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Tunnel Carpale: Recupero Funzionalità

Tunnel Carpale: Recupero Funzionalità Copertina (198)
Alessandra Benassi

Insorge in età medio-avanzata (45/60 anni) e colpisce più donne che uomini (il rapporto è di 3 a 1) che svolgono professioni legate al costante utilizzo delle mani: la sindrome del Tunnel Carpale affligge il 5% della popolazione italiana causando dolore ma soprattutto una seria limitazione nell’utilizzo della mano. Solo il 20% di chi ne soffre però approda alla chirurgia, consigliata nelle fasi avanzate della patologia.
 
 
Le cause
Probabilmente congenito è il risultato di una combinazione di fattori che determinano un aumento della pressione sul nervo mediano e sui tendini del tunnel carpale. Esistono però anche specifici fattori scatenanti come traumi, ferite al polso che causano gonfiore (fratture o distorsioni), iperattività dell’ipofisi, ipotiroidismo, artrite reumatoide, ma anche problemi di natura meccanica al legamento del polso. Parallelamente ne determinano l’insorgenza lo stress lavorativo, l’uso massiccio e continuativo della mano e la ritenzione idrica durante la gravidanza o la menopausa. Anche lo sviluppo di una ciste o di un tumore all’interno del canale possono essere tra le ragioni che lo causano.
 
 
La sintomatologia
Le avvisaglie sono graduali ma facilmente identificabili: frequenti bruciori, dolori, formicolio o sensazione di intorpidimento associato a prurito al palmo della mano e alle dita (pollice, indice e medio) vittime anche di una sensazione di gonfiore, solo apparente. I sentori dell’insorgenza della patologia compaiono in una o entrambe le mani soprattutto durante la notte e, al risveglio, comportano la necessità di rilassare la mano o il polso. Il peggioramento della sintomatologia va di pari passo con la diminuzione della forza nell’esercitare la presa e nello stringere le mani a pugno con conseguente difficoltà ad afferrare piccoli oggetti o svolgere altre attività che implicano l’uso delle mani. Alcune persone riferiscono anche l’impossibilità di distinguere al tatto tra caldo e freddo. Ulteriori indizi sono inoltre il dolore sordo all’avambraccio e al braccio, l’alterazione del colore della pelle, più secca, lo specifico indebolimento dei muscoli che governano il movimento del pollice.
 
 
La diagnosi
Basilari sono l’iniziale esame obiettivo accurato (analisi del polso e della mano e parallela descrizione dei sintomi da parte del paziente) e la valutazione meticolosa della storia clinica e delle abitudini del paziente (lavoro e suoi hobby) alla ricerca delle circostanze che possono favorirne lo sviluppo. I medici possono poi avvalersi di test specifici nel tentativo di confermare l’esistenza della patologia come il “test di Tinel” e il “test di Phalen”.

Se si ritiene che ci siano gli estremi per ipotizzare la presenza di una problematica più pericolosa (esempio: diabete) il paziente viene sottoposto a ulteriori controlli come lo studio della conduzione nervosa per rilevare quanto veloce sia la trasmissione dei segnali nervosi, l’elettromiografia per misurare l’attività elettrica naturale dei muscoli, l’esame radiologico (da farsi solo in caso di sospetta frattura al polso o di un disturbo articolare degenerativo) e l’esame del sangue da eseguirsi per fugare il rischio dell’esistenza di una forma mai diagnosticata di diabete, ipotiroidismo, gotta o artrite reumatoide.
 
 
La Terapia
Insieme allo staff dell’ambulatorio di Fisioterapia Fisiologic Mira di Santa Maria delle Mole esaminiamo i percorsi terapeutici che è possibile intraprendere. Sulla base della gravità e della durata dei sintomi si procede con terapia:
  • conservativa (disturbi al nervo mediano moderati, sopportabili e presenti da pochi mesi)
  • chirurgica (sintomatologia intensa, condizionante la vita quotidiana e in atto da almeno 6 mesi)
Se la terapia conservativa, oltre a suggerire risposo e l’uso di ghiaccio, consiste nell’applicazione di un tutore per il polso, nella somministrazione di farmaci corticosteroidi (potenti antiinfiammatori) e nel ricorso a sedute di laserterapia e magnetoterapia per ridurre il dolore, come anche di infiltrazioni, ionoforesi e ultrasuoni, la chirurgica si basa invece su un’operazione ambulatoriale in anestesia locale con cui si interviene sul nervo mediano praticando un’incisione di diversi centimetri sul polso, in corrispondenza del tunnel carpale.
 
A seguire fondamentale è procedere a riabilitazione per recuperare la piena funzionalità del polso. Anche in questo caso il ricorso a cicli di laserterapia e magnetoterapia si conferma utile.
 
 
La Laser HILT Terapia
Grazie al suoi effetti analgesico, anti-infiammatorio e antiedemigeno permette di ridurre il dolore e recuperare la piena funzionalità di dita e polso quando la sindrome si manifesta. Parallelamente consente di migliorare la sensibilità ed incrementare la forza della mano rendendo più semplice tornare ad afferrare oggetti anche di dimensioni ridotte.

Terapia a Onde d’urto: come funziona e quali benefìci

Terapia a Onde d’urto: come funziona e quali benefìci Copertina (289)
Alessandra Benassi

La terapia a onde d’urto è un metodo di trattamento in cui un manipolo emette delle “onde d’urto” radiali o focali sulla zona del corpo da trattare.
Insieme allo staff dell’ambulatorio di Fisioterapia Fisiologic Mira di Santa Maria delle Mole, ci occuperemo di esaminare il suo metodo di funzionamento e scoprire i suoi benefìci.
 
Come funziona la terapia a onde d’urto?
 
Dopo che lo specialista e il fisioterapista hanno individuato la zona affetta dal disturbo e aver accertato che la terapia a onde d’urto è il metodo di trattamento indicato, viene applicato del gel sulla zona interessata dal dolore. Quindi si effettua il trattamento con il dispositivo medico. Nel manipolo si trova un proiettile, azionato da un generatore elettromagnetico, che viene accelerato ad alta velocità. Questo proiettile trasmette l’energia cinetica all’applicatore del manipolo. In questo modo vengono generate le onde d’urto, che successivamente si diffondono espandendosi radialmente nella cute e vengono assorbite dal corpo. La frequenza e la pressione delle onde sono regolabili.
Le onde d’urto alleviano il dolore attivando una sostanza P e attraverso l’iperstimolazione dei sensori del dolore. Il corpo stesso stimola la riparazione tessutale, dando vita ai sintomi seguenti:
  • Miglioramento della circolazione sanguigna e della neovascolarizzazione
  • Incremento dei fattori di crescita
  • Incremento delle cellule staminali mesenchimali
  • Stimolazione del metabolismo
Inoltre, la terapia a onde d’urto viene eseguita per la frantumazione di calcificazioni e fibrosi, e la tecnica utilizzata proviene dalla frantumazione dei calcoli renali. Il trattamento è breve, sebbene occasionalmente possa generare un aumento della sintomatologia dolorosa nei pazienti. Il vantaggio è che un trattamento dura circa 8-10 minuti.
 
Per quali disturbi viene applicata con successo la terapia a onde d’urto?
 
