremosità). – ingredienti: 350 g di spaghetti n° 5, 50 ml di olio extravergine di oliva, 60 g di parmigiano reggiano grattugiato, 150 ml di succo fresco di limone (di circa 3 limoni), 15 g di scorza di limone, 5 g di basilico fresco tritato, 3 g di sale, mezzo spicchio d’aglio tritato e pepe q.b: - preparazione: in una ciotola grande, sbattere insieme metà dell’olio EVO, il formaggio, il succo di limone, il sale ed il pepe; soffriggere l’aglio con l’olio rimanente, raffreddare e aggiungere al composto di formaggio e succo di limone e mettere da parte; nel frattempo, portare ad ebollizione l’acqua in una grande pentola, aggiungere il sale e cuocere la pasta (scolarla, conservando una tazza d’acqua di cottura); aggiungere la pasta alla salsa al limone e farla saltare con basilico e la scorza di limone; aggiungere ¼ di acqua di cottura alla volta e proseguire a farla saltare per inumidirla; quindi condire con altro sale e pepe a piacere, prima di versare il tutto nelle ciotole e servire;
- Polpette in foglie di limone (Sono un secondo piatto profumato e delizioso. La carne viene insaporita dal contatto diretto con le foglie di limone, che rilasciano un aroma agrumato unico): - ingredienti: 400 – 500 g di carne macinata di vitello o un mix di manzo e maiale, 1 -2 uova, 40 – 50 g di formaggio grattugiato (Parmigiano, pecorino o caciocavallo), 1 cucchiaio di pangrattato, scorza di 1 limone grattugiata, olio extravergine di oliva e succo di limone per l’emulsione finale, sale e pepe q. b., foglie di limone lavate e non trattate; - preparazione: mettere il macinato in una ciotola insieme alle uova, il formaggio, la scorza di limone , il sale, il pepe e il pangrattato; impastare bene con le mani fino ad ottenere un composto morbido ma compatto da far riposare in frigo per circa 15 minuti; lavare con cura la foglie e tamponarle con un panno asciutto; prendere piccole porzioni di impasto, modellare delle polpettine o dei cilindri e posizionarle/i sopra una foglia, coprendole/i con una seconda foglia (o avvolgendole/i); cuocere su una griglia ben calda o su una piastra antiaderente per mochi minuti su ogni lato, per consentire alle foglie di rilasciare i loro oli essenziali senza bruciare troppo; prendere l’emulsione di olio di oliva e succo di limone (sbattuti insieme) e irrorare le polpette appena tolte dal fuoco;
- Involtini di pescespada (E’ una pietra miliare della cucina marinara siciliana per esaltare il sapore del pesce): - ingredienti: 12 fettine sottilissime di pescespada (circa 400g), 100 g di pangrattato, 2 cucchiai di pinoli tostati e 2 di uvetta sultanina (ammollata e strizzata), i cucchiaio di capperi dissalati tritati, 2 limoni biologici (scorza, succo e fettine), 10 – 12 foglie fresche di limone o di alloro, olio extravergine di oliva, prezzemolo, sale e pe q.b.; - preparazione: - in una ciotola unire il pane grattugiato, i pinoli, l’uvetta, i capperi, il prezzemolo, la scorza grattugiata di un limone, e un filo abbondante d’olio per inumidire il tutto; adagiare un cucchiaio di ripieno su ogni fettina di pesce e ripiegare leggermente i bordi verso l’interno per formare l’involtino; passare gli involtini nel pangrattato avanzato e disporli in una teglia unta, intervallandoli con una foglia e una fettina sottile di limone, irrorandoli con l’emulsione di olio e succo di limone, prima della cottura a forno a 200 °C , per circa 12 – 15 minuti.
Esigenze per la coltivazione:
- esposizione: a pieno sole per molte ore giornaliere e in posizione riparata dai venti dominanti, per evitare il distacco dei frutti e il danneggiamento dei rami;
- clima e temperatura: mite, in quanto soffre drasticamente il gelo intenso sotto i meno 2 – 3 °C, che può provocare la defogliazione della pianta e danneggiare la struttura legnosa. Per cui, nei mesi freddi, necessita di protezione o se in vaso lo spostamento in luogo riparato;
- terreno: sciolto, ben drenato, ricco di sostanza organica e assolutamente privo di ristagni d’acqua;
- irrigazione: regolare in primavera ed estate, minima in inverno, ma solo quando il terreno in superficie risulta asciutto, per evitare la formazione di pozzanghere intorno al colletto e ristagni d’acqua nel sottovaso;
- concimazione: richiedono nutrienti specifici, da somministrare dopo la potatura a base di : azoto (per stimolare lo sviluppo della nuova vegetazione), potassio e fosforo (essenziali per favorire la fioritura, l’allegagione e la maturazione di frutti saporiti e succosi), e microelementi come ferro e magnesio (per prevenire l’ingiallimento fogliare). Oppure se, oltre al reintegro delle sostanze nutritive, necessita migliorare la qualità del terreno (ammendare), è più confacente procedere alla somministrazione di lupini macinati, che forniscono: azoto organico a lento effetto (che nutrono la pianta gradualmente durante la ripresa vegetativa), aiutano a mantenere o abbassare il Ph del terreno su livelli sub-acidi (intoro al valore 6, ideale per gli agrumi) e a migliorare la fertilità del suolo o del terriccio in vaso. Ovviamente, integrandoli con i fertilizzanti minerali sopradescritti;
- potatura: necessaria per la rimozione dei rami secchi, spezzati e dei succhioni (rami verticali vigorosi che non producono frutti e debilitano la pianta), da praticare alla fine dell’inverno e comunque prima della fioritura.
Parassiti:
Cocciniglie - Planococcus citri, Aonidiella auranti, Aspidiotus neri: insetti dotati di uno scudo protettivo o di una copertura cotonosa. Svernano sui rami come neanidi (primo stadio giovanile degli insetti) o femmine adulte. In primavera riprendono a nutrirsi e a riprodursi (da 2 a 4 generazioni l’anno). Le uova si schiudono rilasciando neanidi mobili (prive di protezione cerosa che le rende vulnerabili), che producendo melata causano l’insorgenza della fumaggine (patina nera).
Il sistema di lotta si articola in interventi di natura: - agronomioca, consistente nella potatura finalizzata all’arieggiamento della chioma per ridurre l’umidità ed eliminare i rami più colpiti invasi dalle formiche che proteggono le cocciniglie per nutrirsi di melata; - biologica, attraverso trattamenti con: oli minerali bianchi -Solabiol- o oli vegetali di soia o di lino che agiscono per soffocamento delle forme mobili; sapone di Marsiglia o Sapone molle di potassio, alla dose di 10 – 15 g per litro di acqua tiepida, da spruzzare uniformemente su tutta la pianta e sotto le foglie in particolare seguita, dopo 1 – 2 ore, dal lavaggio con acqua per far respirare la pianta; olio di Neem (per bloccare la crescita e la riproduzione degli insetti, in qualità di potente repellente), alla dose di 5 -10 ml addizionato di qualche goccia di sapone per piatti (con funzione emulsionante) per ogni litro di acqua tiepida, da agitare bene e spruzzare su tutta la chioma; l’introduzione di insetti predatori come la coccinella – Rodolia cardinalis o parassitoidi come Aphytis melinus (Vespa parassita) ; - meccanica, ricorrendo, se l’attacco è poco esteso o su pianta in vaso, alla rimozione manuale delle cocciniglie o tamponandole, sulla pagina inferiore delle foglie, lungo le ascelle e i rami dove si nota la presenza, con batuffoli di cotone imbevuti di alcol denaturato (per sciogliere la cera protettiva e uccidere l’insetto all’istante), sciacquando, dopo qualche minuto, le parti trattate con acqua tiepida, per eliminare i residui di alcol;
Afidi o Pidocchi delle piante – Aphis gossypii e Aphis spiraecola-: piccoli insetti dal corpo molle che colonizzano i germogli teneri in primavera e autunno. Si moltiplicano rapidamente con il sopraggiungere della bella stagione, succhiando linfa e causando l’accartocciamento e il blocco della crescita delle foglie e la produzione di melata.
La lotta consiste nell’irrorare la chioma con soluzioni a base di Sapone molle di potassio (con le stesse modalità descritte per combattere la cocciniglia) o spruzzando direttamente sulle foglie, in ore serali, l’ottimo insetticida repellente naturale, ad azione rapida, di macerato di ortica o aglio (ottenuto immergendo 100 g di ortica fresca o 30 – 40 g di aglio schiacciato in 1 litro di acqua per 24 – 48 ore, e filtrando il liquido di risulta). E nel favorire la presenza di predatori naturali, quali: le Coccinelle, i Crisopidi (Appartenenti all’ordine dei Neurotteri dal corpo di colore verde brillante provvisto di grandi ali trasparenti, le cui larve definite “leoni degli afidi” sono, appunto, predatrici voraci) e i Sirfidi (facenti parte dell’ordine dei Ditteri dal corpo simile alle vespe, ma prive di pungiglione), gli adulti dei quali sono eccellenti impollinatori in grado di compiere il volo stazionario (rimanere fermi in aria), mentre le larve vivono sulla vegetazione cacciando attivamente i parassiti;
Minatrice serpentina – Phyllocnistis citrella -: è una minuscola farfalla notturna della lunghezza di 3 mm ed una apertura alare di circa 4 – 8 mm, di colore bianco-argenteo lucente con riflessi metallici con striature scure con all’apice una macchietta nera (ocello). La larva che ha forma allungata raggiunge circa 3 mm a fine sviluppo. Durante lo stadio giovanile scava attivamente le gallerie nutrendosi dei tessuti fogliari, mentre a fine sviluppo scava gallerie (mine) serpentiformi e lucide all’interno dei tessuti fogliari che si accartocciano e seccano. In fase di maturazione poi smette di nutrirsi per produrre un filo di seta per ripiegare il margine delle foglie e prepararsi alla trasformazione in crisalide. L’infestazione più massiccia si registra a partire dalla tarda primavera a tutta l’estate, in presenza di temperature di 12 – 13 °C.
La lotta si basa su interventi di natura: - agronomica, evitando l’eccesso di concimazioni azotate in estate per evitare di stimolare l’emissione di abbondanti germogli teneri, preferiti dall’insetto; - e biologica, con l’utilizzo di insetticidi a base di Azadiractina (olio di Neem) dotato di proprietà translaminare (capacità di penetrare nel tessuto di una foglia) per colpire le larve all’interno della foglia; e l’installazione di trappole a feromoni in primavera, per il monitoraggio e la cattura massale;
Tignola della zagara – Prays citri -: è una piccola farfalla fitofaga (che si nutre di piante), che vola soprattutto di notte o al crepuscolo, avvalendosi di una apertura alare di circa 12 cm (di cui quelle anteriori di colore grigio con macchie nere, mentre quelle posteriori sono più chiare con margini frangiate) che, fra la primavera e l’autunno, può compiere fino 11 generazioni all’anno. La larva inizialmente molto chiara, diventa bruno verdastra durante la crescita, si nutre delle parti interne dei boccioli e dei fiori (zagare) unendoli con sottili fili di seta. L’attacco causa la distruzione dell’ovario e la conseguente caduta precoce dei fiori (cascola) e dei piccoli frutti, ma può interessare anche foglioline, gemme e frutticini, che se penetrati, emettono gomma, ingialliscono e cadono.
La lotta consiste nell’effettuare il monitoraggio, tramite l’uso di trappole ai feromoni per intercettare i picchi di volo degli adulti a cui seguono, con i primi caldi e in autunno (favoriti dalle temperature miti e dalla presenza di nuovi flussi di fioritura), l’ovideposizione sui boccioli fiorali. Al fine di individuare l’esecuzione dei trattamenti mirati con Bacillus thuringiensis (specifico contro le forme larvali per ingestione) in coincidenza con i momenti di massima presenza delle larve, prima dell’apertura dei fiori;
Ragnetto rosso – Panonychus citri e Tetranychus urticae - : di cui il primo è specifico degli agrumi e l’altro che oltre gli agrumi attacca altre piante. Comunque entrambe le specie sono piccoli acari fitofagi di colore rosso, difficilmente visibili a occhio nudo, che compaiono da metà primavera (aprile) e proliferano durante i periodi più caldi e asciutto dell’anno, quando si verificano temperature superiori a 25 – 27 °C e scarsa umidità. Si manifestano con l’apparizione di piccole punteggiature grigio – giallastre sulla pagina inferiore delle foglie che, in seguito ad attacchi massicci, diventano argentate o seccano, causandone la caduta.
I rimedi e metodi di lotta consistono: nell’evitare ristagni di umidità nel terreno e una eccesiva massa fogliare; nel mantenere la vegetazione bene areata; nel distanziare adeguatamente le piante, per evitare il trasferimento degli acari; - nel favorire la presenza o lanciare acari predatori, in grado di tenere naturalmente sotto controllo la popolazione parassita, come il Phytoseiulus persimilis o Fitoseidi (famiglie di acari predatori molto veloci nei movimenti rispetto ai ragnetti rossi, delle uova, larve e adulti dei quali si nutrono, mentre in loro mancanza mangiano polline senza danneggiare la pianta. Predatori reperibili in commercio, in flaconi o sacchetti (presso Aziende specializzate, quali: Gogoverde, Agrimag, Biogard ed altre), che vanno distribuiti direttamente sulle foglie, la sera o il mattino presto in presenza di temperature miti ed una leggera umidità ambientale per favorire la riproduzione); - nell’effettuare trattamenti (bagnando bene anche la pagina inferiore delle foglie) a base di Sapone molle di potassio (alla dose di 1-2 ml per litro d’acqua) o di Olio di Neem o di zolfo bagnabile.
Il parassita, in questione, comunque, non va confuso con il Ragnetto rosso che compare su balconi e sui muri in primavera, essendo quest’ultimo un acaro del tutto innocui per l’uomo, gli animali e le piante, in quanto svolge un’utile funzione ecologica nutrendosi di uova e larve di insetti nocivi;
Acaro delle meraviglie – Eriophyes sheldoni -: è un acaro piccolissimo che si rifugia nelle gemme e si nutre dei tessuti interni del fiore, deformando l’ovario e provocando la crescita di frutti completamente deformati e bizzarri, e poiché rimane protetto entro le gemme per gran parte dell’anno, occorre colpirlo nei momenti di scopertura, seguendo il seguente calendario: - appena le temperature minime si assestano stabilmente sopra i 7-8 °C, prima della fioritura (fine febbraio-inizio di marzo: quando gli acari escono per colonizzare i nuovi focolai), eseguendo un trattamento con una emulsione composta da 10-15 ml Olio bianco minerale per litro d’acqua, bagnando benissimo foglie, tronco e l’attaccatura dei rami. E nel caso, dopo la fioritura (a maggio) si notino nuove gemme deformate, effettuando un ulteriore trattamento a base di Olio di Nemm o di Sapone molle di potassio; a inizio settembre invece, per proteggere la fioritura autunnale tipica dei limoni rifiorenti, ripetendo un leggero trattamento con Olio bianco.
Trattamenti che vanno integrati con pratiche di coltivazione consistenti nella: - potatura di arieggiamento con il taglio dei rami interni secchi o troppo fitti (per impedire la formazione di aria stagnante e calore eccessivo, che favoriscono la proliferazione del parassita); - rimozione dei limoni deformi (per ostacolare che l’infestazione si propaghi sulle nuove fioriture; applicazione di appositi collanti sul tronco (per evitare la risalita della formiche: difensori sia degli acari che di altri parassiti dai predatori naturali).
Mal secco degli agrumi: è una delle malattie più distruttive per il limone. Essendo causato dal fungo parassita tracheomicotico (che colpisce il sistema vascolare della pianta) -Olenodomus tracheiphilus - (noto anche come Phoma tracheiphila). Il patogeno colonizza l’interno dei vasi linfatici xlematici (microscopici canali che trasportano acqua e sali minerali) ostruendoli e bloccando il flusso della linfa: causa del disseccamento della chioma. Sverna all’interno dei tessuti infetti o nei residui vegetali a terra, sulla corteccia dei quali si formano piccoli corpi fruttiferi (picnidi) che rilasciano milioni di spore (conidi) che vengono veicolate dagli agenti atmosferici e dagli attrezzi da taglio non disinfettate. E poiché il fungo non riesce a perforare i tessuti integri, le vie di accesso alla pianta trovano riscontro in ferite e lesioni causate dal vento, grandinate, gelate invernali, tagli di potatura o lesioni radicali provocate da lavorazioni del terreno. Pertanto, la proliferazione e la diffusione avviene principalmente durante i mesi più freschi, umidi e piovosi (in genere da ottobre a gennaio), con temperature ottimali comprese fra i 14 e i 25 °C , mentre il caldo estivo ne rallenta l’attività. Gli effetti dell’insediamento del fungo nei vasi linfatici si manifestano: - inizialmente, con l’ingiallimento delle foglie apicali partendo dalle nervature, per poi appassire e cadere prematuramente, lasciando il picciolo attaccato al ramo; - e nella fase acuta, con il progressivo disseccamento, dall’alto verso il basso, dei rami colpiti che se tagliati trasversalmente evidenziano la tipica colorazione rosso-salmone del legno interno, segno inequivocabile della presenza del fungo.
Prevenzione e sistemi di lotta: dato che non esistono cure chimiche endoterapiche (che agiscono all’interno dei tessuti e del sistema vascolare delle piante) e di eradicazione totale, sfruttando la tecnica dell’endoterapia (iniezione di sostanze curative direttamente nel tronco), la difesa quindi dovrà basarsi rigorosamente sulla strategia preventiva indicata dai Servizi Fitosanitari Regionali, quali:
Lotta Agronomica, consistente nel: tagliare immediatamente, ai primi sintomi, i rami infetti al disotto di circa 20 – 30 cm della zona infetta, accertandosi che la sezione del legno rimasto sulla pianta appaia completamente priva di sfumature rosa; - disinfettare, con alcol denaturato o una soluzione di candeggina, le lame delle cesoie e dei segacci dopo ogni singolo taglio e coprire i tagli più grandi con mastici cicatrizzanti contenenti Sali rameici; - raccogliere e bruciare sul posto i rami potati o le piante interamente scalzate, per azzerare l’inoculo fungino, evitando assolutamente di compostarli o triturarli; - non effettuare, tassativamente, le lavorazioni del terreno (fresature o arature) nel periodo autunno-invernale, per non ferire l’apparato radicale e prevenire la forma più grave d’infezione vascolare dal basso (“mal fulminante”);
Trattamenti protettivi (Lotta integrata/Biologica): a base di Solfato di rame, Ossicloruro di rame o Poltiglia Bordolese, da effettuare preventivamente sulla chioma in: autunno (ottobre-novembre), subito dopo la potatura, prima dell’inizio delle grandi piogge o forti eventi climatici lesivi (grandinate, forti gelate o tempeste di vento), per proteggere istantaneamente le microlesioni; e subito dopo;
Scelta del materiale e Varietà resistenti: prediligendo, in occasione di nuovi impianti, cultivar di limone che hanno dimostrato una tolleranza o resistenza al Mal secco, come il Limone Monachello o selezioni resistenti di Femminello, e acquistare solo piante munite di passaporto fitosanitario, per garantire la totale sanità originaria del materiale vivaistico.
Clorosi ferrica: è una fisiopatia (alterazione causata da fattori fisici/ambientali) del limone imputabile alla carenza di ferro. Non si tratta quindi di una malattia infettiva, ma di un non trascurabile disturbo nutrizionale, il cui sintomo visivo si manifesta: - con la perdita di colore verde delle foglie più giovani (i germogli apicali), per poi (se non curata) si estende a quelle più vecchie, che ingialliscono, tranne le nervature che rimanendo di un verde intenso, creano un forte contrasto. Foglie che, nei casi più gravi, diventano quasi bianche, con margini che seccano (per necrosi) e cadono, causando il blocco della crescita dell’intera pianta e il deperimento dei rami e dei frutti, che restano piccoli e vanno incontro alla cascola precoce.
Ciò, in quanto, pur essendo il ferro quasi sempre presente nel terreno, la pianta non riesce ad assorbirlo a causa di: un Ph superiore a 7 – 7,5 nel suolo (eccessivamente calcareo o alcalino), che rende il microelemento insolubile e non assorbibile dalle l radici; - sistematiche annaffiature (specie nei vasi) con acqua molto calcarea (dura); radici soffocate da ristagni di acqua che, specie in terreni troppo compatti, non riescono ad assorbire i nutrienti.
La cura prevede interventi: - primaverili, ad azione d’uro, consistente nel scioglimento nell’acqua di irrigazione del Ferro chelato del tipo EDDHA o EDTA, ogni 15 – 20 giorni, fino a quando le nuove foglie nascono di un verde intenso (tenendo presente che per terreni molto calcarei è più efficace il chelato EDDHA), addizionato di un cucchiaio di Solfato di magnesio (Sali di Epson), dato che la clorosi è spesso accompagnata da carenza di magnesio; - autunnali (settembre-ottobre), per assicurare una scorta di ferro per l’anno successivo, con 1 – 2 annaffiature, sempre con Ferro chelato, per aiutare la pianta a superare l’inverno senza ingiallire a causa del freddo. Oppure, in alternativa (se il limone è in piena terra o il terreno non è eccessivamente calcareo), sciogliendo nell’acqua del Solfato di ferro distribuendolo intorno alla pianta su terreno un po' umido (alla dose indicata in confezione), per aiutare ad acidificare il terreno, oltre che per apportare ferro.
In casi di forte emergenza, per ottenere un assorbimento quasi immediato, è consigliabile adoperare un concime fogliare a base di ferro spruzzandolo la sera (mai in presenza di sole) direttamente sulle foglie.
Mentre per interventi correttivi a lungo termine si raccomanda di: - aggiungere al terreno periodicamente della torba acida o dello zolfo ventilato o del concime organico (come i lupini macinati), per abbassare l’alcalinità e mantenere lo strato leggermente acido; - migliorare l’acqua d’irrigazione prima dell’uso lasciandola decantare in un contenitore per 24 ore (per consentire al calcare di depositarsi in fondo) o aggiungendo poche gocce di aceto o acido citrico per neutralizzarla; - garantire un buon drenaggio, assicurandosi, se la pianta è in vaso, che ci sia uno strato di argilla espansa sul fondo e che la composizione del terriccio consenta un adeguato sgrondo dell’acqua, per evitare l’asfissia radicale.
(Segue Riproduzione dei più comuni parassiti e relativi predatori)
Curiosità storico-leggendarie, che il profumo e il colore del limone hanno alimentato per millenni, come si può dedurre da:
- La narrazione del Giardino delle Esperidi (Luogo leggendario famoso per custodire un albero dai pomi d’oro): secondo la quale nella mitologia greca, i limoni erano identificati come i mitici “pomi d’oro” custoditi dalle ninfe Esperidi e dal drago Ladone. Gea (Dea della personificazione della madre Terra e l’origine di ogni forma di vita) li aveva donati a Era (Regina degli Dei – Giunone-) per le sue nozze con Zeus, come simbolo di amore eterno e fecondità. Rubare questi frutti fu una delle dodici fatiche di Ercole;
- La capacità della pianta di produrre contemporaneamente fiori e frutti in ogni stagione, per la quale, nell’antica Roma e poi nel Rinascimento (XIV E XVI secolo), divenne l’emblema della fedeltà amorosa e della salvezza spirituale. Per questo appare spesso nei dipinti sacri e profani del ‘400 e ‘500;
- Una leggenda locale campana: “La Leggenda delle Sirene di Sorrento”, in cui si narra che le sirene che popolavano la costiera usassero i profumatissimi fiori di limone per intrecciare le proprie chiome. E che Il vento diffuse questo profumo nell’entroterra, spingendo i contadini a coltivare un frutto che racchiudesse in sé “l’oro del sole e l’energia del mare”;
- La definizione dello storico e cronografo cappuccino Frate Filippo Bernardi del paesaggio garganico della fine del ‘600, come: “ricco di agrumi che rende i paesani ricchi per il continuo traffico che vi fanno i Veneziani e gli Schiavoni che vengono a caricar vini, arance e limoni”. Ed è sempre nel periodo storico, ovvero nel ‘700 circa, che è nata l’usanza, nel mese di febbraio, di fare una lunga processione in onore di San Valentino, protettore degli agrumeti sul Colle del Carmine, per benedire le piante.
Citazioni poetiche di:
Eugenio Montale, poeta e scrittore, per il quale il limone non è solo un agrume, ma diventa un vero e proprio manifesto poetico e filosofico, come si evince dai seguenti brani tratti dalla raccolta poetica “Ossi di Seppia” del 1925.:
-Il manifesto anti-aulico: “ Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi, ligustri o acanti. Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi… e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni”. Dove si contrappone alle piante rare e preziose (i bossi, i ligustri, gli acanti) amate dai “poeti laureati” (Autori ufficiali che ricevono un riconoscimento da una Istituzione culturale o dallo stato, con l’incoronazione simbolica di una corona di alloro), accademici, aulici e retorici, legati ad un linguaggio troppo difficile e lontano dalla vita; il limone che è un albero comune, umile e da orto che rappresenta una poesia terra-terra, accessibile e autentica;
- La “chiave di volta” dell’esistenza: “Quando un giorno da un socchiuso portone, tra gli alberi di una corte, ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si disfa, e in petto ci scrosciano le loro canzoni, le trombe d’oro della solarità” (cioè, vedere i limoni da un portone socchiuso è un miracolo laico: il profumo intenso e il colore giallo acceso irrompono nel grigione e nella monotonia della vita quotidiana, squarcia il “male di vivere”, fa intravedere una verità o una via di fuga dall’assurdità del mondo ed evoca la luce del sole e una ricchezza accessibile a tutti, capace di sciogliere (“sfare”) il gelo del cuore).
Pablo Neruda, premio Nobel cileno, che dedica la meravigliosa “Ode al limone”, descrivendo questo frutto come un universo di luce: “Da quei fiori tagliati dal coltello della terra, sorse un giorno il miracolo: un lampo di miniatura di pianeta d’oro, un universo di luce fiorì…” segue “Ma al tuo succo si aprirono le coppe, le cattedrali della gastronomia, le gocce d’oro è la goccia di sole, la coppa dell’universo il sugo cella vita”.
Alfonso Gatto, poeta salentino contemporaneo di Montale, che nella poesia “I limoni” dipinge il frutto come il simbolo stesso del paesaggio e dell’anima del Sud Italia: “Odore dei limoni, terra ferma, dove la luce si fa verde e stanca nella sera che cala. Resta il profumo ad avvisare il cuore che la bellezza è qui, nell’aspro sapore della vita, nell’oro che splende tra le foglie scure”.
Daria Manicanti, poetessa italiana 1914 -1995, che nella sua composizione intima e domestica “ Al limone sul balcone” attribuisce al limone il ruolo di compagno silenzioso che porta il calore del sole anche in città: “Piccolo sole in gabbia sul balcone, tu che profumi di una terra calda e porti l’oro dove il cielo è grigio, la tua buccia è una scorza di allegria contro il freddo che avanza”.
Yannis Ritsos, gande poeta greco 1909-1990, che nella sua composizione “Il limone” usa il limone in modo sensuale e malinconico, legandolo ai ricordi e all’amore: “Tagliasti il limone in due. La stanza si riempie di quel profumo acuto, quasi un grido giallo nella penombra. Sulle tue dita rimase l’inverno, sui miei occhi la luce d’estate di un frutto che sa di mare e di roccia”.
Nell’Arte e nella Cultura:
Nei dipinti di nature morte o soggetti sacri Rinascimentale, un limone parzialmente sbucciato, con la scorza a spirale, indicava la transitorietà della vita terrena e il passare del tempo.
Nella Tradizione Siciliana e Costiera, costituiva l’elemento cardine dell’identità mediterranea, rappresentava l’abbondanza, l’ospitalità e il legame profondo con la terra arsa dal sole.
Durante il Rinascimento, i dipinti ritraevano spesso i limoni come segno di ricchezza e prestigio sociale, data la loro rarità e utilità terapeutica;
Nella canzone d’autore, il limone abbandona spesso la sua solarità per diventare il simbolo della nostalgia, delle occasioni perdute, dell’asprezza dell’amore o della freschezza della giovinezza, come si può dedurre dalle realizzazioni di:
- Paolo Conte, per il quale il limone è il simbolo dell’estate, dell’erotismo accennato e di una sensualità pigra e tipicamente mediterranea. Nel testo di “gelato al limon”, rappresenta appunto un lusso semplice, un momento di refrigerio e di intimità condivisa in un pomeriggio caldissimo;
- Fabrizio De André, nella sua creazione “Creuza de ma” il profumo dei limoni e degli agrumi fa da sfondo a tutto l’undicesimo album. Rappresenta la Liguria, il porto, il ritorno dei marinai a terra e quel contrasto tipico del Mediterraneo tra l’asprezza del sale marino e la dolcezza della terra ferma.
Nell’espressione di Significati e Simbolismi, quali:
- Vitalità e luce: il colore giallo brillante del frutto richiama l’energia vitale del sole, l’ottimismo, la rinascita, la freschezza e la gioia della stagione estiva;
- Purificazione e guarigione: storicamente usato contro le malattie (come lo scorbuto), il limone simboleggia la pulizia del corpo, l’igiene spirituale e la cacciata delle energie negative;
- Antidoto e salvezza: poiché in passato era usato come rimedio contro i veleni, nella cultura cristiana il limone è diventato l’emblema della Vergine Maria e della protezione dal male;
- Purezza e spirito: il colore bianco candido di fiori e il profumo intenso richiamano l’idea di purificazione dell’anima;
- Fedeltà e amore eterno: essendo una pianta rifiorente che produce frutti in tutte le stagioni, nella tradizione cattolica e nell’arte rinascimentale rappresenta l’amore fedele che non sbiadisce, la salvezza, la solarità e l’augurio di prosperità e longevità;
- Costanza affettiva: nel linguaggio dei fiori, il limone e i fiori bianchi simboleggiano amore sincero e promessa di fedeltà eterna;
- Resilienza e contrasto: la combinazione di profumo dolcissimo (di fiori e scorza) e sapore aspro (del succo) simboleggia le difficoltà della vita che nascondono un valore prezioso;
- Protezione: in molte culture contadine, rami o frutti di limone venivano usati come amuleto contro il malocchio e le invidie;
- Tatuaggio: farsi tatuare un limone significa celebrare: - resilienza e dolcezza (con riferimento ad un proverbio inglese che recita: “Quando la vita ti dà limoni, zuccherali/fanne una limonata), intese come forza di superare i momenti aspri e difficili, trasformando le negatività in positività); - l’energia e freschezza, riferite al colore giallo acceso del limone che simboleggia ottimismo, allegria, solarità e una forte gioia di vivere; - la fedeltà e amore, in quanto la pianta producendo frutti quasi tutto l’anno, rappresenta la costanza affettiva e la devozione; - il legame con le origini, poiché l’immagine del limone ricorda l’estate, il sole o luoghi del cuore come la Sicilia e la Costiera Amalfitana.
Massime di:
- Primo Levi: “E’ impossibile guardare qualcuno che sta spremendo un limone senza stringere gli occhi”;
- Sconosciuto: “Un limone spremuto non ha più nulla da dare, ma un uomo spremuto ha ancora molta rabbia da offrire”.
Enunciazioni augurali:
- “Che la tua vita abbia sempre la forza del limone: capace di fiorire in ogni stagione, di splendere come il sole anche nei giorni grigi e di trasformare ogni asprezza in un profumo meraviglioso”;
- “Ti auguro una vita piena di colore, energia e quel pizzico di asprezza che rende tutto ciò più interessante. Brindiamo a te e alla tua solarità”;
- “Come il limone, che cresce forte tra le rocce e sotto il sole caldo, ti auguro di splendere sempre e di saper spremere il meglio da ogni situazione”.
Ricorrenze:
- 29 agosto: Giornata mondiale del limone e delle sue proprietà;
- 28 luglio: Giornata Nazionale del Limone in Italia, incentrata sulle tradizioni culinarie del territorio;
- 17 febbraio: Giornata Mondiale degli Agrumi, che comprende anche il limone.

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante": il Noce

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante": il Noce Copertina (418-2-0)
Domenico Brancato

Conosciamo le nostre preziose “amiche piante”
il Noce.
Pianta che vanta, da millenni, frequenti riferimenti nella storia umana, avendo efficacemente plasmato l’economia, l’alimentazione, l’artigianato e persino il folclore locale.
Classificazione botanica:
Nome comune: Noce
Genere: Juglans
Famiglia: Junglandaceae
Specie/Nome scientifico: Juglans regia (Specie più diffusa in Italia e in Europa, sia per il legno pregiato che per il consumo alimentare)
 
Varietà: - Sorrento: tipica italiana (Campania), molto pregiata, aromatica e di forma ovale; - Chandier: più diffusa al mondo, con guscio sottile e gheriglio molto chiaro; -Lara: francese molto produttiva e adatta a climi temperati; - Hartley: americana, molto apprezzata per la forma allungata e l’ottimo sapore.
 
Altre Specie: Noce Pecan – Carya illinoinensis – : originaria del Nord America, produce frutti allungati dal guscio liscio, sottile. Il gheriglio ha una consistenza più morbida, oleosa e dal sapore più dolce e burroso, rispetto alla noce classica; Noce del Brasile – Bertholletia excelsa -: proviene dalla foresta amazzonica, nota per la sua consistenza carnosa, dura e compatta, dal sapore pieno, terroso e corposo, che ricorda vagamente il cocco fresco o i funghi; Noce di Macadamia - Macadamia integrifolia -: originaria dell’Australia, è quella più ricca di grassi, dal sapore dolce molto delicato e cremoso, che ricorda il burro di cacao o il latte denso, dalla consistenza unica, vellutata e friabile, che quasi si scioglie in bocca; Noce nero - Juglans nigra –: originario dal Nord America, è molto vigoroso. In Italia è usato principalmente come portinnesto per il noce comune e per l’industria del legno.
(Segue: Illustrazione delle caratteristiche dei frutti delle specie di noce)
 
Longevità: solitamente vive fra i 100 e i 200 anni. Sebbene, in condizioni ideali e per alcune specie (come il Noce nero americano) possa superare i 300 anni. Il suo ciclo di vita è caratterizzato da: inizio produzione fra gli 8 e i 10 anni; periodo di massima resa dai 40 ai 50 anni; e dal culmine della crescita in altezza intorno ai 100 anni.
Uno degli esemplari più antichi del suo genere si trova in Umbria a Poggiodomo, in località Via del Colle, vicino alla storica fonte dei Trocchi, a oltre mille metri di altitudine in provincia di Perugia. E’un albero monumentale, delle dimensioni di 25, 10 e 4,88 metri, rispettivamente: d’ altezza, circonferenza della chioma e del tronco (a metri 1,30 dal suolo) e dell’età stimata superiore ai 2 secoli. Per la sua maestosità è stato riconosciuto come attrazione naturalistica, ed è stato circondato da un alone di spiritualità. Visto che, come per la vicina quercia miracolosa, gli abitanti del posto hanno profondamente legato il luogo che lo ospita alla devozione popolare, inserendo piccoli altari sacri all’interno delle cavità naturali della pianta.
(Segue: Riproduzione del noce più antico d’Italia di Poggiodomo)
 
Consistenza e morfologia: albero di grandi dimensioni, che può raggiungere anche i 30 m di altezza e una chioma folta, espansa e tondeggiante in grado di sviluppare un diametro di 10 – 12 m.
 
