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La qualità in sanità

La qualità in sanità Copertina (101)
Alessandra Benassi

In questo Articolo scritto per il Master Universitario di secondo livello, “Management Sanitario 4.0” della Business School del Sole 24, afforntiamo il tema della qualità nel quadro di riferimento del sistema sanitario nazionale.
 
  1. Il sistema delle 3 A a supporto della qualità
    1. Tra autorizzazione e accreditamento
 
Con il D. L 502 del 1992 viene introdotto il concetto di qualità in sanità, che inizia ad essere definita, come un sistema di “servizi alla persona” in cui si diffonde la cultura dell’assicurazione della qualità, intesa come processo di miglioramento continuo nell’organizzazione dei processi interni alle aziende e delle performance erogate. Osserviamo come è proprio anche l’idea di servizio che ha cambiato il modo di pensare la prevenzione e la tutela della salute, l’organizzazione degli ospedali e la professionalità di medici infermieri, perché essere operatori di servizi non è più la stessa cosa che essere operatori della mutua[1].
Il concetto di qualità in sanità si configura come intrinsecamente correlato a quello di sicurezza. L’ordinamento giuridico riconosce all’attività sanitaria una potenziale ed eventuale pericolosità, per l’incolumità fisica delle persone e per tale ragione necessita di autorizzazione per il suo esercizio. Con l’istituzione di un regime di tipo autorizzatorio si prevede un meccanismo di garanzia preventiva circa la sicurezza delle cure mediche. L’Autorizzazione si configura come, il provvedimento amministrativo attraverso cui si rimuove un divieto, un limite all’esercizio di determinate attività o funzioni soggette ad una tutela particolare per motivi di interesse pubblico. Attraverso l’autorizzazione si esercita la rimozione di un ostacolo all’esercitazione di un diritto che un soggetto già detiene. Se pensiamo all’attività sanitaria svolta da parte di soggetti privati, il diritto in questione diventa il diritto alla libera iniziativa economica privata. Il motivo alla base dell’ostacolo del libero esercizio di questa prerogativa non può che essere individuato appunto nel riconoscimento di una natura pericolosa delle attività sanitarie. In caso di verifica positiva la struttura ottiene la conseguente autorizzazione regionale. Inizialmente, con riferimento alla legge 833, dal punto di vista dei privati, questa autorizzazione rappresenta l’idoneità a poter erogare assistenza sanitaria in un contesto di tipo istituzionale. Cioè i soggetti erogatori privati dovevano inquadrarsi soltanto in funzione sussidiaria rispetto al sistema pubblicistico. Con il decreto legislativo 229/1999 prende forma il sistema vigente, in quanto ha previsto che: l’esercizio dell’attività di assistenza specialistica ospedaliera e sociosanitaria da parte di soggetti privati, per conto e a carico del sistema sanitario nazionale, sia subordinato al rilascio dell’autorizzazione dell’accreditamento, nonché alla stipulazione di appositi accordi contrattuali. L’instaurazione del nesso organizzativo di servizio pubblico con i soggetti erogatori e la quantificazione delle prestazioni erogabili da ciascuno di essi sono il frutto di valutazioni programmatiche ed organizzative discrezionali della Regione, titolare del servizio.
 
In questo contesto l’autorizzazione che abbiamo visto essere un atto di garanzia della qualità minima, perché le cure siano sicure a tutela del paziente, viene strutturata in due livelli, prevedendo due tipi di autorizzazione:
 
  • autorizzazione alla realizzazione di strutture sanitarie: deve essere ottenuta prima di dar corso ai lavori di costruzione di nuove strutture o per quelle già esistenti per il loro adattamento, ampliamento e trasformazione.
  • Autorizzazione all’esercizio di attività sanitarie: deve essere posseduta prima di dare avvio all’attività. Tutte le strutture sanitarie, comprese alcune categorie di studi professionali sono soggette a regime di autorizzazione all’esercizio dell’attività.
 