La terapia a onde d’urto è una tecnica applicabile per una serie di disturbi. Suddividiamo i disturbi in 5 sintomatologie:
  1. Tendini
    • I disturbi tendinei più frequenti che possono essere trattati sono dolore al tendine di Achille, al tendine rotuleo, al sopraspinato e l’epicondilite laterale.
  2. Ossa
    • I disturbi ossei più frequenti sono la sindrome da stress tibiale mediale e la sindrome dolorosa a carico del grande trocantere.
  3. Disturbi neurologici
    • Il trattamento muscolare con la terapia a onde d’urto radiale di spasticità, sia negli adulti dopo emiplegia che nei bambini con paralisi celebrale è comunemente considerato un successo.
  4. Muscoli
    • Trattamento di trigger point, dolori muscolari e ipertonia muscolare.
  5. Tessuto connettivo
    • Applicazioni note per la terapia a onde d’urto sono la fasciopatia plantare, il dito a scatto e il tessuto cicatriziale.
Benefìci della terapia a onde d’urto per il paziente
 
La terapia a onde d’urto offre numerosi benefìci per il paziente. Si tratta spesso di pazienti che da anni soffrono di disturbi cronici, la cui alternativa è rappresentata da analgesici o da interventi chirurgici. La terapia a onde d’urto offre un’alternativa realistica alla chirurgia. Meno invasiva, maggiormente rivolta alle proprietà auto-guaritrici del corpo e meno stressante.
 
Di seguito, forniamo un elenco esaustivo di tutti i vantaggi della terapia a onde d’urto:
  • alternativa realistica alla chirurgia o ai farmaci
  • trattamento rivolto alla causa, non ai sintomi
  • tasso di successo dell’80%
  • breve durata del trattamento per seduta (8-10 minuti)
  • ridotti effetti collaterali, solo rischio di qualche lieve arrossamento o gonfiore
  • alleviamento del dolore e recupero spesso dopo pochi giorni
  • forma di terapia affidabile e scientificamente dimostrata per numerosi disturbi
Per valutare se la terapia a Onde d’urto è adatta al tuo caso rivolgiti sempre ad un medico specialista.

Perché balbetto?

Perché balbetto? Copertina    (commenti:2) (512)
Annalisa Muto

 
 
Il linguaggio è un’abilità innata specie-specifica, quindi propria della specie umana. ‘’Cosa c'è di più semplice del parlare?’’ si potrebbe pensare. Eppure non è sempre così! Il linguaggio è infatti una delle attività umane più complesse e articolate. Esso è il frutto dell'attivazione e dell’interazione di processi cognitivi, motori, sensoriali ed emotivi; se anche solo uno di questi meccanismi venisse in qualche modo compromesso allora si potrebbe manifestare un disturbo del linguaggio.
 
Quando si decide di avviare un qualsiasi tipo di discorso è fondamentale:
  • pianificare preventivamente ciò che si vuol dire;
  • porre attenzione al contenuto di ciò che si sta dicendo;
  • non lasciarsi distrarre da stimoli esterni (ambiente, interlocutore, pensieri, etc);
  • attivare il sistema muscolare e respiratorio, affinché vi sia una corretta coordinazione tra respiro e voce ed un’adeguata co-articolazione dei fonemi;
  • utilizzare in modo adeguato la comunicazione non verbale (gesti, espressioni) e tutti i tratti sopra-linguistici (volume, tono, ritmo etc.).
Insomma… parlare è veramente un’attività complessa.
 
Cos’è la balbuzie?
La balbuzie, o disturbo della fluenza verbale, è un disturbo del linguaggio caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze, in cui il linguaggio diventa meno fluente a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti involontari di un suono. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce ‘’la balbuzie come un disordine del ritmo della parola, nel quale la persona sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo’’.
Le ripercussioni di tale disturbo sulla comunicazione, sulle relazioni sociali e sulla sfera emotiva di un individuo sono fortissime con spesso conseguenti disturbi d’ansia, fobia sociale, insicurezza e scarsa autostima.
 
Qual è la causa della balbuzie?
Recentemente, è stata proposta dal dott. Mario D’Ambrosio, psicologo e psicoterapeuta esperto nell’ambito dei disturbi della fluenza, una teoria rivoluzionaria, che spiega la balbuzie in termini cognitivi; se un tempo si pensava che la balbuzie fosse solo conseguenza di un trauma psicologico o di un cattivo accordo tra respiro e voce, il nuovo modello teorico identifica nell’azione inefficace del sistema esecutivo (funzioni esecutive) la causa delle disfluenze.
Secondo questa teoria esiste, nel nostro cervello, un “processore”, localizzato nel lobo frontale (e suoi circuiti), che svolge il compito di organizzare, controllare e correggere la verbalizzazione; se questo sistema è debole, o semplicemente immaturo, sarà incapace di gestire la regolarità del flusso verbale.
Se è vero che alla base della balbuzie c’è una debolezza nell’interazione tra sistema esecutivo ed i centri deputati al linguaggio è altrettanto vero che a monte il fattore genetico potrebbe pesare non poco sull’eziologia del disturbo. Tuttavia, ad oggi non è stato ancora identificato l’eventuale ‘’gene della balbuzie’’. Quello che è certo è che si riscontra, in modo statisticamente significativo, familiarità per questo disturbo.
Un altro fattore predisponente sembra essere il sesso. Studi dimostrano che il disturbo colpisce quattro volte di più i maschi rispetto alle femmine; ma mentre tra gli adulti il rapporto maschi/femmine risulta essere di 4M:1F, in prossimità dell’esordio non si evidenziano differenze, suggerendo che il fenomeno del recupero spontaneo è più frequente nelle bambine che nei bambini.
La balbuzie esordisce tipicamente nell’infanzia e può accompagnare l’individuo per tutto il resto della vita. Studi recenti collocano l’esordio approssimativamente attorno ai 33 mesi. Il 68% dei casi esordisce entro i 3 anni, ma il 95% dei bambini con balbuzie manifesta il disturbo entro i 48 mesi. In questa fascia di età i bambini si trovano nel pieno esordio del linguaggio e iniziano a sperimentarlo, a sviluppare discorsi e a tradurre pensieri in parole; può essere, pertanto, normale che ‘’la parola non riesca ad andare alla stessa velocità dei pensieri!’’. Non è un caso, quindi, che tale esordio avvenga in concomitanza con un periodo altamente critico per il bambino in termini di sviluppo e maturazione delle abilità linguistiche, cognitive e motorie.
In questa fase è difficile distinguere quali saranno i bambini che struttureranno una vera e propria balbuzie cronica e chi invece presenta una forma fisiologica transitaria (il 10% dei bambini). Infatti, molti bambini nel periodo dello sviluppo psico-motorio, possono presentare discorsi inframmezzati da esitazioni, ripetizioni o prolungamenti di sillabe e di suoni; non sempre però si tratta di balbuzie croniche. Ciò che distingue le disfluenze del balbuziente dalle disfluenze fisiologiche del bambino non-balbuziente è un insieme di caratteristiche legato alla frequenza, alla collocazione, ai fattori predisponenti e alla durata.
Le disfluenze transitorie solitamente hanno una durata di 3-6 mesi. Le remissioni spontanee potrebbero essere spiegate con lo sviluppo del sistema attentivo ed esecutivo e del linguaggio stesso. Se la presenza di disfluenze persiste oltre i 6 mesi si parla di balbuzie cronica.
 