Caratteristiche componenti struttura: tronco: dritto e robusto con diametro di base fino a 1-2 metri, rivestito da una corteccia grigio-biancastra liscia nei giovati esemplari, che diventa più scura e fessurata longitudinalmente in età adulta; apparato radicale: fittonante, molto robusto e profondo; foglie: caduche, alterne (inserite singolarmente ed in modo alterno da un lato e dall’altro dell’asse -rachide-), imparipennate (composte da un numero dispari, da 5 a 9, di foglioline ellittico/ovali di colore verde chiaro, disposte a coppie lungo l’asse centrale, terminando all’apice con una sola fogliolina); fiori: maschili e femminili separati, ma sulla stessa pianta. Quelli maschili riuniti in amenti (infiorescenze a spiga pendule e flessibili) lunghi 5-10 cm e quelli femminili, solitari o in piccoli gruppi, posti all’apice dei rami dell’anno. La fioritura avviene fra aprile e maggio, solitamente prima o contemporaneamente all’emissione delle foglie; frutti: sono drupe di forma globosa o ovata della dimensione di 3-4 x 4-6 cm, composte da: uno strato esterno (mallo), fibroso di colore verde, ricco di tannino che, a maturazione, annerisce e si spacca, liberando il guscio interno; uno strato sottostante (guscio o endocarpo) legnoso, di colore marrone chiaro, costituito da due valve che racchiudono il seme; ed uno interno (seme o gheriglio) commestibile, diviso in lobi, ricco di lipidi (acido oleico) e di sostanze benefiche come gli Omega -3. Si raccolgono in autunno, a partire dagli 8 – 10 anni della messa a dimora della pianta e fino a 40 – 50 anni di età, in quantità, che in buone condizioni può giungere ad una produzione di circa un quintale/anno. Esigenze:
- Clima: temperato, con esposizione soleggiata o in mezz’ombra, con bassa umidità e scarsa presenza di gelate primaverili. Cresce bene anche in montagna sino agli 800 m e predilige temperature non troppo alte. La messa a dimora deve essere effettuata con le radici avvolte dal pane di terra in inverno con esemplari di 1 – 3 anni. In quanto il noce, a causa dell’apparato radicale fittonante, non sopporta bene le operazioni di trapianto.
- Terreno: profondo, fertile, fresco, ben drenato, debolmente acido o calcareo;
- Idriche: Pianta che risente molto degli stress idrici, che possono compromettere la qualità e la pezzatura dei frutti. Motivo per cui necessita un apporto idrico annuale di circa 1270 mm di precipitazioni o irrigazioni, da somministrare durante i mesi estivi (giugno, luglio me agosto). Negli impianti specializzati , risulta fondamentale l’irrigazione a goccia per garantire un apporto costante;
- Nutritive: necessita di un apporto equilibrato di azoto (da distribuire preferibilmente in forma organica, prima del germogliamento e dopo l’allegagione, per stimolare la crescita vegetativa); fosforo e potassio (per favorire la fioritura, l’allegagione e lo sviluppo qualitativo del gheriglio);
- Potatura: la pianta mal sopporta le potature drastiche e la rimozione di rami di grandi dimensioni, che avendo difficoltà a cicatrizzare vengono esposti ad infezioni. Gli interventi vanno eseguiti prima della ripresa vegetativa (tra gennaio e marzo) e in estate per la rimozione dei succhioni. La tipologia di intervento si differenzia a seconda se trattasi di potatura di: - allevamento (che si pratica nei primi 2 – 3 anni, cimando il fusto centrale a circa m 1– 1,20 e selezionando 4 o 5 branche principali per formare la struttura della chioma); - produzione (con interventi minimi, consistenti unicamente nell’eliminazione dei rami verticali molto vigorosi -succhioni- e di quelli secchi, malati o che si incrociano all’interno della chioma), o nel caso di accorciamento di una branca, usare sempre il taglio di ritorno (al di sopra di un ramo laterale più giovane). Evita interventi di capitozzatura (taglio di netto del tronco principale e delle grosse branche, lasciando solo monconi privi di chioma) che stimolano la pianta a produrre enormi ammassi di succhioni infruttiferi, dato che il noce fruttifica sulle gemme apicali. I tagli vanno eseguiti con attrezzi disinfettati con alcol in maniera netta, senza sfilacciature ed inclinati di circa 40 – 60 gradi, per evitare che l’acqua piovana possa ristagnare sulla ferita, provocando il marciume del legno. Sulle inevitabili ferite medio-grandi applicare solo un velo sottile di mastice medicato al rame, oppure con soluzioni a base di propoli che consentono al legno di traspirare. In quanto un mastice comune intrappola l’umidità naturale del legno sotto la pellicola, creando una camera umida che causa la proliferazione di funghi distruttivi. Il taglio deve essere eseguito appena fuori del collare di corteccia (zona rigonfia alla base del ramo): zona che contiene i tessuti per la generazione del callo. Poiché lasciare un moncherino si blocca la cicatrizzazione, facendo marcire il legno fico a intaccare il tronco principale. Mentre un taglio rasato ferisce il tronco, allargando l’area esposta alle infezioni
 
Riproduzione, avviene principalmente per: seme, che si esegue: -scegliendo noci non trattate tenendoli a bagno per una notte; praticando una piccola fessurazione sul lato opposto alla punta del guscio; e posizionandole orizzontalmente, o con la punta rivolta verso il basso, alla profondità di circa 3 -4 cm, in un vaso del diametro di 25 – 30 cm con terriccio da mantenere umido, posto in luogo luminoso. Per ottenere l’inizio della radicazione dopo m 2 -3 settimane e l’entrata in produzione dopo 5 – 6 anni; innesto, si effettua a fine inverno -inizio primavera (febbraio-marzo) su giovani portinnesti applicando tecniche come: a spacco (tagliando il portinnesto all’altezza desiderata; preparando la marza a cuneo e inserendola nel portinnesto, facendo combaciare perfettamente le cortecce; legando saldamente con rafia o nastro specifico e sigillando con mastice per innesti, per evitare la disidratazione; a corona, (adottando lo stesso procedimento), molto adatto ed efficace per piante con fusto di più grandi dimensioni; a zufolo o ad anello, considerato fra i più sicuri, si effettua in primavera(aprile-maggio), quando la pianta è in pieno succhio (circolazione della linfa) per favorire il perfetto scollamento della corteccia, o a fine estate(agosto-settembre), a gemma dormiente, cioè che germoglierà nella primavera successiva, applicando il seguente procedimento: scegliere un ramo vigoroso dell’anno precedente, che abbia un diametro compreso tra 1 e 2 cm; selezionare un ramo sano e con gemme ben formate della varietà che si vuole riprodurre del diametro il più possibile simile a quello del portinnesto; praticare due tagli circolari paralleli distanti 2-3 cm sul portinnesto; eseguire un taglio verticale che unisca i due cerchi; sollevare delicatamente la corteccia e rimuovere l’anello, lasciando il legno nudo; ripete la stessa operazione sulla marza attorno ad una gemma sana; sfilare l’anello di corteccia facendo attenzione a non danneggiare la gemma; inserire l’anello con la gemma sul legno nudo del portinnesto facendo combaciare perfettamente i tagli, assicurandosi che la gemma sia rivolta verso l’alto; legare tutto strettamente con rafia, lasciando scoperta soltanto la gemma; coprire le ferite, i bordi dell’innesto e la sommità della legatura con del mastice, per evitare la disidratazione. Metodo che permette di ottenere soggetti identici alla pianta madre, garantendo solitamente la qualità dei frutti in 5-6 anni.
 
Parassiti, comprendono:
 
Mosca del noce (Rhagoletis completa): dittero (piccola falena con apertura alare di 15-20 mm di colore grigio) originario del Nord America che attacca i frutti. Compie una sola generazione all’anno, le pupe svernano nel terreno sfarfallando tra giugno e settembre. Le femmine depongono le uova nel mallo, della polpa del quale si nutrono, facendolo annerire, diventare molle e marcire, provocando l’ammuffimento del gheriglio, rendendolo immangiabile e causando la caduta precoce.
La lotta si basa sulla: - prevenzione, posizionando reti a maglia fine sotto la chioma per impedire alle larve mature di penetrare nel terreno per svernare e nella raccolta e smaltimento tempestivo delle noci cadute precocemente o annerite, per evitare che le larve completino il loro ciclo; - e cattura massale degli adulti (mass trapping) prima che depongano le uova: Trappole alimentari da appendere in posizione evidente a sud-est alle fronde, formate da bottiglie di plastica con tappo Tap Trap giallo, contenenti circa ½ l di acqua, 100 ml di ammoniaca liquida non profumata (esca oftalmica) e 1 acciuga/sarda o scarti di pesce crudo (esca proteica); Trappole “Attract and Kill” pronti per l’uso, che sfruttano l’azione del colore giallo e di insetticida per agricoltura biologica per attirare l’insetto;
 
Carpocapsa (Cydia pomonella): è un piccolo lepidottero che sverna come larva matura (crisalide di circa 10 mm) protetta da un bozzolo tra gli anfratti della corteccia o nel terreno. In primavera (aprile-maggio) emergono gli adulti che si accoppiano e depongono minuscole uova (inizialmente biancastri poi contornati da un anello rosso) sulle foglie e nei pressi dei frutticini. A seconda delle temperature si possono avere 2-3 generazioni/anno. Le larve, che alla nascita misurano appena 2 mm, a maturità raggiungono 18 -20 mm, penetrano all’interno della noce, scavano gallerie nel mallo e arrivano a divorare l’intero gheriglio. La sintomatologia della presenza si manifesta:- con piccoli fori sulla superficie del mallo, circondati da minuscoli grumi di escrementi marroni; - annerimento e marciume del mallo; e la distruzione intera del gheriglio, che appare, annerito e occupato da una larva di colore bianco-rosato o ocra con la testa scura.
La strategia di difesa, che deve essere tempestiva e preventiva (perché una volta che la larva è penetrata all’interno del guscio legnoso, i trattamenti perdono di efficacia) comprende:
- monitoraggio con trappole: - a feromoni per seguire i voli dei maschi adulti e stabilire il momento esatto in cui intervenire (prima della nascita delle larve); - alimentari (come per la mosca), per catturare il massimo numero di adulti per ridurre la deposizione delle uova;
- lotta biologica: - con l’applicazione di diffusori di feromoni artificiali sulla chioma, per disorientare i maschi (confusione sessuale) impedendo l’accoppiamento e l’ovodeposizione; il virus della granulosi (-GpGv-: bio-insetticida altamente selettivo che agisce per ingestione unicamente sulle larve, senza colpire gli insetti utili; - e distribuzione in autunno di Nematodi entomopatogeni sul tronco, per eliminare le larve svernanti e ridurre drasticamente la popolazione dell’anno successivo;
- trattamenti repellenti tramite l’applicazione combinata di Caolino (polvere di roccia che crea una barriera meccanica e visiva), alternata a trattamenti con olio di Neem, per contrastare gli attacchi inziali;
- e lotta chimica (ove consentita), basata su insetticidi larvicidi di ultima generazione (come il Coragen) da irrorare circa 7-10 giorni dopo il picco di volo degli adulti rilevato dalle trappole;
 
Afidi: in noce viene attaccato da due specie specifiche: Chromafis juglandicola, di 1-2 mm di colore giallo chiaro che si annida nella pagina inferiore delle foglie e Phanaphis juglandis, più grande di colore giallo intenso con punteggiature nere che si posiziona sulla pagina superiore delle foglie, lungo la nervatura centrale. Le punture di entrambe le specie provocano deformazioni fogliari, defogliazione precoce e produzione di melata che causa blocca il processo fotosintetico. Il ciclo si svolge interamente sulla pianta ed è caratterizzato da una fase invernale (come uovo di colore scuro, depositato negli anfratti della corteccia o vicino le gemme) e da ripetute generazioni primaverili-estive, che si riproducono velocemente. Tra marzo e aprile, le uova si schiudono dando vita alle “fondatrici”: femmine attere (prive di ali) che si nutrono della linfa delle foglie. Per poi, in primavera-estate produrre diverse generazioni di femmine alate e non, che si riproducono per partenogenesi (senza bisogno di fecondazione), dando origine alla formazione di colonie molto numerose. Con l’abbassamento delle temperature, compaiono le forme sessuate (maschi e femmine). Le femmine depongono le uova destinate a superare l’inverno.
La lotta si avvale degli effetti di trattamenti con la miscela di olio di Neem (6 ml/l) - sapone molle di potassio (4 ml/l) o la distribuzione di insetti predatori come le Cocciniglie e le loro larve e le vespe parassitoidi. Mentre, in caso di forti infestazioni è consigliabile ricorrere a specifici agrofarmaci di contatto ad azione rapida, quale il COMPO BIO PIRETRO Pronto uso PFnPO.
 
Ragnetto rosso (Tetranycus urticae): è un piccolo Eriofide di 0,2 mm di lunghezza di colore bianco giallastro, che nel periodo caldo e secco (maggio – settembre) si insedia sulla pagina inferiore delle foglie intorno alle quali, per proteggersi e migliorare il proprio microclima, tessono tele di seta. Le foglie così attaccate si arrotolano, seccano e infine cadono.
La difesa prevede interventi con 1 - 2 irrorazioni, bagnando bene tutta la pianta (per raggiungere anche i parassiti nascosti), non appena vengono individuati i primi nidi.
I prodotti specifici consigliati per combattere le infestazioni prevedono l’impiego, bagnando abbondantemente la pianta in tarda serata o la mattina presto, con: - una miscela di estratto di Propoli con polvere di roccia (Zeolite), nelle proporzioni indicate in confezione, da preparare in un contenitore con poca acqua , mescolandoli bene per creare una sospensione omogenea, aggiungendo il resto dell’acqua fino al quantitativo necessario e (per migliorare l’aderenza alle foglie) una piccola quantità di sapone molle potassico; o con preparati a base di olio di Neem;
 
Cancro batterico: è causato dal batterio Brenneria nigrifluens che attacca i grossi rami e il tronco, provocando ferite e il distacco della corteccia, accompagnante da fuoruscite di essudati nerastri, che causano l’ingiallimento, disseccamento dei rami, perdita anticipata delle foglie e necrosi interna sotto la corteccia colpita. L’infestazione del batterio si manifesta in primavera-estate, specie in condizioni di elevata umidità, piogge frequenti e temperature miti, principalmente attraverso ferite di potature e lesioni causate da eventi meteorologici.
 
La prevenzione e la lotta, poiché non esistono cure che possono debellare l’infezione una volta che è penetrata nel legno, la strategia si basa su accurate pratiche agronomiche, quali: - accurata rimozione dei bordi della corteccia infetta fino ad arrivare ai tessuti sani (scortecciamento) e disinfezione della ferita con poltiglia bordolese o mastici rameici; eliminazione e bruciatura dei rami gravemente colpiti, per evitare la fonte di inoculo; sterilizzazione degli attrezzi (utilizzando la fiamma o alcol al 70%) per la potatura, per evitare il propagarsi dell’epidemia; esecuzione di trattamenti preventivi per la protezione delle gelate, con prodotti rameici, prima della caduta autunnale delle foglie;
 
Cancro corticale: è una grave patologia fungina causata dal batterio Brenneria nigrifluens, che si manifesta principalmente con profonde ferite e lesioni necrotiche sul tronco e sulle branche principali. Sotto la corteccia si formano macchie scure da cui fuoriesce un essudato nerastro. Nei casi più gravi, i tessuti legnosi si lacerano, provocando il distacco della corteccia e un progressivo deperimento della pianta.
 
Per contrastare l’infezione si consigliano interventi tempestivi con pratiche agronomiche e trattamenti mirate, quali: - la rimozione della porzione di corteccia infetta (scortecciamento) fino al raggiungimento del legno sano, per stimolare la cicatrizzazione e la formazione di nuova corteccia; - la protezione delle ferite causate dallo scortecciamento con mastici cicatrizzanti a base di rame; - l’eliminazione delle branche colpite e, nel caso in cui il tronco risulti compromesso nei primi anni dall’impianto, per evitare contagi, si raccomanda l’estirpazione dell’intera pianta; - utilizzazione di materiale di propagazione certificato cresciuto in condizioni fisioterapiche ottimali.
 
Cancro rameale: nuova malattia letale per il noce, ampiamente diffusa negli Stati Uniti, che recentemente è stata segnalata anche in Italia. Im principali sintomi utili per il riconoscimento sono il rapido disseccamento di parti di chioma, a partire dalle da quelle più giovani, i cui rametti presentano abbondanti piccoli fori dovuti all’insetto vettore. Le foglie colpite disseccano senza cadere a terra, assumendo un portamento a bandiera. Il fungo patogeno – Geosmithia morbida, è veicolato dagli adulti del coleottero Pityophthotus juglandis: piccolo scolitide di appena 1,5 – 2 mm, originario del Nord America, parassita specifico che si sviluppa sotto le cortecce di giovani rametti dei noci.
Il cui Il ciclo biologico segue le seguenti fasi: -svernamento, durante il quale l’insetto supera i mesi più freddi allo stadio di larva o di adulto all’interno dei rami e della corteccia; - volo primaverile, quando gli adulti fuoriescono (sfarfallano) cosparsi di spore del fungo, volando verso piante sane o su parti non infette per nutrirsi e accoppiarsi, cavando gallerie e inoculando il patogeno sotto la corteccia; - riproduzione, avviene all’interno delle gallerie dove le femmine depongono le uova, da cui si sviluppano le larve che , per nutrirsi, scavano nuove gallerie, contribuendo a diffondere ulteriormente il fungo; - completamento del ciclo, si verifica durante l’estate e l’autunno, con lo sviluppo di nuove generazioni di adulti.
La combinazione degli scavi e della diffusione del fungo provoca la formazione di numerosi cancri corticali, che portano rapidamente al deperimento della chioma e alla morte dell’albero.
 
Considerato che non esistono trattamenti chimici o curativi efficaci, una volta che la pianta è stata infettata, visto che trattasi di organismi nocivi da quarantena (così definiti perché la loro introduzione causerebbe danni economici e ambientali gravissimi), la strategia di difesa segue rigide linee guida dettate dai Servizi Fitosanitari Reginali, che si articolano in tre ambiti:
- monitoraggio tempestivo, con trappole specifiche distribuiti nei noceti per intercettare i primi voli primaverili degli adulti, stimare l’entità della popolazione e mappare i focolai; - e ispezione visiva alla ricerca di piccolissimi (circa 1 mm di diametro) fori di sfarfallamento dello scolitide e di precoci ingiallimenti della chioma; - misure agronomiche di profilassi, consistenti nel: - tempestivo abbattimento e distruzione delle piante che manifestano i sintomi della malattia e trinciatura e bruciatura del materiale legnoso in loco, per eliminare le larve e gli adulti svernanti sotto la corteccia; - divieto di movimentazione di legname con corteccia, di residui di potatura e di materiale vivaistico proveniente da zone infette, per escludere la principale causa di diffusione della malattia a grande distanza; - igiene degli attrezzi di potatura con accurata disinfezione con Sali di Ammonio o Candeggina, nel passaggio da una pianta all’altra, per non trasmette meccanicamente il fungo;
- trattamenti chimici, possono essere praticati solo in vivaio o su piante adulte, in coincidenza del picco di volo primaverile degli adulti, che però non risolvono le infezioni se il fungo è già penetrato nel floema (tessuto attraverso il quale scorre la linfa elaborata). In quanto, ad oggi, non esistono fungicidi sistemici in grado di devitalizzare la Geosmithia morbida, una volta avvenuta l’inoculazione.
 
Antracnosi: principale malattia fungina provocata dal patogeno Gnomonia leptostyla, che colpisce la pianta provocando: imbrunimenti, disseccamenti, macchie necrotiche scure su germogli, frutti (mallo) e foglie e la caduta anticipata delle noci. Il fungo sverna generalmente sulle foglie infette cadute a terra. In primavera (in presenza di temperature di 20 – 22 °C e frequenti piogge o rugiade persistenti, si liberano le spore che innescano le infezioni.
Il ciclo biologico si sviluppa in tre periodi principali: - invernale, durante la quale il fungo sopravvive in modo saprofitario (che si nutre di sostanza organica in decomposizione) in maniera sessuata (Ophiognomonia leptostyla) conservandosi all’interno del tessuto in decomposizione della foglia infetta caduta a terra in autunno, dove differenzia strutture di resistenza globose chiamate periteci; - primaverile quando, con il rialzo termico, i periteci completano la maturazione e la pioggia e il vento provocano l’espulsione delle spore (ascospore) che si depositano sulla nuova vegetazione (apertura delle gemme e sviluppo delle prime foglioline), innescando le infezioni;
- estiva, periodo in cui il fungo passa alla forma asessuata (Marssonina juglands) tramite la formazione, sulle foglie e frutti, di macchie necrotiche e di corpuscoli scuri detti acervuli che liberano milioni di spore – conidi - che, trasportati dalle gocce di pioggia, infestano i tessuti sani circostanti.
In caso di estati piovose si susseguono numerosi cicli che portano alla filloptosi (caduta massiccia delle foglie) e al danneggiamento del mallo.
 
La lotta a questa patologia si compone di pratiche:
- preventive di tipo agronomico, come:- raccolta ed eliminazione o profondo interramento, in inverno, delle foglie per bloccare la formazione dei periteci;- potatura della chioma finalizzata a ridurre l’umidità interna e favorire l’irraggiamento solare; - adozione di ampi sesti di impianto, per evitare un’eccessiva densità e conseguenti ristagni di umidità;
- e curative, attraverso trattamenti: - chimici a base di poltiglia bordolese (soluzione in acqua di solfato di rame e calce idrata o spenta) e ossicloruro o idrossido di rame (nel limite di utilizzo ammesso di 4 kg/ha all’anno), da effettuarsi in primavera (alla ripresa vegetativa e dopo le piogge), durante la fioritura e nelle fasi di accrescimento; - biologici: con zolfo o zolfo ramato e fertilizzanti a base di rame e zinco complessati (induttori di resistenza) per aiutare a stimolare i meccanismi di autodifesa della pianta e rinforzare i tessuti; - agenti specifici di bio-controllo quali Bacillus subitilis o Tricoderma, da distribuire sul suolo per contrastare lo sviluppo delle spore svernanti;
 
Mal dell’inchiostro
E una grave patologia dell’apparato radicale e del colletto, causata da oomiceti (organismi simili a muffe la cui peculiarità biologica è che possiedono pareti cellulari composte da cellulosa, anziché da chitina, tipica dei funghi veri) del genere Phytophthora che provoca: - ingiallimento, disseccamento progressivo e ridotta dimensione delle foglie; -fessurazione verticali e formazione di cancri sul tronco e sul colletto, con fuoruscita di un liquido nerastro e denso (da cui il nome “inchiostro”);- imbrunimento dei tessuti a forma di fiamma sotto la corteccia e marciume diffuso delle radici. La malattia è favorita dalla condizione di terreni pesanti, asfittici, o sede di ristagni d’acqua e insufficiente drenaggio. L’infezione si diffonde tramite le spore, muovendosi rapidamente nel terreno, lungo le linee di scorrimento dell’acqua. Il patogeno sopravvive nel terreno e infetta le radici fini, risalando fino al colletto, dove produce necrosi ed il tipico liquido scuro.
Il ciclo biologico si compie in tre fasi: - svernamento: avviene nel suolo o nei tessuti infetti (radici o colletto) sotto forma di spore resistenti (oospore), che consentono la sopravvivenza anche in condizioni climatiche avverse; - infezione primaria: ha luogo in primavera, con l’aumento dell’umidità e temperature favorevoli, che promuovono la germinazione delle spore, le quali producono le zoospore flagellate (dotate di prolungamenti filamentosi utilizzati per il movimento autonomo nei liquidi) e mobili nell’acqua, che raggiungono le radici della pianta, penetrando nei tessuti; - colonizzazione: quando il micelio invade la corteccia e il cambio delle radici, risalendo al colletto, stimolando la reazione della pianta che cerca di circoscrivere l’infezione, formando aree necrotiche a forma triangolare e cancri corticali, dai quali fuoriesce il liquido nerastro; - diffusione: durante la stagione vegetativa, in presenza di nuovi accumuli d’acqua o irrigazioni inadeguate, il patogeno libera ulteriori zoospore, che possono propagarsi ad altre piante, “a macchia d’olio” attraverso le acque di scorrimento superficiale o attrezzi agricoli infetti.
 
La strategia di contenimento, non esistendo cure chimiche risolutive per gli alberi gravemente compromessi, prevede interventi agronomici che includono: - il miglioramento del drenaggio del suolo e l’eliminazione di eventuali ristagni; - interventi di sfoltimento o potature drastiche di risanamento, per ridurre lo stress vegetativo ed equilibrare la chioma con il ridotto apparato radicale; - rimozione e distruzione delle piante morte o recentemente colpite, e l’uso di specifici trattamenti fungicidi (a base di fosfiti) per via fogliare o radicale, per proteggere le piante dall’avanzare dell’infezione.
(Segue Riproduzione pei più dannosi parassiti del noce )
 
Proprietà
La pianta del noce è molto ricca di principi attivi che offrono proprietà officinali, nutrizionali e artigianali, a seconda del singolo componente:
-foglie: contengono tannino flavonoidi e juglone (tossina naturale, presente particolarmente nelle radici, nella corteccia e nel mallo, che la rilasciano nel terreno creando un’area di esclusione del raggio di 10 – 20 m dal tronco, impedendo ad altre piante di crescere nelle vicinanze e competere per la fruizione di acqua e luce secondo gli effetti del fenomeno chiamato allelopatia). Oltre a possedere proprietà astringenti, purificanti, antiossidanti, antinfiammatorie e antibatteriche, utili per favorire la digestione, contrastare l’insufficienza venosa e per il benessere della pelle. Ed essere un composto bioattivo studiato in campo medico per i suoi effetti antimicotici, antibatterici e antitumorali;
- mallo (parte esterna verde del frutto): ricco di tannini dalle proprietà tintorie, antinfiammatorie e cicatrizzanti. Dalla sua spremitura si estrae un olio usato in cosmetica per gli effetti stimolanti della melanina;
- gheriglio (seme) della specie di noce: - comune, è ricco di acidi grassi Omega-3, acido alfa-linoleico e arginina (aminoacido presente nella sintesi delle proteine, fondamentale per la produzione di una molecola che favorisce la dilatazione dei vasi sanguigni, migliorando il flusso sanguigno e supportando il sistema immunitario) ed essendo eccellente a livello nutrizionale, offre grandi benefici per la salute cardiovascolare e il benessere del cervello; - del Brasile, del quale sono sufficienti 2 frutti per coprire interamente il fabbisogno giornaliero di selenio: potente antiossidante per la tiroide e le difese immunitarie; di Macadamia, il cui contenuto di grassi agisce positivamente sul colesterolo LDL (cattivo);
- gemme: impiegate in gemmoterapia sotto forma di macerato glicerico, sono note per le proprietà depurative, antinfiammatorie ed eudermiche (produzione di effetti benefici per eczemi, acne e infezioni cutanee):
- corteccia e radici: contengono abbondante tannino e son impiegate da sempre per tingere tessuti di colore bruno;
- legno: compatto, resistente e con venature decorative, viene ampiamente utilizzato nella falegnameria di lusso.
 
Utilizzazioni, essendo un albero estremamente versatile trova impiego in ambito:
Alimentare, con il consumo dei gherigli secchi o freschi o tostate al naturale: - in insalate, macedonie, yogurt, dolci, pane e per creare salse; - per la produzione del tipico liquore nocino; - per l’estrazione del pregiato olio di noce, ottenuto dalla spremitura dei gherigli, utilizzato come condimento a crudo i per il suo aroma intenso; - come super-food antico (alimento considerato eccezionalmente ricco di sostanze nutritive come vitamine, sali minerali di potassio, ferro e calcio, antiossidanti ed acidi grassi essenziali, tra cui Omega-3, che aiutano e proteggere il sistema cardiovascolare), in grado di costituire una riserva energetica per i mesi invernali. Tant’è che ricerche, come lo studio “Predimat”, hanno dimostrato che l’inclusione di 4 – 5 noci al giorno (pari a circa 30 g) nella dieta mediterranea, riduce significativamente il rischio di infarti e ictus. Grazie poi al loro indice glicemico molto basso (tera10 e 15) in combinazione con fibre, proteine e grassi sani, rallentano l’assorbimento dei carboidrati (pane, pasta e frutta) e prevenendo i picchi di zucchero nel sangue (iperglicemia), migliorano la sensibilità delle cellule all’insulina, riducendo l’impatto glicemico complessivo del pasto ed il conseguente controllo del diabete di tipo 2.
 
Esempi di Ricette con abbinamento di noci:
- Comuni: - come contorno triati sopra un piatto di pasta integrale con cime di rapa o abbinate a un’insalata di spinaci novelli, finocchi e arance. I tannini leggermente amari delle noci spezzano perfettamente la dolcezza degli ortaggi e contrastano i carboidrati complessi, ottimizzando il controllo della glicemia;- per la Salsa di noci ligure (Sarsa de Noxe), come condimento principale dei “pansoti” (pasta ripiena tipica ligure), caratterizzato dalla totale assenza di panna, ottenendo la cremosità attraverso i seguenti ingredienti poveri: gherigli (privati della pellicola amara scottandoli in acqua bollente), mollica di pane raffermo ammollata nel latte e poi strizzata, aglio, pinoli, parmigiano reggiano grattugiato, olio extravergine di oliva e un pizzico di maggiorana. Complesso di ingredienti che vanno rapidamente frullati e allungati con poca acqua di cottura della pasta, fino ad ottenere una crema densa e vellutata;
- Pecan: sminuzzate all’interno di uno yogurt greco bianco naturale (senza zuccheri aggiunti) insieme ad un pizzico di cannella, creano uno spuntino a bassissimo impatto glicemico e ad alto potere saziante;
- Di Macadamia: essendo estremamente ricche di grassi monoinsaturi e poverissimi di carboidrati, usate finemente tritate, per creare una panatura per il filetto di salmone o di pollo al forno, oppure in aggiunta ad un contorno di broccoli saltati in padella, per conferire una nota croccante e burrosa. Combinazione perfetta per pasti a basso contenuto di zuccheri, come la dieta chetogenica: regime alimentare che permette di perdere peso in poco tempo e, mediante il meccanismo della chetosi (stato metabolico in cui l’organismo, a causa di una carenza di carboidrati, utilizza i grassi come principali fonte di energia, invece del glucosio);
- del Brasile, in numero di 1 -2, insieme ad un quadratino di cioccolato fondente ektra a fine pasto, come spezza-fame.
 
Erboristico e cosmetico: sotto forma di estratti dalle foglie e dal mallo, impiegati da secoli per ottenere tinture naturali (marrone-scuro) per capelli e tessuti ed in fitoterapia per le loro proprietà antietà -anti-age-, per effetto di sostanze naturali, quali: antiossidanti (che contrastano i radicali liberi), stimolanti (favoriscono la produzione di collagene e elastina per rassodare i tessuti e distendere le rughe, idratanti (che trattengono l’acqua all’interno dell’epidermide, preservando l’elasticità e rimpolpando la pelle), ed esfolianti (che rimuovono le cellule morte, migliorando la struttura della pelle).
Come dimostrano i rimedi adottati dalla medicina popolare laziale e dell’appennino centrale, nella quale il noce rappresentava una vera e propria farmacia domestica e dove foglie e mallo venivano usati per preparazioni, quali:
- l’Oleolito di Mallo e Iperico (fiori freschi colti al solstizio d’estate, 21 giugno, quando il periodo di luce di giorno è più lungo dell’anno e la notte più corta) che i medici di campagna e le guaritrici locali preparavano, unendo il mallo verde delle noci appena raccolte, tagliato a pezzi, con i fiori gialli di iperico, all’interno di un barattolo di vetro, ricoprendo il tutto con olio, ponendolo esposto al sole diretto per circa 40 giorni. L’olio divenuto di colore rosso scuro/marrone veniva impiegato per guarire scottature, lenire infiammazioni cutanee o come protettivo e intensificatore dell’abbronzatura, grazie all’effetto barriera naturale del mallo;
- il Decotto di foglie, raccolte tra maggio ed il solstizio d’estate, private della venatura centrale ed essiccate all’ombra, si facevano bollire, nella proporzione di 50 g per un litro di acqua, per 10 – 15 minuti, lasciando poi riposare l’insieme fino al raffreddamento, prima di filtrarlo. Se ne otteneva un preparato fortemente astringente, che veniva usato tiepido per fare lavaggi cutanei contro eczemi, e dermatiti. Oltre a costituire il segreto delle donne per risciacquare i capelli scuri, rinforzare i bulbi piliferi e ottenere caldi riflessi castani coprenti i primi capelli bianchi; - il Nocino di San Giovanni, prodotto con il mallo tenero di 31 -33 (sempre in numero dispari) noci cariche della magica rugiada solstiziale, raccolte, secondo la tradizione, da donne scalze la notte di San Giovanni (24 giugno), tagliate in 4 parti e messe sotto alcol a 95° , insieme a chiodi di garofano, cannella e scorza di limone, in un grande contenitore di vetro, che doveva restare al sole di giorno e al riparo di notte per 40 – 60 giorni, prima di essere filtrato e sciroppato con acqua e zucchero. Prima di usarlo come liquore di fine pasto e da somministrare agli adulti in inverno come potente tonico digestivo o come rimedio per liberare l’intestino.
- il Nocino tradizionale: nasce invece storicamente nella zona di Modena, legato al rito della raccolta dei frutti immaturi. La preparazione del quale prevede: la raccolta, a fine giugno, di 24 – 25 noci acerbe con il mallo tenero tagliate in 4 parti da mettere insieme ad 1 litro di alcol puro a 95° in un grande vaso di vetro, da esporre al sole per circa 40 – 60 giorni. A cui segue il filtraggio dell’infuso, l’aggiunta dello sciroppo composto da 500 g di zucchero, cannella in stecche, chiodi garofano e scorza di limone, ed un periodo di riposo per diversi mesi in bottiglie scure, prima del consumo.
 
Falegnameria di pregio, il legno è stato tradizionalmente impiegato per mobili di lusso, strumenti musicali, calci di fucile e arredi pregiati. In Italia e in particolare nell’area appenninica e laziale ha caratterizzato per secoli la storia dell’ebanisteria (lavorazione artistica del legno);
 
Agronomico e paesaggistico, il noce bianco (Juglans cinerea) è spesso utilizzato per creare siepi alte o barriere frangivento (che costituiscono un habitat naturale per la fauna selvatica) e in parchi e giardini per la sua chioma ampia, ombreggiante e ornamentale.
 
Curiosità storiche e mitico-leggendarie.
Il noce è un albero ricco di miti, spesso diviso tra sacralità antica e superstizione medievale. Considerato sacro ma pericoloso, come si può dedurre dalle note di seguito riportate:
 
Riti del solstizio d’estate e della notte di San Giovanni nel Lazio (23 – 24 giugno), comprendenti:
- Raccolta delle noci: il 23 giugno le donne (tradizionalmente in numero dispari) si recavano a raccogliere le noci ancora verdi e acerbe, protette dal mallo. Per assorbire la massima carica solare e la benedizione della terra. La tradizione voleva che i frutti venissero colti rigorosamente a mano, senza attrezzi metallici che potessero “contaminare” l’energia;
- Falò di San Giovanni – Focaroni -: consistenti nell’accensione di grandi cumuli di sterpaglie e legno di noce (che un n tempo, venivano raccolti dai giovani delle località sede del rito tramite la questua, mentre successivamente l’incombenza e la costruzione della pira è stata gestita dai Comitati locali) sulle colline di molti luoghi laziali, fra cui:
- Collepardo, nel frusinate, per celebrare antichi rituali con l’accensione del fuoco sacro (in rappresentanza del sole, della luce e della purificazione) e la creazione della guazza (ovvero dell’umidità che si deposita sulle erbe e sui prati ed incarna l’energia lunare, la freschezza e la fertilità);
- la Tuscia Viterbese, dove la sera del 16 gennaio, in occasione della festa di Sant’Antonio e il 18 marzo durante la vigilia di San Giovanni Abate, si accendeva il fuoco come rito propiziatorio di bruciare l’inverno freddo e improduttivo e salutare l’arrivo della luce, del calore e della primavera. Mentre le ceneri venivano usati per benedire i campi contro le intemperie;
- Bagnaia – Viterbo – (Focarone di Bagnaia), il 16 gennaio, ogni anno avveniva la benedizione del fuoco in piazza Piazza XX settembre, a cui seguiva un corteo storico.
- l’Acqua odorosa di San Giovanni: nel viterbese, nella Riserva Naturale Monte Rufeno ad Acquapendente, è ancora viva la raccolta notturna delle erbe spontanee bagnante dalla prima rugiada mattutina, comprendente: l’Iperico (chiamato proprio “Erba di San Giovanni”), petali di rosa, lavanda, menta e foglie di noce, che vengono lasciati in acqua all’aperto durante la notte. Per poi, la mattina successiva, usare la componente liquida, divenuta profumata, per lavare il viso come rito di bellezza, salute, protezione contro le malattie della pelle ed elisir di lunga vita;
- a Sutri e nel Parco dei Castelli Romani, vengono organizzate passeggiate guidate per il riconoscimento e la raccolta di erbe spontanee da utilizzare per la produzione dell’acqua propiziatoria;
- nella Riserva del laghi Lungo e Ripasottile (Rieti): oasi naturalistica, si tengono rievocazioni folkloristiche, laboratori di antichi mestieri e dimostrazioni di tiro con l’arco;
 
il Mito Greco, racconta che il dio Dioniso si innamorò di Caira, una delle tre figlie di del re Dione di Laconia. Alla morte della ninfa, per gelosia delle sorelle, Dioniso la trasformò in noce, rendendola immortale. Artemide (dea greca della caccia e delle iniziazioni femminili) , informata della vicenda, fece erigere un tempio con colonne in legno di noce chiamate “Cariatidi”. Da ciò presero nome le statue femminili che fungevano da pilastro per sostenere elementi architettonici;
nel medioevo, Benevento divenne celebre per la leggenda del “Noce delle Streghe” del fiume Sabato. Si diceva che le streghe di tutto il mondo si riunissero sotto un grande noce sacro sulle rive del fiume Sabato per danzare, banchettare e compiere rituali. Il vescovo Barbato nel 663 ne ordinò l’abbattimento, per estirpare i culti pagani, ma la leggenda vuole, che l’albero ricrescesse sempre nello stesso punto;
 
Poggiodomo, pur essendo il comune più piccolo dell’Umbria per popolazione, è noto per ospitare un albero di noce di notevoli dimensioni e antichità. Le leggende legate a questa zona della Valnerina si inseriscono nel ricco folklore locale, spesso intrecciandosi con storie di streghe e riti magici. Nelle quali si narra che: - il noce era l’albero d’elezione per i raduni delle streghe -sabba- (leggendario convegno notturno di streghe e demoni), specialmente in zone isolate; - le donne del villaggio si riunivano sotto tali alberi per compiere riti, a volte finalizzati alla preparazione di unguenti magici; - l’ombra del noce fosse dannosa o legata a presenze soprannaturali, per cui si vietava di addormentarsi sotto le sue fronde per evitare forti emicranie e di contrarre malattie debilitanti o subire incantesimi.
 
Fama negativa del noce sopradescritta a cui però si contrappone una ricca tradizione di simbolismi benefici e propiziatori, quali:
- alle noci con il guscio a tre valve venivano attribuiti poteri apotropaici (capacità magiche per respingere influenze maligne e sfortune) ed erano usate come potenti amuleti contro il malocchio e la sfortuna;
- nel folklore contadino italiano, l’albero e i suoi frutti sono stati a lungo considerati amuleti protettivi;
- in molte zone del Sud Italia, come in Puglia, le donne portavano tradizionalmente una noce in tasca per difendersi dalle malattie e dalla sfortuna;
- nella medicina del Seicento, secondo la “Teoria delle Segnature” (Dottrina medica e alchemica per la quale l’aspetto di un frutto rivela la parte del corpo che è in grado di curare), la somiglianza fisica della noce col cervello umano indicava le sue proprietà curative per la testa e la mente;
- nell’antica Grecia e a Roma: - durante i matrimoni, similmente al moderno lancio del riso, le noci venivano lanciate per augurare fecondità agli sposi; - per la somiglianza del gheriglio al cervello umano, le noci erano spesso associate alla cura delle malattie mentali e al potenziamento dell’intelletto; - un albero di noce, considerato sacro agli dei, veniva spesso piantato nei giardini e i frutti venivano offerte ai banchetti nunziali, per propiziare fecondità e prosperità; - ed in molte zone d’Italia, esisteva l’usanza, da parte del padre, di piantare un noce alla nascita di un figlio, per augurargli longevità, forza e prosperità futura.
- con l’avvento del Cristianesimo (primo secolo d. C.) il simbolismo del noce è stato reinterpretato in chiave teologica, secondo la quale, Sant’Agostino e altri teologi vedevano nella noce una metafora di Cristo e dell’anima umana, con accostamento del:
- Mallo (buccia verde): alla carne di Cristo o alla parte fallibile dell’uomo;
- Guscio (struttura legnosa): alla croce o allo spirito che protegge;
- Gheriglio (frutto): alla natura divina o alla sapienza nascosta.
 