L’autorizzazione regionale all’esercizio dell’attività sanitaria è richiesta sia per chi vuole operare in regime privatistico che in regime di servizio pubblico. L’autorizzazione si configura come lo standard minimo di sicurezza, tanto che gli art. 8 c.4 e 8ter del d.lgs. n.502 del 1992 stabiliscono requisiti minimi di sicurezza e qualità per poter effettuare prestazioni sanitarie. L’autorizzazione è inoltre un prerequisito per l’ulteriore regime di qualificazione di accreditamento e cioè l’idoneità della struttura ad operare per conto del servizio sanitario nazionale, con verifica periodica. Sono condizioni per essere accreditati:
 
  • la rispondenza a requisiti ulteriori di qualificazione rispetto a quelli necessari per ottenere l’autorizzazione
  • la funzionalità rispetto agli indirizzi della programmazione regionale
  • la verifica positiva dell’attività svolta e dei risultati raggiunti
 
1.2 Manuali per l’accreditamento
Per quanto concerne l’accreditamento un importante riferimento va fatto ai “Manuali per l’accreditamento” AGENAS[2], proposti nel 2015 come riferimento per le Regioni. Nel 2015 AGENAS ha appunto elaborato una proposta di quattro manuali operativi con l’obiettivo di supportare le Regioni e le Province Autonome nel processo di adeguamento ai nuovi requisiti nazionali di accreditamento. Tutti i sistemi di accreditamento regionali devono infatti uniformarsi ai contenuti del “Disciplinare per la revisione della normativa sull’accreditamento” (Intesa 20 dicembre 2012) che individua 8 criteri, 28 Requisiti essenziali e 123 evidenze, nei tempi previsti dall’Intesa del 19 febbraio 2015. Nei Manuali si indica come obiettivo prioritario: quello di costruire un sistema che fornisca un livello di prestazioni qualitativamente elevato e che sia in grado di orientare lo svolgimento delle attività al soddisfacimento dei bisogni dei cittadini. A tal proposito il manuale si propone di definire un modello per l’accreditamento istituzionale delle strutture fondato sui seguenti elementi:
 
  1. centralità del cittadino/ paziente:
    • comprendere i bisogni e le aspettative dei cittadini/pazienti;
    • garantire che i cittadini/pazienti siano considerati una priorità per il servizio;
    • guardare all’erogazione dei servizi in base alla prospettiva dei pazienti;
  2. leadership, ovvero:
    • garantire strategie, sistemi e metodi per raggiungere l’eccellenza;
    • ispirare e motivare i professionisti a lavorare, sviluppare, migliorare e ad essere innovativi e creativi;
  3. Cultura del miglioramento:
    • concezione del miglioramento come componente essenziale del lavoro quotidiano;
    • raggiungere e mantenere livelli di qualità che soddisfano i bisogni dei cittadini/pazienti;
    • monitoraraggio dei risultati
  4. evidenza dei risultati delle prestazioni:
    • dati e informazioni danno evidenza dei processi implementati e dei risultati;
    • la valutazione degli outcome consente il miglioramento della qualità e delle performance di un’organizzazione;
  5. Propensione alle buone pratiche:
    • confronto con gli altri per aumentare l’efficacia e l’efficienza dei processi;
    • migliorare gli outcome per i cittadini/ pazienti.
  6. La finalità dell’accreditamento è quella di:
    • migliorare la qualità dei percorsi dei pazienti;
    • migliorare lo sviluppo della qualità clinica, organizzativa e della qualità percepita da parte dei pazienti;
    • rendere visibile la qualità del sistema sanitario regionale.
 