E’ possibile individuare precocemente una balbuzie cronica?
È di estrema importanza rilevare gli indici o fattori prognostici primari e secondari che ci possano aiutare a individuare precocemente i soggetti che svilupperanno una balbuzie cronica.
Tra i fattori prognostici primari si ricordano:
  • storia familiare di balbuzie
  • genere: maschio o femmina;
  • età d’insorgenza;
  • evoluzione temporale;
  • tempo trascorso dall’insorgenza del disturbo;
  • quantità di unità ripetute e intervalli silenti;
  • prolungamenti e blocchi.
I fattori secondari pongono attenzione su:
  • gravità della balbuzie;
  • abilità fonologiche;
  • abilità di linguaggio espressivo.
 
Non si tratta di un disturbo di matrice psicologica?
Non si può negare che la maggior parte dei pazienti con balbuzie soffra di disturbi d’ansia. Secondo il DSM-5 nel disturbo della fluenza con esordio nell'infanzia può svilupparsi ansia anticipatoria verso la balbuzie. L'ansia è uno dei fattori psicologici più ampiamente osservati e studiati della balbuzie e, in particolare, alcuni studiosi hanno dimostrato un tasso allarmante di disturbo d'ansia sociale tra i balbuzienti. Alcuni ricercatori hanno avviato una serie di studi per approfondire i rapporti esistenti tra balbuzie e Fobia Sociale. Tale associazione ancora non è chiara ed i dati sulla prevalenza di questo disturbo in soggetti balbuzienti sono ancora limitati; è però evidente, nella pratica clinica, come spesso le due condizioni possano coesistere.
In altre parole, si pensa che il disturbo psicologico sia una conseguenza e non una causa della balbuzie.
 
La balbuzie è uguale per tutti?
La gravità della balbuzie varia da persona a persona e, anche nello stesso soggetto, da condizione a condizione (contesto, emotività, interlocutore etc.). Va, inoltre, sottolineato un altro elemento importantissimo: la balbuzie è fortemente legata alla percezione soggettiva che il soggetto ha di sé e del proprio modo di parlare. Molto spesso il balbuziente ha una percezione distorta del proprio eloquio, che viene percepito in modo nettamente peggiore di quanto effettivamente esso sia agli ‘’occhi’’ degli altri; tale condizione provoca un circolo vizioso in cui il proprio giudizio e l’idea del giudizio altrui influisce sul proprio stato emotivo, incrementando il livello di ansia ed incidendo negativamente sulla propria performance.

Si ‘’guarisce’’ dalla balbuzie?
La balbuzie è un disturbo cronico permanente che si manifesta in modo irregolare durante tutta la vita; ciò che si può fare è imparare a gestirlo! Molto spesso il primo passo, nella presa in carico del paziente balbuziente, è lavorare sull’accettazione e sulla conoscenza del suo eloquio al fine di avere maggiori strumenti per gestirlo.
Gli step di un percorso logopedico mirato alla balbuzie possono essere così sintetizzati:
  1. Individuare le situazioni, gli interlocutori ed i propri stati d’animo che incrementano la disfluenza;
  2. Potenziare e stimolare il circuito cognitivo responsabile delle disfluenze (training cognitivo sul sistema esecutivo ed attentivo);
  3. Fornire al paziente una strategia utile e personalizzata che lo aiuti a gestire e controllare il ritmo del proprio eloquio.
Incrementare la percentuale di momenti in cui il paziente fa esperienza positiva e riesca a gestire la fluidità della propria verbalizzazione sarà fondamentale per incrementare il senso di adeguatezza dello stesso, incrementare sicurezza nelle proprie potenzialità e vivere più serenamente le interazioni sociali.
E’ fondamentale pertanto introdurre parallelamente il percorso logopedico ad un percorso psicologico.
 

Bibliografia

Scacco alla balbuzie in sette mosse. Manuale di autoterapia e homework di Mario D'Ambrosio
Balbuzie e cluttering. Le nuove prospettive di Mario D'Ambrosio
http://www.logopedistarobertaperosa.it
https://www.mediterraneosociale.it/fobia-sociale-e-disturbi-del-movimento-balbuzie-tremore-essenziale-e-morbo-di-parkinson
 

La qualità in sanità

La qualità in sanità Copertina (298)
Alessandra Benassi

In questo Articolo scritto per il Master Universitario di secondo livello, “Management Sanitario 4.0” della Business School del Sole 24, afforntiamo il tema della qualità nel quadro di riferimento del sistema sanitario nazionale.
 
  1. Il sistema delle 3 A a supporto della qualità
    1. Tra autorizzazione e accreditamento
 
Con il D. L 502 del 1992 viene introdotto il concetto di qualità in sanità, che inizia ad essere definita, come un sistema di “servizi alla persona” in cui si diffonde la cultura dell’assicurazione della qualità, intesa come processo di miglioramento continuo nell’organizzazione dei processi interni alle aziende e delle performance erogate. Osserviamo come è proprio anche l’idea di servizio che ha cambiato il modo di pensare la prevenzione e la tutela della salute, l’organizzazione degli ospedali e la professionalità di medici infermieri, perché essere operatori di servizi non è più la stessa cosa che essere operatori della mutua[1].
Il concetto di qualità in sanità si configura come intrinsecamente correlato a quello di sicurezza. L’ordinamento giuridico riconosce all’attività sanitaria una potenziale ed eventuale pericolosità, per l’incolumità fisica delle persone e per tale ragione necessita di autorizzazione per il suo esercizio. Con l’istituzione di un regime di tipo autorizzatorio si prevede un meccanismo di garanzia preventiva circa la sicurezza delle cure mediche. L’Autorizzazione si configura come, il provvedimento amministrativo attraverso cui si rimuove un divieto, un limite all’esercizio di determinate attività o funzioni soggette ad una tutela particolare per motivi di interesse pubblico. Attraverso l’autorizzazione si esercita la rimozione di un ostacolo all’esercitazione di un diritto che un soggetto già detiene. Se pensiamo all’attività sanitaria svolta da parte di soggetti privati, il diritto in questione diventa il diritto alla libera iniziativa economica privata. Il motivo alla base dell’ostacolo del libero esercizio di questa prerogativa non può che essere individuato appunto nel riconoscimento di una natura pericolosa delle attività sanitarie. In caso di verifica positiva la struttura ottiene la conseguente autorizzazione regionale. Inizialmente, con riferimento alla legge 833, dal punto di vista dei privati, questa autorizzazione rappresenta l’idoneità a poter erogare assistenza sanitaria in un contesto di tipo istituzionale. Cioè i soggetti erogatori privati dovevano inquadrarsi soltanto in funzione sussidiaria rispetto al sistema pubblicistico. Con il decreto legislativo 229/1999 prende forma il sistema vigente, in quanto ha previsto che: l’esercizio dell’attività di assistenza specialistica ospedaliera e sociosanitaria da parte di soggetti privati, per conto e a carico del sistema sanitario nazionale, sia subordinato al rilascio dell’autorizzazione dell’accreditamento, nonché alla stipulazione di appositi accordi contrattuali. L’instaurazione del nesso organizzativo di servizio pubblico con i soggetti erogatori e la quantificazione delle prestazioni erogabili da ciascuno di essi sono il frutto di valutazioni programmatiche ed organizzative discrezionali della Regione, titolare del servizio.
 