Oroscopo Celtico
Secondo il quale, le persone nate fra il 21 al 30 aprile e dal 24 otto ottobre al 2 novembre, appartenendo al segno del noce (corrispondente al segno zodiacale Toro e Scorpione), sono individui che si orientano nella vita di tutti i giorni seguendo i loro sentimenti e le loro emozioni. In genere amano essere chiari e costituiscono un valido supporto per tutti coloro che necessitano di un aiuto, grazie alla loro naturale predisposizione per l’elaborazione di strategie. A volte possono sembrare un po' tenebrosi ed eccessivamente discreti, ma ciò è solamente il lato lunatico del loro carattere che, se è formato sin dall’adolescenza su basi di sincerità e limpidezza, li rende in età matura persone affidabili ed eclettiche.
PRO
Il loro innato bisogno di sicurezza li rende capaci di compiere dei veri e propri miracoli: sono capaci, infatti, di prendere importanti decisioni a lungo termine, orientandole verso la preservazione e il consolidamento duraturo di un successo. I nativi riescono ad interessarsi di cose concrete e, allo stesso tempo, aver un forte senso del bello, che li porta ad apprezzare moltissimo l’arte e la cultura.
Contro
Il continuo ricercare protezione e stabilità può, a volte, renderli poco flessibili e testardi. Quando vedono minate alcune loro certezze, possono diventare molto aggressivi e combattenti difficilmente da tenere sotto controllo. In alcune circostanze tendono a vedere tutto ciò che è al di fuori del loro modus vivendi una sorta di minaccia.
Amore
I nati del noce sono amanti fedeli, passionali ed emotivi, quando riescono ad avere un’intesa totale col partner, che deve basarsi sulla reciproca comprensione. Hanno un grandissimo rispetto per le unioni e per la famiglia in genere, che ritengono una fonte di protezione. Quando il loro bisogno di sicurezza viene soddisfatto da una unione, riescono a sembrare molto più liberi e intraprendenti di quanto siano normalmente considerati.
Salute
L’oroscopo celtico fa riferimento allo stretto legame stabilito dagli antichi Druidi (Membri della classe sacerdotale nell’antica società celtica) tra il segno zodiacale arboreo delle persone e le piante officinali. Ogni pianta, infatti, è associata a rimedi naturali specifici utili per riequilibrare l’energia e il benessere psicofisico. In particolare, per i nati sotto il segno del noce l’oroscopo considera gli effetti benefici delle piante di: Rosmarino, Menta, Coriandolo, Cappero e Cardo, indicati per mantenere in efficienza il sistema circolatorio, i reni, la pelle, il fegato e la cistifellea dei nativi di quel periodo.

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante". Il Sambuco

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante". Il Sambuco Copertina (381-1-0)
Domenico Brancato

(articolo esportabile)

 Il  Sambuco (vedi foto n° 1)

E’ una pianta considerata un “tesoro naturale” e la “farmacia naturale” per l’alto valore legato alle sue proprietà gastronomico-alimentari e medicinali, oltre ad essere una delle più ricche di simbolismo nel folclore europeo, con riferimenti al sacro ed al profano, al mondo naturale e quello magico.
 
Ed ancora, secondo un’antica tradizione contadina, il Sambuco era definito “l’albero dei sette inchini”, per il fatto che i contadini si prostravano, in segno di rispetto, sette volte davanti alla sua presenza, per i sette doni officinali di cui beneficiavano.
 
In quanto, quasi ogni sua parte (fiori, frutti, germogli, foglie, corteccia, midollo e radici) veniva usata nella medicina popolare come risorsa per la salute e il sostentamento della vita rurale.
 
Classificazione botanica:
 
Nome comune: Sambuco o Sambuco nero (il termine nero serve per distinguerlo dall’Ebbio o Sambuchella che è una pianta con bacche simili, ma di diverso portamento).
 
Nome scientifico/Specie: Sambucus nigra. 
 
Classe: Magnoliopsida (Dicotiledoni).
 
Ordine: Dipsacales.
 
Famiglia: Adoxaceae (o Viburnaceae, secondo la classificazione più recente).
 
Genere: Sambucus.
 
Varietà:
•    da frutto: 
Sambucus nigra (specie selvatica non seleziona, le cui talee spesso sono reperibili presso i vivaisti); Haschberg: cultivar più diffusa per la produzione, molto simile alla pianta selvatica per portamento, ma con corimbi (infiorescenze) più grandi e bacche che maturano in modo più uniforme; Sampo: di origine danese, ottima per l’industria, nota per l’alto contenuto di antociani e l’eccellente sapore del succo; Samyl: selezionata specialmente per l’alto contenuto di sostanze aromatiche nei fiori, che la rendono principalmente adatta per la produzione di sciroppo; York: di origine americana (Sambucus canadensis), che produce le bacche più grandi in assoluto;
•    da fiore (Ornamentali, apprezzate per il contrasto cromatico tra le foglie scure e le infiorescenze delicate):

 
Black Lace (Eva): una delle più spettacolari, per le foglie finemente intagliate color porpora scuro, che ricordano quelle di un acero giapponese e fiori rosa pallido profumati di limone: Black Beauty (Gerda): caratterizzata da fogliame viola intenso, quasi nero; grandi ombrelle di fiori rosa scuro e dimensioni imponenti (fino a 6 m), se non potata; Thundercloud: simile alla Blak Beauty, ma con una fioritura rosa ancora più diffusa e fogliame scuro persistente.
 
Origine del nome Sambucus nigra: probabilmente deriva dal greco “sambyke” o dal latino “sambuca”: termine che indicava uno strumento musicale a corde, o un flauto, fabbricato svuotando i rami teneri ricchi di midollo.
 
Anche se altre fonti suggeriscono un’origine asiatica. Mentre “nigra” deriva dal latino niger = nero, con riferimento al colore scuro dei frutti maturi (bacche).
 
Luogo di origine: il Sambuco nigra (Sambuco nero) è originario delle zone temperate di Eurasia e Nord America, diffuso in gran parte dell’Europa centrale e meridionale, in Asia occidentale, in Africa settentrionale ed è specie spontanea molto comune in Italia. 
 
Caratteristiche componenti struttura: è un arbusto legnoso cespuglioso perenne caducifoglie alto fino a 6 m, dalla crescita molto rapida, spesso produttivo dopo 2 – 3 anni dalla massa a dimora.
 
Tende a formare fitti cespugli (vedi foto n° 2),  o piccoli alberi, frequentemente con polloni basali che crescono direttamente dalle radici;  le foglie sono di colore verde brillante, con margine dentato-seghettato della lunghezza variabile tra i 10 e i 20 cm;  i  fiori (vedi foto n° 3) sono molto piccoli intensamente profumati con un diametro che si aggira tra i 3 e 5 mm, ermafroditi (che contengono organi maschili -stami- e femminile-pistillo-), con 5 petali aperti a stella, riuniti in infiorescenze (corimbi)  ad ombrello (vedi foto n° 4) molto vistosi, di colore bianco avorio o crema, larghi 10-20 cm; i frutti  sono grappoli di  bacche nerastre lucide (vedi foto n° 5) che contengono  2-3 semi, di colore  nero-violaceo. Ama luoghi umidi e ruderali (spontaneamente cresce e vive in ambienti degradati, incolti o formati da accumuli di macerie, nei boschi umidi e sulle rive dei corsi d’acqua. Nella nostra zona molte piante prosperano lungo i margini del lago “Albano). In Italia è anche  denominato
 
Sambuco comune, che spesso viene confuso con l’Ebbio (Sambuco ebulus – (vedi foto n° 6) che è una pianta erbacea tossica. 
                                                (   Segue  foto  sopraindicati  )
Longevità: solitamente vive da 25 a 50 anni, anche se in condizioni ottimali può superare tale limite.

 
Esigenze:
- climatiche: sopporta bene anche il freddo intenso, ma ama il pieno sole o la mezz’ombra (una maggiore esposizione al sole garantisce una fioritura e frutti più abbondanti, oltre ad uno sviluppo più compatto). Tollera bene le zone ventose ma non salmastri delle zone costiere;
- terreno: preferisce suoli freschi, sub-acidi (pH 5-7) umidi, ricchi di sostanza organica, ben drenati, ma si adatta facilmente anche su quelli poveri, sassosi o calcarei (leggermente alcalini);
- idriche: solitamente sono sufficienti le precipitazioni naturali, specie se in posizione vicine a zone umide, e sopporta discretamente periodi di siccità. Mentre necessita di irrigazioni regolari nel primo anno di vita, per evitare shock idrici, data l’ancora sviluppo superficiale delle radici;
- nutritive: non necessita di concimazioni sistematiche, anche se è utile un apporto di letame maturo o compost, all’impianto o durante la preparazione del terreno, e la somministrazione di un concime complesso (contenente   azoto, fosforo e potassio – NPK-) all’inizio della primavera, per aiutare a rinvigorire la pianta, specialmente in terreni poco fertili;
- potatura: il sambuco tollera interventi drastici, ma per una buona produzione è bene seguire i seguenti consigli: - effettuarla alla fine dell’inverno (febbraio – marzo), prima che spuntino i germogli; - eliminare i rami secchi, danneggiati dal gelo, o quelli in posizione interna troppo fitti o vecchi di oltre 4 – 5 anni, tagliandoli alla base, per stimolare la crescita di giovani fusti più produttivi; ogni 3 anni  si consiglia un taglio di ringiovanimento, per evitare che la pianta diventi troppo alta e spoglia in basso, tenendo presente però che i rami fruttiferi sono quelli formatasi e cresciuti durante la stagione passata (rami di 1 – 2 anni). Giovani rami fruttiferi che si distinguono per il colore chiaro, la presenza di vistose lenticelle longitudinali ed il portamento arcuato e ricadente
Riproduzione: avviene principalmente tramite:
 talea:
- legnosa, in autunno-inverno, quando la pianta è a riposo, prelevando rametti di un  anno  lunghi circa 20-30 cm , con un tallone di legno  di 2 anni, sui quali praticare    un taglio inclinato (di circa 45°) nella parte superiore, rimuovere le foglie basali,  scorticare leggermente l’estremità inferiore e cospargere la base con ormoni radicanti o, secondo la tradizione contadina, con aspirina polverizzata (per favorire l’attecchimento, che solitamente richiede 40-50 giorni), prima di trasferirli direttamente in piena terra, o in vaso con terriccio umido e sabbia;
- semilegnosa, prelevando, a primavera- inizio estate, porzioni di rami più giovani e verdi da tenere umidi e all’ombra fino alla radicazione;
divisione di polloni, prelevandoli, preferibilmente in autunno, dopo la caduta delle foglie, oppure all’inizio della primavera (tra fine febbraio e marzo, prima che la pianta cominci a vegetare), dalla base della pianta madre con una porzione di radici, per trapiantarli direttamente in piena terra; 
per seme, ricavati dalle bacche mature, che però necessitano di una stratificazione a freddo (vernalizzazione), per interrompere la dormienza, prima di disporli in contenitori con terriccio mantenuto costantemente umido fino alla germinazione.
Parti edibili[d1.1]: 
-    fiori: si raccolgono in piena fioritura, che solitamente avviene tra fine aprile (in Calabria) e tutto maggio (nel resto d’Italia, fino a inizio giugno in zone fredde), in giornate soleggiate, quando le infiorescenze sono bene aperte, profumate e ricche di polline giallo. Scegliendo infiorescenze grandi, bianche e sode e senza troppi steli, evitando quelle imbrunite o in via di appassimento.
 
Con l’accortezza di non raccogliere mai tutti i fiori di una stessa pianta (per garantirne la riproduzione) e da piante poste lontano dai margini di strade trafficate e, una volta a casa, di scuoterli delicatamente per rimuovere eventuali insetti, evitando il lavaggio per preservare il polline;
-    frutti: innanzitutto la raccolta richiede attenzione, sia per i tempi di maturazione che per la sicurezza, poiché quelli acerbi e le altre parti della pianta sono tossici. Pertanto è bene osservare il segnale di maturazione caratterizzato dal colore completamente nero-lucido e dalla consistenza soda al tatto delle bacche. Condizione che generalmente si riscontra da metà di luglio ai primi di agosto e tra fine di agosto e tutto settembre, rispettivamente: nelle zone di pianura e in quelle collinari-montane.

 
Per preservare la qualità dei frutti e la salute della pianta, occorre osservare una corretta tecnica di raccolta, consistente nella scelta dei grappoli più neri, situali nelle parti più alte e soleggiate della pianta, e nella recisione alla base dello stelo, utilizzando forbici taglienti e pulite.
 
Tutto il resto della pianta, come già precisato, è velenoso poiché contiene il glicoside sambunigrina (contenente acido cianidrico, estremamente tossico).
 
Parassiti: quelli che, in genere, producono maggiori danni alla pianta sono:
-    l’Afide del sambuco (Aphis sambuci) o pidocchio nero, che colonizza i giovani germogli e la pagina inferiore delle foglie provocandone: l’accartocciamento, uno sviluppo stentato e, in casi gravi, il disseccamento dei fiori e dei frutti;
-    e l’Acaro (Tetranychus urticae), che si insedia sulla pagina inferiore delle foglie (formando piccole tele), succhiandone la linfa: causa della formazione di  macchie  giallastre e del successivo disseccamento e la caduta anticipata. 
Per combattere entrambi i parassiti, si può intervenire: 
- con un macerato repellente di foglie di sambuco lasciate in acqua per 24 ore;
- o con trattamenti a base di sapone molle di potassio o di olio di Neem, da applicare preferibilmente la sera. 
Proprietà:

 
Del Sambuco, come tramandato dalla tradizione popolare fitoterapica (settore della farmacoterapia che si occupa di prevenire, curare o alleviare disturbi e malattie utilizzando esclusivamente piante medicinali o estratti da esse derivati), ogni sua parte offre benefici specifici, in particolare:
-    i fiori, raccolti a maggio-giugno, hanno proprietà diaforetiche (aumentano la sudorazione, ideali per abbassare la febbre), espettoranti (aiutano a liberare i bronchi dal catarro), e antinfiammatorie.
 
Oltre a essere ottimi per la preparazione di tisane, per lenire i sintomi influenzali e dolori muscolari;  di impacchi, per curare foruncoli;  e come gargarismi, utili  per afte e mal di gola;
-    i frutti (bacche), consumate cotte o ben mature (in quanto quelli crudi e acerbi possono causare irritazione, nausea e diarrea), essendo ricche di: - vitamine A, B e C; minerali; antocianine (pigmenti idrosolubili, potenti antiossidanti naturali), hanno proprietà antivirali, lassative e depurative ed anche effetti curativi della nevralgia del trigemino;
-    le foglie, grazie alla presenza di composti specifici: tannini, flavonoidi  (antiossidanti) e acidi triterpenici  (antinfiammatori naturali), sono impiegati per favorire la diuresi e l’eliminazione delle tossine,  a vantaggio di fegato e  reni. In infuso sono usate per le loro doti antinfiammatorie e decongestionanti su gonfiore e irritazioni cutanee. Anche se, a differenza dei fiori, contenendo  glicosidi cianogenetici (come nei semi amari di mandorle e albicocche) che possono essere tossici se assunti in quantità eccessiva; 
-    la corteccia, in particolare quella interna e giovane, è nota in fitoterapia per le sue spiccate proprietà diuretiche, lassative e depurative. Utilizzata prevalentemente in decotti, aiuta a contrastare ritenzione idrica e costipazione e, secondo la tradizione popolare, trova impiego anche nel trattamento di infiammazioni cutanee. Anticamente veniva preparata per unguenti per lenire ferite e scottature. 
-    e le radici, che in fisioterapia sono considerate una parte influente della pianta, essendo note, nella medicina tradizionale, per le loro spiccate proprietà: - diuretiche (utili per favorire l’eliminazione dei liquidi in eccesso e per la depurazione dell’organismo); - per contrastare forme di stitichezza (grazie alla presenza di pectine e composti che stimolano l’attività gastrointestinale); - e per alleviare il dolore legato a nevralgie e reumatismi.

 
Tuttavia, rispetto ai fiori e i frutti, le radici, insieme alle foglie e alla corteccia, come già precisato, contengono una maggiore concentrazione di sambunigrina, che può produrre effetti tossici, se non trattati correttamente e sotto guida esperta.
 
Utilizzazione per la produzione di:
•    pane di sambuco “pane è maju” ovvero “Pane condito con fiori di sambuco” o “pane cu ru pipe e maiu”, altra espressione dialettale calabrese, in particolare  del Vibonese, che vuol dire “Pane con i fiori di maggio”. 

 
Trattasi Infatti di una tradizione millenaria, tramandata dalle nonne e mamme dei paesini delle Serre calabresi, nel Vibonese, in cui, generalmente si verificano temperature più miti che consentono alla pianta di raggiunge dimensione da albero.
 
Produzione che prevede una adeguata scrupolosa preparazione consistente: nella raccolta dei fiori più belli e più bianchi, stando attenti a non spezzarli, poiché nella loro interezza necessitano di una notte di riposo stesi su un panno, per avviare il processo di essiccazione, seguita dalla successiva selezione manuale, per scartare le eventuali parti danneggiate, prima di riporle in un contenitore con molto sale, facendole macerare per circa due ore.
 
Per poi inserirli nei boccacci (come, secondo il linguaggio dialettale del Sud Italia, vengono definiti i barattoli di vetro usati per la conservazione di verdure sott’olio) ricoprendoli di olio, dove vanno lasciati riposare per un anno.
Per cui le famiglie calabresi per produrre il “pane è maiu” in qualsiasi stagione, si avvalgono delle scorte di fiori confezionati nel maggio dell’anno precedente, unitamente:
-    agli   ingredienti: 
farina di grano duro g 300; -farina tipo “0” g 300; -acqua ml 350; - ½ cucchiaio di sale; - lievito di birra fresco g 7 (o ½ bustina secco); -1 cucchiaino di zucchero o miele (per attivare il lievito); -1 ½ vasetto di sambuco sott’olio.
 
Oppure, nel caso dell’uso di fiori freschi: 
-600 g di mix di farina tipo “0” e grano duro; 10-15 ombrelle (infiorescenze) di fiori di sambuco (indicativamente da 10 a 50 a seconda della ricetta) privati dai gambi verdi; 250 - 350 ml di acqua tiepida; 7-8 g di lievito di birra fresco (o ½ bustina secco); 2-3 cucchiai di olio EVO o strutto; 1 cucchiaio di sale; 1 cucchiaino di zucchero o miele;
e all’uso degli utensili necessari  per compiere le fasi della  preparazione previste     dall’esclusiva ricetta:  
bilancia da cucina: per dosare correttamente gli ingredienti; - ciotola piccola: per sgranare i fiori ed eliminare i gambi verdi, attraverso sfregamento della infiorescenze; - ciotola o planetaria, per miscelare le farine con acqua lievito e i fiori sgranati; - spianatoia  in legno o metallo, per lavorare l’impasto a mano e incorporare i fiori tramite pieghe; - tarocco (raschietto): utile per dividere l’impasto in porzioni o filoncini e pulire la superficie di lavoro; - canovaccio o pellicola, per coprire l’impasto durante le fasi di lievitazione in un luogo caldo, fino al raddoppio del volume; - teglia da forno su cui adagiare le forme per la cottura; - forno statico o ventilato, per la cottura finale alla temperatura  di 180-200 °C per circa  30-40 minuti; - cestino o “panaro”, per la raccolta e per lasciare asciugare leggermente le infiorescenze prima dell’uso;
•    pitta cu u maju (focaccia con i fiori di sambuco, che sbocciano nel mese di maggio): focaccia tradizionale calabrese, tipica di maggio, preparata con: 500 g di  farina tipo zero o integrale; 300 - 350 ml di acqua; 7 g di lievito di birra fresco o 50 g di pasta madre; 100-150 g di  fiori di sambuco, separati dai gambi; 30-50 ml di olio extravergine di oliva o pari quantità di strutto; 10 g di sale; 150-250 g di ciccioli (frammenti croccanti e saporiti di carne  ricavati dalla lavorazione del lardo di maiale) o di  pancetta.

 
Seguendo il seguente procedimento: sciogliere il lievito in acqua e impastare con la farina, aggiungere olio (o strutto) e sale, e lavorare fino ad ottenere un panetto liscio, nel quale incorporare delicatamente i fiori di sambuco, prima di  trasferirlo in una teglia unta (da ricoprire con un panno, per favorire la lievitazione) per circa 2 ore, fino al raggiungimento del doppio del volume iniziale.
 
Quindi stendere l’impasto, spennellare con olio e cuocere al forno alla temperatura di 180-200 °C, per circa 30 minuti, fino alla doratura. 
•    Biscotti ai fiori di sambuco,  per la preparazione di 30-40 biscotti  la ricetta base richiede:  150 g di farina “00”, 150 g di farina di mais fioretto (ottenuta dalla macinazione a grana fine del mail giallo, per conferire una consistenza vellutata e un sapore dolce), 100-120 g di burro, 80-100 g di zucchero, 1 uovo intero  o 2 tuorli,  35 g di fiori di sambuco freschi puliti dai gambi (pari a 5 -7 infiorescenze) o 2 cucchiai di fiori essiccati, scorza di un limone, 8 g (1/2 bustina) di lievito per dolci  e zucchero sufficiente per la copertura.

 
Possibili varianti:
- Vegana, per la quale vengono utilizzati: 250 g di farina “00”, 125 g di zucchero di canna, 35 g di olio di riso, 35 g olio extravergine di oliva e 65 g di acqua e lievito;
- con sciroppo, con l’aggiunta all’impasto di un cucchiaio di sciroppo di sambuco, per un gusto più intenso.
- e senza glutine, con l’impiego di 100 g di farina di riso e 100 g di amido di tapioca (amido estratto dalla radice di Manioca: tubero tropicale privo di glutine) o mais.

 
Procedimento: mescolare farina “00”, farina di mais fioretto, zucchero, burro a pezzetti, uova, lievito e fiori di sambuco fino a ottenere un panetto da far riposare in frigorifero per almeno 30 minuti, avvolto nella pellicola. Dopo di che stendere la frolla (impasto friabile) e sezionarla con stampini, oppure formare dei cilindri, congelarli (per consentire una forma perfetta, una consistenza friabile e un profumo intenso), tagliarli a fette da 8 mm e cuocerle in forno statico a 180 °C per 10 – 12 minuti. Per poi, una volta raffreddate, spolverizzarle abbondantemente con zucchero a velo;
•    Soffione ai fiori di sambuco: dolce soffice e profumatissimo, con un guscio di frolla all’olio e un ripieno di ricotta e uova.
Ingredienti occorrenti: 
- per la frolla all’olio: 280 g di farina di tipo 1 (di grano tenero, poco raffinata, definita “semi-integrale, in quanto contiene una maggiore quantità di crusca e germe di grano, rispetto alle comuni farine “0” e “00”.), 100 g di zucchero semolato (bianco da tavola), 2 uova, 30 ml di olio extravergine di oliva, 500 g di ricotta di pecora;
- per il ripieno: 500 g di ricotta di pecora, 6 uova, 130 g di zucchero semolato, 15 g di amido di mais o farina, 8 g di lievito in polvere, la scorza grattugiata di un limone biologico, 4 – 5 “ombrelli” (infiorescenze) di fiori di sambuco, zucchero a velo q.b.
Procedimento:
- per la frolla:
setacciare la farina e unirla allo zucchero; fare una fontana e versare nel mezzo le uova sbattute e l’olio e impastare prima con una forchetta e poi con le mani, fino ad ottenere un impasto omogeneo;
- per il ripieno:
scuotere delicatamente gli ombrelli di fiori di sambuco, per eliminare le impurità;  immergerli in una ciotola con acqua fredda per pochi istanti, al fine di rimuovere ulteriori impurità e poi asciugarli delicatamente tamponandoli con carta assorbente; staccare i fiori dagli ombrelli e frullarli con metà dello zucchero; separare gli albumi dai tuorli; montare,  a lungo, la ricotta ben scolata dal siero con i tuorli, tutto lo zucchero e la scorza di limone, fino avere un composto chiaro e spumoso. In un’altra ciotola, montare gli albumi a neve e unirli, a poco a poco, al composto di  ricotta, incorporandoli con una spatola, e amalgamandoli fino ad ottenere un composto uniforme; stendere la frolla molto sottile, portandola allo spessore di 2 mm e praticare un taglio a croce al centro; rivestire uno stampo a ciambella del diametro di 20 – 22 cm, precedentemente imburrato e accuratamente infarinato, facendo coincidere il taglio con il buco della ciambella; riempire lo stampo con il composto di ricotta e richiudervi  sopra  i  lembi dell’impasto di frolla;  infornare nel forno già caldo a 180 ° C e cuocere per 50 - 60 minuti, fino a quando la frolla non inizia a dorarsi e il ripieno è ben asciutto (verificando  la consistenza con uno stecchino); sformare e quando è fredda  servire spolverata di zucchero a velo.
•    pancake ai fiori di sambuco: frittella dolce o salata, simile a una crèpe ma più spessa e soffice. Per ottenere 10 – 12 unità occorre: 200 g di farina “00”, 150 – 200 ml di latte intero (a seconda della consistenza desiderata), 2 uova, 30 – 40 g di burro fuso o di olio di semi, 30 – 50 g di zucchero, 8 g di lievito in polvere per dolci, un pizzico di sale, scorza di limone o vaniglia e i fiori di 5 – 6 infiorescenze fresche di sambuco.
 
L’alternativa vegana esclude le uova e i latticini.
 
Procedimento: lavare delicatamente le infiorescenze, asciugarle e separare i piccoli fiori dagli steli; separare i tuorli dagli albumi; mescolare tuorli, latte e burro fuso e aggiungere farina e lievito; montare gli albumi a neve con lo zucchero e unirli delicatamente al composto; quindi incorporare i fiori di sambuco, prima di cuocere l’impasto a fuoco medio-basso in padella imburrata. Per frazionare l’impasto in modo uniforme, il metodo migliore consiste nell’utilizzazione di un mestolo piccolo (di circa 60 ml, pari a al volume di 2 cucchiai da cucina abbondanti), per versare la pastella al centro della padella ben calda e imburrata, lasciandola allargare da sola, o aiutandola leggermente col dorso di un cucchiaio, e quando si formano le classiche bollicine sulla superficie e ai bordi girarli, per ottenere pancake di circa 8 – 10 cm di diametro in maniera perfetta.  
•    fiori fritti in pastella, prearate immergendo infiorescenze intere in una pastella leggera da friggere fino a diventare dorate;
•    spaghetti con fiori di sambuco: ricetta recente in cui la pasta viene mantecata con burro, limone, burrata (formaggio fresco vaccino a pasta filante) e aggiunta di fiori freschi alla fine. 

 
Per 2 persone servono: 130-150 g di spaghetti, 4-5 infiorescenze di sambuco freschi, 50 g di burro di buona qualità, 15 ml di succo di limone, 1 scorza di limone grattugiata, burrata fresca per guarnire e acqua di cottura della pasta, quanto basta.
 
La preparazione prevede: la raccolta (in luoghi non inquinati)  e lo scuotimento dei fiori di sambuco, per l’eliminazione di insetti ed impurità e la separazione dai gambi; lo scioglimento del burro a fuoco lento, finché non sfrigola  (rumore caratteristico, continuo e scoppiettante, prodotto dai grassi che friggono); creazione di una emulsione con un mestolino di acqua di cottura, succo e scorza grattugiata di limone; scolatura degli  spaghetti al dente, farli amalgamate con l’emulsione in padella,  aggiungendo i fiori di sambuco a termine della cottura; prima di servire con una generosa cucchiaiata di burrata fresca ed un’ulteriore spolverata di fiori sopra la pasta.
 
L’Eventuale variante prevede la sostituzione della burrata con formaggio Quartirolo lombardo, per una nota più sapida e intensa, o l’aggiunta di tartare (impasto crudo raffinato composto da polpa finemente tritata) di gamberi rosa, per un contrasto dolce-salato; 
•    il risotto ai fiori di sambuco: primo piatto primaverile delicato e profumato. 

 
La preparazione per 4 persone necessita di: 320-350 g di riso Cannaroli o Arborio; 50 g di fiori freschi o 10-12 infiorescenze di sambuco; 1 scalogno o cipolla piccola; ½ bicchiere di vino bianco secco per sfumare; 30-50 g di burro,
di cui una noce per soffriggere ed il resto per la mantecatura finale); 40-50 g di   Parmigiano reggiano; 1-2 cucchiai di olio extravergine di oliva; 1-1,5 litri di brodo vegetale; sale e pepe nero (macinato fresco) q.b. 

 
Ingredienti che vanno preparati seguendo le seguenti istruzioni: - lavare delicatamente, asciugare, sgranare ed eliminare i gambi verdi delle corolle dei fiori di sambuco; - tritare lo scalogno e farlo appassire in casseruola con un po' di olio e burro, poi  aggiungere il riso e farlo tostare finché i chicchi diventano traslucidi; - sfumare con il vino e lasciare evaporare, prima di iniziare ad aggiungere il brodo bollente, poco alla volta; a metà cottura (dopo circa 7-8 minuti) aggiungere la maggior parte dei fiori di sambuco (Alcune ricette consigliano di tenerne alcuni per la decorazione finale, o di sbollentarli  leggermente nel brodo prima di aggiungerli); quando il riso è al dente, spegnere il fuoco e aggiungere burro e  parmigiano mescolando  energicamente, per ottenere un risotto cremoso. Infine, lasciare riposare il tutto per 1-2 minuti e servire, decorando con i fiori freschi tenuti da parte, pepe o noci tritate.
 
Alcuni Chef suggeriscono di aggiungere un tocco di sciroppo di sambuco o del formaggio caprino, per conferire un sapore più intenso;
•    frittata, per la preparazione per 2 persone occorre pulire delicatamente 4-5 infiorescenze, separare i fiori dai gambi e unirli a 3-4 uova sbattute con parmigiano grattugiato, sale e pepe. Quindi cuocere in padella con olio extravergine di oliva caldo, per pochi minuti per lato; 
•    braciola di maiale ai fiori di sambuco e pepe rosa: ricetta raffinata e profumata che unisce la dolcezza dei fiori alla sapidità della carne. 

 
Per la realizzazione della quale, nel caso di 2 porzioni, occorrono: 2 braciole, 2-3 infiorescenze di (ombrelle) di fiori di sambuco freschi, 1 cucchiaio di pepe rosa in grani, olio extravergine di oliva, sale e vino bianco facoltativo (per sfumare).  
 
La preparazione prevede: lavare ed asciugare i fiori staccandoli dai gambi, scaldare un filo d’olio in padella, far rosolare le braciole da entrambi i lati e aggiungere il pepe e i fiori, lasciando insaporire il tutto per pochi minuti.
 
Qualora si preferisca un sapore più intenso, le braciole, prima della cottura, si possono marinare per un paio d’ore in frigo con olio, pepe e fiori;
•    gelatine, ottenibili immergendo i fiori (senza lavarli, per evitare di perdere il polline, che è la parte più aromatica) in infusione, dopo averli strizzati, nel succo di mela, lasciandoli riposare in un contenitore coperto per 24 ore, per poi, portare il liquido a bollore con zucchero e addensante (agar o pectina: gelificanti e addensanti di origine naturale, estratti rispettivamente: dalle alghe rosse, che creano  gel sodi e termostabili e dalla frutta, più adatti per marmellate, in quanto conferiscono consistenza morbida ed elastica) per 3-5 minuti;
•    sciroppo di sambuco, perfetto per aromatizzare bevande e cocktail.
 
La cui preparazione prevede: lasciare 15-20 infiorescenze (non lavate, ma solo scosse) in infusione con 2 limoni tagliate a fette, 1,5 -2 litri di acqua e 30 – 40 ml di aceto o acido citrico (facoltativo) per 24-48 ore, per poi filtrare il liquido ed aggiungere 1,5 kg di zucchero semolato o di canna. Quindi portare il tutto all’ebollizione ed imbottigliarlo a caldo;
•    champagne di sambuco o spumante: si ottiene tramite la fermentazione naturale dei fiori di sambuco freschi in acqua, zucchero e limone, sfruttando i lieviti selvaggi (microrganismi naturalmente presenti nei fiori) che avviano la fermentazione spontanea (senza l’aggiunta di lieviti industriali), offrendo complessità aromatiche e tipicità territoriale. 

 
La produzione per di circa 10 litri di prodotto, prevede:
-    la disponibilità di: 15-20 infiorescenze fresche, bene aperte e profumate; 9 litri di acqua non clorata; 900-1000 g di zucchero (a seconda del grado alcolico e della dolcezza che si vuol ottenere); succo e scorza, privata dalla parte bianca amara, di 3-4 limoni biologici ed opzionalmente, 2 cucchiai di aceto di mele (per aumentare l’acidità e anticipare l’avvio della fermentazione); 
-    e lo svolgimento del procedimento di cui appresso:
raccolta (lontano da strade ad intenso traffico) dei fiori, scuotimento (per eliminare eventuali insetti) e asportazione dei gambi verdi;
scioglimento dello zucchero in acqua tiepida in un contenitore capiente e successivo raffreddamento, prima di aggiungere i fiori, il succo di limone e le fette e ricoprire con un panno trasparente (tipo garza per consentire la penetrazione dell’aria ed impedire l’ingresso di polvere ed insetti) ed esporre il tutto a temperatura ambiente per 2-4 giorni, mescolandolo 1-2 volte al giorno per favorire lo svolgimento della fermentazione.
 
Fin quando premendo il composto in superficie si forma una abbondante schiuma.
 
Dopo di che filtrare bene il liquido con una garza o un colino a maglie strette e trasferirlo in bottiglie resistenti alla pressione (tipo spumante) e a chiusura ermetica, lasciando circa 5 cm di spazio dal tappo (con l’accortezza, se durante i primi giorni dall’imbottigliamento  la pressione appare eccessiva, è prudente far sfiatare un po' le bottiglie)  ponendole in luogo a temperatura ambiente per 1-2 giorni, per poi trasferirle in ambiente fresco (10-12 °C).
 
Per iniziare il consumo a distanza di circa 2 settimane, dopo averlo lasciato in frigorifero per diverse ore, al fine di consentire il raggiungimento della temperatura ideale di 6 - 8 °C, necessaria per esaltare la freschezza e la frizzantezza naturale.
•    sambucata o liquore ai fiori di sambuco: per la preparazione di circa 750 ml - 1 litro, la ricetta richiede: 15-20 infiorescenze di fiori freschi ben aperti e profumati (circa 200 g), 250 -500 ml di alcol puro a 90-95° (a seconda del grado alcolico che si desidera ottenere), 250 -350 ml di acqua, 250-350 g di zucchero di canna o bianco, e la scorza gialla (senza lo strato bianco amaro sottostante) ed il succo di un limone biologico.
Ingredienti il cui trattamento prevede: - la raccolta dei fiori lontano da strade trafficate, preferibilmente al mattino, scuotendoli per eliminare eventuali insetti ed impurità, evitando di lavarli, per non perdere l’aroma del polline;
-l’immissione in un contenitore di vetro capiente chiudibile dei fiori e la scorza e succo di limone  in infusione con l’acqua per 24-48 ore in luogo fresco e  buio  ; il filtraggio del liquido ottenuto con un colino a maglie fini o garza, schiacciando bene i fiori per estrarre tutto l’aroma;  lo scioglimento  dello zucchero nell’acqua porta all’ebollizione e successivo raffreddamento; miscelazione dell’infuso di fiori, sciroppo di zucchero raffreddato ed alcol, per poi versare il liquore così ottenuto in bottiglie,   e lasciarlo riposare, in un luogo asciutto e buio, per almeno 3-7 settimane. Prima di consumarlo, preferibilmente molto freddo (da 5 a 10 °C), tenendolo in frigorifero o servendolo con ghiaccio, per esaltarne il profumo e la freschezza;
•    sorbetto ai fiori di sambuco, per la preparazione occorre mescolare 200 ml di sciroppo di sambuco a 300 ml di acqua e al succo di un limone biologico da versare nella gelatiera, in mancanza della quale, congelare il composto in vaschetta, frantumandolo ogni 30 minuti, per evitare la formazione di cristalli di ghiaccio. In quest’ultimo caso è preferibile, prima di versare il composto in vaschetta, aggiungere l’albume di un uovo montato a neve ferma (compatta, che non cade se la ciotola viene capovolta), per rendere la struttura più morbida, cremosa e ridurre la presenza dei cristalli di ghiaccio;
•    gelato ai fiori di sambuco e Yogurt, si può preparare facilmente mescolando: 150 ml di sciroppo di sambuco a 250 g di yogurt intero e al succo di un limone biologico. Insieme al quale va incorporata delicatamente 200 ml di panna montata, prima di trasferire il tutto in gelatiera. Qualora non si disponga di gelatiera, per evitare la formazione di cristalli di ghiaccio viene aggiunto il latte condensato, seguendo il seguente procedimento: montare 250 g di  panna a neve ferma; - in altra ciotola mescolare 300 g di yogurt greco intero con 60-80 ml di sciroppo di fiori di sambuco,  incorporare delicatamente, con movimenti dal basso verso l’alto, 250 g di panna montata fredda ed aggiungere 150 g di latte condensato a filo (versandolo molto lentamente con un flusso continuo e sottile, mentre si continua a mescolare il composto).Per poi versare l’insieme in un contenitore, coprire e mettere in freezer per 6 ore. Quindi toglierlo e lasciarlo ammorbidire a temperatura ambiente per 10-15 minuti, o in frigorifero per 30 minuti, prima di consumarlo. 
Miti e leggende inerenti il sambuco:
•    Nella tradizione germanica ed anche nelle zone alpine italiane, si credeva che nella pianta dimorasse uno spirito guardiano, spesso identificato con una ninfa dei boschi o una fata o dea chiamata Holda o Hyldemoer, dai lunghi capelli dorati. La tradizione voleva che ci si inchinasse davanti al sambuco, prima di raccogliere fiori e bacche, chiedendo il permesso alla “Donna del Sambuco” per non offendere la dea. Dea che veniva anche  venerata affinché proteggesse gli uomini e il bestiame dalle malattie e dai morsi dei serpenti velenosi.
•    In Danimarca e tra i Celti (insieme di popoli dell’età del ferro diffusi in gran parte dell’Europa tra il II millennio ed il I secolo a.C.), la pianta era conosciuta come “Nostra Signora” o “Madre Sambuco”. Si credeva che non si potesse abbattere un sambuco senza chiedere il permesso alla ninfa, che lo abitava, pena la sfortuna. I Druidi (élite intellettuale e sacerdotale delle società celtica, svolgevano ruoli chiave come: giudici, medici e indovini, ed erano  considerati intermediari tra dei e uomini), usavano i rami del sambuco per costruire bacchette magiche atte a scacciare il male. 
•    In molte zone d’Italia, si piantava Il sambuco vicino alle case, ai forni e alle stalle, per proteggere gli abitanti e il bestiame dagli spiriti malevoli e i serpenti. Mettere foglie di sambuco vicino agli ingressi era un rito comune per tenere lontane le energie negative. Oltre ad essere considerato anche un amuleto di protezione divina, ma solo per chi viveva una vita virtuosa
•    Nonostante il suo ruolo protettivo, in alcune zone si riteneva che il sambuco potesse portare il Diavolo in casa se i suoi ciocchi venivano bruciati nel camino. Inoltre, si narrava che le fate potessero far diventare blu i bambini lasciati nelle culle costruite con legno di sambuco.
•    Una tradizione cristiana narra che la croce di Cristo fu costruita con il legno di sambuco e che Giuda Iscariota si impiccò ad uno stesso albero, motivo per cui il fungo Auricularia auricola-judae, che cresce sul suo legno, è detto “Orecchio di Giuda”.
•    I rami cavi del sambuco venivano usati per costruire flauti magici (citati anche nel Flauto Magico di Mozart), capaci di allontanare gli incantesimi e, secondo la credenza, di evocare (chiamare le anime dei morti) gli spiriti.
Inoltre, il legno cavo veniva usato per costruire cerbottane, in alcune zone conosciute come “scioparolo” o “schioppo.
•    Fino all’Ottocento, in Europa, si piantava sambuco per proteggere dalle malie. In Inghilterra, i conducenti di carri funebri usavano frustini di sambuco per proteggersi dagli spiriti maligni. 
•    Il sambuco, a causa della sua rapida crescita e della capacità di fiorire in prossimità di ruderi e cimiteri, era talvolta associato al mondo dei morti, ma allo stesso tempo simbolo di rigenerazione.
•    In epoca medievale (476 d.C. – 1492) il sambuco divenne la “Pianta delle streghe”, in quanto si diceva che usassero i suoi rami come “cavalli magici” per volare, e che il suo legno fosse il materiale preferito per fabbricare potenti bacchette (mito ripreso anche nella saga di Harry Potter con la bacchetta di Sambuco). 
•    Una leggenda inglese narra di una strega che trasformò un re e i suoi cavalieri in pietre, per poi, per sfuggire alla cattura, mutare sé stessa in un albero di sambuco 

 
Oroscopo Celtico
 
L’oroscopo celtico è basato su un antico sistema che associa la data di nascita delle persone a specifici alberi sacri, riflettendo un profondo legame con la natura, le fasi lunari e i ritmi stagionali. Il cui calendario suddivide l’anno in 13 mesi lunari di 28 giorni, periodi nei quali ogni albero guida ed influenza il carattere e il destino individuale. 
 
A differenza del calendario astrologico occidentale, basato sui pianeti, quello celtico assegna ad ogni periodo un albero con caratteristiche uniche e si sviluppa attraverso la profonda osservazione della natura da parte dei Celti, che vedevano negli alberi esseri viventi dotati di spirito e simboli di protezione.
 
L’interpretazione moderna dell’oroscopo celtico si basa, in gran parte sugli studi di Robert Graves (1895 – 1985):  influente poeta e saggista britannico del XX secolo, noto per la sua prolifica produzione letteraria,  per gli studi mitologici  e  per aver associato  le lettere dell’antico (IV – V secolo d.C.) alfabeto irlandese - Ogham- (legato alla figura mitica del dio Ogma), utilizzato per incisioni su pietra o legno, per rappresentare alberi sacri, concetti magici e divinatori) ai nomi degli alberi. 
 
Il Sambuco (Ruis, nel calendario celtico) occupa una posizione speciale nel calendario celtico, chiudendo l’anno arboreo nel periodo del tredicesimo mese lunare, fino al solstizio d’inverno, dal 25 novembre al 22 dicembre.
 
Rappresenta la vita, la morte, la rigenerazione e il passaggio, simboleggiando che ogni fine porta con sé un nuovo inizio. Ed è corrispondente al segno zodiacale (dal 22 novembre al 21 dicembre) Sagittario: segno di fuoco, governato da  Giove, noto per essere ottimista, avventuroso , indipendente e onesto.
 
Compatibilità
I nati sotto il segno del Sambuco si trovano bene con quelli nati sotto il segno dell’Ontano (Alder) dal 18 marzo – 14 aprile e dell’ Agrifoglio  (Holly) dall’8 luglio al 4 agosto
Pro
I nati sotto il segno del sambuco sono descritti come persone molto concrete, capaci di comprendere gli elementi di contrasto e di far fruttare le situazioni complesse, grazie alla loro creatività. Sono individui versatili, profondamenti legati ai cicli naturali e capaci di grande trasformazione interiore; agiscono con calma e sicurezza e con estrema determinazione e lealtà e sono capaci di motivare chi li circonda. Sono spiriti liberi che amano vivere la vita intensamente e nonostante un’apparente esuberanza esteriore, in privato rivelano una grande riflessività e profondità. 
Contro.
Gli appartenenti al segno, se non trovano un campo in cui sfogare le loro energie, possono diventare critici e distruttivi. Essi tendono a dire la verità in modo diretto, il che può talvolta creare incomprensioni; - mal tollerano le restrizioni; - nei primi anni di vita, frequentemente, vivono in modo ad alto ritmo, spesso associato ad eccessi, spontaneità estrema e alla costante ricerca di nuove emozioni, esperienze intense o successo immediato. Anche se con il passare del tempo evolvono verso una saggezza interiore.
Amore. 
Sono innamorati dell’amore, vivendo una fase iniziale e transitoria di intenso coinvolgimento emotivo e fisico verso l’atra persona, caratterizzata da forte attrazione e spesso idealizzazione del partner.
 Salute. 
I nati sotto questo segno devono imparare a lasciare andare le vecchie abitudini o i pesi emotivi, accettando i cambiamenti ciclici della vita, proprio come l’albero perde le foglie in inverno per farle rinascere a primavera. Essi traggono beneficio dalla vicinanza con la natura selvaggia, le distese d’acqua e i boschi, in quanto elementi in grado di ricaricare la loro energia interiore. 
Previsioni per l’andamento dell’anno 2026.
Le indicazioni dell’Oldb Moore’s  Almanac (famoso almanacco annuale, pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel  1697  da  Francis Moore: noto per contenere previsioni ed informazioni astrologiche, meteo ed eventi importanti dell’anno successivo.)  invitano i nati sotto il segno del Sambuco a mantenere il proprio spirito audace e ad abbracciare le trasformazioni, usando la personale ambizione per guidare i cambiamenti nella propria vita.

 
Alla luce delle descritte caratteristiche nonostante il Sambuco sia una pianta dalle esigue esigenze colturali ed un vero e proprio scrigno di principi attivi, le cui applicazioni spaziano dalla nutraceutica (che unisce proprietà nutrizionali a principi con effetti preventivi e curativi), alla moderna farmacologia, non risulta ancora adeguatamente diffusa ed apprezzata, rispetto l’eccezionale potenziale versatilità di impiego e di utilizzazioni di natura: 
•    Agronomica ed efficientamento gestionale per: - la valorizzazione di ambienti marginali (suoli umidi, di pendenza, poveri e calcarei); ambienti con  temperature fino a meno 20 – 25 ° C e zone inaccessibili per la meccanizzazione, dove la frutticoltura tradizionale non sarebbe praticabile o comunque  destinata al fallimento;  - i bassi costi, in virtù della esigua richiesta di trattamenti fitosanitari  e apporti di natura chimica, rispetto ai frutteti classici); - l’agevole  raccolta delle bacche con le stesse macchine agevolatrici utilizzate per la viticoltura ed altri frutti di piccola pezzatura);
•    Economica, per i notevoli benefici che derivano dalla commercializzazione delle sue componenti che trovano impiego nei settori: 
-    Agroalimentare per la vendita: - dei fiori (richiesti dall’industria delle bevande per la produzione di sciroppi, liquori, infusi e birre artigianali aromatizzate); - delle bacche (Destinate alla produzione di succhi, confetture, gelatine e coloranti alimentari naturali); e la trasformazione diretta dei prodotti aziendali a marchio proprio (per intercettare il turismo rurale e la vendita diretta, aumentando i margini di profitto);
-    Erboristico, inerente il mercato: - degli integratori (Basato sulla forte domanda di estratti secchi e concentrati di bacche per preparati finalizzati a rafforzare le difese immunitarie e combattere le malattie stagionali); e della fitocosmesi (per l’utilizzo degli estratti dei fiori per creme lenitive, toniche e prodotti per la cura della pelle, grazie alle proprietà antiossidanti);
•    Ecosistemica (Insieme di tutti gli organismi viventi e dell’ambiente e delle relazioni che li legano), relativa a: - l’incremento della biodiversità, cioè della quantità delle diverse forme di vita presenti in un dato ambiente,  dovuta all’attrazione degli insetti impollinatori che contribuiscono a migliorare indirettamente la fecondazione e la resa delle altre colture fruttifere aziendali; e alla formazione di barriere frangivento e siepi campestri (per l’assolvimento della funzione di protezione e difesa dell’ambiente).

 
Complesso di ulteriori possibili potenzialità descritte, alle quali si ha motivo di credere, plausibilmente, che seguirà un riscontro di concretezza.
 
Considerato che, secondo una recente stima, il mercato globale degli integratori di Sambuco dovrebbe passare dagli attuali  504  a oltre 700 milioni di dollari (pari a  circa 600 milioni di euro) entro il 2030. 
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante" - Il Castagno

Conosciamo le nostre preziose "amiche piante" - Il Castagno Copertina (687-3-0)
Domenico Brancato

(articolo esportabile)

Pianta che ha indubbiamente caratterizzato il panorama paesaggistico italiano e nutrito,riscaldato e accompagnato popolazioni per secoli,e per generazioni è stato il cuore pulsante della vita agricola in molte aree montane.Tanto da meritarsi l’attribuzione del soprannome di “albero del pane”ed il simbolismo di espressione dell’armonia tra uomo e natura
 
Classificazione botanica:
Ordine: Fagales
Divisione:Angiosperme
Classe: Dicotiledoni
Genere: Castanea
Famiglia: Fagaceae (Cupulifere)
Specie: Castanea sativa (Castagno europeo)
Castanea mollissima (Castagno cinese)
Castanea crenata (Castagno giapponese)
 
Nome comune: Castagno
 
Origine nome: deriva dal latino castanea, che a sua volta proviene dal greco  kastanon o Kastania: nome di una città della Tessaglia in Asia minore, nota per la coltivazione dell’albero. Anche se alcuni studiosi suggeriscono un’origine ancora più antica, legata al persiano kastah (frutto secco), collegando il nome alla consistenza legnosa del frutto. Mentre il nome scientifico Castanea sativa (indica che è una pianta coltivata) e commestibile (vesca).
 
Luogo di origine: regioni sud-europee e dell’Asia Minore, da dove fu ampiamente diffuso in Europa, prima dai greci e poi dai romani che lo portarono anche a nord delle Alpi. Mentre in Italia si è molto esteso nelle aree collinari sub-montane.
 
Consistenza e Morfologia: trattasi di un maestoso grande albero a foglia caduta, con chioma espansa tondeggiante, con una circonferenza di 6 – 8 m ed una altezza normalmente di 15 – 20 m, ma che   può superare i 25-30.
 
Caratteristiche componenti struttura: - tronco: robusto, tozzo ed eretto che diventa rugoso con il crescere, dal quale si dipartono ramificazioni ad altezze modeste; - apparato  radicale: inizialmente fittonante per poi  divenire espanso e ramificato, sul quale si determina una relazione simbiotica mutualistica con i funghi del suolo (micorizza) che, in cambio dell’utilizzazione  degli  zuccheri assorbiti dalla pianta(che gli consentono di ottenere la capacità di fruttificare), formano una guaina attorno alle sue radici più sottili che,  aumentando la superficie di assorbimento di acqua e sali minerali(fosforo e azoto), ne riducono il bisogno di fertilizzanti, oltre a  renderla più forte e maggiormente  resistente alla siccità ed ai patogeni.Simbiosi che consente anche al castagno di produrre tartufi: bianchetto (Tuberalbidum/brumale)e nero pregiato (Tubermelanosporum), anche se i terreni generalmente acidi (pH 5 – 6) dove cresce bene il castagno, non si addicono alle esigenze dei suoli prevalentemente calcarei (pH 7,5 – 8,5) loro adatti. Tuttavia la coltivazione è ugualmente possibile con successo, piantumando soggettimicorizzatepreventivamente;-corteccia: nei rami giovani è liscia, di colore variabile dal grigio chiaro all’ocra, con lenticelle (piccole protuberanze spugnose tonde e biancastre che sostituendo gli stomi)che si chiudonoin inverno per riaprirsi in primavera, permettendo gli scambi gassosi essenziali (ossigeno e anidride carbonica), tra l’ambiente esterno ed i tessuti interni, garantendo la  respirazione della pianta e la fuoruscita di vapore acqueo; -foglie:la cui emissione avviene in aprile-maggio, sono coriacee, di forma ellittico-lanceolata, con il margine generalmente seghettato, apice acuminato e con lunghezza media di 12-20 cm  e larghezza di 3-6 cm; -gemme: sono liscecorte e tozze, di colore bruno rossiccio e, a seconda delle zone e delle varietà,  si schiudono tra la metà di marzo e la metà di aprile; - fiori:essendo il castagno una pianta monoica (che porta fiori maschili-staminiferi- e femminili – carpelliferi- sullo stesso soggetto), con fiori maschili riuniti in glomeruli ubicati su amenti (infiorescenza con asse allungato) lunghi 10-30 cm, dal portamento pendulo o eretto, e infiorescenze  femminili che si trovano alla base degli amenti, situati all’ascella delle foglie superiori. Infiorescenze, ognuna delle quali contiene, di solito, 3 fiori protetti da un involucro, detto copula, da cui fuoriescono 3 stili(elementi riproduttivi femminili).E mentre la copula si evolverà in riccioverde cosparso di spine che si apre a maturità; i fiori, una volta allegati, si trasformeranno in castagne. Però non tutti i fiori di una cupola allegano, per cui il numero di frutti contenuti in un riccio  varia da 1 a 3 (compresi quelli abortiti, chiamati guscioni), in funzione della varietà e dell’andamento stagionale; - frutti: sono acheni (frutti secchi indeiscenti, cioè che a maturità non si aprono) rivestiti da un pericarpo liscio e coriaceo di colore variabile dal marrone chiaro al bruno scuro,del  peso  di 8 -20 grammi, a seconda che trattasi di varietà a pezzatura più piccola e più dolci, o dei marroni più voluminose a facce convesse. All’interno del frutto, protetto da una pellicola rosata (episperma) si trova la parte edule (che può essere composta da 1 a 3 semi, ognuno racchiuso nel proprio episperma). La produzione inizia dopo il quarto anno dall’impianto e al decimo anno può raggiungere i 20 Kg per pianta euna-due tonnellate per ettaro.
 
Riproduzione per:
 
- seme, dopo la raccolta in autunno, scegliendo le castagne sane e integre, mettendole a bagno per 24 ore ed aver scartato quelle che galleggiano e,per facilitare la fuoruscita della radice, averinciso leggermente la parte superiore. Per accelerarela germinazione è consigliabile metterle, coperte di muschio umido, in frigorifero; oppure seminarle, in autunno-inverno, direttamente in vaso coprendole leggermente di terreno. Per poi, a primavera, effettuare il trapianto delle piantine in piena terra;
 
-prelevando alberelli o polloni dal bosco, in inverno(cercando di preservare più radici possibili) e, dopo averli immersi in acqua, piantarlepossibilmente in vaso, prima di trapiantarle in piena terra, dopo un anno di permanenza;
 
- talea, prelevandolaad ottobre-novembre, da polloni della base del tronco,per replicare la varietà, (se da castagno innestato), o in marzo-giugno per talea semilegnosa, prelevandola da un ramo giovane e sano dell’anno corrente o precedente, dal quale asportare una porzione di 15-20 cm con diversi nodi, effettuando un taglio diagonale alla base e la rimozione di un po' di corteccia dai lati opposti, per favorire la radicazione. Prima di immergerla in un prodotto a base di ormone radicante e piantarla in un substrato di torba e sabbia(preferibilmente in un sacchetto), da mantenere umido in ambiente a luce indiretta, finché non si sviluppano le radici, in quantità e dimensioni tali, da consentire iltrapianto;
 
- innesto: - a spacco, adatto per portainnesti (la parte inferiore della pianta su cui va applicata la parte superiore: nesto o marza di un’altra pianta, per dare origine ad un nuovo individuo) con  tronco di maggiorediametro, da eseguire in primavera; - a gemma  o a T, per il quale il nesto è costituito da una solagemma, che si  applica quando la pianta è in succhio (periodo in cui la linfa circola facendo gonfiare la corteccia, rendendola facilmente staccabile), a fine estate (a gemma dormiente), o in primavera (a gemma vegetante); o -a corona, su alberi adulti, con tronco di grosso diametro.  Secondo la tradizione contadina ed alcune teorie di esperti del settore, gli innesti   dovrebbero praticarsi in fase di luna calante, per il fatto che la linfarisalendomeno intensamente verso le parti alte della pianta, riduce lo “stress da ferita”, facilitando la cicatrizzazione e l’attecchimento del nesto. Il che porterebbe ad una maggiore produzione di frutti; mentre in fase di luna crescente favorirebbe un maggior sviluppo vegetativo, a discapito della fruttificazione. Comunque, questo metodo di moltiplicazione è in grado di assicurare: -l’uniformità della coltura; - il superamento della variabilità genetica della semina;- la riproduzione fedele di varietà pregiate; - l’anticipo della produzione; -e la possibilità di scegliere portinnesti adattabili al terreno e resistenti a patogeni.Come nel caso dell’utilizzo di marze prelevate da piante della varietà Marsol (ibrido ottenuto dall’incrocio tra il castagno europeo e quello giapponese)che garantisce una apprezzabile resistenzaal temibilissimoCinipide
 
Longevità:
 
il castagno è una pianta che spesso raggiunge e supera i 500 anni, tant’è,  che in molte regioni d’Italia(Calabria: il Castagno del Cielo a Cerva e l’Albero del Pane a Sersale; Sardegna: Castagno di Ghenna e Creccu a Tonara di Nuoro; Abruzzo e Marche castagneti antichi nei dintorni del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga; Lazio: castagni secolari nei pressi dei Monti della Laga; Liguria: Castagno millenario a Ceriana, vicino Sanremo; Piemonte: esemplari antichi a Val Maira e Val Varaitain provincia di Cuneo; Alto Adige/Sudtirolo: Castagni monumentali a Maia Alta e Merano) esistono esemplari millenari spesso protetti come “Monumenti Naturali” legati a leggende e tradizioni che riflettono  l’importanza storica ed economica della specie nelle diverse culture locali.  In particolare, in Sicilia,sulle pendici orientali dell’Etna, a sant’Alfio, c’è un albero che, con la sua sola presenza, continua a raccontare la grandezza e la resilienza del Castagno. In quanto trattasi di uno degli esemplari più straordinari del mondo: il Castagno dei Cento Cavalli, tanto da essere definito un mito vivente ed essere immortalato in una famosa leggenda dall’omonima denominazione (Secondo la quale la regina Giovanna I d’Angio’:Regnante a Napoli dal 1343 al 1381, essendo stata sorpresa da un forte temporale trovò protezione, insieme al suo seguito di 100 cavalieri e le rispettive cavalcature, sotto le fronde di questo gigantesco castagno. Dove, sempre secondo la leggenda, sembra abbia trascorso la notte con uno o più amanti cavalieri. Leggenda che nel corso dei secoli, ha ispirato numerosi poeti e artisti, tra cui il catanese Giuseppe Borrello, che ne ha raccontato la storia in versi). Considerato che oggi l’albero pur essendo formato da tre tronchi distinti, le analisi botaniche hanno confermato essere provenienti da un unico gigantesco soggetto originario. Perciò, nel passato,il tronco doveva essere un tutt’uno impressionante, poiché le misure del Settecento rilevavano un perimetro complessivo che superava i 57 m alla base. Mentre, attualmente la sua altezza media è di circa 19-22 m e l’estensione della chiomasupera i 1.000 metri quadrati, ma nonostante l’età, che recenti studi condotti dal Consiglio -CREA- (attraverso l’analisi genetica KASP: Tecnologia di genotipizzazione usata in ambito genetico, per la Ricerca in Agricoltura), hanno rivelato essere di 2.200 anni (Il che significa che era già maestoso quando venivano costruiti i templi della Magna Grecia, come Paestum -570/ 530 a.C.-  e il Tempio della Concordia di Agrigento - 430 a. C.), gli eventi naturali, inclusa la non trascurabile attività del limitrofo vulcano, il “gigante”è ancora vivo, vitale e produttivo.Stima dell’età, per il calcolo dalla quale è stato considerato il tasso di accrescimento del fusto che, dopo i primi 30 anni dalla nascita, fa aumentare il suo raggio di circa 4 millimetri all’anno. Per cui essendo la circonferenza su cui sono disposti i fusti di circa 57 m, corrispondente a circa 9 m di raggio (r= m 57: 2X 3,14) si ha: 9 m: 0,004 = 2269 anni.
 
Esigenze:
  • Climatiche: essendo una specie termofila, mesofila e moderatamente eliofila, cioè che prospera bene sia in ambienti con temperature superiori a 45 °C, che in condizioni intermedie, tra i 20 -45°C,purché non eccessivamente secche (xerofile), o troppo umide (idrofile), con esposizione diretta ad intensa luce solareed altitudine non oltre i 1000-1200 s.l.m. Condizione tipiche dei climi temperati,
  • Suolo: la preferenza è verso terreni sciolti, ben drenati, vulcanici, ricchi di sostanza organica, con reazione subacida-acida: pH 6,5 - 4,5, se tale valore supera il 7 occorre abbassarlo con del solfato di ferro;
  • Idriche: sebbene il castagno sia tradizionalmente coltivato inasciutto, l’irrigazione risulta essere importante, specie in zone dove le precipitazioni annue non superano i 600 mm. In particolare, quando trattasi di giovani piante, che per i primi 3 anni dall’impianto necessitano un costante mantenimento del terreno umido, con l’apporto di circa 4 e 2,5 litri di acqua a settimana, rispettivamente nei primi mesi e durante la fase vegetativa. Quantità che, in caso di estati siccitose,va aumentata a 20 -30 litri, per le piante più giovani e circa 75litri per quelle adulte, ogni circa 10 giorni. Da distribuire al mattino presto o nel tardo pomeriggio per ridurre l’evaporazione.
    Distribuzione dell’acqua che è consigliabile effettuare applicando il metodo più rispondente alle seguenti tipologie di coltivazione:
    - singole piante: a tazza o conca di terra attorno alla pianta, per trattenere l’acqua e farla assorbire gradualmente;
    - più piante e per colture di modeste entità: è preferibile la microirrigazione o distribuzione a goccia, meglio se integrata da sensori di umidità del suolo e sistema di automazione, per ottenere un controllofinalizzato:all’effettivofabbisogno idrico; a garantire maggiore efficienza; afornire acqua direttamente alle radici;e consentire di ridurre gli sprechi per evaporazione e il deflusso superficiale (specie per coltivazioni in pendenza).Oltre a permettere l’utilissima   praticare della fertirrigazione (tecnica che consente di distribuire fertilizzanti direttamente nell’acqua usata per irrigare, permettendo difar giungerei fertilizzanti in maniera mirata alle radici,facilitandone l’assorbimento);
    - colture intensive: per le quali i metodi più evoluti comprendono quello:

  • -per aspersione sottochioma con irrigatori (Rivulis), progettati per   una   uniforme ed efficiente distribuzione dell’acqua in funzione della capacità diassorbimento del terreno;
     
  • -e per l’Irrigazione a Rateo Variabile e Automatizzata (VRI – Variable Rate Irrigation), che regola dinamicamente (in maniera adeguata alle variazioni climatiche e alle esigenze specifiche delle piante durante la stagione) la quantità diacquaerogata in diverse zone di un campo.Attraverso una gestione di dati provenienti da sensori e da rilievi satellitari NDVI- (Indice di Vegetazione a Differenza Normalizzata: indicatore grafico fondamentale per il  telerilevamento  attraverso l’analisi della luce riflessa da piante e suolo) .Datiche permettono di identificare aree con vegetazione rigogliosa, o scarsa e assente, attraverso il riscontro dell’umidità, della tessitura del terrenoe del vigore vegetativo. Al fine di ottimizzare le risorse idriche ed energetiche, massimizzare le rese e ridurre gli sprechi.
     
  • Nutritive: a base di concimazioni organiche (letame o compost) in inverno e dal secondo anno di vita, soprattutto in impianti produttivi,integratecon fertilizzanticomplessi contenenti azoto, fosforo e potassio - NPK –nelle proporzioni (Titolo) 10-10-10;
  •  
  • Potatura:finalizzata allo sfoltimentodella chioma per eliminare i polloni, i rami secchi o malati e formare le branche per una impalcatura a  vaso, con tagli di ritorno (consistente nel taglio obliquo di un ramo principale appena sopra l’inserzione di un  ramo laterale di 2 anni, che abbia un diametro di almeno 1/3 di quello principale,senza lasciare un mozzicone troppo corto o troppo lungo, per evitare l’appassimento o stimolare lo sviluppo di succhioni indesiderati), allo scopo di: - abbassare la chioma, per rendere più agevole la raccolta,  assicurare maggiore stabilità ed evitare ombreggiamenti; rinvigorire i rami vecchi e stimolare la produzione di nuovi germogli e frutti; spostare la crescita verso l’interno,per mantenere una forma equilibrata; e ridurre la densità, per agevolare l’ingresso dell’aria e della luce.
Tecniche di governo per:
  • Castagneto da frutto:
    - sistema tradizionaleestensivo: caratterizzato da sesti d’impianto ampi, di m 8 x 8 o 10 x 10, pari a circa 160 – 100 piante/ha, in genere allevate a forma libera o a vaso aperto, per favorire l’espansione laterale. Gestione che consente un inizio di produzione verso il 5° - 6° anno;
    - sistema intensivo: più adatto a varietà recenti, ottenute da ibridi eurogiapponesi come Bouche de Betizac, coltivati con sesto d’impianto alquanto stretto di m 7 x 4 o 7 x 3, 7, a cui corrisponde l’elevata densità di circa 350 – 380 piante/ha. Metodologia che permette un’entrata in produzione precoce, intorno al 2° - 3° anno, e rese elevate che possono raggiungere le 3 tonnellate/ettaro, a partire dal 5° anno. A condizione che si pratichi: una cura rigorosa della chioma;un’adeguata concimazione;ed un sistema d’irrigazione preferibilmente localizzato;
    - Sistema  Ceduo :  basato sulla capacità del castagno di emettere polloni successivamente al taglio del tronco,da effettuarsidurante il riposo vegetativo, seguendo le indicazioni stabilite dal  Calendario dei tagli 2025-2026 che, in relazione all’altitudine s.l.m.,  prevede: sotto i 600 m, dal 1° ottobre al 31 marzo o 15 aprile, a seconda della regione; - tra 600 e 1000 m, dal 15 settembre al 15 – 30 aprile; -oltre i 1000 m, fino al 15 maggio, per garantire un ricaccio più forte e stabile.
    Sistema che, a seconda della tipologia di governo, sidifferenzia in:
    - semplice:consistente nel taglio a raso di tutti i polloni alla ceppaia  seguendo un  turno: - rapido(ogni 2-3 anni), spesso destinate alla produzione di biomassa (legno sminuzzato meccanicamente in scaglie, usato principalmente come combustibile per alimentare caldaie, o come materiale per pacciamatura in agricoltura); - medio (ogni 15-30 anni), utilizzato per  paleria, carbone  e legna da ardere; - lungo (40-60 anni), impiegato per legname da opera (travatura, carpenteria e falegnameria) .
    - matricinato: prevede il taglio della maggior parte dei polloni, lasciando “matricine” (dette anche pianteportasemi, per garantire il futuro del bosco tramite seme, o per costituire una riserva di alberi più adulti ed avere un bosco misto e più stabile).

    Nel 2026 i Piani regionali del Lazio possono richiedere una matricinatura a gruppi, con almeno 6 soggetti per unità d’intervento (dell’estensione di un ettaro o di una porzione di esso su cui si sta lavorando). Consistente in una pratica forestale dove si selezionano 5 ceppaie vicine fra loro e si lasciano 2 polloni su ognuna di esse, per ottenere un gruppo composto da 10 polloni che viene lasciato crescere per formare degli alberi (6 o più) che serviranno da riserva per il futuro. Mentre il resto del bosco viene diradato e tagliato.
    - composto: tecnica di gestione forestale checombina la rinnovazione da seme (Fustaia o bosco d’alto fusto, formato da alberi da frutto, che sviluppano un unico fusto principale), con la rinnovazione del ceduo, pergarantire la continuità del bosco, favorire la biodiversità (coesistenza, in uno stesso ecosistema, di diverse specie vegetali e animali  che crea un equilibrio grazie  alle reciproche relazioni)  e la rigenerazione naturale.Conferendo al bosco due livelli di vegetazione, di cui uno inferiore (ceduo), costituito da polloni giovani, e uno superiore (matricine), composto da piante più vecchie. Il che consente la produzione di assortimenti legnosi di pregio, quali: paleria per l’agricoltura, tutori, travi per l’edilizia e legno per infissi. Assortimenti che comportanoturni di taglio più lunghi (rispetto ad altri cedui) che variano dai 10–25 anni per la paleria, ad oltre 40 anni per le travi di maggiori dimensioni, ma che, in compenso, consentono di fruire dei benefici derivantidall’ottenimento di produzione di legno da taglio e di alberi più longevi strutturati efruttiferi.
    Benefici che trovano riscontro nell’attuale orientamento dell’economia forestale, che si propone di passare da una gestione povera ad una che valorizza il legno di qualità, attraverso un governo del ceduo che mira ad adattare le pratiche tradizionali alle esigenze moderne, dove la selvicoltura selettiva e la gestione sostenibile sono fondamentali per la salute del bosco e la produzione di risorse di valore.
 
Infatti per il 2026 la gestione della coltivazione del  castagno in Italia si basa sulla Strategia Forestale Nazionale  -SFN- (Documento strategico che indirizza le Regioni per una gestione a lungo termine, inducendo obiettivi di biodiversità, clima, energia e sviluppo socio-economico) e sul Decreto Legislativo 34/2018 -TUFF-, con adempimenti che includono la  redazione dei Piani di Gestione Forestale  -PGF- (Strumento obbligatorio per le proprietà sopra certe dimensioni, che per la Campania risulta essere uguale o maggiore a 100 ettari, che pianifica interventi selvicolturali, uso dei pascoli, rimboschimenti e tutela ambientale), ora obbligatori per superfici rilevanti, e il rispetto delle normative regionali che specificano criteri e soglie, mirando a sostenibilità, biodiversità e filiere locali, con aggiornamenti periodici:degli Alberi Monumentali (D.M n. 0569045 del 2025) e del Registro Nazionale dei Materiali di Base(D.D.n.221354 del 2025) comprendente:
 
Materiale Forestale di Propagazione–MFP- (sementi, talee e piantine raccolte da alberi e arbusti identificati per garantire la qualità genetica, la provenienza e l’adattamento all’ambiente);
 
Prodotti Forestali non Legnosi-PFNL- di tipo:
  • Alimentari (Funghi, tartufi, frutti di bosco, asparagi selvatici, miele, selvaggina e castagne);
  • NonAlimentari (sughero, muschi, resine, oli essenziali, piante medicinali ornamentali e officinali, fibre, prodotti per cosmetica e coloranti);
  • Di origine animale(Miele, cera d’api, pelli, trofei di selvaggina e animali vivi).
Nonché la Regolamentazione dei tagli e l’uso dei pascoli, le modalità di concessione di permessi per la raccolta dei “Prodotti secondari o del sottobosco” e la gestione degli usi civici (Diritti perpetui inalienabili e imprescrittibili, gestiti dagli Enti locali, relativi all’utilizzazione di pascolo, legna, aree coltivabili, spettanti ai membri di una comunità su terreni di origine feudale, che garantiscono il sostentamento).
 
Complesso di provvedimenti, che promuovendo,secondoprincipi di sostenibilità, l’incremento quali-quantitativo e la valorizzazione dei descritti  prodotti,si prefiggono di conseguire significativi obiettivi quali: - creazione di nuovi boschi e ripristino di aree degradate; miglioramento genetico delle foreste e della loro produttività; e sostegno alle industrie del legno, del sughero, alimentari e della cosmetica e farmaceutica.
Possibili utilizzazioni (che spaziano dell’industria manifatturiera, alla farmaceutica, all’agricoltura biologica):
  • Del legno,che per la sua durevolezza naturale, resistenza agli agenti atmosferici ed all’alto contenuto di tannino, trova impiego in:
    edilizia per: travi strutturali, travetti, tetti, tettoie, pergolati, pali, recinzioni e traversine ferroviarie;
    falegnameria per: mobili interni ed esterni, parquet, infissi e serramenti, doghe di botti, barrique: piccole botti utilizzate per l’affinamento e la maturazione di vini e distillati, attrezzature per parchi giochi, palizzate, pali di sostegno per le viti, cesteriae e la produzione artigianale di bastoni da passeggio e da escursione;
    costruzioni di natanti: come barche, per la particolare resistenza all’acqua;produzione del carbone (preferito dai fabbri e nelle cucine per il poco fumo che produce).
  • Dei frutti e derivati, nel settore:
    alimentare,
    consumabili seguendo le indicazioni di: - ricette tradizionali come:- castagne secche ammorbidite nel latte e per la preparazione di piatti quali: - minestra tipica del biellese (detta mac o mactabi) che prevede la lessatura nel paiolo insieme al riso ed al latte e in Ossola, impastate con patate, zucca e farina di frumento per la preparazione di gnocchi; -utilizzazioni innovativi, come: castagne pelate confezionate sottovuoto, creme, canditi, fiocchi, liquori e birra;oltre che come castagne fresche,e in particolare il marrone (varietà di castagna selezionata, di maggiore pezzatura, dolce e con buccia chiara),di largo uso, oltre che per il  consumo diretto (crude, bollite o arrostite), per la produzione di farina (ingrediente fondamentale per il castagnaccio) priva di glutine  (che la rende  ideale per diete celiache),per confetture, in pasticceria, per la rinomata produzione dei marron glaces e come alimento per animali  ; -e  miele (noto per il sapore amaro e le proprietà antibatteriche);