In questo contesto l’autorizzazione che abbiamo visto essere un atto di garanzia della qualità minima, perché le cure siano sicure a tutela del paziente, viene strutturata in due livelli, prevedendo due tipi di autorizzazione:
 
  • autorizzazione alla realizzazione di strutture sanitarie: deve essere ottenuta prima di dar corso ai lavori di costruzione di nuove strutture o per quelle già esistenti per il loro adattamento, ampliamento e trasformazione.
  • Autorizzazione all’esercizio di attività sanitarie: deve essere posseduta prima di dare avvio all’attività. Tutte le strutture sanitarie, comprese alcune categorie di studi professionali sono soggette a regime di autorizzazione all’esercizio dell’attività.
 
L’autorizzazione regionale all’esercizio dell’attività sanitaria è richiesta sia per chi vuole operare in regime privatistico che in regime di servizio pubblico. L’autorizzazione si configura come lo standard minimo di sicurezza, tanto che gli art. 8 c.4 e 8ter del d.lgs. n.502 del 1992 stabiliscono requisiti minimi di sicurezza e qualità per poter effettuare prestazioni sanitarie. L’autorizzazione è inoltre un prerequisito per l’ulteriore regime di qualificazione di accreditamento e cioè l’idoneità della struttura ad operare per conto del servizio sanitario nazionale, con verifica periodica. Sono condizioni per essere accreditati:
 
  • la rispondenza a requisiti ulteriori di qualificazione rispetto a quelli necessari per ottenere l’autorizzazione
  • la funzionalità rispetto agli indirizzi della programmazione regionale
  • la verifica positiva dell’attività svolta e dei risultati raggiunti
 
1.2 Manuali per l’accreditamento
Per quanto concerne l’accreditamento un importante riferimento va fatto ai “Manuali per l’accreditamento” AGENAS[2], proposti nel 2015 come riferimento per le Regioni. Nel 2015 AGENAS ha appunto elaborato una proposta di quattro manuali operativi con l’obiettivo di supportare le Regioni e le Province Autonome nel processo di adeguamento ai nuovi requisiti nazionali di accreditamento. Tutti i sistemi di accreditamento regionali devono infatti uniformarsi ai contenuti del “Disciplinare per la revisione della normativa sull’accreditamento” (Intesa 20 dicembre 2012) che individua 8 criteri, 28 Requisiti essenziali e 123 evidenze, nei tempi previsti dall’Intesa del 19 febbraio 2015. Nei Manuali si indica come obiettivo prioritario: quello di costruire un sistema che fornisca un livello di prestazioni qualitativamente elevato e che sia in grado di orientare lo svolgimento delle attività al soddisfacimento dei bisogni dei cittadini. A tal proposito il manuale si propone di definire un modello per l’accreditamento istituzionale delle strutture fondato sui seguenti elementi:
 
  1. centralità del cittadino/ paziente:
    • comprendere i bisogni e le aspettative dei cittadini/pazienti;
    • garantire che i cittadini/pazienti siano considerati una priorità per il servizio;
    • guardare all’erogazione dei servizi in base alla prospettiva dei pazienti;
  2. leadership, ovvero:
    • garantire strategie, sistemi e metodi per raggiungere l’eccellenza;
    • ispirare e motivare i professionisti a lavorare, sviluppare, migliorare e ad essere innovativi e creativi;
  3. Cultura del miglioramento:
    • concezione del miglioramento come componente essenziale del lavoro quotidiano;
    • raggiungere e mantenere livelli di qualità che soddisfano i bisogni dei cittadini/pazienti;
    • monitoraraggio dei risultati
  4. evidenza dei risultati delle prestazioni:
    • dati e informazioni danno evidenza dei processi implementati e dei risultati;
    • la valutazione degli outcome consente il miglioramento della qualità e delle performance di un’organizzazione;
  5. Propensione alle buone pratiche:
    • confronto con gli altri per aumentare l’efficacia e l’efficienza dei processi;
    • migliorare gli outcome per i cittadini/ pazienti.
  6. La finalità dell’accreditamento è quella di:
    • migliorare la qualità dei percorsi dei pazienti;
    • migliorare lo sviluppo della qualità clinica, organizzativa e della qualità percepita da parte dei pazienti;
    • rendere visibile la qualità del sistema sanitario regionale.
 
1.3 Dall’accreditamento agli accordi contrattuali
Se l’accreditamento attribuisce la qualifica istituzionale come gestore del servizio pubblico, non consente all’accreditato di erogare prestazioni a carico del sistema sanitario nazionale se non previa pattuizione di appositi accordi contrattuali. Solo attraverso l’accordo contrattuale l’operatore contratta con la regione/ASL le tipologie delle prestazioni che può erogare a carico delle risorse pubbliche per il sistema sanitario nazionale, le tariffe per le prestazioni rese ed il volume massimo di queste ultime. Non tutte le strutture interessate che siano in grado di soddisfare i requisiti tecnici di accreditamento hanno diritto ad ottenerlo: tra queste saranno selezionate solo quelle la cui attività risulti funzionale alle scelte della programmazione regionale dell’offerta di servizi sanitari.
Una volta completata la fase di accreditamento si passa alla stipula dell’accordo contrattuale tra le strutture pubbliche ed equiparate (IRCCS – AOU). I contratti vengono stipulati con le strutture private e professionisti accreditati. Essi sono preceduti da intese con le organizzazioni rappresentative a livello regionale delle strutture private e dei professionisti accreditati.
Il sistema delle 3 a (autorizzazioni, accreditamento, accordo contrattuale), introdotto con, il decreto legge 502 del 1992, modificato dal 229 del 1999, è un modello volto all’accertamento, verifica, monitoraggio e mantenimento di elevati standard qualitativi del servizio sanitario erogato dagli erogatori, al fine di assicurare la sicurezza dei servizi alla popolazione.
 
 
2. Qualità in sanità
 
2.1 Il modello di Deaming
L’AGENAS afferma che il modello di accreditamento proposto alle regioni si basa sul ciclo di Deming (ciclo di PDCA – plan–do–check–act), un sistema circolare in grado di promuovere una cultura della qualità tesa al miglioramento continuo dei processi e all’utilizzo ottimale delle risorse. Questo strumento parte dall’assunto che per perseguire la qualità è necessaria la costante interazione tra pianificazione, progettazione, implementazione, misurazione, monitoraggio, analisi e miglioramento. Applicare costantemente le quattro fasi del ciclo di Deming consente di migliorare continuamente la qualità e soddisfare le esigenze del cittadino/paziente.
 
La sequenza logica del ciclo di Deming si compone di 4 fasi:
 
  • P – Plan. Pianificazione: l’organizzazione deve aver predisposto la documentazione necessaria a descrivere le modalità di raggiungimento dell’obiettivo per la qualità definito dal requisito per l’accreditamento;
  • D – Do. Implementazione: l’organizzazione deve garantire l’implementazione di quanto definito in fase di progettazione e pianificazione;
  • C – Check. Controllo, studio e raccolta dei risultati: l’organizzazione deve monitorare in maniera continua la qualità delle strutture, dei processi e degli esiti derivanti dall’erogazione del servizio;
  • A – Act. Azione per rendere definitivo e/o migliorare struttura/processo/esito: l’organizzazione deve analizzare e valutare i risultati del monitoraggio, effettuare un’analisi delle priorità e definire e mettere in campo iniziative per migliorare la qualità delle strutture, dei processi e degli esiti.
 