    Industriale,e Agricoloper:l’estrazione del tannino (impiegato nella concia delle pelli (per la produzione di cuoio di alta qualità, resistente e flessibile);la produzione di bio-adesivi ecologici (per legno e truciolati);l’estratto di castagno (dall’azione corroborante per potenziare le difese delle piante contro funghi, quali Peronospora e Botrite, e come repellente   naturale per insetti e lumache;il riciclo delle bucce delle castagne, per l’alimentazione dei focolari domestici o, sminuzzate, come concime o componente del compost; l’impiego della foglie, per la preparazione di macerati antifungino-repellenti per la protezione delle piante, come compostifertilizzanti elettiera del bestiame ed,  in passato, per  imbottitura di materassi e come surrogato del tabacco da fumo; e il riciclo dei ricci, che essendo ricchissimi di sostanze tanniche (e quindi poco degradabili), una volta bruciati, spargendo  le ceneri di risulta  nel castagneto, producono un’azione fertilizzante.  Mentre il loro estratto acquoso, specie in passato, veniva impiegato per tingere di bruno e conciare tessuti e cordami.
  • In Erboristeria eMedicina (secondo indicazioni tramandati dalla tradizione popolare) venivano usate:
    le gemme: per il macerato glicerico impiegato per favorire il drenaggio linfatico e, come vasodilatatore, per alleviare il senso di pesantezza alle gamme;
    le infiorescenze maschili: per l’infuso utile per arrestare le diarree infantili;
    le foglie e la corteccia(raccolte in primavera inoltrata, essiccateall’ombra e conservate in sacchetti): per in infusi e decotti per l’azione sedativadella pertosse,come espettorante ed astringente(in casi di dissenteria) e batteriostatiche (Che inibisce la riproduzione e la crescita dei batteri senza ucciderli);
    il decotto di castagne/acqua di cottura: per combattere raffreddori, bronchiti, spasmi della tosse convulsa, geloni, diarrea infantile e per disturbi del sistema nervoso;
    la polpa di castagne cotta:per,in cosmesi,maschere facciali detergenti ed emollienti.Mentre l’acqua di cottura delle bucce veniva usata per esaltare i riflessi dei capelli biondi;
    le castagne secche:perl’infuso usato come espettorante in caso di: raffreddori, tossi o bronchiti. Mentre l’acqua di cottura era impiegata per rammollire i geloni, ed il passato veniva utilizzato per arrestare le diarree infantili;
    e le castagne fresche: cheerano e sono considerati “i gioielli di ottobre”. In quanto costituiscono un alleato per alleviare gli effetti della “mestizia d’autunno” complicidell’insorgenza di umore altalenante, insonnia e calo di desiderio(dovuta alla sensazione di malinconia quando diminuiscono le ore di luce e i colori della natura si sbiadiscono). Infatti esse sono composte per metà di acqua ed il resto da amidi e minerali con alta concentrazione di ferro e magnesio (dall’azione efficace contro il nervosismo e gli stati di ansia e nei periodi di lievi “depressioni” stagionali) e, in quantità minore, anche fosforo. Ed ancora la presenza di triptofano: precursore della serotonina (l’ormone del benessere) fa di questo frutto il “cibo della felicità). Mentre il contenuto di vitamina B2, B3 o niacina, e C, producono effetti utili rispettivamente per: la salute del fegato, dei capelli, degli occhi, per rafforzare il sistema immunitario e salvaguardare la salute della pelle, dei vasi sanguigni, delle ossa e delle cartilagini.Tanto chemolti consideranoquesto prezioso frutto i “cereali “che crescono sugli alberi, poiché ricchissimi di carboidrati e quindi, per molti versi, paragonabili, più di ogni altro frutto, al pane e alla pasta. Carboidrati che, essendo assorbiti lentamente, mantengono stabile il livello di glicemia nel sangue,a cui si unisce un rilevante benefico contenuto di potassio (regolatore della pressione sanguigna de della contrazione muscolare, oltre a ridurre il rischio di calcoli renali e la perdita di tessuto osseo, contrastando gli effetti del sodio), addirittura in maggiore quantità delle banane (mg 350)e uguale a quello dei kiwi (400 mg).
Parassiti:fra quelli che arrecano maggiore danno,sono da annoverare fra:
  1. Gli Insetti:
  • Cinipide - Drycosmuskuriphilus –è una piccola vespa(Imenottero) di colore nero, poco più grande di una formica, originaria della Cina, nota come Cinipide galligeno del castagno, che depone le uova nelle gemme e sui rametti, causando galle deformanti (ingrossamenti verdi/rosa), che producono il loro deperimento ed il diradamento della chioma. Il ciclo annuale inizia con lo sfarfallamento di femmine partenogenetiche (riproduzione asessuata, con sviluppo dell’uovo senza la fecondazione), tra giugno e luglio, quando depongono le uova. Le larve si sviluppano in autunno-inverno svernando all’interno delle gemme che, alla ripresa vegetativa, la pianta reagendo forma le caratteristiche galle, nelle quali lestesselarve completano lo sviluppo, impupandosi e sfarfallando a fine primavera/inizio nestate, chiudendo il ciclo con la comparsa di nuove femmine adulte.
    Per contrastare l’infestazione il metodo di lotta più efficace è quello biologico, con l’introduzione nel castagneto dell’antagonista naturale: imenottero,parassitoide-Torymussinensis-, che depone le uova nelle galle del Cinipide, da cui si sviluppano larve chenutrendosi delle uova del parassita contengono la diffusione del danno, senza nuocere alla pianta. Oppure, se l’infestazione si manifestano in maniera lieve su giovani piante, il rimedio consiste nell’asportazione e bruciatura dei rami colpiti, prima dello sfarfallamento degli adulti. Anche perché il ricorso alla lotta chimica è difficile e poco praticabile in ambito forestale;
  • Tortrice– CidiaPammene fasciata-: è un piccolo lepidottero falena: lepidottero attratto dalle luci artificiali,caratterizzato da abitudini crepuscolari-notturne (dai colorialquanto spenti per favorire lamimetizzazione)e da antenne che possono essere piumate o filiformi, a differenza di quelle a clava delle farfalle. Il ciclo è annuale, con svernamento delle larve in bozzoli nel terreno o sotto la corteccia, nei quali si sviluppano gli adulti che sfarfallano a inizio estate (giugno-luglio). Le femmine, dopo l’accoppiamento, depongono le uova sulle nervature delle foglie o sulle gemme, che si schiudono in estate-autunno. Le larve appena nate scavando gallerie, penetrano nei giovani ricci, per nutrirsi del contenuto, provocando la prematura la caduta e la conseguente riduzione della produzione. Larve che, una volta mature, escono dal riccio per cercare un luogo riparato (sotto la corteccia o nel terreno) dove costruire un bozzolo per prepararsi a superare la rigidità invernale.
    Per la lotta siutilizzano metodi di difesa biologici come: - il monitoraggio con trappole ai feromoni,da esporre all’inizio dell’estate per intercettare la presenza degli adulti; - trattamento con Bacillusthurigiensiscarpocapsae spruzzandolo sulle larve appena nate, quando si spostano dalle foglie ai frutti; - l’uso, in autunno, di nematodi entomopatogeni (che causano malattie negli insetti)-Steinermem-carpocapsae-, spargendoli sul terreno intorno agli alberi per colpire le larve che vi svernano;
  • Balanino - Curculioelephas- :è un piccolo coleottero di colore marrone/nero,con un rostro molto lungo e sottile che usa per forare i frutti, ed è noto per le sue larve: vermi bianchi,tozzi, senza zampe e arcuati che si sviluppano all’interno delle castagne, che danneggiano irrimediabilmente scavando galleri. Mentre gli adulti si nutrono di gemme, oltre che di frutti causandone la caduta precoce.
    Il ciclo annuale prevede che le larve svernino nel terreno, a circa 10-20 cm di profonditàdove, in primavera (maggio-giugno) si impupanoper poi, dopo 15-20 giorni, emergere daadultiper salire sull’albero. Le femmine, avvalendosi del rostro, forano i ricci e le castagne, deponendo un uovo al loro interno, da cui in autunno nascono le larve, che per nutrirsi (creano una celletta detta criptocecidio) ne causano lo svuotamento. A maturità, tramite un foro, escono dalle castagne per svernare interrandosi, completando il ciclo.La lotta può essere condotta attraverso:
    pratiche agronomichee fisiche quali: raccolta immediata e  distruzione  delle castagne cadute precocemente e infestate, per eliminare le larve prima che si sviluppino; - applicazione, tra giugno e agosto,  di fasce adesive sui tronchi, a circa 50 cm da terra, per intrappolare gli adulti che cercano di risalire; - stesura di teli  a maglie strette sotto chioma, per impedire alle larve di interrarsi e agli adulti di emergere;- trattamento di termizzazione (Immersione delle castagne in acqua calda a 50°C per un tempo breve di almeno 15 secondi), per l’eliminazione delle larve;
    l’adozione di metodi biologici: -irrigando, tra aprile e settembre, il terreno con nematodi – Heteroohabditisbacteriophora – o il fungo -Beauveriabassiana -entomopatogeni, per parassitare le larve presenti nel suolo;
    l’azione meccanica: con la raccolta delle castagne,comprese quelle che si trovano sotto i teli di plastica posti al momento della raccolta, e lo stoccaggio dei recipienti che li contengono su piani di cemento, per isolare le larve;
    l’impiego di prodotti chimici: consigliabile solo in casi di gravi infestazioni (per evitare di danneggiare il circostante ecosistema), ricorrendo a insetticidi Piretroidicontenenti principi attivi come:Lambdacialotrina o Deltametrina, oppure a formulazioni specifiche a base di Fosmet.
2) Le Crittogame (Funghi patogeni):
  • Cancro corticale – Cryphonectriaparasitica: malattia devastante che forma lesioni e tumefazioni (cancri) sulla corteccia, interrompendo il flusso della linfa, spesso con formazione di crepe con sporgenza di corpi fruttiferi -picnidi-(aventi la forma di piccoli punti arancioni o rossi, contornate da aree depresse con bordi rossastri o arancioni) ed evidenti necrosi che portano l’albero attaccato alla morte;
  • Mal dell’inchiostro -Phitophthoracambivora e P. cinnamomi: si riconosce per lachioma rada con foglie ingiallite/secche, presenza di fessure verticali alla base del tronco con essudato nero-marrone simile all’inchiostro, e tessuti interni nerastri a forma di fiamma al disotto della corteccia. Colpisce le radici, compromettendo l’assorbimento idrico e nutrizionale, causando il conseguente disseccamento, con sintomi che variano da un rapido deperimento ad una morte in pochi anni;
    Per contrastare i gravi effetti dei patogeni fungini sopradescritti si può intervenire con trattamenti:
    preventivi:
    utilizzando portinnesti resistenti come gli  ibridi giapponesi; - sterilizzando sempre gli attrezzi da potatura e le marze con soluzioni a base di rame; - garantendo un buon drenaggio del terreno per allontanare l’acqua; -  evitando di produrre ferite al colletto della pianta durante il lavoro di decespugliamento; - effettuando un regolare intervento di potatura per aerare il fogliame; - evitando di sostituire subito le piante morte; - tagliando  e bruciando  i rami secchi e le parti infette; - proteggendo la ferite di potatura ed innesti, sigillandoli con mastici cicatrizzanti  specifici o inoculando microrganismi antagonisti; - erimuovendo, in caso di marciume radicale, le piante colpite.
    specifici:
    intervenendo, in primavera o inizio autunno, con prodotti specifici sistemici, come il Fosfonato di potassio dall’effetto induttivo di resistenza, tramite iniezioni al tronco (endoterapia), o aspersione fogliare o al suolo, per favorire l’assorbimento;
    ripopolando il suolo con prodotti contenenti funghi benefici, come: Micosat Funo, e Agri BioAktiv, per ostacolare il diffondersi di patogeni e rinforzare le radici;
    somministrando, con la stessa metodologia del Fosfonato, preparati stimolanti come il Vitaseve, o biostimolanti come il Live da Tron, per aiutare la pianta a produrre nuovo legno e a riprendersi;
    eseguendo la sterilizzazione termica dei frutti a 50°C per 45 minuti, dopo la raccolta;
  • Il marciume delle castagne – Gnomoniopsiscastaneae-: fungo ascomicete (che forma le spore all’interno di strutture a forma di sacco chiamate aschi) responsabile del “marciume gessato” o del (marciume bruno) che agisce come endofita (che vive all’interno di altro organismo), colonizzando il frutto senza sintomi esterni visibili, rimanendo latente in gemme, foglie e fiori fino al momento della raccolta e conservazione.Quando  diventa patogeno specie incondizioni ambienti caldo-umidi, rendendo la polpa inizialmente bianca e gessosa, poi spugnosa e brunastra, compromettendone il sapore e la commerciabilità. Tanto da causare perdite di quote significative del raccolto. Motivo per cui viene considerata una delle più gravi malattie emergenti del castagno, sia in Italia che a livello internazionale.
    Attualmente, purtroppo, non esistono metodi di lotta molto efficaci, anche se si sono rivelate pratiche utili:
  • la curatura in acqua calda(o meglio la termizzazione/sterilizzazione per un trattamento rapido, mantenendo le castagne ad una temperatura costante di 50 °C per 45 minuti, per eliminare parassiti e muffe, senza cuocere il frutto) ),o in acqua fredda  “novena”, consistente in altro  metodo di conservazione naturale basato nell’immersione dei fruttiper un periodo di 4 – 9 giorni, per mantenerle fresche per mesi ed eliminare parassiti e muffe, garantendo la conservazione senza alterare le caratteristiche organolettiche;
  •  e l’adozione di una sistematica pratica di potatura,finalizzata ad assicurare un buon arieggiamento della chioma.
 
Curiosità storico- leggendarie
Non si conoscono le esatte origini del castagno, tuttavia ritrovamenti di reperti fossili   attestano che l’albero dovrebbe derivare da un ceppo originatosi nel Terziario, circa 10 milioni di fa.
 
Gli uomini delle caverne, come evidenziano resti fossili di 20.000 anni fa, si sono sempre cibati di castagne, sin da quando l’attività agricola non era ancora praticata.
 
Per quanto riguarda il castagno “nostrano”, dall’analisi di polloni fossili trovati nelle Alpi Apuane, risulta che fosse presente in Italia circa 10 mila anni fa, resistendo ad ondate di freddo glaciale susseguitesi nel tempo.
 
La castagna, da sempre denominata il “pane dei poveri”,è presente nella dieta dell’uomo fin dalla preistoria e le sue virtù erano ben note e celebrate già dagli autori più antichi, come si evince dai riferimenti di seguito riportati:
 
-Ippocrate (IV secolo a.C.) parla di “noci piatte” di cui esalta, il valore nutritivo e lassativo e, nel caso vengano utilizzate le bucce, anche astringente;
 
-Teofrasto, filosofo e botanico greco, nella sua “Storia delle piante” (IV secoli a.C.) parla di “Ghianda di Giove”, riferendosi alla castagna e segnala la presenza di questo albero nell’isola di Creta;
 
- Senofonte, storico e scrittore greco (450 – 355 a.C.), definisce il castagno “l’albero del pane”;
 
- Ulpiano, giurista romano, ricorda la “silvapalaris” (III secolo d. C.), da cui si traevano i pali per la coltivazione della vite;
 
- Catone il Censore, politico e scrittore romano (234 149 a. C.),nel suo trattato “De Agricoltura” (II secolo a.C.), parla di “noci nude”;
 
- Marco Terenzio Varrone, letterato romano (116 – 27 a.C.),nel suo manuale “De re rustica” (I secolo a. C.), menziona un frutto “castanea” venduto nei mercati frutticoli della Via Sacra a Roma e che, come l’uva, veniva offerto in dono dai giovani innamorati alle donne amate;
 
- Virgilio, poeta latino romano (70 – 21 a. C.), nel secondo libro delle “Georgiche” (I secolo a. C.) consiglia di innestare il castagno sul faggio; nelle “Bucoliche” afferma che il castagno era presente intorno al 38 a. C. e descrive la pianta come albero da frutto comune ben coltivato e che con le foglie si imbottivano i materassi e il frutto era pregiato. Mentre nelle “Egloghe” ricorda le castagne cucinate con latte e mangiate con il formaggio;
 
- Marziale, poeta latino spagnolo poi trasferitosi a Roma (40 -194 d. C.), nel “Del re hortensi”(I secolo d. C.),ricorda che nessuna città poteva gareggiare con Napoli nell’arrostire le castagne.
 
Ma la Prima fase di espansione della coltivazione del castagno in Europa, e specialmente sul versante meridionali della Alpi, risale all’Età Imperiale dell’Epoca romana (I – III secolo d. C.), ad opera dei romani tramite lo sfruttamento delle loro campagne di conquista.
 
Fase a cui ha fatto seguito un ulteriore decisivo incremento promosso dallaGrancontessa Matilde di Canossa la “la magna comitissa”:grande feudataria, figuracentrali del Medioevo Italiano(476: caduta dell’Impero Romano d’occidente – 1492: scoperta dell’America).In quanto intuì l’estremaimportanza che tale estensione poteva avere sulla sopravvivenza alimentare delle popolazioni montane italiane.  A tal fine promulgò regolamenti che portarono ad un reale miglioramento della produttività dei castagneti, tanto da fornire agli abitanti dei suoi domini un sostentamento certo, quando ancora non c’era né la patata il mais. Avvalendosi poi dell’ausilio della sapienza dei monaci benedettini, sono state moltiplicate e diffuse le piante in aree vocate, nel rispetto di un criterio agronomico che viene definito ancore oggi “sesto d’impianto matildico”. Secondo il quale le piante, allevate in forma libera, sono disposte ai vertici di triangoli sfalsati distanziati di circa 10 metri. Sistema che consentiva di sfruttare l’erba del sottobosco per il pascolo delle greggi e di raccogliere agevolmente le foglie da utilizzare nella stalla come alimento e giaciglio per gli animali.
 
Fase di espansione del castagno a cui ha fatto seguito,con inizio nel secondo dopoguerra italiano (1945), l’avvio di decadenza della coltivazione, a causa: -  dell’abbandono delle campagne e delle zone montuose in particolare; -del progressivo miglioramento delle condizioni di vita e della perdita d’interesse del prodotto come fonte di sostentamento;- e dell’insorgenza di autentiche malattie epidemie quali il “mal dell’ inchiostro” eil“cancro corticale”, e dei dannosissimi effetti dell’infestazione  di un insetto: il Cinipide,proveniente dall’Asia.Complesso di concause che hanno prodotto in breve tempo la decimazione del patrimonio castanile.
 
Nonostante ciò, la consapevolezza dell’importanza e del culto nei confronti del castagno non è venuta mai meno.Come testimoniano le consuetudini, particolarmente diffuse nel del Piemonte, dove:
 - gli alberi di questa specie non venivano mai abbattuti, come forma di rispetto;
 
- il legno di castagno è stato considerato fin dall’antichità un materiale prezioso e dal grande valore simbolico. Tant’è che secondo molti proverbi popolari, veniva usato per realizzare le culle dei neonati che, in questo modo, sarebbero cresciuti forti e sani; -i rametti di castagno, invece, grazie al potere di allontanare gli spiriti maligni, venivano donati come talismani di protezione ai viandanti;
 
-fin dal Medioevo i frutti erano considerati il cibo dei morti e, ancora oggi, sopravvive l’usanza, la vigilia del 2 novembre, di recitare il rosario mangiando castagne e lasciandone sulla tavola imbandita una casseruola bollite e un bottiglione di vino, perché si crede che le anime dei defunti tornino sulla terra per rivedere i luoghi in cui sono vissuti;
 
-nella tradizione popolare, le castagne avevano anche una valenza magica e benaugurante: motivo per cui erano considerate un dono prezioso in occasione del battesimo, oppure come gesto ospitale nei confronti degli invitati a un matrimonio, ben prima della diffusione dei confetti.
 
Tanto che in seguito alla constatazione dei rovinosi effetti imputabili all’assenza o alla carente presenza, specie in zone collinari, di questo provvidenziale albero, di recente, dalla Strategia Forestale Nazionale, è statopredisposto il progetto di ricostituzione dell’interezza e della valorizzazione del patrimonio castanile, in precedenza descritto.
 
L’Oroscopo Celtico:
 
i nati, dal 15 al 24 maggio e dal 12 al 21 novembre, sotto il segno del Castagno(corrispondente al segno Zodiacale: Toro, Gemelli e Scorpione), amano aiutare la collettività, riescono ad adattarsi a diverse situazioni e prediligono essere di supporto agli altri. Quando riescono a trovare un ideale da seguire, diventano una vera e propria fonte di potenzialità e capacità. In particolare, in compagnia di anime semplici (come i nati dal 19 al 29 febbraio e dal 24 agosto al 2 settembre sotto il segno del Pino, corrispondente ai segni Zodiacale: Capricorno, Acquario, Cancro e Leone), con i quali riescono a costruire una costruttiva filosofia ed un rapporto sinceramente improntato alla generosità. Allo stesso tempo hanno una grande fiducia nel prossimo e spesso preferiscono agire senza apparire.Sovente e volentieri necessitano di una mano nel perseguire i loro obiettivi eper essere incoraggiati e spronati ad aver fiducia nei loro mezzi.
 
Pro:
 
Senza dubbio, uno dei più importanti punti di forza dei nativi è certamente il valido contributo che riescono a dare all’ambiente in cui vivono. Quando trovano una meta da raggiungere diventano energici e determinati nel raggiungerla, anche grazie alla loro naturale flessibilità e all’ innata capacità di rinnovarsi.
 
Contro:
 
Se un castagno si intestardisce a raggiungere un risultato, rischia di diventare incapace di ascoltare gli altri e di trovare punti di mediazione. La sua apertura mentale si riduce ai minimi termini e corre il rischio di ridursi a bigotto. In questi casi non è più in grado di riconoscere i differenti punti di vista e la varietà della vita.
 
Amore:
 
I nati sotto questo segno hanno bisogno di provare sentimenti profondi all’unisono con il loro partner. Se questo si verifica, essi si dimostrano persone solari e molto fedeli, anche se estremamente chiari e diretti. Atteggiamento che, qualche volta, può creare qualche problema.
 
Salute:
 
Oltre a rappresentare le caratteristiche comportamentali delle persone, l’oroscopo esprime i legami del segno con le proprietà curative delle piante associate: Assenzio, Cappero e Coriandolo e con specifiche potenziali problematiche o punti di forza del corpo degli appartenenti: circolazione, genitali, schiena,metabolismo e psiche.

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: Il Leccio

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: Il Leccio Copertina    (commenti:1) (698-4-0)
Domenico Brancato

(articolo esportabile)

Pianta  antica,  possente, dall’utilizzazione versatile e ricorrente oggetto di citazione in molte leggende, la cui maestosità è possibile ammirare  anche  nei  parchi e nei giardini del nostro territorio.
 
Classificazione botanica:
Nome comune: Leccio detto anche Elce
Nome scientifico/Specie: Quercus ilex
Classe: Magnoliopsida
Ordine: Fagales
Famiglia: Fagaceae
Genere: Quercus
 
Origine Nome: deriva dal latino “cerrus” , forse derivante da una radice mediterranea  kaer (bello), nel senso di bell’albero.
 
Luogo di origine: Area Mediterranea. In Italia, dove forma boschi puri anche di notevole   dimensioni, è diffuso  su tutto il territorio  nazionale  fino ai 600 metri S.L.M,  ma soprattutto nelle isole e lungo le coste liguri, tirreniche e ioniche. E più sporadicamente sul versante adriatico, tranne che in Puglia, Abruzzo e Marche.
 
Consistenza e morfologia: Trattasi di un albero sempreverde, alto fino a 20-30 metri,  dalla chioma inizialmente densa ovale, che in età adulta diventa globosa. Anche se  può assumere aspetto  cespuglioso se cresce in ambienti rupestri (rocciosi e scoscesi). E’ molto longevo, ma dalla crescita alquanto lenta.
 
Caratteristiche componenti struttura: Il tronco, sul quale spesso si innestano i rami  ad angolo retto fin dalla base,  è generalmente corto robusto contorto, rivestito da corteccia liscia di color grigio-bruno da giovane, per poi divenire grigio-bruna e screpolata;  le radici sono robuste fittonanti  profonde  e si sviluppano già dei primi anni di vita, penetrando  per diversi metri nel terreno.
 
Il che comporta una notevole resistenza alla siccità, ma anche problemi di trapianto, che la specie sopporta male.
 
Le diramazioni laterali possono essere anch’esse molto robuste e spesso emettono polloni; le foglie, portate da un breve picciolo, sono persistenti (con una vitalità di 2-3 anni), alterne, presentano una consistenza coriacea e possono avere forme diverse a seconda dell’età della pianta.
 
Negli individui giovani e nei polloni hanno margini dentellati e spinescenti (per difendersi dagli animali) e forma ovale o ellittica, con margini lisci o dentati e lamina superiore di color verde lucido, ed inferiore bianco- lanuginosa.
 
Negli esemplari adulti sono più strette e ovali, lisce e leggermente ondulate, con la parte superiore verde scuro lucente e la sottostante grigiastra densamente feltrata; i fiori maschili e femminili si trovano sulla stessa pianta (monoica), separati fra di loro.
 
Quelli maschili, di colore giallo scuro, sono riuniti in amenti penduli cilindrici lunghi fino a 7 cm; mentre quelli femminili, lunghi circa 2 mm, sono raggruppati in corti piccioli di 3-6 elementi, di colore grigio-verde con estremità rosata,  dotati di un piccolo peduncolo che li unisce al ramo.
 
La fioritura si verifica a maggio; i frutti sono delle ghiande (acheni), dette lecce, di colore verde chiaro, protette per 2/3 da cupole squamose di colore grigio cenere, portate, singole o in gruppi di 2-5, su un peduncolo lungo circa 10-15 mm. Le dimensioni variano da 1,5 a 3 cm di lunghezza, per 1-1,5 cm di diametro.
 
A maturazione, in autunno dello stesso anno della formazione, evidenziano una colorazione castano scuro con striature più marcate e la formazione di un robusto mucrone apicale; il legno è composto dall’alburno (parte più esterna, giovane, tenera e vitale, nel quale scorre la linfa grezza) di colore chiaro e del sottostante durame (parte compatta di colore scuro, non più vitale, che circonda il midollo).
 
Trattasi di un legno duro e pesante, soggetto ad imbarcazioni (deformazioni, piegature e torsioni).
 
E’ fra i legni più tannici che si conoscano. 
 
Tant’è che se nel legno fresco appena tagliato si conficca un chiodo di ferro, dopo qualche ora è possibile notare una piccola chiazza blu che lo circonda, dovuta all’effetto della reazione dei tannini (sostanze chimiche amare di colore scuro) con il ferro: tipico fenomeno di questa ed altre piante tanniche.
 
Riproduzione: si effettua seminando le ghiande mature in vaso, trapiantando le piantine in pieno campo, dopo circa 2 mesi (affiancandole con un supporto per mantenere eretto il fusto) e praticando pacciamature (copertura del terreno con uno strato di materiale organico  inorganico per migliorare le condizioni di crescita della pianta) con materiale ricco di sostanza organica e regolari ed abbondanti annaffiature.
 
Longevità: può giungere fino a mille anni.
 
Il leccio più antico d’Italia, denominato “l’Ilice di Carrinu”, ha un’età stimata di oltre 700 anni, si trova in Sicilia all’interno del Parco dell’Etna, nel territorio di Zafferana Etnea, ad un’altitudine di circa 937 sul livello del mare; ed essendo considerato un esemplare di eccezionale valore storico e monumentale, dal Corpo Forestale dello Stato, è stato inserito nel patrimonio italiano dei monumenti verdi.
                       (segue riproduzione particolari del leccio più antico d’Italia)
Esigenze:
  • climatiche: essendo una pianta rustica, si adatta a qualsiasi clima: da quelli meridionali a quelli centrali, purché in posizione bene esposta alla luce del sole.  Può vivere centinaia di anni anche in ambienti aridi, ma non in zone dal clima freddo. Trova l’habitat ideale nei parchi italiani, dove può dispone di molto spazio;
  • Terreno: si adatta bene a qualsiasi tipologia di suoli anche salmastri, anche se preferisce quelli non troppo umidi e ben drenati, in quanto soffre i ristagni d’acqua. Ha una crescita maggiore in terreni vulcanici e minore in quelli rocciosi calcarei e prevalentemente argillosi e friabili (sciolte);
  • Idriche: anche se resistente alla siccità, è utile la somministrazione di abbondanti annaffiature, ogni circa 20 giorni, in presenza di terreno perfettamente asciutto, specie nel primo stadio di sviluppo;
  • Nutritive: per nulla esigente, anche se è bene apportare, ogni 2–3 anni, del concime organico (stallatico o humus di lombrico) mescolandolo al terreno intorno al fusto;
  • Potatura: si esegue in autunno per sfoltire e contenere la chioma, eliminando i rami primari e secondari secchi e praticare la cimatura, al fine di favorire il ringiovanimento e migliorare l’aspetto della pianta.
Parassiti:
 
Cocciniglia del leccio - Nidularia pulvinata -: è un Emittero la cui femmina adulta è di colore bruno scuro, lunga circa 3-4 mm, con un ovisacco (formazione anatomica a forma di sacco, che serve a contenere e proteggere le uova durante la loro incubazione) ceroso biancastro che ricopre il corpo.
 
Generalmente compie una generazione all’anno.
 
Le neanidi (giovani insetti) si disperdono sui rami e sul tronco, per poi trasformarsi in femmine adulte e maschi alati per, a fine giugno-luglio, compiere la fecondazione.
 
Dato che si nutre avidamente di linfa, è causa il disseccamento della chioma infestata e dell’indebolimento generale della pianta.
 
Per combattere le infestazioni risultano particolarmente efficaci trattamenti specifici endoterapici, cioè a base di prodotti che vengono iniettati direttamente nel tronco della pianta. Il che consente la distribuzione della sostanza attiva all’interno dell’intero albero, riducendo al minimo l’impatto ambientale.
 
Altra opzione per controllare la diffusione del parassita è quella, ancora in via sperimentale, della lotta biologica attraverso la distribuzione, da fine inverno a fine agosto, di predatori come l’Exochomus quadripustulatus (che si produce in appositi laboratori) sulla vegetazione. Comunque, poiché le piante stressate sono più soggetti agli attacchi parassitari, la prevenzione più efficace consiste nel mantenerle in buona salute, praticando sistematicamente adeguate cure.
 
Afide del leccio o Pidocchio delle piante – Philloxera quercus –: è un Emittero che attacca il leccio localizzandosi sulla pagina inferiore delle foglie, sulle quali provoca ingiallimenti, macchie, accartocciamento, disseccamento e ampie aree necrotiche.
 
La formazione di nuova vegetazione, favorisce lo sviluppo del parassita; mentre le primavere piovose ne ostacolano la diffusione.
 
Per prevenire le infestazioni, quindi, bisogna evitare di effettuare potature che stimolano eccessiva vegetazione e procedere regolarmente a monitorare le condizioni di salute della pianta. Mentre la lotta consiste nell’utilizzo di: sapone molle di potassio, per eliminare gli insetti e la melata; olio di Neem, per alterare il ciclo vitale; prodotti più specifici a base di piretro; e, in casi di infestazioni severe, antiparassitari sistemici (che vengono assorbiti dalla pianta e trasportati all’interno del suo tessuto tramite la linfa, raggiungendo anche le parti non direttamente trattate), da distribuire appena si evidenziano i primi sintomi della presenza del parassita.
 
Moscerino galligeno -Dryomyia  lExochom quadripustulatusichtenst - : gli adulti, che compiono una sola generazione all’anno, sono piccoli ditteri con lunghe zampe e ali pelose.
 
In primavera depongono le uova sulle foglie, gemme, fiori e fusto. Le larve svernano all’interno delle galle che hanno creato, nelle quali completano il loro sviluppo nell’anno successivo, quando fuoriescono scavando un piccolo foro.
 
Galle, conosciute anche come cecidi, che sono dovute ad una reazione della pianta (in seguito alla deposizione delle uova del parassita) con escrescenze anomale tondeggianti, che a maturazione assumono una colorazione marrone e dimensioni del diametro variabile da pochi mm ad 4-6 cm che, in caso di elevate concentrazioni, possono ostacolare lo sviluppo della pianta.
 
Ma che, in compenso, hanno anche uno scopo difensivo nei confronti degli attacchi degli insetti, in quanto  essendo  impegnati  a  formare  le galle evitano di parassitare le ghiande.
 
La metodologia di lotta comprende: - asportazione e bruciatura delle galle quando sono verdi, per evitare la diffusione delle larve ancora al loro interno; - il posizionamento di trappole adesive gialle intorno alle piante per la cattura dei moscerini adulti  (Finalità che si può  ottenere anche con la realizzazione di trappole fai-da-te, utilizzando dei  barattoli contenente acqua e aceto  di mele e una goccia di detersivo per piatti, che rompendo la tensione superficiale dell’acqua farà affogare gli insetti che vi si poseranno); l’irrorazione  con una soluzione di olio di Neem o sapone molle di potassio sulla vegetazione infestata; - la rimozione superficiale di terreno sottostante la chioma per eliminare uova e larve del parassita; e l’accortezza di  lasciare asciugare bene il terriccio, fra una eventuale  innaffiatura e l’altra, per eliminare l’umidità necessaria all’insetto per sopravvivere.
 
Ragnetto rosso – Tetranychus urticae – è un acaro polifago che si nutre della linfa di diverse specie di piante, causando macchie depigmentate, ingiallimento, bronzature e caduta precoce delle foglie. Si manifesta con la formazione di ragnatele sottili tra le foglie ei rami e, in caso di massicce infestazioni, può causare il disseccamento di rami o di intere porzioni di chioma.
 
La prevenzione consiste nel mantenere le piante in salute ed evitare stress idrici ed eccessive concimazioni azotate, per non stimolare lo sviluppo di nuova vegetazione.
 
Mentre la lotta può essere condotta con metodi biologici con l’impiego di: olio di Neem; sapone di Marsiglia o per piatti miscelato con acqua e olio di soia; o attraverso la rimozione fisica con getti d’acqua ad alta pressione sulle foglie.  In presenza di gravi infestazioni, invece, occorre ricorrere a trattamenti a base di Piretro o Rotenone .
 
Corebo o Bupreste  fasciato del leccio – Coroebus bifasciatus -: Coleottero della famiglia dei Buprestiti, dal  corpo affusolato lungo circa 15 mm di colore verde dorato con riflessi bluastri,  depone le uova su giovani rami o sulle  ghiande.
 
Le larve appena nate penetrano e scavano gallerie discendenti all’interno dei rami e del fusto che possono raggiungere fino a 1,5 m di profondità, interessando corteccia e legno fino all’alburno.
 
Nell’inverno successivo, quando hanno raggiunto dimensioni anche di 40 mm, scavano una galleria che gira attorno al ramo fino a portarsi nelle vicinanze del suo centro, per poi risalire trasversalmente verso la corteccia, dove costruiranno la celletta pupale a forma di mezza luna, dalla quale usciranno, come adulti, verso metà giugno.
 
Ciò comporta l’interruzione del flusso della linfa, causando il progressivo disseccamento delle parti di chioma colpita. Specie in coincidenza di stagioni particolarmente secche che impediscono alle piante di produrre abbastanza linfa per annegare le larve.
 
La strategia del controllo del temibile parassita si basa su interventi di natura agronomica, mirati ad eliminare e distruggere i rami infestati, non appena si notano i primi segni di disseccamento, per impedire che gli adulti sfarfallino.
 
Limantria del leccio – Lymantria dispar -: è un lepidottero defogliatore, le larve, note come bruchi, si nutrono delle foglie risparmiando solo le nervature centrali, causandone il disseccamento e l’indebolendo della pianta. In caso di infestazioni gravi, possono colpire anche germogli e infruttescenze, dando all’albero un aspetto autunnale precoce.
 
La specie compie una sola generazione all’anno con la deposizione delle uova in inverno in ovature (aggregazione di uova) ricoperte da peluria protettiva, per garantire la schiusura in primavera-estate (Aprile-maggio).
 
Le neonate larve raggiungono la maturità e si trasformano in adulti a fine primavera-estate.
 
Le femmine hanno un corpo massiccio dotato di ali di 40-65 mm di apertura di colore biancastro con striature scure.
 
Però, non essendo in grado di volare, rimangono attaccate alla pianta ospite, segnalando la loro presenza ai maschi che volano alla loro ricerca, emettendo feromoni (sostanze chimiche prodotte da ghiandole esocrine: sudoripare, salivari, sebacee, ecc., che producono secrezioni come sudore, saliva e muco.
 
Secrezioni che vengono rilasciate sulla superficie corporea per attrarre il sesso opposto della stessa specie, allo scopo di garantirne la riproduzione) I maschi sono più piccoli e dispongono di ali con un’apertura di 35-40 mm, di  colore nocciole-brunastro con screziature più scure, che gli consentono di essere abili volatori.
 
Il controllo del vorace parassita può effettuarsi con metodi:
  • biologici e manuali: in inverno, individuando ed eliminando manualmente le ovature  e i bozzoli (involucri di cui si circondano le larve per passare allo stato di crisalide e poi di farfalla) sui rami e sul tronco; in agosto-settembre, alla comparsa delle giovani larve, trattando le piante con prodotti a base del batterio Bacillus thuringiensis, che ingerendolo ne causa la morte. Oppure impiegando nematodi benefici: piccoli vermi entomopatogeni  che penetrano nel parassita, dove rilasciano batteri simbionti che liquefanno l’insetto uccidendolo rapidamente, per poi nutrirsi e riprodursi  al suo interno, dando vita a nuove generazioni che proseguono l’attacco .
  • chimici: basati, come per il controllo della Cocciniglia, sul metodo di trattamento endoterapico, consistente nell’iniezione di insetticidi sistemici direttamente sul tronco, per impedire che  le larve si diffondano copiosamente su tutta la vegetazione.
Utilizzazioni: il legno, essendo un molto duro, veniva impiegato per la costruzione di strutture soggette a forti sollecitazioni e ad usura, come navi, doghe di botti, parti di ingranaggi e ruote di carri agricoli e traversine ferroviarie.
 
Mentre dai Greci e Romani veniva usato per creare persino le prime “Corone civiche” che, nell’antica Roma, erano un’onorificenza per chi avesse salvato la vita ad un cittadino.
 
Oggi, invece, viene impiegato nell’Araldica civica, per realizzare specifici copricapi che rappresentano gli stemmi di enti territoriali, come città e comuni, e soprattutto è utilizzato per la produzione di carbone vegetale, legna da ardere (specie per i camini) e carbone (superiore a quello che si ottiene da altre Querce) di cannello (di forma cilindrica o a bastoncini, ampiamente usato per barbecue e grigliate.
 
La cui forma cilindrica lo rende particolarmente adatto per cotture che richiedono alte temperature e una brace duratura) prodotto con legno ricavato con il metodo di coltivazione a ceduo (con periodico taglio dei tronchi per la formazione di ceppaie: parte del tronco dalla quale si sviluppano germogli che diverranno altri alberi).
 
La corteccia: essendo molto ricca di tannino, fin dall’epoca etrusco-romana, era usata per il trattamento del cuoio e delle pelli. 
 
Le ghiande: più dolci di quelle delle Querce, rappresentano un’ottima fonte di cibo per molti animali selvatici: Cervi, Daini, Cinghiali e domestici, come i Maiali. Mentre, in passato, venivano impiegati per la produzione di ottima farina per la preparazione di pane e dolci, ed abilmente tostate davano una bevanda simile al caffè.
 
La pianta: grazie alla robustezza del suo apparato radicale fittonante e alle numerose radici laterali adatte a trattenere il terreno, viene adoperata come rimboschimento e, per l’ampia proiezione della sua estesa ombra e per la compatibilità con consistenti potature della chioma, trova ampia destinazione nei parchi e nei giardini per la formazione di magistrali decorazioni (Arte Topiaria). Inoltre, essendo una sempreverde, trova impiego nella formazione di siepi per la realizzazione di  “muri verdi” (sia  per funzione divisoria che difensiva) e di barriere naturali  (nelle regioni costiere) per la protezione del vento marino salmastro.
 
Le galle, fino a pochi secoli fa, rappresentavano una delle più interessanti materie prime, per la produzione dell’inchiostro ferrogallico, ampiamente utilizzato per la stesura dei documenti ufficiali, il cui preparato prevedeva l’aggiunta di acido tannico estratto appunto dalle galle.
 
Mentre, i bambini le usavano come palline per un gioco che richiedeva abilità manuale, per riuscire a svuotarle e praticare un foro laterale, dove inserire una cannuccia per costruire una piccola pipa, nella quale soffiavano per vedere chi riusciva a tenerla più a lungo sospesa.
 
Inoltre, da esse veniva ricavata una polvere rosa utilizzabile per produrre l’Alchermes: liquore dal colore rosso.
 
Proprietà fitoterapiche e utilizzi tradizionali, in particolare:
 
Le foglie producono effetti:
  • astringenti e antinfiammatori, grazie all’elevato contenuto di tannini, con   benefici nei confronti di infiammazioni della bocca e della gola e manifestazioni di diarrea ed emorragie;
  • antisettiche (in grado di aiutare a disinfettare cicatrizzanti) e vasocostrittrici, utili per favorire la guarigione di ferite, per ridurre il sanguinamento, trattare emorroidi e ragadi anali e curare problemi cutanei come l’acne;
Le ghiande, in passato, venivano consumate, cotte, crude e tostate per il potere astringente sviluppato dalla presenza di tannini;
 
Le galle essendo anch’esse ricche di tannini, hanno proprietà astringenti, antisettiche e sono un’ottima soluzione naturale per dissenterie, ulcere, emorroidi ed emorragie. Mentre la tintura di galle è perfetta per curare il colera: malattia infettiva causata dalla tossina prodotta dal batterio Vibrio Cholerae, caratterizzata da diarrea acquosa, causa di rapida grave disidratazione, e la gonorrea: affezione causata dal batterio Neisseria gonorinoeae, che si trasmette attraverso rapporti sessuali non protetti o attraverso il contatto diretto con secrezioni infette o dalla madre al neonato, durante il parto, causando una congiuntivite neonatale.
 
Manifestazioni patologiche che se non trattate possono produrre l’infiammazione pelvica e l’infertilità nelle donne, e l’infezione acuta di un’articolazione -artrite settica- negli uomini.  
 
La corteccia, In passato, si usava contro i disturbi gastrointestinali.
 
I preparati ottenibili dalle descritte parti di pianta, in genere, tradizionalmente, vengono impiegati per uso: - interno, in caso di lievi disturbi intestinali e diarrea; - esterno, per fare risciacqui o gargarismi in presenza di infiammazioni della bocca, della gola e per trattare ferite, lievi emorragie, per applicazioni su geloni, iperidrosi (eccessiva sudorazione) e altri disturbi della pelle.
 
Tuttavia, il Ministero della Salute, con una Direttiva del Dicembre 2010, ha consentito di inserire negli Integratori alimentari le sostanze e gli estratti vegetali della pianta denominati: cortex, fructus, lignum e surculi (giovani getti).
 
Curiosità storico leggendarie:
  • Un ramoscello di leccio, affiancato ad un ramoscello di ulivo, nello stemma della Repubblica Italiana, simboleggiano la forza, il coraggio, la dignità del popolo e la volontà di pace;
  • Nelle civiltà greche e italiche antiche il leccio fu un albero dotato di rilevante valore sacro, positivo nel periodo arcaico (Fase della storia greca che va dall’VIII secolo a.C. al 480 a.C.) di entrambe le civiltà, per assumerne successivamente una credenza sempre più negativa, fino a contornarsi di un'aura quasi funesta nello scorrere della storia di Roma; per poi essere rivalutato nel medioevo (476 d.C. -1492);
  • Ovidio (poeta romano 43 a.C. – 17 d. C.) narra che nell’Età dell’oro (Epoca greca di prosperità: II secolo d.C.), le anime immortali, sotto forma di api, si posavano sugli amenti del leccio da cui scendeva il miele;
  • Secondo un mito dell’antica Roma, nel lecceto alla base dell’Aventino viveva Egeria: ninfa ispiratrice di Re Numa Pompilio (753 a.C. - 673 a. C.);
  • Plinio il Vecchio, cittadino romano (23 d. C – 79 d. C.) scrittore, naturalista e filosofo della natura, riporta che sul Vaticano si levava il leccio più antico della città, già oggetto di venerazione religiosa da tempi più antichi, tanto che su quest’albero c’era un’iscrizione su bronzo in caratteri etruschi (dal IX al I secolo a. C.);
  • Per i Fulgorales (sacerdoti etruschi specializzati nell’interpretazione dei fulmini  (caratteristica definita Ars Fulgurali), sembra che  il leccio fosse un albero oracolare (sentenzioso) a causa della sua predisposizione ad essere colpito  dai fulmini;
  • Nelle isole ioniche (isole dell’arcipelago greco) una leggenda, narrata dal poeta Aristotelis Valaoritis nel XIX secolo, vuole che il leccio sia stato l’unico albero che acconsentì a prestare il proprio legno per la costruzione della croce.  Per questo i boscaioli delle isole di Acarnania e di Santa Maura – Grecia - temevano di contaminare l’ascia toccando “l’albero maledetto” per il suo legame con la crocifissione di Cristo. Tuttavia nei Detti (proverbi) di Egidio, terzo compagno di San Francesco, viene difeso il buon nome del leccio, quando riferisce che Cristo lo predilige perché fu l’unico albero a capire che il suo sacrificio era necessario, così come quello del Salvatore stesso, per contribuire alla redenzione. E proprio il Signore appariva spesso a Egidio sotto il leccio che, appunto, era visto come simbolo di sacrificio e redenzione;
  • Per i Celti (Insieme di popoli indoeuropei che si espansero in Europa tra l’800 e il 300 a. C., raggiungendo, tra il IV e il III secolo a. C., l’apice della loro influenza culturale fortemente legata alla natura, il leccio era l’albero del mondo, e i Druidi (sacerdoti) erigevano i loro altari sotto le sue fronde, che erano anche luogo di riposo per i viaggiatori;
  • Nel romanzo “Il barone rampante” di Italo Calvino, il protagonista Cosimo Piovasco di Rondò, decide di salire su un elce, cioè un leccio, e di non scendere più, passando sull’albero tutta la sua vita;
  • In attinenza all’emblema della potenza e solidità attribuita al leccio, si dice che la clava di Ercole o Eracle (figura mitologica greca ed eroe leggendario per la sua straordinaria forza sovrumana) fosse fatta dal suo legno.
Oroscopo Celtico:
 
per il quale non esiste un segno specifico chiamato Leccio.
 
Ma poiché esso è spesso associato simbolicamente alla Quercia, che invece è uno dei segni principali per i nati il 21 di Marzio, corrispondente al segno Zodiacale ariete, il significato attribuito a quest’ultima è di, conseguenza, attribuibile anche al Leccio, al quale l’oroscopo dedica un solo giorno, per cui sono rari i nativi del segno.
 
Per i Celti questi alberi avevano una forza e resistenza impressionanti che i nati il 21 Marzo ereditano e rappresentano come persone che hanno bisogno di ampi spazi, grandi libertà e sono naturalmente predisposti ad essere generosi e a guidare gli altri. Saldi e perseveranti, hanno un fortissimo senso della giustizia e mantengono sempre la parola data.
 
Se privati dalla loro indipendenza, però, possono diventare aggressivi quanto basta per riaverla indietro.
 
Caratteristiche dei nati sotto questo segno che, in dettaglio, evidenziano i seguenti aspetti:
 
Pro:
 
hanno un carattere forte ed orgoglioso, così come la personalità che amano ostentare, più che nascondere. Essi sono spesso al centro dell’attenzione ed evitano i comportamenti che ritengono mediocri. Hanno spesso grandi ideali che cercano di realizzare con tutti i mezzi di cui dispongono.
 
Contro:
 
evidenziano un certo egocentrismo e raramente amano farsi da parte, anche quando non riescono in qualcosa. A volte si rivelano essere egoisti e difficilmente accettano le critiche. Hanno una grande autostima che frequentemente rischia di ingannarli, rendendoli troppo ambiziosi.
 
In amore:
 
sono amanti passionali, che preferiscono su tutto essere corteggiati e ammirati. Quando si sentono provocati possono avere improvvisi scatti d’ira. Il loro partener deve avare una personalità complementare alla loro, possibilmente altrettanto forte e sicura di sé, per poter gestire la relazione nella miglior maniera.
 
Relativi alla salute:
 
oltre a rappresentare la qualità delle persone, il segno ha dei legami con le proprietà curative delle piante associate e con specifiche potenziali problematiche o punti di forza del corpo, che trovano riscontro rispettivamente in: camomilla, ginepro, alloro, rosmarino, pimpinella e occhi, cuore, ginocchi, schiena e polmoni.
 
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante Copertina (906-0-0)
Domenico Brancato

(articolo esportabile)

 
Il Fico
 
Il Fico trova riscontri in una storia millenaria menzionata in molte culture e tradizioni, e in virtù dei ritrovamenti archeologici che ne attestano la sua presenza già 11.000 anni fa, risulta essere una delle prime piante coltivate dall’uomo con profondi significati, sia nella religione che nella cultura popolare.
Classificazione botanica:
  • Classe: Magnoliopsida o Dicotiledoni
  • Ordine: Urticales
  • Famiglia: Moracee
  • Genere: Ficus
  • Specie e Nome scientifico: Ficus carica (in riferimento alle sue origini che vengono fatte risalire alla Caria: regione dell’Asia Minore. A testimonianza della sua coltivazione già nelle prime civiltà agricole di Palestina ed Egitto).
Origine etimologica del nome:
Il termine “fico” deriva Dal latino “ficus”, che a sua volta ha origini ancor più antiche, nel greco “syke”, anch’esso riferito all’albero del fico e al suo frutto. Inoltre, il termine “ficus” in latino ha la stessa radice del verbo “facere” (fare) , che denota un legame con la capacità del frutto di prodursi, crescere e svilupparsi. Il che dimostra come il nome del frutto e dell’albero del Fico ha una storia che attraversa diverse lingue e culture fin dai tempi remoti.
La parola “fico” però, pur avendo mantenuto il suo significato originale, nel tempo ha acquisito anche significati metaforici, spesso legati alla sua forma o alla sua presenza in espressioni popolari. I riferimenti letterari basati su tale parallelo trovano riscontro anche nel significato di attributo genitale femminile annotato già da Aristotele ( 2300 a.C.). Poiché il termine “fica”deriva dal siriano “pequ” e dal precedente accadico (lingua semitica estinta, parlata nell’antica Mesopotamia) “piqu”, ovvero “sigu”: nome riferito all’organo sessuale femminile (nel senso di varco, fessura), onde il nome del frutto per analogia.
Così, in italiano antico “fica” indicava sia l’albero che il frutto, ma successivamente ha assunto anche il significato metaforico di organo sessuale femminile.
“Figo” e “fico” poi, in italiano colloquiale, secondo Accademia della Crusca e Treccani , hanno entrambi lo stesso significato : “bello”, “forte”, “ganzo”. Anche se “figo” e “figa” sono una forma più informale , spesso utilizzata nella parlata giovanile , per indicare qualcosa di particolarmente affascinante.
 
Luogo di origine:
Il fico (Ficus carica) è originario dell’Asia occidentale , probabilmente dell’area compresa tra l’Iran e l’Arabia. Anche se la capacità di questa pianta di adattarsi ad una vasta gamma di climi, e di fornire un alimento considerato prezioso, ha contribuito alla sua rapida diffusione in molte parti del mondo fin dall’antichità, come: la regione del Mediterraneo (Grecia, Italia, Spagna, Turchia e Nord Africa), seguita da India, Cina , Giappone, Australia e Stati Uniti.
 
Caratteristiche componenti struttura:
è una pianta xerofila (che si adatta a vivere in ambienti aridi e secchi), eliofila (che vegeta ottimamente alla diretta e forte luce solare), caducifoglia (che perde annualmente le foglie) e latifoglia, dal fusto contorto con numerosi fragili rami formanti una chioma schiacciata che può raggiungere e altezze di 6 – 10 m; la corteccia è finemente rugosa di colore grigio-cenerino; la linfa è di un bianco latte; i rami sono ricchi di midollo con gemme terminali acuminate coperte da due squame verdi o brunastre; le foglie sono grandi, alterne, scabre, palmatolobate con 3-5 lobi irregolari, di colore verde scuro superiormente e più chiaro ed ugualmente scabre sulla parte inferiore; i fiori unisessuali molto piccoli, sono racchiusi all’interno di un ricettacolo (parte del fiore in cui sono inseriti i vari organi: stami, petali e sepali), carnoso, piriforme, ricco di zuccheri a maturità, di colore variabile dal verde al rossiccio fino al bluastro; Il frutto, detto siconio, è in realtà una infruttescenza (insieme di frutti all’interno di una struttura carnosa) di medie dimensioni con una piccola apertura apicale – ostiolo – che consente l’ingresso di un minuscolo imenottero (piccola vespa) pronubo (che svolge il ruolo dell’impollinazione). Anche se i veri frutti, in realtà, sono dei piccoli semi - acheni -che si sviluppano all’interno dell’infiorescenza, circondati da una polpa succulenta e dolce, che costituisce la parte edibile.
La specie comprende due forme botaniche che possono essere definite piante maschio e piante femmina. Dato che la prima: Caprifico (fico capro, cioè fecondatore) costituisce l’individuo che produce il polline con frutti non succulenti, né dolci e né commestibile, mentre la seconda: Fico vero, rappresenta la pianta femmina che produce frutti eduli con all’interno i semi. Anche se va precisato che in realtà il caprifico contiene nel frutto sia la parte femminile (ovari adatti a ricevere il polline), che la parte maschile (che produce polline). Parte femminile che però è modificata da un microscopico insetto: Blastophaga psenes che vive negli ovari trasformandoli in galle (escrescenze prodotte da punture di insetti), rendendoli sterili. Motivo per cui il caprifico svolge esclusivamente una funzione maschile, producendo polline che le femmine della vespa che alleva, uscendo cariche di polline, volano verso altri siconi dove, tentando di entrare attraverso l’ostiolo (piccola apertura situata nella parte superiore del siconio) dei fichi eduli per deporre le uova, rilasciano il polline sugli stigmi ( parte superiore del pistillo) dei fiori femminili, e dopo aver deposto le uova e svolto il loro ruolo di impollinazione, muoiono.
Onde l’interrogativo “Come. nascono i fichi dal sacrificio di una vespa?” Interrogativo che trova risposta nella seguente spiegazione: quando si taglia un fico a metà si possono vedere tanti piccoli filamenti, che erano dei piccoli fiori che sono sbocciati e che si sono trasformati in “polpa” creando il frutto. Tuttavia affinchè un fiore si trasformi in frutto ha bisogno di essere impollinato. Nel caso del fico l’impollinazione non può essere fatta solo dall’azione del vento (anemofila), ma ha bisogno dell’aiuto extra fornito dalla Blastophaga psenes, comunemente conosciuta come la vesta del fico. E poiché né il fico né la vespa possono fare a meno l’uno dell’altro, si stabilisce un mutualismo obbligato. In pratica, come già precisato, la vespa femmina entra nel frutto attraverso una piccola fessura chiamata ostiolo perdendo antere e ali, per depositare sia il polline che le sue uova nelle gallerie interne, per poi perire. Mentre i fichi maturano, le vespe maschio, prive di ali, crescono per prime ed emergono dalle gallerie fecondando le femmine che sono ancora rinchiuse, oltre a scavare un tunnel da cui le nuove vespe femmina, una volta cresciute, potranno uscire ed andare alla ricerca di altri alberi di fico da fecondare. Mentre le vespe maschio rimangono intrappolate nel fico e vi muoiono . Il che non significa che si mangiano i fichi con i resti di vespe, in quanto queste vengono “digerite” (scomposte) dalla ficina (enzima che si trova nel lattice del fico ed è in grado di degradare le proteine). Ciò esclude la valenza della raccomandazione derivante dalla diceria: “di non mangiare il fico intero , ma di spezzarlo prima, perché potrebbe esserci una vespa dentro”
Però nel tempo, oltre al descritto procedimento di formazione del frutto, tramite la genetica, sono state selezionate una grande varietà di fichi commestibili a maturazione “partenocarpica” (che avviene senza la fecondazione degli ovuli, e quindi privi di semi, o con semi vuoti e non vitali), che costituiscono la maggior parte dei fichi coltivati denominati “permanenti” , dato che rimangono sulla pianta anche se non sono stati fecondati, a differenza dei “caduchi” che, in assenza di fecondazione, cadono al suolo immaturi.
Anche se alcune, tra le varietà più pregiate (con caratteristiche più adatte per l’essiccazione), sono caduche, (come la varietà turca Smirne), cioè coltivabili solo dove è assicurato il completo ciclo vitale della Blastophaga.
Il fico commestibile, a sua volta, comprende tre tipi di siconi che hanno, annualmente, distinte fruttificazioni denominate:
  • Fioroni, che si formano da gemme dell’autunno precedente e maturano alla fine della primavera o all’inizio dell’estate:
  • Forniti o pedagnoli, che provengono da gemme primaverili e maturano alla fine dell’estate dello stesso anno;
  • Cimaruoli, prodotti da gemme di sommità sviluppatesi nell’estate e maturano nel tardo autunno.
Per cui, esistono:
  • varietà che producono solo Fioroni, altre che producono solo Forniti ed altre ancora che producono entrambe. Mentre le varietà con tripla fruttificazione sono pochissime, e con la terza fruttificazione pressoché irrilevante. Pertanto, per ovvi motivi di favorevoli condizioni climatiche , di norma, i Forniti detengono le caratteristiche di eccellenza, sia per quanto concerne la succosità che la dolcezza; anche se i Fioroni, per contro, vantano il pregio della precoce maturazione;
  • e varietà:
  • unifere: che producono solo una fruttificazione all’anno, come la: Meloncello, Catano, Brogiotto nero, Negretta e Verdino;
  • e bifere: che producono Fioroni sui rametti dell’anno precedente e fichi estivi-autunnali su quelli dell’anno, a loro volta:
- caprificabili, come la Fracazzano e Napoletano;
- e partenocarpiche, come la Ottano o Dottato e la Del Vescovo.
 
Luogo di origine:
Asia occidentale, probabilmente nell’area compresa tra l’Iran e l’Arabia, ma introdotto da tempo immemorabile nei paesi del bacino del Mediterraneo (Europa, Africa e Asia).
 
Particolari della struttura e morfologia:
E’ un albero dal fusto corto, contorto e ramoso che può raggiungere altezze di 6 – 10 m; la chioma ha una forma tipicamente espansa, larga e irregolare, spesso descritta a cupola, con le branche più basse che tendono a dipartirsi orizzontalmente, contribuendo a conferirle la forma allargata; la corteccia è finemente rugosa e di colore grigio-cenerino; i rami, la cui linfa è un lattice di colore bianco irritante ed acre (per cui se necessita addentrarsi nella chioma con clima caldo e soprattutto soleggiato, è consigliabile indossare camicia a maniche lunghe, ed in caso di manifestazione d’irritazione, evitare l’ulteriore esposizione ai raggi ultravioletti del sole, risciacquare con acqua la parte irritata e rimanere per qualche ora lontano dall’irraggiamento solare, anche indiretto) sono ricchi di midollo (che conferisce al legno una debole consistenza, tanto che, in seguito ad una arrampicata per la raccolta dei frutti o la potatura, quelli sollecitati da un eventuale urto, a prescindere dallo spessore, possono spezzarsi senza preavviso) con gemme terminali acuminate coperte da 2 squame verdi o brunastre; le foglie sono grandi , scabre, oblunghe con 3 – 5 lobi, di colore verde scuro sulla parte superiore e più chiare ed ugualmente scabre sulla pagina inferiore; i frutti, o meglio, come già precisato, trattasi di ’infruttescenzae, di medie dimensioni, carnose ricche di zuccheri, piriformi di colore variabile dal verde al rossiccio fino al bluastro-violaceo, internamente cave contenenti i piccolissimi fiori o semi; l’apparato radicale, robusto ed esteso, consente alla pianta di resistere bene alla siccità e adattarsi ai terreni salsi e incolti ed è efficace nella ricerca dell’acqua, anche in maniera invasiva, tanto che in un giardino può penetrare in cisterne, condotti e scantinati. Il fico, inoltre, è una delle rare piante da frutto che resiste, senza problemi, in tutte le fasi vegetative, ai venti salmastri.
 
Longevità:
In genere, la durata della vita vegetativa della pianta è di 50 anni, anche se talvolta, in condizioni favorevoli, può giungere ad oltre 70 anni. Con inizio della produzione intorno al quinto anno di età e il raggiungimento del picco fra i 30 e i 40 anni, per poi decrescere gradualmente.
 
Esigenze:
  • Clima: anche se si adatta ad una vasta gamma di condizioni, la pianta trova le condizioni ottimali in ambienti caldi con inverni miti, esposizione alla luce solare e temperature di 20 -30 °C , sia per la crescita che per la fruttificazione di qualità;
  • Terreno: di qualsiasi tipo, anche calcareo, purchè sciolto O non troppo argilloso, ricco di sostanza organica, ben drenato (privo di ristagni di acqua, possibile causa di marciume radicale) e con un grado di acidità leggermente acido o neutro, con valori di Ph (indice del grado di acidità o basicità) 6 – 7,5. In caso di eccesso di alcalinità o acidità, che potrebbe impedire alla pianta di assorbire i nutrienti necessari, è possibile effettuare, delle correzioni con l’apporto, rispettivamente, di zolfo e calce;
  • Concimazione: predilige terreni ricchi di sostanza organica, da apportare tramite somministrazione di compost o letame ben decomposto o con sovescio (coltivazione di piante che vengono fatte crescere e interrate in fase di fioritura) di leguminose, integrata, all’inizio delle primavera, con fertilizzanti bilanciati a base di potassio -K- fosforo -P- e meno azoto -N- per evitare di stimolare eccessivamente la rigogliosità vegetativa a discapito della fruttificazione ;
  • Irrigazione: regolare, per impedire che il terreno si asciughi completamente, specie durante la stagione di crescita e di produzione;
  • Potatura:
  • verde: va eseguita regolarmente, tra marzo e maggio, per eliminare i polloni (ricacci della base del tronco) con il taglio a raso terra e i succhioni (rami improduttivi a portamento verticale presenti all’interno della chioma), per evitare di sottrarre utili energie alla pianta;
  • di produzione: da eseguire, in inverno o inizio di marzo, solo quando necessita, per rimuovere rami secchi, malati e spezzati e quelli in eccesso. per evitare condizioni di aduggiamento all’interno della chioma e garantire uniformità di penetrazione di aria e luce solare e la regolarità quali-quantitativa della produzione. Con l’accortezza, visto che l’albero fruttifica sulle gemme apicali, di eliminare i rami superflui dalla base e non accorciarli, per non renderli improduttivi;
  • di mantenimento della regolarità dell’impalcatura e del vigore vegetativo: consistente nell’ eliminazione di eventuali rami che prendendo troppo vigore, diventano concorrenziali rispetto alle branche principali, e nell’effettuare il cosiddetto taglio di ritorno, attraverso la troncatura di un ramo principale, poco dopo una diramazione secondaria, per trasformarlo in ramo giovane in prosieguo di quello principale .
Moltiplicazione:
  • per talea: si effettua prelevando dalla pianta madre, preferibilmente a marzo, (in fase di riposo vegetativo, ma prossima al risveglio) un rametto di 2-3 anni della lunghezza di 20-25 cm, con una o più gemme,che dopo aver asportando le eventuali foglie presenti lungo il tratto inferiore e mantenute quelle della parte apicale, va posto in un vasetto, interrandolo per circa 10 cm in una composta di terriccio e torba, coprendolo con una bottiglia di plastica tagliata a metà, per mantenere una costante umidità, tramite una regolare irrigazione, con l’accortezza, , di tanto in tanto, di garantire la circolazione dell’aria, per evitare l’insorgenza di marciumi. Accorgimenti che, dopo circa tre settimane, dovrebbero consentire al ramo di emettere radici e dar vita ad una nuova pianta che potrà essere trapiantata;
  • per polloni: ottenibile legando, ad inizio estate, con un filo di ferro ben stretto, appena sopra il livello del terreno, il piede del pollone, ricoprendolo con circa 20 cm di terra che va da mantenuta umida per tutto il periodo estivo. Procedimento che a novembre successivo dovrebbe consentire lo sviluppo del le radici, e quindi la formazione di una nuova pianta pronta per il trapianto.
Trapianto :
il periodo più indicato per effettuarlo è tra ottobre ed aprile, escludendo le giornate molto rigide, attraverso lo scavo di una buca di almeno 50 cm profonda e di pari diametro, ancor meglio se di cm 70 x70 , specie in presenza di terreno compatto e argilloso, per far si che le radici abbiano intorno terreno facilmente permeabile. Con l’accortezza, al fine di mantenere la naturale fertilità del suolo, di separare la terra dei primi 20 cm da quella estratta più in profondità, in modo che quando si dovrà riempire la buca si potrà inserire prima la terra che stava più in basso e tenere per ultima quella rimossa in superficie. In quanto lo strato superficiale contiene molti microrganismi utili che necessitano di ossigeno per vivere. Microrganismi che se venissero sotterrati in profondità morirebbero, privando l’apparato radicale dei tanti benefici derivanti dalla loro presenza.
Utilizzazioni e proprietà medicinali:
  • il lattice (emulsione di aspetto lattiginoso di colore bianco e consistenza collosa), dalle proprietà emmenagoghe (che stimolano il flusso sanguigno nella zona pelvica e nell’utero e, in qualche caso, favoriscono le mestruazioni), antinfiammatorie, espettoranti e digestive. In passato è stato usato per far cagliare (coagulare) il contenuto proteico del latte (caseina), per la produzione artigianale del formaggio. Oppure veniva aggiunto al tuorlo dell’uovo nella preparazione del legante, per il metodo di tecnica pittorica diffusa nel Medioevo e nel Rinascimento;
  • le gemme fresche, grazie al contenuto di enzimi digestivi, regolarizzano la mobilità e la secrezione gastroduodenale, soprattutto in soggetti con reazioni psicosomatiche (consistenti in emozioni o stress che possono tradursi in sintomi fisici, come mal di testa, dolori muscolari, problemi gastrointestinali , anche se se non esiste una plausibile causa) non gestiti adeguatamente a livello gastrointestinale;
  • le foglie, raccolte da maggio ad agosto e fatte essiccare lentamente, contengono:
  • furocumarine (composti chimici naturali che a contatto con la pelle la rendono più sensibile agli effetti dannosi del sole e possono causare reazioni cutanee infiammatorie -fitofotodermatite-, caratterizzate da rossore, gonfiore, vesciche ed anche pigmentazioni persistenti);
  • bergaptene (sostanza chimica -furanocumarina) , nota per la sua capacità di rendere la pelle più sensibile alla luce –fotosensibilizzazione- . Il che significa che l’esposizione al sole o a lampade UV, può causare scottature o irritazioni);
  • psoralene (composto chimico che aumenta la sensibilità della pelle alla luce ultravioletta –UVA- . Composto che viene utilizzato in combinazione con l’irradiazione UVA, in una terapia chiamata foto chemioterapia - PUVA- per trattare diverse patologie, come psoriasi e vitiligine);
  • curmarina (composto organico naturale, appartenente alla famiglia delle benzopiranoni, noto per il suo profumo dolce, simile al fieno o alla vaniglia, utilizzato in profumeria, cosmesi ed , in alcuni casi, in ambito farmaceutico);
  • lattice: sostanza dalle caratteristiche sopra descritte.
  • frutti immaturi e giovani rametti: il lattice dei quali che sgorga dai loro tagli contiene amilasi e proteasi (tipi di enzimi che, nel caso specifico, aiutano a scomporre i carboidrati e le proteine), può essere impiegato, per uso esterno, per eliminare calli e verruche, grazie all’azione caustica e proteolitica (di degradazione delle proteine in piccoli frammenti: peptidi o amminoacidi). Anche se con cautela, essendo ustionante ed irritante per la pelle e pericoloso se applicato su estese superfici, specie se esposte alla radiazione solare;
  • frutti freschi: che se consumati in quantità hanno un effetto lassativo;
  • frutti essiccati: la cui ingestione produce effetti emollienti (che svolge azione di protezione delle mucose, di attenuazione delle irritazioni, di ammorbidimento dei tessuti, oltre a rendere più elastici gli strati superficiali della pelle) espettoranti e lassativi;
Proprietà nutrizionali:
  • i fichi sono un’ottima fonte di:
  • fibre, che favoriscono la digestione e contribuiscono al senso di sazietà;
  • vitamine K, B6, niacina (vitamina B3 e PP) e acido folico;
  • sali minerali, come: potassio, calcio, magnesio e ferro;
  • antiossidanti, come polifenoli, che contribuiscono a ridurre lo stress ossidativo nel corpo;
  • zuccheri, quali glucosio e fruttosio che erogano energia naturale;
Impieghi culinari per:
  • consumo fresco: sia da soli che aggiunti in insalate o combinati con formaggi;
  • confezione di marmellate e conserve;
  • preparazione di dolci e dessert: costituiscono un ottimo ingrediente per la preparazione di crostate, torte, biscotti, gelati e persino cioccolato;
  • accompagnamento salato: abbinati a formaggi, prosciutto crudo e piatti di carne.
Malattie e parassiti: il fico, anche se in genere non era particolarmente colpito da intensi attacchi, da qualche anno ha subito ingenti danni imputabili a sopraggiunti tipologie di infestazioni causate da alcuni temibili parassiti di seguito descritti:
  • Punteruolo nero – Scyphophorus acupunctatus - : trattasi di un coleottero della lunghezza di circa 2 cm totalmente nero, originario dell’America centrale, giunto accidentalmente in Italia intorno alla metà degli anni ’90 e diffusosi rapidamente nelle regioni centro meridionali, dove si è rivelato il più temibile parassita della pianta. In quanto è dotato di un rostro con il quale riesce a penetrare il legno lungo la zona del colletto e a depositarvi le uova. Uova dalle quali nascono larve che rodono la corteccia e il legno interno delle radici, compromettendo il flusso della linfa e la vitalità della pianta, oltre a nutrirsi dei frutti, che vengono completamente svuotate e fatti marcire. Il che rende difficile contenere gli attacchi, anche perché ancora non sono stati individuati efficaci predatori con cui impostare programmi di lotta biologica. Pertanto, allo stato attuale, l’unico rimedio consiste nell’osservare frequentemente le piante, e nel caso si riscontrino i primi fori in prossimità della base, disinfettare la parte interessata con Poltiglia Bordolese (a base di solfato di rame e calce) e irrorarla, per 2-3 volte, con una sospensione di spore del BEAUVERIA BASSIANA (in commercio esistente in diverse formulazioni denominate NATURALIS Biogard), preferibilmente la sera o al mattino presto, assicurando una buona bagnatura della vegetazione. Tuttavia, in condizioni di estesa infestazione, l’unico metodo per eliminare con certezza il parassita è quello di estirpare la pianta e distruggerla con il fuoco;
 
  • Coleottero cerambicide – Psacothea hilaris- la cui larva scava gallerie all’interno del tronco portando, con il tempo, a morte la pianta. Per impedirne la diffusione si consiglia una metodologia di lotta basata su:
  • prevenzione: consistente nel controllo, da marzo a giugno, della pianta per la rimozione manuale degli adulti, onde limitare la loro riproduzione; cura della pianta: rimuovendo i ristagni d’acqua, alla base e gestendo correttamente la chioma, per ridurre le are di nidificazione; applicazione di barriere fisiche: posizionando sul fusto, a circa 15 cm dal colletto, del nastro di carta cosparso di colla per insetti, per intrappolarli;
  • trattamenti biologici e con prodotti naturali, come: Nematodi entomopatogeni (che parassitano gli insetti provocandone la morte) – Steinemama carpocapsae (capsanem), per agire sulle larve nel suolo o nelle gallerie; Funghi entomapatogeni a base di Beauvenia bassiana da spruzzare sul tronco e sulle foglie per colpire gli adulti; Olio di Neem, o Sapone molle potassico, da spruzzare sulla pianta per soffocare gli insetti e interrompere il ciclo vitale; Galline, da introdurre in uno spazio recintato intorno alla pianta, per far catturare ed eliminare gli insetti mangiandoli; Rimozione delle piante, distruggendole con il fuoco, in caso risultino compromesse da gravi infestazioni, per evitare la diffusione del coleottero;
  • Efestia – Ephestia cautella o Falena del fico: temibilissimo lepidottero per la produzione dei fichi secchi, dato che le larve rodono l’interno del frutto riempiendolo di escrementi, mentre le femmine adulte depongono le uova sui fichi che cominciano a seccare sull’albero o sui frutti esposti al sole per completare l’essiccamento. Per difendersi dagli effetti dell’infestazione si possono adottare metodi:
  • preventivi, come: eliminazione, in autunno, dei residui vegetali, e di tutte le foglie cadute, per ridurre il numero di crisalidi svernanti, poiché l’insetto trascorre l’inverno appunto sotto forma di crisalide in bozzoli sericei;
  • di controllo biologico e naturale: - posizionando trappole a base di vino, zucchero, cannella e chiodi di garofano, per attirare e catturare le falene adulte, onde limitare l’ovodeposizione sui fichi; - o effettuando trattamenti a base di Bacillus thuringiennsis, per colpire le larve all’interno dei fichi o, in alternativa, nebulizzando una soluzione di Zeolite e silicato di sodio o potassio, per creare una patina protettiva sulla superficie dei frutti;
 
  • Cocciniglia del fico o cocciniglia elmetto (della forma che ricorda l’elmo militare) - Ceroplastes Sinensis - : è un piccolo insetto, particolarmente diffuso in Liguria, Toscana, Sardegna e Sicilia, dotato di scudetto rigido e piatto di colore bianco che, a partire da maggio, si attacca ai rametti ed alle foglie. Il danno prodotto è dovuto: alla distruzione delle foglie delle quali si nutre; alla intensa produzione di melata ed al successivo sviluppo di fumaggine, che determina l’occlusione degli stomi utili per la respirazione e l’impedimento del vitale processo foto sintetico. Per impedire la diffusione dell’insetto si possono praticare delle irrorazioni con macerati di felce (ampiamente presente nel sottobosco) o, per infestazioni consistenti, effettuando, in ore serali, irrorazioni a base di alcol, aceto o sapone di Marsiglia diluito, od emulsione di oli minerali sulle parti della pianta dove il parassita è presente;
 
  • Cocciniglia di S. Josè – Quadraspidiotus perniciosus- : a differenza della precedente specie, infesta tutte le parti della pianta con una predilezione per frutti, rami e tronco, che ricopre con una crosta fittissima di scudetti. Le sue punture provocano macchioline rossastre sulle parti colpite, malformazioni nei frutti ed un progressivo deperimento dell’intera pianta;
 
  • Uccelli (Merli, Storni, Beccafichi e Rigogoli o BeccaficHI realI), la cui predilezione per i frutti maturi, può causare ingenti danni, sia mangiandoli parzialmente, che provocandone la caduta a terra . Per cui, specie in ambienti più esposti a tale tipologia di attacchi, per salvare la produzione occorre impiegare dei dispositivi dissuasori, quali:
  • Reti anti-uccello che, costituendo una barriera fisica, sia su singoli alberi che su intere aree, impedisce agli animali di raggiungere i fichi;
  • Palloni dissuasori: da appendere agli alberi, con riportanti disegni spaventosi per gli uccelli, in seguito al movimento impresso dal vento;
  • Nastri riflettenti, CD o strisce di alluminio: che appesi ai rami, creano un effetto abbagliante che infastidendo gli uccelli li tengono lontani;
  • Spaventa passeri o sagome di predatori: che però dopo un buon effetto iniziale, a lungo termine, divengono poco efficaci;
  • Dissuasori sonori: dispositivi disponibili in commercio, che emettono ultrasuoni o suoni di predatori che infastidiscono gli uccelli;
  • Dissuasori olfattivi: sono repellenti a base di oli essenziali che applicati su spugne o altri supporti, diffondono un odore sgradevole per i voraci uccelli;
  • Repellenti naturali, quali: rosmarino, basilico e menta da piantare intorno all’albero, il cui odore sgradevole contribuisce a tener lontani i volatili;
 
  • Moria del Fico: trattasi di una malattia causata dal fungo, Ceraticystis ficicola che provoca: avvizzimento (ingiallimento precoce e successiva caduta) fogliare, disseccamento dei rami a partire da quelli più giovani, cancri sulla corteccia, fessurazioni sulla tronco e scolorimento interno del legno. Tanto da causare il deperimento e la morte della pianta. La diffusione avviene tramite il suolo contaminato tramite il materiale vegetale infetto, che quindi deve essere tempestivamente raccolto e bruciato;
 
  • Antracnosi – Ascochyta caricae - : è un fungo che si manifesta sulle foglie con tacche bruno-rossastre arrotondate o allungate lungo le nervature, al centro delle quali avviene il disseccamento dei tessuti e la comparsa dei picnidi (strutture riproduttive a forma di sacco);
 
  • Vaiolatura – Cercospora bolleana - : fungo che provoca macchie olivacee sulla nervatura delle foglie. Macchie che confluendo formano grandi chiazze brunastre che determinano l’accartocciamento e la caduta precoce delle stesse foglie;
 
  • Ruggine – Uredo fici - : fungo che attacca le foglie producendo sulla pagina superiore delle macchie gialle e, in corrispondenza, sulla pagina inferiore, i sori (strutture che producono le spore) giallo-bruni , causandone la prematura caduta e il ritardo della maturazione dei frutti;
 
  • Mal secco – Bacterium fici - : batterio (organismo vivente completo, capace di riprodursi autonomamente), in seguito alla cui infezione il tronco diventa di colore bruno, i rami anneriscono e disseccano emettendo, a volte, un liquido vischioso. D’estate colpisce anche le foglie che, in un primo momento, presentano macchie decolorate che diventano nerastre, per poi disseccarsi e frantumarsi;
 
  • Mosaico – Fig mosaic emaravirus o Emaravirus fici- : è un virus (entità biologica non vivente che essendo privi di una struttura cellulare completa, non dispone di metabolismo autonomo e per riprodursi necessita del supporto di una cellula ospite) che attacca frutti, rametti e foglie che presentano aree giallognole di varie dimensioni, seguite da necrosi delle zone internervali o delle nervature con evidenti malformazioni. Malformazioni che interessano anche i frutti provocandone la caduta precoce. Il vettore principale della diffusione del virus è un acaro: piccolo parassita, difficile da individuare ad occhio nudo, che attacca le piante di fico nutrendosi della linfa delle foglie causandone la deformazione e, nei casi gravi , la defogliazione. Per cui, quando si notano i primi sintomi, per evitare danni maggiori, è importante agire tempestivamente con trattamenti specifici a base di acaricidi;
 
  • Colletotricosi – Colketotrichum caricae - : fungo che provoca la marcescenza e la caduta dei frutti immaturi, che dapprima mostrano tacche depresse e isolate successivamente confluenti in chiazze brune al centro e più chiare in periferia. Per minimizzare i danni è fondamentale adottare pratiche:
  • preventive, quali: - rimozione e bruciatura di frutti e rami infetti, nonché della pianta se interamente colpita; - esecuzione di una potatura che favorisca una buona ventilazione all’interno della chiome per ridurre l’umidità; - utilizzazione della pacciamatura, per coprire il terreno ed impedire che i frutti caduti e marci possano contaminare le radici;
  • curative per infezioni gravi: consistenti nel trattare la pianta con soluzioni a base di solfato di rame dall’azione fungicida e antibatterica, o con preparati a base del fungo entomopatogeno Beuveria bassiana, per combattere il Punteruolo nero, diffusore dell’infezione fungina.
Comunque, in genere, per prevenire la maggior parte delle affezioni patogene del fico occorre porre la pianta in condizioni vitali ottimali di irraggiamento solare e circolazioni dell’aria, di composizione e umidità del suolo e di riparo dal vento, ancor prima dell’uso di prodotti specifici;
 