Il ciclo PDCA sviluppato da W. E. Deming rappresenta uno dei principali strumenti della gestione della qualità. Definire il concetto di qualità in sanità richiede la considerazione di molteplici aspetti e fattori di natura diversa. Il modello del Total Quality Managment, strettamente correlato al modello di Deming ci aiuta ad inquadrare la qualità in sanità. Nel Total Quality Management, l’approccio alla qualità diventa manageriale e strategico. La qualità viene considerata un’arma competitiva, e ci si affida sempre di più alla motivazione ed al coinvolgimento di tutte le persone e di tutte le funzioni aziendali. Si riconosce che la qualità dei prodotti e dei servizi è il risultato degli sforzi congiunti di tutte le funzioni aziendali. Tutta l’impresa deve essere coinvolta nel raggiungimento dell’obiettivo ultimo. Ciò comporta anche il coinvolgimento e la mobilitazione dei dipendenti e la riduzione degli sprechi in un’ottica di ottimizzazione degli sforzi. L’obiettivo ‘qualità’ non risiede più nel prodotto/servizio ma nei processi aziendali; l’azienda produce qualità. Il fine ultimo dell’approccio TQM è il miglioramento della competitività, ottenuta migliorando la soddisfazione dei clienti attraverso la miglior qualità del prodotto o del servizio attraverso elevati standard di qualità dei processi aziendali.
Come abbiamo visto nelle teorie di Deming la produzione deve essere vista come un sistema che comprende tutti coloro che interagiscono nell’erogazione del servizio: operatori e utenti. In questo sistema il cliente-utente è la parte più importante del processo di erogazione del servizio, in quanto senza di lui non ha ragione di essere. Le organizzazioni devono instaurare rapporti di collaborazione sia con i clienti sia con i fornitori per il miglioramento continuo del servizio offerto e per la riduzione degli errori e degli insuccessi. La forza del PDCA risiede nella completezza del metodo scientifico, descritto come “ipotesi” – “esperimento” – “valutazione” o pianificare, fare, e controllare. Secondo lo statista Deming qualsiasi processo può essere visto dunque come il ciclo, sopra descritto, in cui le fasi susseguendosi costantemente consentono di avviare un processo continuo di miglioramento della qualità.
La qualità dell’assistenza si configura come il risultato finale di un complesso intreccio di fattori, quali la capacità di gestione, la razionalità dell’uso delle risorse disponibili, la capacità di governo dell’innovazione, di indirizzare i comportamenti professionali degli operatori e, non ultima, la gestione del rischio; è il risultato di specifiche scelte di politica sanitaria che intervengono sugli assetti organizzativi e sui meccanismi di trasferimento delle conoscenze scientifiche, nella pratica e sulla capacità del sistema di documentare i risultati ottenuti.
 
  • Il servizio sanitario verso l’umanizzazione delle cure mediche
Sulla base di tale riflessione possiamo affermare che Il sistema sanitario può dunque concorre al progresso della nostra salute ma al contempo l’inaccessibilità alle prestazioni mediche e alle cure, e l’inefficienza e inefficacia dei servizi erogati possono contribuire al suo regresso. Il valore dei servizi sanitari viene misurato in base alla salute e benessere che riescono ad apportare alla vita del paziente. Vittorio Mapelli[3], autore del libro “il sistema sanitario italiano” ha individuato i parametri principali secondo cui valutare il sistema sanitario:
• L’efficienza tecnica (definita come rapporto prestazioni-risorse o output-input), che riguarda l’impiego economico delle risorse nel processo produttivo, misura quante prestazioni sono state realizzate con un’unità di fattore produttivo.
• L’efficacia (salute-prestazioni o outcome/output), che misura invece il contributo dei servizi sanitari al miglioramento dello stato di salute. Si occupa di analizzare quanto migliora la salute in seguito al consumo di una prestazione sanitaria.
• Il rendimento (definito come rapporto salute/risorse o outcome/input), che si ottiene moltiplicando i due indici precedenti (output/input x outcome/output= outcome/input).
 
Il modello del 1985 GAP 5, Servqualm di Parasuraman, elaborato per la valutazione della customer satisfaction, è applicabile al settore dell’healthcare rilevando quella che prende il nome di patient satisfaction. In questo modello le organizzazioni sanitarie devono occuparsi di 5 dimensioni che interessano la soddisfazione del paziente, quali[4]:
 
  • la capacità di erogare il servizio in modo affidabile e preciso
  • la professionalità e la cortesia degli operatori e la loro capacità di sviluppare la fiducia nei pazienti
  • le variabili tangibili quali le attrezzature e la tecnologia, gli operatori e le risorse di comunicazione
  • l’empatia,
  • la reattività e l’entusiasmo.
 
Secondo tale modello la qualità del servizio è dunque caratterizzata dallo scostamento che si crea tra la propria aspettativa e ciò che viene effettivamente svolto. Tali aspettative tendono a formarsi in modo indipendente e fuori dal controllo del management, che riesce a intervenire solo in parte attraverso le attività di comunicazione, mentre circa la percezione è possibile intervenire direttamente lavorando su tre dimensioni della qualità: tecnica che viene definita come il prodotto delle interazioni tra i clienti e i fornitori di servizi; funzionale che si interessa delle strategie utilizzate per fornire la qualità tecnica; d’immagine che è caratterizzata dalla qualità tecnica e da quella funzionale, includendo fattori come le abitudini, il passaparola, i prezzi e le associazioni pubbliche[5]. Al fine di rilevare con precisione la soddisfazione degli utenti dei servizi alla persona è fondamentale indagare la soddisfazione degli stakeholder del settore, ovvero tutti gli operatori di settore che con il proprio lavoro incidono sulla patient satisfaction.
L’evoluzione storica del sistema sanitario nazionale ha portato attraverso le leggi di riforma alla sua aziendalizzazione. Al contempo Il paziente non si configura come un mero cliente e il personale sanitario si trova ad erogare servizi a persone che riversano in uno stato di particolare fragilità. Pertanto assicurare qualità richiede la capacità di conciliare un giusto equilibrio tra necessità economiche, burocratiche, gestionali e centralità della persona[6]. Emerge come assicurare qualità in sanità prevede un costante riferimento all’art.32 della costituzione, al fine di perseguire in modo condiviso il fine ultimo della Repubblica che: “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. L’Organizzazione mondiale della sanità parla della salute come di “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”. In questo quadro di riferimento occuparsi della qualità richiede a tutti i soggetti del SSN di porre l’attenzione sui processi di umanizzazione delle cure mediche.
 