 
  • Curiosità storico- mitologiche:
  • Nell’immaginario collettivo, il fico potrebbe essere stato il frutto dell’Albero della Conoscenza nel Paradiso Terrestre, al posto della mela. Tant’è che Michelangelo nella Cappella Sistina, lo rappresenta in questa veste. Nel vecchio Testamento infatti, il termine latino “pomum”non indicava una mela specifica, ma un frutto generico, ed inoltre le foglie di fico furono il primo “indumento” di Adamo ed Eva, per coprire la nudità. Da qui, la pianta è divenuta simbolo di passione amorosa e di unione tra maschile e femminile;
  • La Bibbia cita il fico come l’albero sotto il quale Adamo ed Eva si ripararono dopo il peccato originale;
  • I romani consideravano il fico una pianta sacra, apprezzavano i fichi per le loro proprietà energetiche, li usavano nella produzione di formaggi con caglio vegetale ed era usanza regalarli insieme al miele, come augurio per un anno felice;
  • Platone, noto amante dei fichi, li considerava un alimento essenziale per stimolare l’intelletto. Mentre Plinio il Vecchio descriveva i fichi come un alimenti che rafforzava i giovani e migliorava la salute degli anziani, anche attenuando le rughe;
  • In Grecia, il fico era chiamato “sykon” ed era talmente importante che fu necessario costituire una classe dirigente : i “sincofanti”, per controllare il suo commercio;
  • Nella tradizione antica il fico riveste un significato di immortalità e di abbondanza. Esso rappresenta anche l’asse del mondo, che collega la terra al cielo. Nell’antichità poi, attraverso le foglie dell’albero, si praticava la “ psicomanzia” come metodo di divinazione;
  • Il fico, in molte culture antiche, era considerato un simbolo di fertilità, abbondanza e prosperità, per il legame della forma con il significato fallico dovuto all’aspetto del frutto ed alla sua apertura, che ricorda vagamente gli organi genitali maschili. In Grecia era associato al sesso femminile- Infatti, durante le Falloferie: feste religiose in cui si portava in processione simboli fallici,alcune donne portavano ceste di fichi, sottolineando ulteriormente questa connessione. Ed anche a Roma aveva una forte connotazione fallica, come si evince dall’uso del termine “fica” (forma femminile dialettale) ;
  • Si narra che sotto un fico selvatico: il fico Ruminale - Ficus Ruminalis- (termine che richiama il concetto di allattamento e nutrimento, collegandosi alla dea Ruminia e al latte materno) si arenò la cesta contenente Romolo e Remo, dove furono allattati dalla lupa. Il fico ruminale inoltre era considerato sacro ed aveva un ruolo importante nel rituale religioso romano, con offerte di latte dedicate alla da Ruminia;
  • Nel vangelo di Luca (13,6-9) si narra” la parabola del fico sterile”, dove un uomo (che rappresenta Dio, che giudica le azioni e i frutti della terra) che aveva una vigna (che rappresenta il popolo di Dio, con le sue opportunità e le sue responsabilità) con un fico ( che simboleggia il il singolo individuo, che non porta frutti spirituali) che no produceva frutti da tre anni. L’uomo irritato, voleva tagliarlo , ma il vignaiolo (che rappresenta Gesù, che intercede per gli altri e offre opportunità di ravvedimento e cambiamento) lo implorò di dargli ancora un anno di tempo (.che simboleggia la pazienza di Dio e il suo desiderio di dare a tutti la possibilità di convertirsi) per zapparlo e concimarlo, nella speranza che producesse frutti l’anno successivo. E se non fosse stato così, allora sarebbe stato tagliato (simboleggia il giudizio finale, se la persona non si ravvede e non porta frutto). La parabola sottolinea l’importanza: - della necessità del ravvedimento e di portare frutti spirituali, come opere di carità, amore verso il prossimo e di una vita conforme agli insegnamenti di Cristo; - della riflessione sulla propria vita, sulla necessità di pentirsi dei propri peccati e di cercare una relazione più profonda con Dio; della misericordia di Dio , che offre sempre una possibilità di salvezza, anche a chi sembra aver fallito . Parabola che può essere applicata sia a livello individuale che collettivo, ricordando che Dio guarda al cuore e alla sostanza delle azioni, non solo dell’apparenza;
  • In ambito religioso e culturale, il Fico è sicuramente legato all’importanza che la pianta rivestiva nell’alimentazione. Esso infatti, come testimonia Plinio, fu uno dei frutti più diffusi in area mediterranea durante l’antichità, tanto da costituire la base della vita quotidiana ed essere utilizzato per definire, in termini dispregiativi sykofantia, cioè modo di intendere la lotta politica ad Atene. Infatti il sicofante, era colui che denunciava i ladri di fichi, e chi esportava i fichi dell’Attica (parte meridionale della penisola Balcanica comprendente la città di Atene). Poiché esportare questi frutti significava sottrarre l’alimento principale dei più poveri;
  • Sempre Plinio in un aneddoto che vede protagonisti i fichi, racconta che un certo Elicone, abitante delle Alpi Elvezie (svizzere), dopo aver a lungo esercitato il mestiere di fabbro a Roma,tornando in patria portò con sé dei fichi secchi, oltre che dell’uva, dell’olio e del vino. Per cui si dice che questo fu il motivo della discesa in Italia dei Galli (popolazione di stirpe celtica che, nell’antichità, abitarono gran parte dell’Europa continentale), che attraversarono le aspre e insuperabili montagne della Alpi per poter godere di tali prelibatezze;
  • Una leggenda riferisce che Catone (234 a.C. – 149 a. C NELLE SPONDE DEL ,), infiammato dal suo odio contro Cartagine , e preoccupato per la sicurezza futura di Roma, in ogni riunione del senato, proclamasse che Cartagine (fondata nel IX secolo a.C. sulle sponde de Golfo di Tunisi) doveva essere distrutta. Un giorno portò un fico proveniente da quella provincia, e mostrandolo ai senatori, chiese quando, a loro parere, quel frutto fosse stato raccolto dall’albero, ed avendo tutti constatato che era fresco, rivelò come IL frutto fosse stato raccolto a Cartagine solo tre giorni prima, a dimostrazione di quanto il nemico fosse vicino alle loro mura. Da lì, la decisione di intraprendere la terza guerra punica (149 -146 a.C.), che portò appunto la distruzione di Cartagine. Dunque una città così importante, che per più di 100 anni aveva conteso a Roma il dominio sul mondo, dovette la sua fine ad un fico;
  • La figura di Demetra (Cerere nella mitologia romana) nella mitologia greca è la dea dell’agricoltura, della fertilità, del raccolto e anche della natura e delle stagioni. Un suo tempio e della figlia Kore si trovava nell’antica Attica, vicino alla via che portava da Atene ad Eleusi. Secondo una tradizione orale raccontata da Pausania il Periegeta (II secolo d.C.),in questo luogo, un certo Phytalos (il Piantatore) aveva accolto in casa sua Demetra alla ricerca della figlia scomparsa, e la dea, in cambio dell’ospitalità, gli aveva donato la pianta del fico domestico, a testimonianza che per gli ateniesi non era una pianta qualsiasi, bensì un simbolo e un dono divino per il progresso verso la civiltà.
 
Pianta di Fico più vecchia d’Italia.
Trattasi di un esemplare, definito patriarca verde, che vegeta presso l’antica abbazia di San Basilide a Badia Cavana (Parma), fondata intorno al 1100 su una verde altura da San Bernardo degli Uberti . E’ una pianta dall’età stimata di circa 800 anni dalla chioma eccezionale, visto che misura oltre 50 m di circonferenza, con un tronco composto da tanti fusti, che formano quasi un cespuglio dalle dimensioni del tutto inusuale. La cui caratteristica è quella di avere, alla base dell’ampia ceppaia, una sorgente di acqua. Nonostante ciò la secolare pianta ha superato il rischio di asfissia che la polla (vena d’acqua sotterranea che emerge in superficie da una fessura nel terreno, dando origine ad un rigagnolo o ad un ruscello) avrebbe potuto provocare, e vegeta rigogliosa in mezzo ad un prato, fornendo frutti abbondanti di varietà sconosciuta, ma dalle straordinarie caratteristiche. Tant’è che un clone (ramoscello copia geneticamente identico alla pianta madre) è stato conservato dalla Fondazione Villa Ghigi , per essere piantato nel frutteto della Biodiversità del parco agroalimentare Fabbrica Italiana Contadina (FICO) di Lataly Wind (una struttura a tema dedicata al cibo italiano), di prossima inaugurazione, a Bologna.
 
Oroscopo Celtico .
 
Oroscopo corrispondente al Segno Zodiacale Capricorno, comprendente i nati dal 14 al 23 giugno e dal 12 al 21 dicembre
I nati sotto il segno del Fico sono persone molto emotive che hanno bisogno di un ambiente capace di supportare il loro sviluppo e necessitano costantemente di aprire i loro orizzonti mentali e di sentirsi sicuri, per poter fare emergere le grandi qualità che possiedono. Quando si sentono sostenuti, infatti, si dimostrano persone in grado di portare novità importanti all’ambiente che li circonda, grazie alle innumerevoli idee che riescono a proporre e mettere in pratica con successo.
 
Pro:
essi sono artisti creativi sensibili sempre interessati a ciò che li circonda. Hanno l’innata capacità di distinguersi sia per la loro percezione delle cose e delle idee, che per la loro immaginazione e per l’intuito.
Quando riescono a trovare un obiettivo da raggiungere, sono dei maestri nel riuscire ad armonizzare pensiero, sentimenti e azione per arrivare alla meta.
 
Contro:
essendo persone fortemente emotive, si dimostrano spesso ipersensibili, e per questo tendono ad indossare una corazza esterna che li protegga. Quando non hanno un qualcosa da raggiungere possono sentirsi eccessivamente tristi e depressi. In casi del genere possono sembrare addirittura deboli mentalmente e troppo imprevedibili.
 
Amore:
i nati sotto questo segno hanno bisogno, generalmente, di un partner disposto a contribuire a stimolare la loro creatività, l’intelligenza e la profondità d’animo. Se no l’hanno ancora trovato, purtroppo, c’è poco da fare in questo senso.
 
Salute:
il segno, oltre a rappresentare le qualità della persona, come per tutte le altre piante , ha dei legami con le proprietà curative delle piante associate e con specifiche potenziali problematiche o punti di forza di parti del corpo degli appartenenti, che risultano essere rispettivamente: Valeriana, Melissa, Crescione, Cumino e Lattuga e Torace, Pelle, Stomaco, Nervi e Psiche.
 
In sintesi, il Fico nonostante sia una pianta esteriormente poco appariscente, è ricca di fascino, di significati simbolici ed impieghi pratici, tali che gli hanno conferito una rilevanza fondamentale nella storia dell’umanità.
 
 
 
 
 
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante - Il Cedro

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante - Il Cedro Copertina (1.040-1-0)
Domenico Brancato

(articolo esportabile)

 
Trattasi di una tipologia di pianta che comprende diverse specie che, pur avendo in comuni l’imponente mole ed una esclusiva maestosità, differiscono per alcuni particolari del loro portamento.
 
Particolari, che poiché riguardano gli esemplari del Cedro: del Libano, dell’Atlante e dell’Himalaya o Deodara, presenti anche nei parchi e nei giardini del nostro territorio, si ritiene utile riservare ad ognuno di loro una specifica descrizione:
Nome scientifico: Cedrus libani, Cedrus Atlantica, Cedrus Deodara
Classificazione botanica:
  • Classe: Conifere
  • Famiglia: Pinacee
  • Genere: Cedrus
  • Ordine: Poinales
Origine etimologica del nome:
il nome generico Cedrus deriva dal greco kédros riferito a diverse piante dal profumo resinoso; mentre i nomi specifici: libani, atlantica e deodara si riferiscono, i primi due, alle rispettive zone di origine; invece il terzo deriva da deva-daru, che significa “albero degli dei” (Himalaya è infatti considerata dai locali montagna sacra). Il Cedro del Libano, in particolare, è legato in maniera profonda al popolo libanese e alla sua storia. Perché si narra che, la penisola anatolica, era un tempo ricoperta interamente da una foresta di Cedri che emanava un intenso profumo proveniente dalla loro corteccia. Cedri divenuti importantissimi per i libanesi, in virtù della loro longevità che, ancora oggi, simboleggia speranza, libertà e memoria.
Luogo di origine:
  • Cedro del Libano: zone montuose del bacino del Mediterraneo e più in particolare dell’Asia Minore (Libano, Turchia, Siria, Iraq, Iran);
 
  • Cedro dell’Atlante: montagne dell’Atlante, in Algeria, Marocco, ad una altezza di 1200 e i 2500 m
 
  • Cedro Deodara : pendii nevosi dell’Himalaya (del Cachemire e del Nepal) a 1300 – 3000 m di altitudine.
Consistenza e morfologia (da qui in avanti, per semplicità espositiva, verrà omesso il termine Cedro prima della menzione delle specie in esame):
  • Libano : è una conifera dal portamento maestoso, sempreverde, di colore verde cupo, con dimensioni di 40 – 60 m in altezza e circa 15 m di diametro di una chioma densa, che nello stadio giovanile assume una forma piramidale per poi, crescendo, acquisire una conformazione ad ombrello. Ha rami principali nudi, lunghi e robusti ascendenti, che spesso si dipartono dalla parte bassa del tronco conferendole un aspetto a candelabro ; mentre i rami secondari, ricoperti di foglie, formano palchi orizzontali. La cima, negli esemplari giovani, è inclinata e successivamente tende all’orizzontale;
 
  • Atlante: meno imponente della specie precedente, nel luogo di origine raggiunge un altezza di 30 – 40 m ed un ed un diametro della chiome di 10 - 15 m; ma in Europa, dove è stato introdotto nel 1841, la crescita si limita a 25 – 30 m. La disposizione dei rami della metà superiore della chioma (meno fitta rispetto gli altri Cedri), specie negli esemplari giovani, sono ascendenti, per cui fanno assumere alla pianta una forma conica slanciata ed elegante che nello stadio adulto diviene più espansa e maestosa, ma con la cima che accenna ad appiattirsi. Questa specie comprende delle varianti per forme colori e dimensioni, che offrono un’ampia gamma di possibilità di arredo per giardini e parchi. Infatti la varietà: pendula presenta un portamento più aperto e rami ricadenti, con foglie verdi-chiaro con un effetto scenografico più adatta per superfici non molto estese; glauca: più diffusa, in quanto apprezzata per la sua resistenza al freddo, l’elevata altezza, la forma conica e soprattutto per il fogliame blu-verde che vira verso l’azzurro; e nana di più piccole dimensioni, con foglie blu-verde, adatta per giardini di modeste dimensioni;
  • Himalaya o Deodara: è un albero superbo, che nella zona d’origine può raggiungere i 50 m di altezza (ma in Europa supera raramente i 30 m) e da 5 a 20 m il diametro della chioma. Ha portamento conico compatto, spesso irregolare, con i grossi rami inseriti ad angolo retto sul tronco, ad eccezione di quelli inferiori che risultano leggermente discendenti (inclinati perso il basso). Tutti portano ramoscelli esili e penduli che, assieme agli aghi di colore verde chiaro brillante lunghi e molli, conferiscono all’albero l’aspetto più elegante degli esemplari della specie.
( Segue riproduzione foto esemplari sopradescritti)
Longevità :
  • del Libano, fino a 2000 anni;
  • dell’Atlante fino a 700 anni;
  • dell’Himalaya da 700 a 900 anni.
Caratteristiche componenti struttura:
tronco del:
Libano, spesso suddiviso dalla base, è corto e massiccio tanto da raggiungere anche 2 m di diametro, rivestito da una corteccia rosso-marrone solcata da scanalature che col tempo tendono a sfaldarsi sotto forma di placche verticali . A diverse altezze si dipartono più rami che diventano veri e propri palchi, disposti in orizzontale;
 
Atlante: è diritto, cilindrico con attaccatura di rami spessi, distanziati fra loro sin dalla base e disposti quasi perpendicolarmente. La corteccia è grigio bruna che si screpola e fessura, via via che l’albero raggiunge la maturità
 
Deodara: è diritto , massiccio e ramificato a partire dalla base. La corteccia è grigio-scura, liscia da giovane, mentre negli esemplari adulti appare rugosa con screpolature in placche sottili.
(segue foto piante )
 
radici: tutte e tre le specie sono dotate di un apparato radicale ampio e superficiale, composto da un fittone principale di m 1,50 a 3,50 (nella specie deodara) di profondità, dal quale si diramano radici secondarie munite di altre avventizie con, in entrambe, un notevole sviluppo di capillizio (complesso delle ultime diramazioni provviste di peli assorbenti).
 
foglie: sui Cedri si originano su due tipi di ramoscelli: “macroblasti” (rami normali, allungati, che portano foglie isolate, inserite a spirale lassa) e “brachiplasti” (rami molto corti inseriti, in gran numero, sui rami normali, dall’ accrescimento definito e così ravvicinate da apparire disposte a ciuffetti, tanto da mascherare la loro inserzione a spirale); con caratteristiche diverse a seconda che trattasi della specie del:
Libano: aghiforme, coriacee, rigide, aguzze e pungenti, lunghi da 1 a 3 cm di colore verde scuro, raggruppate in fasci di 20-30;
Atlanta: aghiformi più grossi, rigidi, con punte appiattite e ricurve, lunghi poco meno di 3 cm, riuniti in ciuffetti di 10-20, di colore verde tendente al blu nella varietà “Glauca” (più frequentemente coltivata);
Deodara: aghiformi, non pungenti, flessibili, più sottili e morbidi al tatto, lunghi fino a 5 cm e raggruppati in fascetti di 30-40, di colore grigio-azzurro all’inizio e verde chiaro successivamente.
fiori: come tutte le Gimnosperme (Sottodivisione del Regno vegetale, comprendente piante legnose con foglie aghiformi o squamose e ovuli nudi, non racchiusi nell’ovario). I Cedri, infatti, non presentano veri e propri fiori ma strutture riproduttive detti “strobili”, con organi: maschili (simili a piccole candeline, volgarmente chiamati coni o pigne, di colore grigiastro. Formati da un insieme di foglie trasformate -brattee -, sulle quali alloggiano le sacche polliniche che, alla maturità , scossi dal vento, liberano grandi quantità di polline, tanto da colorare di giallo il terreno circostante) e femminili, (inseriti nella parte superiore dei rami, di colore verdastro, molto meno appariscenti. Costituiti da squame portanti due ovuli ciascuna che, una volta fecondati, danno origine ai frutti -pigne- a forma ovale eretta, lunghi ca. 10 -12 cm, inizialmente di colore viola-verde per poi, a maturazione, divenire marroni; all’ interno dei quali avviene, dopo ca. 2 anni, la maturazione dei semi) sulla stessa pianta (trattandosi di specie monoiche).
In particolare, la specie:
Libano: inizia a riprodursi all’età di 30-40 anni, con fioritura che avviene in primavera (aprile-maggio) e in inverno, con fiori maschili (microsporofilli: foglie staminali che portano il polline) lunghi ca. 5 cm, di colore verde pallido-giallastro e quelli femminili (macrosporofilli: foglie carpellari che portano gli ovuli) di 6-12 cm, conici, di colore verde pallido;
 
Atlanta: inizia a riprodursi intorno ai 30 anni di vita, con fioritura che avviene ad inizio autunno, con numerosi fiori maschili lunghi ca. 5 cm, di colore prima giallastro, poi bruno in coincidenza della disseminazione del polline; e fiori femminili lunghi ca. 1 cm, meno numerosi, di colore verdastro;
 
Deodara: inizia a riprodursi a partire da 35-40 anni di età, con fioritura che avviene in settembre-ottobre, con fiori maschili lunghi 3-5 cm, di colore grigio-verde riuniti in piccoli coni eretti e fiori femminili molto belli, lunghi 7-10 cm, eretti, conici e arrotondati in punta , dapprima violacei e poi bruni.
 
Esigenze, in genere le specie di Cedro prediligono condizioni di:
clima: temperato, con esposizione protetta dai forti venti e soleggiata, anche se non temono né caldo né freddo (tollerano il freddo fino a 0 ° C ed il caldo fino a ca. 40 °C), ma se coltivati in giardino, durante condizioni meteorologiche eccessive, in inverno, è bene coprire il terreno sottostante da chioma, con della paglia o foglie secche o corteccia, per proteggere le radici dal freddo ed evitare lo sviluppo di in erbe infestanti; e in estate, per mantenere meglio e più a lungo l’umidità del terreno derivante dalle annaffiature;
 
terreno: soffice, profondo, di medio impasto, ben drenato e leggermente acido;
 
idriche: non necessitano di molte annaffiature, se si verificano piogge periodiche, mentre in periodi di siccità e nei primi due anni dalla piantagione, l’apporto di acqua dovrà essere più frequente (in genere settimanalmente, in condizioni di terreno asciutto);
 
nutritive: durante la stagione invernale è consigliabile concimare con stallatico maturo o, in alternativa, fra la primavera e l’estate, effettuare due somministrazioni di concime specifico per Conifere. Mentre, nei primi due anni dalla piantagione, per promuovere un più rapido e vigoroso sviluppo, occorre distribuire mensilmente del concime universale (contenente: azoto –N-; fosforo –P- e potassio –K-) insieme all’acqua di annaffiatura;
 
potatura: non andrebbe mai eseguita per limitare la crescita, tranne nel caso in cui occorre intervenire, preferibilmente d’inverno, per eliminare rami secchi, malati, danneggiati dalle intemperie o che crescono in maniera innaturale, tagliandoli il più vicino possibile al ramo principale o al tronco.
 
Parassiti, quelli che possono arrecare maggiori danni comprendono:
Afidi o Pidocchi delle piante: Cedrobium labortei e Cinara cedri, appartenenti all’ordine dei Rincoti –Sezione Omotteri ed alla specie dei corticicoli (fitofagi che si sviluppano sulla corteccia dei rami e del fusto delle piante), grandi ca. 2,5 millimetri. Hanno un corpo piriforme di colore grigio-verdastro o verde –brunastro, costituito da capo con antenne, torace e addome. Le ninfe (giovani afidi) sono simili agli adulti che possono avere o non avere le ali. Infatti la prima generazione, che si sviluppa a fine inverno, é di solito attera. Però, se con l’arrivo delle successive generazioni viene a mancare spazio sulla pianta infestata, può nascere un’ altra generazione alata in grado di migrare su altre piante. Normalmente vivono in fitte colonie disposte a manicotto sui rami di diametro inferiore a 2 cm e su quelli più piccoli, nutrendosi abbondantemente della loro linfa che, in gran parte, espellono da uno stiletto posto in fondo all’addome, sotto forma di melata (secrezione gluco-cerosa) che imbratta tutto ciò che si trova al di sotto, formando, in breve tempo, un substrato ideale per lo sviluppo di funghi saprofiti che danno origine alla fumaggine. Malattia che si manifesta con una patina nera che, oltre a danneggiare l’aspetto estetico della pianta, ne limita lo svolgimento della funzione vitale (fotosintesi clorofilliana). Complesso di danni che producono: l’arrossamento delle foglie e la successiva caduta, il disseccamento della vegetazione apicale, una ridotta vegetazione dei rami e il generale deperimento della pianta che può,nel volgere di pochi anni, addirittura provocarne la morte.
Non trascurabile entità di danni che è consigliabile prevenire, attraverso il costante controllo dell’insorgenza dell’infestazione, deducibile dalla eventuale presenza di sostanza appiccicaticcia sulla fronda inferiore della pianta e sul terreno sottostante, affinché si possa procedere in tempo per limitarne gli effetti, con vari tipi di trattamenti, a seconda che trattasi di:
modeste infestazioni:
  • con miscela formata da 50 ml di aceto bianco, 2 litri di acqua calda, 2 cucchiaini di sapone di Marsiglia a scaglie, contenente olio di oliva o di cocco o di Palma, ed 1 cucchiaino di sapone liquido neutro, da agitare bene prima della distribuzione, con uno spruzzatore nelle ore serali, sulle superfici attaccate dagli insetti. Ripetere l’operazione, ad intervalli di una settimana, fino ad ottenere il completo controllo dell’attacco ;
  • o getto di acqua o con soluzioni a base di rame, indirizzandolo sulla vegetazione infestata, per la rimozione, sia degli afidi, che dalla melata, senza l’uso di pesticidi;
  • o soluzione composta da 20-30 grammi di Sapone molle di potassio per litro d’ acqua. Da ripetere ogni 5-7 giorni, fino a controllo totale dell’infestazione;
  • o miscela formata dalla diluizione di 6 ml di Olio di Neem e di 4 ml di Sapone molle di potassio in un 1 l d’acqua, da spruzzare sulla parte di chioma danneggiata, fino a completa copertura della stessa.
estesi attacchi:
  • diluizione di 14-25 ml di Piretro Verde Copyr in 10 litri di acqua , da distribuire alla prima comparsa degli insetti, con atomizzatori o pompe a spalla, possibilmente nel tardo pomeriggio e comunque nelle ore più fresche della giornata (visto che il piretro a temperature superiori a 26 ° C degrada velocemente, ed il suo reale potere insetticida è limitato a poche ore ). Per eventuale necessità di ripetere il trattamento è consigliabile attenersi alle indicazione riportate sulla confezione del prodotto. Anche perché trattandosi di un insetticida non specifico (che non agisce solo su un singolo parassita) e che agisce sugli insetti paralizzando il loro sistema nervoso, in caso di eccesso di trattamenti, può costituire un pericolo per gli insetti pronubi (che trasportano il polline da un fiore all’altro, permettendo l’impollinazione e la conseguente formazione dei frutti) e predatori (che catturano e si nutrono di altri insetti nocivi)
  • o emulsione formata dalla mescolanza di 150 – 200 o 50 -100 ml di olio bianco con 10 litri di acqua, rispettivamente, per trattamenti invernali ed estivi. Trattasi di un insetticida biologico che agisce per asfissia, creando una barriera sulla superficie dei parassiti uccidendoli. Per raggiungere la massima efficacia ed evitare danni, è necessario distribuire bene il prodotto su tutte le parti della pianta che ospitano il parassita durante le ore più fresche del giorno.
Cocciniglia farinosa – Dactylopius coccus:
  • nota anche come cocciniglia del carminio (colorate di colore rosso, ottenuto dall’essiccazione delle uova dell’insetto, o dallo stesso insetto che, specie in passato, veniva impiegato per la produzione di caramelle , yogurt, gelatine, gelati, bibite , bitter, confetti medicinali e in cosmetici), della famiglia dei Rhynchota, molto simile agli Afidi. Ha un corpo lungo bianco ed esile di qualche millimetro e si riproduce velocemente e intensamente. Solo i maschi sono provvisti anche di ali. Le condizioni climatiche migliori per la riproduzione coincidono con le medio- alte temperature primaverili-estive. La sua presenza sulla pianta determina l’ingiallimento delle foglie (dovuto alla sottrazione della linfa) e l’andirivieni delle formiche attratte dalla melata secreta dall’insetto, della quale sono molto ghiotte. Per neutralizzare gli attacchi, poiché la Cocciniglia è simile agli Afidi, sia per l’entità e le caratteristiche del danno che causa alle piante, che per l’intensità riproduttiva, risulta valida tanto la strategia di lotta, quanto i prodotti antiparassitari già descritti per combattere gli Afidi.
Lepidotteri defogliatori:
  • Processionaria – Thaumetopoea pityocampa - già descritta in occasione della trattazione del Pino;
  • Bruco americano – Hyphantria cunea –:
è un Lepidottero appartenente alla famiglia delle Erebidae, originario del Nord America, si è diffuso in Europa e in Italia a partire rispettivamente dagli anni ’40 e ’70. E’ un insetto polifago le cui larve, di colore marrone o giallo, con testa nera e dorso grigio ricoperto di lunghi peli bianchi (innocui, a differenza di quelli della Processionaria) e neri che, nello stadio più avanzato possono raggiungere la lunghezza di 35 cm. In genere attaccano, in gruppi, una vasta gamma di piante, nutrendosi prevalentemente di foglie, causando defogliazione. Si sviluppano dalle uova deposte in nidi dell’ampiezza anche di 60 – 70 cm, formati da foglie unite da fili sericei. Alla schiusura delle uova, le larve si nutrono consumando la foglie al’interno del nido, per poi uscire e disperdersi sulla chioma, fino al raggiungimento della maturazione (primi di luglio), quando si lasciano cadere al suolo, per cercare un riparo dove incrasalidarsi (chiudersi nel bozzolo) per trascorrere l’inverno. Al termine del quale (in primavera) si completa il ciclo con l’uscita della farfalla dal bozzolo (sfarfallamento). Farfalla che ha un corpo lungo di 1 -1,5 cm, ali bianche, con o senza macchie nere, ed una apertura alare di 2,5 – 3,0 cm, che consente l’agevole spostamento fra le numerose specie ospiti.
 
La lotta consiste nell’asportazione tempestiva dei nidi con delle forbici o svettatoi (strumento per la potatura degli alberi, in grado di raggiungere rami alti senza l’uso della scala); o tramite irrorazioni a base di prodotti biologici contenenti il batterio vivente: Bacillus Thuringiensis che, una volta ingerito e raggiunto l’ intestino delle larve, produce proteine tossiche che danneggiano il loro l’apparato digerente, causandone la morte.
Scolitidi o Coleotteri della scorza o più precisamente del legno, noti anche come Cerambici –Cerambyx cerdo - Le specie che possono attaccare i Cedri comprendono il: Tomicus destruens, Piniperda e Minor:
  • Appartengono alla famiglia dei Cerambycidae, presentano un ciclo di vita che prevede quattro stadi: uovo di pochi millimetri, bianco o crema di forma ovale allungata, che viene deposto, in ammassi (da alcune dozzine a diverse migliaia), sotto la corteccia o in crepe;
larva a forma di “C” , fuoriesce dall’uovo dopo ca. 7 giorni ed inizia a scavare gallerie nel legno, nutrendosi della linfa; fin quando, raggiunta la maturità, si impupa all’interno di una celletta scavata nel legno per trasformandosi in ninfa, per poi, dopo 7-14 giorni (a seconda della temperatura) schiudersi nella forma di adulto.
L’infestazione, se pesante e non controllata, a causa delle gallerie che vengono scavate nella corteccia e nel legno, indeboliscono l’albero , rendendolo vulnerabile da altre malattie e parassiti che possono condurlo alla morte.
Per cui è importante monitorare frequentemente lo stato di salute delle piante, in modo che se si dovessero notare piccoli fori sulla corteccia, che gli insetti adulti praticano per uscire, si possa intervenire tempestivamente per arrestarne la propagazione, eliminando e bruciando i rami colpiti, oltre ad applicare sull’albero delle trappole specifiche attrattive, a base di alcol.
Fungo – Lephoderminum cedrinum –:
è un ascomicete che comprende anche le specie patogene delle piante ed ha un ciclo di vita complesso che include la fase:
sessuale, che produce ascospore (spore contenute negli aschi: sacche che contengono le spore sessuali) all’interno degli apoteci (piccoli corpi fruttiferi a forma di fiasco o bottiglia contenente gli aschi);
e asessuale, che produce conidiospore (spore della riproduzione agamica, cioè per via vegetativa senza l’intervento degli organi sessuali), che aiutano a diffondere l’infezione. L’effetto della quale, pur risultando raramente letale per i Cedri, li può indebolire rendendoli più ricettivi per altri patogeni e predisporli ad andare incontro a stress ambientali, causa di: crescita stentata, appassimento di rami, scolorimento e caduta di foglie e generale riduzione della vitalità dell’albero, con conseguente notevole perdita di valore estetico-ornamentale dell’albero.
Per scongiurare tale deprezzamento, occorre vigilare sui primi sintomi della presenza del parassita, che si manifestano con piccole macchie localizzate che si espandono progressivamente, decolorizzando totalmente, dal giallo al marrone, gli aghi, che cadono precocemente riducendo significativamente la chioma e la capacità fotosintetica dell’albero di produrre energia necessaria per la crescita e la difesa delle avversità.
La prevenzione, per impedire l’insorgenza dell’infestazione, si articola in interventi che mirano a promuovere condizioni sfavorevoli allo sviluppo e la propagazione del fungo, come:
  • ridurre l’umidità e migliorare la circolazione dell’aria all’interno della chioma;
  • coprire il suolo con materiali organici (pacciamatura) per favorire la presenza di composti antimicrobici del genere Bacillus (come Bacillus subtils) che impediscono la crescita dei funghi patogeni;
  • effettuare la somministrazione di elicitori di resistenza o induttori di resistenza. Prodotti a base di estratti proteici di microrganismi, di alghe, composti vegetali, molecole di sintesi e sostanze naturali, come i chitosani (estratti dalla chitina, polisaccaride presente negli esoscheletri dei crostacei: granchi, gamberi ed aragoste) . Tutte sostanze che stimolano i naturali processi di difesa delle piante di qualsiasi genere, contro patogeni (stress biotici) e avversità ambientali (stress abiotici), attraverso l’attivazione o l’incremento dell’espressione di geni (unità biologiche contenute nei cromosomi che trasmettono i caratteri ereditari) di resistenza presenti nelle cellule vegetali. Geni che agiscono come un “vaccino” , preparando il sistema immunitario delle piante ad affrontare attacchi parassitari e difficoltà ambientali.
(Segue foto parassiti descritti)
Utilizzazioni:
legno, apprezzato per:
  • il suo colore che va dal giallo chiaro al rosso-bruno, la grana fine ed una tessitura uniforme, l’aroma balsamico e la resistenza naturale al deterioramento. Caratteristiche che lo rendono ideale per la realizzazione di mobili, pavimenti, piastrelle, contenitori , capannoni, carbone vegetale e, in passato, imbarcazioni; oltre che per la costruzione di strumenti musicali (in particolare per la parte superiore- tavola armonica- delle chitarre acustiche e classiche, per la capacità di produrre toni delicati e avvolgenti , adatti a stili musicali come il flamenco, il fingerstyle (tecnica di esecuzione basata sull’uso delle dita per pizzicare le corde, senza l’ausilio del plettro) e la Bossa nova;
  • i prodotti di estrazione:
trementina (resina vegetale oleosa, fluida chiara e volatile, ottenuta per distillazione dall’olioresina ricavata per incisione sul tronco e utilizzata come componente dell’Acquaragia) dalle ottime proprietà antisettiche e balsamiche;
  • l’olio essenziale, estratto mediante distillazione dal legno, dalle proprietà purificanti, antisettiche e antibatteriche, indicato (secondo il Prof. Marco Valussi: docente della Scuola di Neuropatia , membro del comitato scientifico della rivista “l’Erborista”e della Società Italiana di Scienze e Tecniche Erboristiche e autore, nel 2005, di un testo di scienza degli oli essenziali – Il Grande Manuale dell’Aromaterapia) per:
  • applicazioni topiche (che si applica localmente) per pelli grasse, acneiche, brufoli, micosi, condizioni infiammatorie della pelle, seborrea e forfora;
  • applicazioni topiche rubefacenti (che richiamano il sangue negli strati più superficiali della pelle per alleggerire l’infiammazione degli strati sottostanti); inalazione, per piccole infiammazioni respiratorie o congestionali, bronchiti croniche e tosse;
  • la diffusione della fragranza ambientale, per facilitare il rilassamento, il sonno, lo stress e migliorare il benessere generale;
  • allontanare gli insetti e disinfestare le superfici;
  • stimolare il sistema immunitario: effetto fondamentale per difendere il corpo dalle cellule cancerose;
  • e, secondo gli esiti di ricerche ancora in fase di svolgimento, per le sue proprietà, che si ipotizza potrebbero contribuire a ridurre il rischio di sviluppo di cellule di leucemia mieloide;
gemmoderivati o macerato glicemico di giovani getti:
indicato, in particolare, nei casi di dermatosi caratterizzate da cute secca e prurito, quali eczema e psoriasi e come medicamento di drenaggio cutaneo. In quanto manifesta un’azione di disintossicazione profonda nei confronti delle tossine organiche, contribuendo a migliorare la vascolarizzazione (irrorazione sanguigna) e l’ossigenazione dei tessuti ed, in fase sperimentale, ridurre la colesterolemia;
corteccia, anch’essa, come il legno, possiede numerose proprietà quali:
  • antisettica, in quanto l’olio da essa ricavato è noto per l’effetto disinfettante sulle ferite e per prevenire infezioni;
  • antinfiammatoria, dovuto al contenuto di principi attivi in grado di contribuire a ridurre l’infiammazione , in caso di problemi cutanei come eczema e psoriasi;
  • espettorante, come ingrediente per la preparazione di decotti che aiutano a liberare le vie respiratorie da catarro e muco;
  • astringente, per le qualità del suo olio essenziale nei confronti di dermatiti e in cosmetica, per preparati tonificanti e purificanti , soprattutto per pelli grasse e impure.
Curiosità storico-mitologiche :
  • I primi esemplari di Cedro del Libano, giunti in Italia, sono stati piantati nell’Orto Botanico di Pisa nel 1787.
  • Il Cedro, per l’altezza del suo fusto, dei suoi rami e le sue notevoli dimensioni, è stato eletto simbolo della forza, dell’immortalità, dell’eternità, dell’incarnazione della grandezza d’animo, di elevazione spirituale e di bellezza.
  • La bibbia cita il Cedro (del Libano) come simbolo di forza e maestà, per la sua longevità (fino a 2000 anni), l’imponenza che può raggiungere e l’imputrescibilità del suo legname. E riporta che la sua resina, molto aromatica, era considerata caustica per i corpi vivi, ma capace di preservare i cadaveri, e perciò veniva usata per imbalsamare i defunti, e che l’essenza ottenuta dalla distillazione del legno era nota, in terapia, col nome di Libanolo.
  • Numerose sono le statue di idoli scolpite nel legno di Cedro. Gli arabi considerano l’albero l’”essere divino sotto forma di pianta” o il “candelabro del cielo”.
  • In India, data l’importanza religiosa al Cedro, è anche noto come “abete sacro indiano” , ed è spesso rappresentato in affreschi e mosaici greco-romani.
  • Gli egiziani usavano il legno di Cedro per costruire i sarcofagi dei Faraoni. Mentre i Fenici realizzarono ampie barche che permisero loro di diventare grandi commercianti ed esperti navigatori.
  • Anticamente il legno di Cedro era molto diffuso nel mediterraneo orientale (dalle coste del Libano e Israele, fino al canale di Sicilia, alla Grecia, alla Turchia, Cipro e Malta). Si narra che fosse stato utilizzato per il tempio di Gerusalemme e da Salomone ( Re del Regno unificato di Giuda e Israele dal 970 al 930 a.C.) per rivestire l’interno del Tempio. Le sacre scritture riportano: “Il Cedro all’interno del tempio era scolpito a rosoni e a boccioli di fiori, tutto era di Cedro e non si vedeva una pietra”, e che il palazzo di Salomone e il labirinto di Minosse (Re di Creta che visse verso il 1450 a.C.) fossero sorretti da colonne di legno di Cedro.
  • Le foreste libanesi, anticamente monumentali, nei secoli furono deforestate per l’utilizzo, da parte di molti popoli (egiziani, fenici, cananei, israeliti, babilonesi, assiri, persiani greci e romani), del prezioso legname, che costituiva l’unica riserva di legno per la costruzione di abitazioni, edifici religiosi, sculture, imbarcazioni e mobili. Tanto da ridurre notevolmente il numero degli alberi. Per cui, l’imperatore romano Adriano, per tutelarli, nel 118 d.C., emanò un Editto di tutela, che è da considerarsi il primo Decreto di protezione della storia.
  • Un’iscrizione relativa al Re babilonese Nabucodonosor (642-582 a.C.) narra di una spedizione in Libano per procurarsi cedri, e della costruzione del canale di Arakhtu dell’Eufrate per farne fluitare i tronchi.
  • Plinio: scrittore, naturalista e governatore romano (morto nel 79 d.C.), riferisce che gli antichi solevano ungere i testi più importanti, considerati utili per l’umanità, con l’olio di Cedro, al fine di conservarli per secoli; e che nell’arceria tradizionale il legno di cedro veniva usato per la costruzione delle frecce.
  • Una vecchia leggenda racconta che nelle belle foreste del Libano antico nacquero tre Cedri che trascorsero interi secoli riflettendo sulla vita, la morte, la natura e gli uomini. Assistettero all’arrivo di una spedizione da Israele inviata da Salomone e, più tardi, videro la terra ricoprirsi di sangue durante le battaglie con gli Assiri. Conobbero la regina di Israele Gezabele (morta nell’ 852 a.C.) e il primo grande profeta di Israele Elia (nato nel IX secolo a.C.): mortali nemici. Assistettero all’invenzione del primo alfabeto (avvenuta fra il 17° e il 15° secolo a.C.) e si incantarono a guardare le carovane che passavano, piene di stoffe colorate.
Un bel giorno si misero a conversare sul futuro. “Dopo tutto quello che ho visto, disse il primo albero, vorrei essere trasformato nel trono del re più potente della terra”; “A me piacerebbe far parte di qualcosa che trasformasse per sempre il Male in Bene”, spiegò il secondo; “Per parte mia , vorrei che tutte le volte che mi guardano pensassero a Dio”, fu la risposta del terzo.
Ma dopo un po’ di tempo i cedri furono abbattuti e caricati su una nave per essere trasportati lontano. Ciascuno di quegli alberi aveva un suo desiderio, ma la realtà non chiede mai che cosa fare dei sogni. Il primo albero servì per costruire un ricovero per animali e il legno avanzato fu usato per contenere il fieno. Il secondo albero diventò un tavolo molto semplice, che fu venduto a un commerciante di mobili. E poiché il legno del terzo albero non trovò acquirenti, fu tagliato e depositato nei magazzini di una grande città.
Infelici, gli alberi si lamentavano: “Il nostro legno era buono, ma nessuno ha trovato il modo di usarlo per costruire qualcosa di bello”.
Passò il tempo e, in una notte piena di stelle, una coppia di sposi che non riusciva a trovare un rifugio dovette passare la notte nella stalla costruita con il legno del primo albero. La moglie, in preda ai dolori del parto finì per dare alla luce lì stesso suo figlio, che adagiò tra il fieno, nella mangiatoia di legno. In quel momento, il primo albero capì che il suo sogno era stato esaudito: il bambino che era nato lì era il più grande di tutti i re mai apparsi sulla Terra.
Anni più tardi, in una casa modesta, vari uomini si sedettero attorno al tavolo costruito con il legno del secondo albero. Uno di loro, prima che tutti cominciassero a mangiare, disse alcune parole sul pane e sul vino che aveva davanti a sé. E il secondo albero comprese che, in quel momento, non sosteneva solo un calice e un pezzo di pane, ma l’alleanza tra l’uomo e la divinità.
Il giorno seguente prelevarono dal magazzino due pezzi del terzo Cedro e li unirono a forma di croce. Lasciarono la croce, e alcune ore dopo portarono un uomo barbaramente ferito e lo inchiodarono al suo legno. Preso dall’orrore, il Cedro pianse la barbara eredità che la vita gli aveva lasciato. Prima che fossero trascorsi tre giorni, tuttavia, il terzo albero capì il suo destino; l’uomo che era inchiodato al suo legno era ora la Luce che illuminava ogni cosa. L a croce che era stata costruita con il suo legno non era più un simbolo di tortura, ma si era trasformata in un simbolo di vittoria.
Come sempre avviene con i sogni , i tre cedri del Libano avevano visto compiersi il destino cui speravano, anche se in modo diverso da come avevano immaginato.
  • Nella simbologia biblica il Cedro del Libano viene menzionato numerose volte, con diversi significati, come nel:
Salmo Sal 92,12-15: “Il giusto, radicato nel Signore, che trasmette bellezza e benessere e anche nella vecchiaia s’innalza producendo frutti abbondanti”. Descrive come la crescita e la prosperità spirituale del giusto, paragonandolo alla robustezza e longevità di una Palma e al vigore di un Cedro, pur in presenza di difficoltà e nemici, continua a fiorire e crescere in fede, diventando un esempio di forza e bellezza per gli altri;
Versetto Sir 24,13 del libro del Siracide, riferito alla Scienza divina: “Sono cresciuta come un Cedro sul Libano, come un Cipresso sui monti dell’Ermon”;
Versetto Ct 5,15 (Canto dei Cantici) è una esclamazione di bellezza e di affetto verso il Re sposo da Sulamita: “ Il suo aspetto è quello del Libano, magnifico come i cedri”;
Versetto Os 14,6-7, fa riferimento al perdono di Dio: “E io sarò come rugiada per Israele, fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano”. Illustra un momento di profonda rigenerazione in cui il popolo di Israele, dopo aver sofferto per il peccato e la disobbedienza, è chiamato a un ritorno a Dio e a una nuova vita di fede e fiducia. Il profeta Osea promette che Dio darà al suo popolo “La bellezza che viene da Dio”, cioè la capacità di vivere in pace e di sentire il suo amore…
  • L a fantasia sull’ albero del Cedro ha inoltre suggestionato vari scrittori, fra i quali Grazia Deledda (prima donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1926), che in un racconto “Il cedro del Libano” si può leggere: “E’ una pianta che dura migliaia di anni, e precisamente al suo centesimo anno di età fiorisce per la prima volta. Io non conosco questo fiore: non ne ho mai visti: ma deve essere bello e grande come una bandiera azzurra. Dicono che sulle colline di Gerusalemme, ancora esiste un Cedro sotto il quale andava Gesù con i suoi discepoli, nelle notti lunari di estate”.
Località sede delle piante di Cedro più note, dal punto di vista storico-monumentale:
  • La Morra, in provincia di Bra, nel Piemonte, si trova il Cedro del Libano più antico d’Italia, la cui storia è inscidibilmente legata a quella di Colle Montefalletto, dove la pianta affonda le proprie radici. Questo colle, come suggerisce il nome, fu parte del patrimonio della Famiglia Falletti, dal 1340 fino al 1941, quando la Contessa Luigia, lo lasciò in eredità a suo nipote Paolo Cordero di Montezemolo. Fu così, che questo luogo (zona delle Langhe, tipica per la coltivazione del vitigno Nebbiolo, dal quale si produce il vino Barolo) molto strategico e carismatico dal punto di vista vitivinicolo, passò nelle mani di un’altra delle grandi famiglie nobili delle langhe che, da 19 generazioni , dà il nome ad una importante azienda, riferimento per gli amanti del vino in Langa. Il Cedro è considerato un simbolo delle Langhe e albero monumentale, per le sue dimensioni, che superano i 20 m di altezza, raggiungono i 450 cm della circonferenza del tronco sopra le prime branche, e per la sua storia che risale al 1856. Quando Costanzo Falletti di Rodello ed Eulalia Della Chiesa di Cervignasco, giovani sposi, vollero piantare questo albero, simbolo di durevolezza e solidità, a ricordo del loro matrimonio.
  • Cison di Valmarino a Montalenghe in Veneto, è sede del Cedro dell’Atlante situato, da oltre 300 anni, all’interno delle mura di Castelbrando. Detiene il record in Italia, per la circonferenza del tronco di quasi 3 m, il diametro di 13 m della chioma e i 33 m dal’altezza. E’ protetto come bene storico nazionale e viene addobbato a festa durante il periodo natalizio, per cui è noto anche come “Albero di Natale vivente più grande d’Italia “.
  • Parco di Cofaggiolo a Barberino del Mugello – Firenze –: luogo storico e naturalistico, essendo situato in un fortilizio trecentesco, trasformato in residenza di campagna della famiglia Medici, dove si possono ammirare molte bellezze naturali, fra le quali il Cedro Deodara che misura un’altezza di 26 m ed una circonferenza del tronco, a 1,30 m da terra, di circa 4 m.
  • Altri esemplari di dimensioni eccezionali, dei quali due con una ampiezza della chioma di 15 metri, si trovano nel Parco Massari di Ferrara. Mentre altri, altrettanto maestosi, si trovano: uno sull’isola della Maddalena, in Sardegna, e l’altro nel Parco del convitto Mario Pagano, in zona di Campobasso.
  • Sulla parete nord della cima più alta di Yakushima, un’isola nel sud del Giappone, si trova il Cedro più vecchio del mondo, denominato Jomon Sugi (in riferimento al periodo Jomon delle preistoria giapponese, che va da 8000 a.C. a 300 a. C.) che, secondo le analisi dendrocronologiche condotte da scienziati giapponesi sui rami dell’albero, si stima abbia almeno 2000 anni (mentre, secondo alcune ipotesi ne avrebbe addirittura 7000 di anni), un’altezza di 25,3 m ed ha una circonferenza della chioma di 16,4 m. E’ stato scoperto nel 1966 e, data la sua importanza, ha sensibilizzato le persone a proteggere le foreste dell’isola che, nel 1983 è stata dichiarata Patrimonio mondiale dell’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite, fondata nel 1945, per promuovere la pace attraverso l’Educazione, la Scienza e la Cultura). Così , per evitare che il calpestio dei numerosi visitatori che accorrono per ammirare prestigioso vetusto albero, possa nuocergli è stata costruita una piattaforma d’osservazione a 15 m di distanza.
( Segue riproduzione foto piante storiche menzionate)
Oroscopo dei Celti
(insieme di popoli che nel periodo di massimo splendore: dal V al III secolo a. C., erano stanziati in un’ampia area dell’Europa: basato sulle fasi lunari e sugli alberi, è composto da 21 segni arborei collegati a dei periodi dell’anno. In quanto, i Celti ritenevano che i nati in quell’arco temporale assumessero le caratteristiche e le qualità attribuiti al corrispondente albero.
Per il Cedro i periodi vanno dal 9 al 18 Febbraio e dal 14 al 23 Agosto e corrispondono ai segni Zodiacali: Leone e Acquario.
Ai nati sotto questo segno piace essere al centro dell’attenzione, dispongono di forte personalità e rincorrono obiettivi davvero grandi ed, a volte, addirittura estremi. Hanno un gran carattere ed un gran carisma, ma se vengono rifiutati tendono ad avere bruschi cali di autonomia che sono soliti non mostrare. Non conoscono la moderazione: o si è con loro o contro di loro. Sono nemici giurati della noia, intelligenti, a volte persino insolenti e prediligono attività che richiedono creatività e fantasia.
Pro:
Il punto di forza dei nati sotto il segno del Cedro è certamente la loro naturale tendenza ad essere estremi. Sono sempre al centro dell’attenzione anche senza volerlo. Hanno ottimi gusti e pretendono molto da loro stessi e dagli altri. Per questo motivo molti di essi sono portati per il teatro e la recitazione e piace loro passare del tempo sul palcoscenico, come attori o come cantanti e musicisti.
Contro:
I nati sotto il segno del Cedro tendono ad ignorare tutti coloro che non hanno a che fare con i loro interessi e odiano ricevere delle critiche, specie se sono loro il centro della discussione. A volte il loro ego, se lasciato a briglia sciolte, può essere semplicemente fuori luogo ed eccessivo.
Amore:
I Cedri sono dei veri e propri numero uno ! Amano essere considerato importante dal partner, che deve essere forte e indipendente ma, allo stesso tempo deve lasciarsi coccolare. Odiano la rivalità, particolarmente nel campo degli affetti.
Erbe associate:
Rosmarino, Primula, Ginepro, Alloro e Camomilla.
Salute:
possibile predisposizione a disturbi relativi a: muscoli, occhi, colonna vertebrale, cuore e circolazione.
 

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: l’ulivo 2Š parte

Conosciamo le nostre preziose "amiche" piante: l’ulivo 2Š parte Copertina (1.134-0-0)
Domenico Brancato

(articolo esportabile)

Curiosità:
Storico – mitologiche
  • La coltivazione dell’Ulivo risale a più di 6000 anni fa, esistono infatti numerosi riferimenti nella Bibbia, e in altri testi tradizionali-religiosi dei popoli del Mediterraneo, come Greci, Romani ed Egizi. Fra le numerose citazioni si ricorda la colomba che portò a Noè un ramoscello d’Ulivo dopo il Diluvio Universale, come simbolo di rinascita e di riconciliazione. Oppure le ultime ore della vita di Gesù, trascorse nell’Orto degli Ulivi.
  • L’albero, nell’antichità, era molto apprezzato ed utilizzato per le sue doti curative: con le sue foglie si preparava un decotto utile a contrastare la febbre e, in generale, tutte le malattie causate da virus e batteri. Questo rimedio ha la valenza, a tutti gli effetti, di un antibiotico naturale, anche se oggi si tende a scegliere altri tipi di soluzioni, trascurando di fruire dei benefici di questa preziosa pianta di casa nostra.
  • L’Olivo ispirò i simboli della prosperità e della pace ai romani che ne utilizzavano i rami in una cerimonia tipica di Capodanno quando, all’alba delle Calende (primo giorno del secondo mese del calendario romano antico) di Gennaio, due fanciulli prendevano ramoscelli d’Olivo e del sale, ed entravano nelle abitazioni dicendo: “Gaudio e letizia siano in questa casa” e auguravano abbondanza di figli, porcellini, agnelli e ogni altro bene.
  • Roma l’Olivo era dedicato a Minerva (divinità romana della lealtà in lotta, delle virtù eroiche, della guerra per giuste cause di difesa, della saggezza, delle strategie e protettrice degli artigiani) e Giove (dio supremo della religione e della mitologia romana, i cui simboli sono il fulmine ed il tuono). I romani, pur considerando l’olio di oliva come merce: da esigere dai vinti, da commerciare, e da consumare, derivarono dai Greci anche alcuni aspetti simbolici dell’Ulivo, come quelli di onorare i cittadini illustri, gli sposi il giorno delle nozze e i morti, inghirlandandoli con corone di fronde di Olivo, per significare di essere vincitori nelle lotte della vita umana.
  • Secondo una leggenda riferita da Plinio e da Cicerone (avvocato, politico, scrittore , oratore e filosofo romano – 106 a.C. – 43 a.C.), sarebbe stato Aristeo (personaggio della mitologia greca, figlio di Apollo e della principessa Cirene) lo scopritore dell’Olivo e l’inventore, all’epoca fenicia (1200 - 333 a, C.), del modo di estrarre l’olio.
  • La Genesi (creazione del mondo e dell’uomo narrata nel primo libro dei cinque -Pentateutico- dell’antico Testamento ispirati da Dio a Mosè) narra che quando le acque del Diluvio universale cominciarono a calare e l’arca si arenò sulla cima del monte Ararat, Noè fece uscire prima un corvo perché gli riferisse sul lento emergere delle terre e poi una colomba che tornarono senza trovare un lembo di terra dove posarsi. Dopo una settimana rispedì la colomba che al crepuscolo rientrò con un ramoscello di Ulivo nel becco. Noè comprese allora che le acque si erano ritirate definitivamente. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò libera la colomba che non tornò più nell’arca: sicchè il ramoscello d’Olivo divenne, per ebrei, cristiani e musulmani, simbolo di rigenerazione, pace e prosperità.
Nella tradizione cristiana la Domenica delle Palme, che commemora l’ingresso di Gesù Cristo in Gerusalemme , spesso la palma viene sostituita da rami d’Ulivo, con il significato della riconciliazione fra il Signore e gli uomini, di cui la Pasqua è l’evento storico. Per tale motivo i contadini, una tempo, piantavano un ramo benedetto nei campi seminati. Si diceva anche che tenesse lontani i fulmini e, in Piemonte, le streghe.
  • Al simbolismo di pace si ispirava un’usanza testimoniata da san Cirillo d’Alessandria, per la quale un esercito che la voleva , dopo una battaglia, la chiedeva tramite un araldo ( Messaggero o, nel Medioevo, Ufficiale incaricato di rendere pubbliche le decisioni delle autorità di competenza) che, per ottenerla, doveva presentare al nemico un recipiente pieno di olio d’oliva.
  • Nell’antica Grecia, l’abbondanza di olio di oliva da utilizzare per cibo e alimentare le lampade, implicava una risorsa di vitale importanza, che veniva a mancare nei periodi di guerra. Per cui divenne sinonimo di tempo di pace. Per tali motivi, gli uliveti erano considerati obiettivi cruciali da colpire durante le guerre, e la loro devastazione rappresentava, per la popolazione ferita, un duro colpo non solo economico ma anche psicologico. Tuttavia, dagli Ulivi distrutti dall’odio, spuntavano nuovi germogli: miracolose premesse di futuri frutti. Perciò, nei secoli, la pianta è divenuta simbolo di saggezza e rinnovamento, di forza e sacrificio, di verginità e fertilità e pertanto meritava di essere protetto e venerato.
  • L’importanza dell’olio d’oliva per i popoli del Mediterraneo si riflette nei loro scritti e addirittura nelle loro leggi. Il poeta greco Omero (poeta greco autore dell’Iliade e dell’Odissea – IX- VIII secolo a.C.) lo chiamò “oro liquido”. Il filosofo greco Democrito (460 a.C. – 370 a.C.) pensava che una dieta a base di miele e olio d’oliva potesse permettere a un uomo di vivere cento anni: età estremamente avanzata in un’epoca in cui la speranza di vita oscillava intorto ai quarant’anni. Nel VI secolo a.C. il legislatore ateniese Solone introdusse leggi per la protezione dell’Ulivo, per le quali da un oliveto si potevano rimuovere ogni anno solo due olivi e la violazione comportava sanzioni gravi, ivi compreso la pena di morte.
  • L’enciclopedista romano Plinio il Vecchio, nel I secolo a.C., nella “Naturalis historia”, scrisse che l’Italia aveva il miglior olio d’oliva del Mediterraneo.
  • Virgilio elogiò così l’Olivo: “ E tu però, se saggio sei, provvedi, che ne’ tuoi campi numeroso alligni questo varo alla pace arbor fecondo”.
  • All’ulivo apportatore di prosperità e pace si ispirava un’antica usanza, ormai desueta: le Croci di Maggio. I contadini percorrevano i campi in processione innalzando una croce per propiziare un buon raccolto; e ne piantavano un’altra in mezzo al grano, costruita con canne, alle quali veniva applicata la candelina della Candelora (2 Febbraio, festa della Purificazione della Madonna, in occasione della quale si benedicono le candele) e un ramoscello di Ulivo unito alla cosiddetta “palma di san Pietro”, che era un giglio benedetto in quello stesso giorno.
  • La cenere di un rametto d’Ulivo veniva e viene tuttora imposta sulla fronte dei fedeli nel rito del mercoledì delle Ceneri, pronunciando la formula tradizionale “Uomo ricorda che sei polvere e in polvere tornerai”. Nel Sacramento del Battesimo, il sacerdote ungeva e unge il battezzando con l’olio di oliva dei catecumeni (coloro che intraprendono un percorso di fede) per sottolineare la liberazione del peccato originale; e dopo la celebrazione lo unge con il crisma (olio consacrato dal Vescovo il Giovedì Santo misto a balsamo e aromi ), segno dell’aggregazione alla chiesa. Con lo stesso crisma il Vescovo unge il cresimando nella Confermazione dicendo: “Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”.
  • Papa Benedetto XVI è indicato dal frate profeta Malachia (1139 d.C.) col motto “De gloria Olivae” che, tradotto letteralmente, significa “La gloria dell’Olivo”. Il riferimento a Benedetto può essere spiegato dal fatto che gli appartenenti all’ordine benedettino sono anche chiamati gli Olivetani, sul cui stemma compare proprio il ramo d’Olivo e, cosa più importante, Papa Ratzinger è nato il 16 Aprile 1927, il sabato santo: il giorno più significativo del periodo pasquale, che è appunto caratterizzato dal simbolo dell’Olivo.
  • In un boschetto di Olivi piantati durante il pellegrinaggio di Papa Giovanni Paolo II in Terra Santa nel 2000, solo l’albero di Olivo (offerto da un fondo israeliano per la salvaguardia della terra), che al termine di una preghiera collettiva sul Monte delle Beatitudini che domina il Lago di Tiberiade, era stato benedetto dal Pontefice, secondo quanto riferito nel 2008 il giornale Yediot Ahronot, dà frutti.
 
  • Papa Francesco ha utilizzato un pastorale (bastone simbolico dall’estremità ricurva e spesso riccamente decorata, usato dal Vescovo e dal Papa in occasione della celebrazione di sacre funzioni più solenni) in legno di Olivo realizzato dai detenuti del carcere di Sanremo.
  • Fra le numerose leggende riferite alla pianta dell’ulivo, una in particolare, citata da Apollodoro (storico greco di Atene 180 a.C. – 120-110 a.C. ca.) in Biblioteca e da Virgilio (poeta romano 70 a.C. – 19 a. C.) nelle Georgiche: assume particolare importanza, secondo la quale fu Atena (figlia di Zeus e dea greca della sapienza, delle arti e della guerra) che piantò per prima l’Olivastro in Grecia. Un giorno la dea si scontrò con Poseidone (dio del mare, dei terremoti e dei maremoti nella mitologia greca) per il possesso dell’Attica. Per risolvere la contesa gli dei dell’Olimpo si rivolsero a Cecrope, primo re di quelle terre, che promise la palma della vittoria a chi avesse creato qualcosa di straordinario. Allora Poseidone colpì con il tridente la terra in mezzo all’Acropoli facendone scaturire una sorgente di acqua salata. Ma fu Atena ad assicurarsi la vittoria, dato che conficcò nel terreno la lancia che trasformò in un Olivo (come ricordava un’iscrizione sul frontale dell’Acropoli), simbolo di pace e fonte di cibo e di combustibile. Il dono di Atena fu considerato il più grande e la nuova città, in suo onore fu chiamata Atene. Da quel giorno l’Olivo fu considerato un dono divino e cresce ancora sull’Acropoli di Atene. Di conseguenza non soltanto era proibito bruciare il legno di ulivi ma veniva punito severamente chi li danneggiava. Persino gli spartani, quando saccheggiarono Atene, risparmiarono gli Ulivi temendo la vendetta degli dei.
  • Il tronco con il quale Polifemo (Ciclope pastore della mitologia greca, creatura gigantesca e mostruosa dotata di un solo occhio) venne accecato da Ulisse ( personaggio della mitologia greca ed eroe narrato da Omero nell’Iliade ed Odissea) e dai suoi compagni, si narra appartenesse ad un Ulivo.
  • Lo stesso Ulisse, Re di Itaca, costruì, per sé e per la moglie Penelope il letto nuziale, scavandolo nel tronco di una possente pianta d’Olivo, simbolo di un’unione salda e duratura.
  • In onore di Atena si celebravano ad Atene i Giochi panatenaici (insieme di competizioni sportive che si tenevano ogni quattro anni nell’antica Grecia), in cui si premiavano i vincitori dei concorsi musicali e delle gare atletiche con anfore colme di oli pregiati che provenivano dagli Ulivi sacri dell’Attica.
  • L’olivo e i suoi generosi raccolti, secondo la leggenda, sarebbero stati fatti conoscere all’umanità dalla dea dell’antico Egitto, Iside.
  • La mitologia romana attribuisce ad Ercole (figura della mitologia romana) l’introduzione dell’olio dal Nord Africa.
  • Per altra leggenda, l’origine dell’Olivo risalirebbe alla comparsa del primo uomo e sarebbe cresciuto sulla tomba di Adamo.
  • Secondo la tradizione romana, Romolo e Remo (gemelli nati dall’unione dalla vestale Rea Silvia (discendente dell’eroe troiano Enea) con il dio della guerra Marte), sarebbero nati sotto un albero d’Olivo.
  • Anche nella tradizione ebraica all’Olivo viene riservato un posto di riguardo. Infatti, secondo la leggenda citata anche nella Genesi, Adamo, prima di morire inviò suo figlio Seth a chiedere ai cherubini (angeli dediti alla protezione dell’Eden e del trono di Dio) tre semi dell’ “albero della Conoscenza e del Male” . Seth, tornò con quanto chiestogli, e quando il padre morì piantò sulla sua tomba i tre semi, dai quali nacquero un Cipresso, un Cedro e, appunto, un Ulivo.
  • Comunque, per gli antichi, l’Olivo era simbolo di: gloria e di benedizione divina; fonte di legno da opera; frutti per alimento prezioso per le sue proprietà salutistiche, olio per fare luce e per curare i malati, ed oggi di pace e prosperità.
Nell’arte: l’ulivo trova ricorrenti riferimenti, come nelle due famose tele di Monet (pittore francese, uno dei fondatori dell’impressionismo – 1480-1926 d.C. -) e di Van Gogh (pittore olandese, fra i più importanti del Realismo -1853-1890 d.C.-).
Nell’ Oroscopo Celtico degli Alberi: creato dagli antichi sacerdoti celti - Druidi attorno al 600 a.C..
Oroscopo che divideva l’anno assegnando ad ogni decade del mese il simbolo di un albero, al quale (alcune culture di origine celta) sembra conferissero delle interpretazioni caratteriali simili a quelle degli esseri umani, attribuendo in ogni periodo un flusso particolare sulla natura e sulle persone. E anche se è difficile capire quanto ci sia di vero sull’argomento, si ritiene positiva la divulgazione di una logica che persegue l’idea di rafforzare il nostro legame con la natura. Legame particolarmente avvertito nei popoli antichi. Così i nati il 23 Settembre vengono associati all’albero dell’Ulivo che nello Oroscopo Celtico, corrispondente al segno Zodiacale della Vergine, rappresenta l’emblema del fuoco che brucia e purifica, mentre dà vita ed energia col suo calore.
Pro: chi è nato sotto il segno dell’ulivo è simbolo di pace, forza, purificazione e di innata prodigalità. Le nebbie dei dubbi svaniscono rapidamente, ed ogni fantasma scompare dinanzi alla immobile luminosità di questo segno. E’ sempre alla ricerca di tepore e di sole. E’ saggio e pacifico e vuole vivere come gli pare ma, in cambio, lascia vivere gli altri come vogliono, senza mai interferire pesantemente nelle loro scelte. E’ la discrezione in persona, al punto che lo si potrebbe ritenere indifferente. L’Olivo sorride qualunque cosa accada, sia perché si sa controllare, sia perché ritiene inutile agitarsi. E’ molto tollerante, ed ha un innato senso della giustizia. Gli piace leggere e istruirsi e può anche raggiungere la gloria nelle arti e nella professione. Benefico come l’albero che lo rappresenta, l’Olivo dona pace e felicità a chi gli sta intorno. La solitudine non gli fa paura, anzi invecchiando, la ricercherà con piacere. E’ quasi proverbiale il suo savoir-faire, ovvero le buone maniere con le quali tratta con le persone.
Contro: L’unico neo dei nati sotto il segno dell’Ulivo è, a volte, l’incapacità di avere un’opinione personale, il che li rende indecisi nell’affrontare la vita.
Amore:
Sotto questo aspetto i nativi sono un po’ ritardatari ed hanno bisogno di tempo per aprirsi. Considerata la loro natura seria, necessitano di qualcuno di cui fidarsi, che sia in grado di bilanciare l’equilibrio della relazione e che sappia far riscoprire loro, giorno dopo giorno, quel lato sensibile del carattere che tendono a nascondere.
Erbe associate al segno: Felce, Aneto, Maggiorana, Valeriana
Salute: possibile predisposizione a disturbi relativi a: cuore, udito, metabolismo, stomaco e intestino.
Siti delle piante di importanza storico-monumentale ( vedi allegato):
  • Sant’Emiliano, si trova in località Bovara, a circa 200 metri dal recinto dell’abbazia benedettina di Bovara, frazione del comune di Trevi ed è uno dei simboli della fascia olivata Assisi-Spoleto. Pianta maestosa ultra millenaria: 1830 +/- 260 anni ( secondo i rilevamenti effettuati con l’impiego del radiocarbonio condotti dall’Università di Perugia, Napoli e l’Istituto dell’Olivicoltura di Spoleto) con una circonferenza alla base di m 9,10, un’altezza di 5 m ed un’ampiezza della chioma di 8,20 m. Presenta un tronco profondamente fessurato, dovuto al processo di torsione che gli esemplari molto vecchi subiscono.
Questa pianta viene citata in un antico codice risalente al nono secolo, che narra il martirio di Sant’Emiliano, primo vescovo di Trevi nell’anno 303 o 304 d.C. Qui si legge che “lo legarono ad una giovane pianta d’olivo” dove venne infine decapitato. Da sempre quell’ulivo è stato identificato con quello che si può ammirare nel comune di Trevi, in località Bovara. Trattasi di un esemplare non comune, in quanto, pur trovandosi a bassa quota, non ha mai evidenziato i ricorrenti distruttivi danni che gli ulivi subiscono dalle galaverne ( consistentI in un deposito di ghiaccio in forma di aghi o superficie continua ghiacciata che si verifica in presenza di nebbia, quando la temperatura dell’aria è nettamente inferiore a 0° C).
Guido Bonci del CNR ISAFM (Consiglio Nazionale delle Ricerche – Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo) della sezione di Perugia, colloca l’ulivo di Sant’Emiliano in una posizione botanica fra l’Olivastro ed il Moraiolo, per cui si parla di una possibile varietà ancestrale.
  • Luras, in provincia di Olbia- Tempio, presso il lago artificiale di Liscia, in località Santu Baltolu di Carana nella Gallura, Sardegna. Trattasi del magnifico esemplare di ulivo selvatico più grande del mondo, con dimensioni della circonferenza del tronco, del diametro della chioma e dell’altezza, rispettivamente, di: m 11,5, 21 e 14 m chioma. E’ chiamato: “S’ozzastru”, “uddhastru, “addhastru” e “babbu mannu” , cioè il grande padre. Al quale l’Università di Sassari ha attribuito un’età a dir poco leggendaria, compresa tra 2500 ei 4000 anni. Secondo antiche leggende, era considerato un rifugio per spiriti maligni.
  • Borgagne, nel Salento in provincia di Lecce, secondo alcune fonti potrebbe trattarsi dell’esemplare più antico d’Italia, vantando un’età stimata fra i 3000 e 4000 anni, è sito in una zona ricca di piante plurisecolari, dove spicca per la bellissima conformazione caratterizzata da una circonferenza del tronco di 7,2 metri per 15 di altezza.
  • Palombara Sabina, in provincia di Roma, nei pressi del Convento quattrocentesco di S. Francesco e del cimitero di Palombara. L’età stimata è di circa 3000 anni e la circonferenza del suo troco, molto contorto, prima che subisse delle asportazioni misurava 12,50 metri nel punto più largo e 8,50 metri in quello più stretto. Appartiene all’antica varietà Salus alba, oggi Salviana: una della cultivar endemiche della Sabina, come la Carboncella e la Procanina, ottenute con secolari successive ibridazioni dell’antico progenitore.
  • Magliano in Toscana, ospita l’Ulivo della Strega: pianta monumentale situata in iun uliveto adiacente alla chiesa romanica della SS. Annunziata, in origine piccolo oratorio della prima metà del 1300. L’albero è considerato uno dei più vecchi d’Italia e forse d’Europa, in quanto gli esperti, adottando il metodo del carbonio attivo, hanno riscontrato un’età intorno 3000-3500 anni. Cronologia che collocherebbe questo esemplare in un periodo storico anteriore a quello degli ulivi dell’orto di Getsemini. Esemplare che è composto da due strutture, uno appartenente al vecchio albero con una circonferenza alla base di 8,50 m ed un altezza di circa 10 m, databile intorno al 1000 a. C., ormai morto, dalla cui base si è sviluppato un nuovo pollone, diventato albero a frutto, che si stima avere almeno due secoli di vita.
Nel 2007 Il TCI (Touring Club Italiano) lo ha annoverato fra gli alberi monumentali della Toscana, in virtù della legge n.60 del 1996 che definisce alberi monumentali di alto pregio artistico e storico tutti gli alberi isolati, o facenti parte di formazioni boschive, che possono essere considerati rari esempi di maestosità e longevità, o quelli che hanno un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale o di tradizioni locali.
 
Durante il corso del 1900 la mole dell’Ulivo era tale che un lunedì di Pasqua, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ospitò fra i suoi rami tutto il corpo della banda filarmonica del paese, composto da 40 orchestrali , con relativi ottoni e il maestro.
Questi stavato sui rami, nascosti fra le fronde e suonavano i loro strumenti davanti agli abitanti del paese, in una suggestione tale che la musica sembrava fosse suonata dall’Ulivo stesso. Dopo la guerra tornarono le feste degli abitanti di Magliano intorno all’Ulivo e da novembre, fino a quando l’albero fu colpito da un fulmine, si raccoglievano le olive.
Il nome Ulivo della Strega è dovuto ad alcune figure o raffigurazioni che si potevano intuire, più che vedere, particolarmente in certe ore del giorno, come verso il tramonto, quando le ombre cominciavano a creare suggestioni sul tronco e sui rami rugosi, contorti, scolpiti dal vento e dagli agenti atmosferici. Infatti, fino a gli anni ’40 del 1900 si potevano distinguere in alto, su un ramo centrale, la faccia di un uomo o di una vecchia, e sul tronco la figura di un grosso gatto in atto di arrampicarsi, ed accanto alla testa dello stesso il profilo di una donna con i capelli lunghi. Tali immagini oggi non si vedono più, ma esistono delle foto che le ritraggono e ne confermano la presenza.
Secondo antiche leggende tramandate dalla tradizione orale popolare , intorno all’albero si consumavano riti pagani e, dopo l’invocazione dei sacerdoti, l’Ulivo si contorceva in modo incredibile, assumendo forme inquietanti , tanto che la cosa era considerata una specie di stregoneria, motivo per cui era chiamato l’Olivo della Strega.
Si racconta anche che una strega, per proteggere l’Ulivo, una volta lanciò delle olive dure come sassi contro un ragazzo che aveva scagliato una pietra contro un pettirosso nascosto fra i rami della pianta.
La tradizione ricorda che agli albori del Cristianesimo (anni ’40 del I° secolo) , intorno alla pianta, venivano celebrate feste campestri in onore della divinità agresti ancora venerate dai pagani.
Durante il periodo etrusco (dal IX al I secolo a. C.) si racconta che intorno all’albero e sotto le sue fronde gli Auguri ed Aruspici (Sacerdoti dell’antica Roma che traducevano la volontà divina), esaminando il volo degli uccelli (se la loro direzione era rivolta verso levante, il segnale era positivo, verso ponente negativo) e analizzando le viscere degli animali (il cuore ed il fegato, in particolare) officiavano i loro riti per interrogare e svelare il futuro.
A testimonianza della sacralità dei luoghi, è da ricordare poi che proprio nella zona di Magliano, a s. Maria in Borraccia, nel 1883, è stato ritrovato il “disco di Heba”su cui sono incise circa 70 parole in lingua etrusca che si riferiscono a formule dedicatorie e rituali per sacrifici alle divinità celesti ed infere: Tin (Giove), Maris (Marte), Canthas e Calu (dio della morte, il cui animale corrispondeva al lupo), specificando le offerte da fare, il tempo ed il luogo.
  • Bshaaleh nel Libano - dove, da recente, notizie riportate sul New York Times, su Ulivi che avrebbero oltre mille anni di età, secondo J. Juluo Camarero dendrocronologo (studioso delle piante che producono legno, al fine di ricostruire la loro storia e determinare l’età esatta, attraverso l’estrazione di carotaggi lineari per rilevare tutti o la maggior parte degli anelli di crescita e quindi l’età. O tramite l’analisi al carbonio 14 radiattivo su l’estrazione di campioni del tronco e delle radici, quando il tronco, come per gli esemplari secolari italiani, presenta della cavità) si trova il più antico Ulivo del mondo. Mentre, secondo la tradizione locale, gli undici Ulivi (denominati Le Sorelle) che comprendono il più vetusto esemplare, sarebbero risalenti a circa 5000-6000 anni. Ipotesi avallata dagli storici che, secondo gli esiti dell’applicazione della tecnica avanzata del Carbonio 14 utilizzata per far luce assoluta rarità, affermano che questi alberi hanno origini bibliche. Rarità confermata anche dal fatto che crescono alla, di norma, inospitale altezza di 1300 m e producono olive dalle quali si estrae un pregiato olio extravergine con polifenoli estremamente alti e livelli di acidità tra 0,18 e 0,24 di acido oleico. Tanto da essere considerati dalla gente del posto un miracolo vivente.
Eccezionalità per le quali tali ulivi rimangono uno dei grandi misteri irrisolti ed inesplorati, anche se alcuni studiosi biblici ritengono che siano gli alberi dai quali la colomba ha prelevato il ramoscello da riportare a Noè, quando il diluvio si è placato.
Teoria, quest’ultima, plausibile se si considera che durante quella grande alluvione, quando tutto il Medio Oriente era sott’acqua, Bshaalch, arroccata a 1300 m di altitudine, ospitava piante di Ullivo ad una altezza mai verificatosi dall’antichità fino ai giorni d’oggi.
Per concludere, non rimane che augurare buona lettura a coloro che riterranno utile dedicare del tempo alla corposa descrizione delle caratteristiche di uno dei doni più preziosi e provvidenziali che la Natura ci ha voluto riservare.
 
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