 
Alessandra Benassi

  1. Olla G., Pavan A., “Il management nell’azienda sanitaria”, Giuffrè, 1996
  2. Manuali per l’accreditamento AGENAS: https://www.agenas.gov.it/primo-piano/manuali-per-accreditamento-istituzionale
[3] Mapelli V., Il sistema sanitario italiano, Il Mulino, Bologna, 2012
[4] Jain P., Aggarwal V., Service quality models: a review, BVIMSR’s journal of management research, 2015.
[5] Gronroos C., Voima P., Critical service logic: Making sense of value creation and co-creation, Journal of academy of marketing science, 2013.
[6] Tartaglia Filiberto, Estetica sanitaria: oltre il marketing sanitario, Libreria universitaria, Padova, 2009
 

Lavorare da casa in sicurezza: una postazione ergonomica a costo zero

Lavorare da casa in sicurezza: una postazione ergonomica a costo zero Copertina (460)
Alessandra Benassi

E’ innegabile, lo Smart Working in questo momento storico sta rappresentando una risorsa strategica per il mercato del lavoro. Le nostre case si trasformano in comodi e confortevoli uffici ma quanto, le nuove postazioni, rappresentano una soluzione salutare per il nostro apparato muscolo scheletrico?
A questo proposito dobbiamo valutare due aspetti:
 
 
  • La maggior parte delle nostre abitazioni non è mai stata attrezzata correttamente per svolgere periodi di lavoro prolungati
  • Il nostro sistema muscolo scheletrico è come argilla, le posizioni mantenute per un lungo periodo di tempo rimodellano la sua struttura.
 
Quello che dobbiamo assolutamente prevenire è il modellarci in una “cattiva postura”. Per affrontare al meglio questo periodo di transizione, in questo articolo insieme allo staff dello studio di Fisioterapia Fisiologic Mira di Santa Maria delle Mole, vedremo insieme alcune idee e soluzioni per realizzare al meglio una postazione di lavoro ergonomica così da sfruttare a pieno i vantaggi dello smart working.
 
 
5 consigli per creare la tua postazione di lavoro ergonomica a costo zero:
 
 
1.Varia la tua posizione durante l’attività lavorativa, adotta la regola dei 20 minuti
Alterna la posizione seduta (20 minuti), con una posizione in piedi (20 minuti). Per facilitare il tuo operato puoi trovare superfici di lavoro e sedute alternative. Puoi ad esempio decidere di svolgere le telefonate in piedi e la scrittura delle email in una posizione seduta. Lavorare in modo eretto ti permetterà di:
 
  • allungare i flessori dell’anca, che invece si stringono mentre sei seduto
  • scaricare la pressione dai muscoli del gluteo e dai muscoli posteriori della coscia. Esercitare troppa pressione su un muscolo per un certo periodo di tempo indebolirà inevitabilmente quel gruppo muscolare.
 
2.Presta attenzione alla disposizione degli oggetti
Tutti noi abbiamo abitudini di movimento e tendiamo a sviluppare conseguenti lati dominanti / forti del corpo. Ad esempio è possibile che tenderai ad avere più cose su un lato della scrivania rispetto all’altro. Una distribuzione sbilanciata ti porta a piegarti più volte su un lato specifico del corpo, con conseguenti implicazioni sulla schiena. Disponi quindi gli oggetti in modo bilanciato sul piano di lavoro.
 
 
3.Fai un check delle sedute
Pensa a una sedia come a un paio di scarpe, dopo un po’ di tempo si consumano. Se noti che stai iniziando a inclinarti da un lato, verifica il tuo piano di appoggio per evitare lesioni.
 
 
4.Implementa la regola dei 90 gradi
Ogni volta che sei alla scrivania, siediti nella posizione 90-90-90. Ciò significa che i gomiti devono essere piegati con un angolo di 90 gradi; i fianchi con un angolo di 90 gradi e le ginocchia con un angolo di 90 gradi; con i piedi appoggiati sul pavimento sotto la sedia. Le orecchie devono essere allineate sopra le spalle e la spalla deve essere allineata sopra l’anca, per una posizione spinale ideale.
 
 
5.Crea una postazione di lavoro fai-da-te
Hai una cassettiera di riserva? Posizionala sulla tua scrivania, questo ti permetterà di lavorare in piedi, evitando di curvare la schiena. Scaffali e librerie con un’adeguata altezza possono funzionare bene come alternativa al tavolo.
 
 
Se lavori da casa e una cattiva ergonomia della postazione di lavoro ti sta causando dolore, metti in atto questi accorgimenti. Nel caso di dolori in fase acuta cotatta uno specialista per valutare la soluzione ideale per preservare il tuo benessere psico fisico.

Back to school: come preservare la salute dei bambini e dei ragazzi

Back to school: come preservare la salute dei bambini e dei ragazzi Copertina (403)
Alessandra Benassi

 
L’inizio del nuovo anno scolastico è un momento cruciale e delicato nella crescita. Bambini e ragazzi si apprestano a lasciarsi alle spalle le calde giornate estive, fatte di divertimento e piena libertà, per riprendere la routine scolastica ed extra didattica. E’ innegabile, i ritmi cambiano radicalmente, vengono scanditi dal suono della sveglia e dalla campanella richiedendo alle famiglie di riprogrammare le proprie abitudini. In questo articolo ci occupiamo di svelarti alcune linee guida e regole d’oro per affrontare in sicurezza l’anno scolastico.
 
La Food and Drug Administration (FDA), l’ente governativo USA per gli alimenti e i medicinali, dà alle mamme e ai papà in vista dell’imminente rientro a scuola alcuni semplici suggerimenti, come: presentare frutta e verdura di stagione in maniera stuzzicante, dedicare attenzione alla lettura delle etichette, controllare che le porzioni non siano troppo abbondanti e, soprattutto, rispettare una “rigorosa” pianificazione dei pasti. E’ fondamentale inoltre calibrare le porzioni in base all’età, al peso e allo stile di vita del bambino (sedentario o più movimentato), ricorda che le porzioni non possono essere uguali a quelle degli adulti. Abituati a leggere le etichette dei cibi, per controllare il livello di grassi e zuccheri e capire quali sostanze sono contenute nei prodotti acquistati quotidianamente.
 
Sei regole d’oro
Per promuovere una corretta ed equilibrata alimentazione ti basterà attuare le sei regole d’oro:
  1. La regolare assunzione di 5 pasti giornalieri, suddivisi tra 3 principali e due spuntini.
  2. Evitare i fuori pasto, quindi snack sia dolci che salati che possono compromettere il riconoscimento di fame e sazietà reali e aumentare l’introito calorico giornaliero.
  3. Evitare il consumo di alimenti ad alta densità energetica come succhi di frutta, bevande energetiche e zuccherine, fast food, merendine ecc. perché poveri di nutrienti sani.
  4. Bere molta acqua (minimo 8 bicchieri al giorno), magari provandola ad aromatizzare con frutta, limone, menta ecc.
  5. Limitare le porzioni: un bambino non può avere le stesse esigenze energetiche di un adulto per cui è fondamentale ridurre le quantità dei pasti e puntare più sulla qualità dei cibi scelti.
  6. Incentivare il bambino al consumo giornaliero e quindi regolare di frutta, verdura e cereali ricchi in fibre (come i cereali in chicco e integrali).
Inizia la giornata alla grande
 
Tra i pasti principali di fondamentale importanza è quello della colazione. Iniziare la giornata con una sana colazione permette ai bambini di affrontare con la giusta carica l’intensa mattinata di studio che si prospetta. Il corpo ha bisogno di ricaricarsi di nutrienti dopo il digiuno notturno e saltare questo pasto non porta altro che ad un aumentato senso di fame durante la giornata. Di conseguenza il bambino tenderà a mangiare di più a merenda (o agli altri pasti) e affronterà la mattinata a scuola con scarsa capacità di attenzione e concentrazione.
Si consiglia quindi di non saltarla mai piuttosto, di ricalibrare le abitudini sui nuovi ritmi scolasti per poterne effettuare una versione quanto più bilanciata possibile, ricca di tutti i nutrienti (carboidrati, proteine e grassi).
 
 
Ecco alcuni pratici esempi per una perfetta colazione:
 
  • Tazza di latte intero con cacao in polvere e biscottini integrali
  • Tazza di latte parzialmente scremato con fette biscottate o pane integrale tostato e marmellata con soli zuccheri della frutta
  • Tazza di latte o yogurt intero con cereali soffiati o integrali
  • Tè caldo, fette biscottate, ricotta e cannella con un frutto
  • Yogurt intero con fetta di ciambellone o crostata fatta in casa
  • Yogurt magro con frutta secca (es. mandorle, nocciole, noci) e miele
  • Toast integrale con prosciutto crudo Dop e spremuta di agrumi non zuccherata
  • Uovo strapazzato con fetta di pane tostato con pomodorini e frutto
 
Cosa preparare per merenda?
 
Altro momento molto importante durante la giornata scolastica dei bambini è la ricreazione. Al suono della campanella è possibile alzarsi dai banchi per consumare la merenda e giocare con i compagni. Anche questo è un momento fondamentale perché la pausa di metà mattina rappresenta lo spezza fame prima del pranzo. In questo caso è sempre bene diversificare le scelte ma soprattutto non esagerare con le quantità.
Ecco alcuni esempi di merenda pratici da portare a scuola in sostituzione degli snacks commerciali meno salutari:
  • Panino ai cereali con fesa di tacchino e frutto
  • Crackers integrali con parmigiano monoporzione
  • Pane e cioccolato fondente
  • Chips di Mela
  • Macedonia di frutta
  • Frutta secca e purea di frutta monoporzione
  • Succo di frutta 100% naturale senza zuccheri e cioccolato fondente
  • Yogurt cremoso da bere
  • Crostatina o muffin fatti in casa.
 
Coinvolgi attivamente i piccoli e i ragazzi, in questo modo impareranno a nutrirsi correttamente sin dall’infanzia, sviluppando un sano rapporto con il cibo.
 
 
Sport che passione
 
Integrare un’attività sportiva nella vita del bambino gioca un ruolo di fondamentale importanza. Lo sport rappresenta un’esperienza essenziale nella fase di crescita, in quanto favorisce un equilibrato e armonico sviluppo del corpo, dello scheletro, dei muscoli e delle articolazioni. A livello cellulare e di funzionamento interno, l’attività motoria contribuisce ad attivare e regolarizzare il metabolismo, la circolazione e la pressione sanguigna. Praticando costantemente e regolarmente attività fisica il bambino riesce a mantenere un peso corporeo adeguato e a prevenire quindi l’insorgenza di tutte quelle patologie metaboliche obesità-correlate come il diabete, l’ipertensione, le dislipidemie, le patologie ossee e articolari ecc.
Inoltre discipline sportive di squadra rappresentano ottime occasioni di divertimento e socializzazione, delle vere e proprie scuole di vita, che insegnano il rispetto delle regole, degli altri e l’amore per se stessi.
Ricorda sempre di dare il buon esempio. I bambini devono essere educati al movimento fin da piccoli, solo così potranno acquisirlo come stile di vita quotidiano. Dimostrati attivo, energico, combatti la pigrizia.
 
Tutti a nanna
 
Abbiamo visto insieme quanto la programmazione sia fondamentale, senza si rischia, spinti dalla fretta, di ripiegare su cibi pronti e poco salutari. Inoltre si ricorda che il sonno e l’alimentazione sono gli elementi che scandiscono il ritmo delle giornate e permettono di affrontare gli impegni quotidiani. La loro regolarità durante l’estate viene fortemente trascurata, ma durante l’anno scolastico va monitorata e rispettata. Quanto dovrebbe dormire un bambino durante la notte?
  • in media un bambino di età compresa dai 3-5 anni dovrebbe dormire non meno di 10-13 ore;
  • dai 6 ai 10 anni non meno di 9-11 ore;
  • non meno di 8-9 ore per i bambini della fascia di età compresa tra gli 11 e i 13 anni.
Un bambino che riposa regolarmente è in grado di affrontare più serenamente l’impegno scolastico, il gioco e ritornare a casa più sereno. Attenzione alle attività serali, per conciliare il sonno si consiglia di evitare la TV e strumenti elettronici luminosi che tendono a eccitare i bambini/ ragazzi.
 
Attenzione allo zaino
 
Inoltre per affrontare al meglio il rientro a scuola presta attenzione al peso dello zaino, spesso il suo carico comporta ritorsioni e complicazioni sull’apparato muscolo scheletrico di bambini e ragazzi. Lo staff dello studio di Fisioterapia Fisiologic di Santa Maria delle Mole ci aiuta a capire come scegliere il giusto zaino scolastico.
 
Come scegliere e organizzare lo zaino scolastico:
 
  • Acquistare zainetti con spallacci ampi ed imbottiti con eventuale cintura da poter allacciare anteriormente (ergonomici). E’ importante che vengano utilizzati entrambi gli spallacci. Uno zaino trasportato con una sola cinghia, sbilancia il corpo da un lato rischiando di accentuare danni alla colonna.
  • La sacca non deve essere troppo bassa e distante dal corpo: deve invece essere salda e ben aderente alla schiena. Lo zaino perfetto ha lo schienale imbottito e rigido, le cinghie regolabili, larghe e morbide, e non deve essere troppo grande rispetto alla figura corporea della persona che lo indosserà.
  • Il peso ideale dello zainetto dovrebbe aggirarsi sul 10%-15% del peso corporeo di chi lo indosserà in spalla.
  • Distribuire i libri nello zaino in modo che quelli più pesanti e grossi stiano vicino alla schiena.
  • Acquistare materiale scolastico non ingombrante/pesante
  • Assicurarsi che i figli non riempiano lo zaino con oggetti non utili per le attività di quella giornata.
  • Ricordare ai figli di togliere lo zainetto durante il tragitto casa – scuola – casa ogni volta che possono ( es es. sui mezzi, alla fermata del bus ecc.)
  • Infine vogliamo porre l’attenzione sull’alternativa dello zaino da traino o con carrello, sono sicuramente buone soluzioni per non affaticare la schiena ma bisogna considerare sempre che il trolley non è sinonimo di macigno su ruote.
Per avere approfondimenti sulle linee contatta specialisti coma la Nutrizionista Elena Balzani

Posture Routine: 15 minuti di esercizi per connettere il corpo con la mente

Posture Routine: 15 minuti di esercizi per connettere il corpo con la mente Copertina (426)
Alessandra Benassi

Negli ultimi tempi i Beauty Influencer, sul web, parlano frequentemente di “Beauty Routine”. Si tratta di una serie di misure quotidiane da adottare per preservare la bellezza della tua pelle e in particolare del viso. Possiamo descriverla come una serie di step, o una dichiarazione d’amore al tuo corpo nella quale prometti di prenderti cura di lui, ogni giorno.
 
Il centro di Fisioterapia e Pilates “Fisiologic Mira” di Santa Maria delle Mole ha progettato per te una routine molto speciale che ha l’obiettivo di migliorare la tua postura e di connettere il corpo con la mente.
 
Che cos’è la postura?
 
si tratta del modo in cui tieni il tuo corpo, riguarda l’atteggiamento e ne esistono due tipi:
 
  • Postura dinamica: interessa il modo in cui ti muovi, come cammini, corri o ti pieghi per raccogliere qualcosa
  • Postura statica: interessa tutte le posizioni statiche, come quando sei seduto, in piedi o dormi
 
Quali benefici puoi ottenere praticando la “Posture Routine”:
  • Avere una buona postura è importante in quanto incide sulla tua salute, sulla fiducia in te stesso e sulla tua sicurezza.
  • Sviluppare un buon atteggiamento posturale ti permette di rinforzare, dare flessibilità e lavorare sull’equilibrio del corpo.
  • Una postura corretta riduce i dolori muscolari e il rischio di lesioni donandoti una maggiore energia nel corso della giornata e nello svolgimento delle tue attività quotidiane.
     
Praticare la posture rotuine al mattino ti permette di connettere il corpo con la mente e di dire a te stesso “sono importante!”
 
Trovi il video guidato su youtube “Fisiologic Mira Posture Routine”

Chi è il logopedista?

Chi è il logopedista? Copertina (408)
Annalisa Muto

Negli ultimi decenni la figura del logopedista ha acquisito sempre più notorietà a causa dell’incremento esponenziale di diagnosi di disturbi del linguaggio e dell’apprendimento. Ma chi è il logopedista? Di cosa si occupa realmente? Quali sono i suoi limiti professionali e quali le proprie autonomie?
 
Chi è il logopedista?
Partiamo dal concetto che il Logopedista è un professionista sanitario appartenente all’area della riabilitazione (insieme al fisioterapista, terapista della neuro-psicomotricità, podologo, ortottista, tecnico della riabilitazione psichiatrica, terapista occupazionale ed educatore professionale) formato a livello universitario tramite il Corso di Laurea di primo livello in Logopedia che si configura come formazione di base. Il Logopedista può però decidere di proseguire i propri studi per approfondire la propria formazione post-base proseguendo con:
  • Laurea magistrale in Scienze Riabilitative delle Professioni Sanitarie
  • Laurea in Scienze Cognitive
  • Dottorato di ricerca (in seguito alla laurea magistrale)
  • Corsi di aggiornamento
  • Congressi e convegni
  • Master di I livello (in seguito alla laurea triennale)
  • Master di II livello (in seguito alla laurea magistrale)
 
Già a seguito del percorso triennale il logopedista è, tuttavia, abilitato alla professione che può esercitare in autonomia, presso studi privati o come lavoratore dipendente, presso centri convenzionati ed ospedali pubblici. Il logopedista si occupa di attuare il proprio intervento all’interno di un progetto condiviso con un’equipe multiprofessionale. Nonostante lavori in collaborazione con altri professionisti, tra cui neurologo, neuro-psichiatra infantile, foniatra, fisiatra, psicologo, psicoterapeuta, terapista della neuro-psicomotricità, fisioterapista, tutor DSA ed altri, svolge autonomamente la propria attività di prevenzione, valutazione e trattamento riabilitativo di tutto ciò che concerne la comunicazione, il linguaggio (scritto ed orale), la voce, la deglutizione e le funzioni corticali superiori. Tuttavia il logopedista non si occupa di diagnosi; la presa in carico logopedica ha inizio, infatti, a seguito dell’invio da parte di uno specialista (pediatra, medico di base, neuro-psichiatra infantile etc.) cui segue attenta ed approfondita valutazione logopedica il cui obiettivo è quello di identificare punti di forza e di debolezza del paziente, individuare gli obiettivi a breve, medio e lungo termine e porre le basi per un’eventuale trattamento. Infatti, quando il logopedista riceve un paziente per la prima volta, fa una visita preliminare in cui analizza la cartella clinica e le prescrizioni del medico per poi effettuare test e valutazioni logopediche per stabilire le condizioni e i bisogni del paziente, e mettere a punto in autonomia il piano terapeutico più appropriate per risolvere o minimizzare i disturbi individuati.
 
Di cosa si occupa il logopedista?
Solitamente il logopedista viene associato all’età evoluti ma in realtà sono molteplici gli ambiti di intervento che vanno dalla neonatologia alla geriatria. Gli ambiti, in funzione dell’età, sono i seguenti:
  • Età evolutiva;
  • Età adulta;
  • Età geriatrica.
 
La formazione del logopedista comprende le patologie elencate nel Catalogo nosologico del Logopedista:
  • Disfonia o disturbi della voce (infantili, adulte, senili, nei professionisti della voce, nella voce artistica, nei laringectomizzati);
  • Dislalia o alterazioni della pronuncia (meccanico-periferiche, evolutive fonologiche, in soggetti oligofrenici o con insufficienze encefaliche);
  • Disprassia;
  • Disfagia o disturbi della deglutizione (infantili, adulte, senili, in soggetti con malocclusioni dentarie, con oligofrenia, palatoschisi, turbe neurologiche, meccaniche, post operatorie, alimentazioni vicarianti, alternative, con protesi);
  • Disfluenza o disturbi del flusso verbale (balbuzie);
  • Disturbi della codificazione e decodificazione comunicativa (afasie) e delle funzioni corticali superiori;
  • Disartria o disturbi centrali della motricità del distretto fono-articolatorio da alterazione del I motoneurone (paralisi cerebrali infantili, encefalopatie dell’adulto demielinizzanti, neurodegenerative, ecc);
  • Turbe comunicative negli oligofrenici: di origine genetica (per es. Sindrome di Down) o acquisite in età evolutiva (meningoencefaliti neonatali, prenatali, ecc) e demenziali (Alzheimer, multinfartuali, ecc);
  • Disturbi da lesione sensoriale (Turbe comunicative nella sordità pre-linguale) e atti inerenti il loro emendamento (protesizzazione acustica, impiego di vibratori, impianti cocleari);
  • Disturbi dell’apprendimento o learning disease (dislessie, disortografie, discalculie);
  • Turbe comunicative da inadeguatezze socio-culturali e affettive;
  • Disturbi linguistici miscellanei e loro correlati (dislalie funzionali di varia origine, disturbi fonologici, disprassia articolatoria, dispercezioni uditive e visive, disturbi semantici, disturbi morfo-sintattici, disturbi pragmatici).
 
Qual è l’iter da seguire se sospetti che tuo figlio o una persona a te cara necessiti della consulenza di un logopedista?
La prima cosa da fare è consultare il medico di base o pediatra, se si tratta di età evolutiva, ed esporre la problematica. Molto spesso il medico di base/pediatra indirizza il paziente verso un approfondimento diagnostico dello specialista di riferimento (neuro-psichiatra, foniatra, neurologo, otorino etc. ) che si occuperà di effettuare la diagnosi e , se riterrà opportuna la necessità di un intervento logopedico, entrerà in gioco il logopedista. In altri casi, invece, il medico di base/pediatra invia direttamente alla logopedista il paziente per avviare un processo di osservazione e valutazione logopedica che verrà poi completato con l’invio allo specialista per l’inquadramento diagnostico.
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