1.3 Dall’accreditamento agli accordi contrattuali
Se l’accreditamento attribuisce la qualifica istituzionale come gestore del servizio pubblico, non consente all’accreditato di erogare prestazioni a carico del sistema sanitario nazionale se non previa pattuizione di appositi accordi contrattuali. Solo attraverso l’accordo contrattuale l’operatore contratta con la regione/ASL le tipologie delle prestazioni che può erogare a carico delle risorse pubbliche per il sistema sanitario nazionale, le tariffe per le prestazioni rese ed il volume massimo di queste ultime. Non tutte le strutture interessate che siano in grado di soddisfare i requisiti tecnici di accreditamento hanno diritto ad ottenerlo: tra queste saranno selezionate solo quelle la cui attività risulti funzionale alle scelte della programmazione regionale dell’offerta di servizi sanitari.
Una volta completata la fase di accreditamento si passa alla stipula dell’accordo contrattuale tra le strutture pubbliche ed equiparate (IRCCS – AOU). I contratti vengono stipulati con le strutture private e professionisti accreditati. Essi sono preceduti da intese con le organizzazioni rappresentative a livello regionale delle strutture private e dei professionisti accreditati.
Il sistema delle 3 a (autorizzazioni, accreditamento, accordo contrattuale), introdotto con, il decreto legge 502 del 1992, modificato dal 229 del 1999, è un modello volto all’accertamento, verifica, monitoraggio e mantenimento di elevati standard qualitativi del servizio sanitario erogato dagli erogatori, al fine di assicurare la sicurezza dei servizi alla popolazione.
 
 
2. Qualità in sanità
 
2.1 Il modello di Deaming
L’AGENAS afferma che il modello di accreditamento proposto alle regioni si basa sul ciclo di Deming (ciclo di PDCA – plan–do–check–act), un sistema circolare in grado di promuovere una cultura della qualità tesa al miglioramento continuo dei processi e all’utilizzo ottimale delle risorse. Questo strumento parte dall’assunto che per perseguire la qualità è necessaria la costante interazione tra pianificazione, progettazione, implementazione, misurazione, monitoraggio, analisi e miglioramento. Applicare costantemente le quattro fasi del ciclo di Deming consente di migliorare continuamente la qualità e soddisfare le esigenze del cittadino/paziente.
 
La sequenza logica del ciclo di Deming si compone di 4 fasi:
 
  • P – Plan. Pianificazione: l’organizzazione deve aver predisposto la documentazione necessaria a descrivere le modalità di raggiungimento dell’obiettivo per la qualità definito dal requisito per l’accreditamento;
  • D – Do. Implementazione: l’organizzazione deve garantire l’implementazione di quanto definito in fase di progettazione e pianificazione;
  • C – Check. Controllo, studio e raccolta dei risultati: l’organizzazione deve monitorare in maniera continua la qualità delle strutture, dei processi e degli esiti derivanti dall’erogazione del servizio;
  • A – Act. Azione per rendere definitivo e/o migliorare struttura/processo/esito: l’organizzazione deve analizzare e valutare i risultati del monitoraggio, effettuare un’analisi delle priorità e definire e mettere in campo iniziative per migliorare la qualità delle strutture, dei processi e degli esiti.
 
Il ciclo PDCA sviluppato da W. E. Deming rappresenta uno dei principali strumenti della gestione della qualità. Definire il concetto di qualità in sanità richiede la considerazione di molteplici aspetti e fattori di natura diversa. Il modello del Total Quality Managment, strettamente correlato al modello di Deming ci aiuta ad inquadrare la qualità in sanità. Nel Total Quality Management, l’approccio alla qualità diventa manageriale e strategico. La qualità viene considerata un’arma competitiva, e ci si affida sempre di più alla motivazione ed al coinvolgimento di tutte le persone e di tutte le funzioni aziendali. Si riconosce che la qualità dei prodotti e dei servizi è il risultato degli sforzi congiunti di tutte le funzioni aziendali. Tutta l’impresa deve essere coinvolta nel raggiungimento dell’obiettivo ultimo. Ciò comporta anche il coinvolgimento e la mobilitazione dei dipendenti e la riduzione degli sprechi in un’ottica di ottimizzazione degli sforzi. L’obiettivo ‘qualità’ non risiede più nel prodotto/servizio ma nei processi aziendali; l’azienda produce qualità. Il fine ultimo dell’approccio TQM è il miglioramento della competitività, ottenuta migliorando la soddisfazione dei clienti attraverso la miglior qualità del prodotto o del servizio attraverso elevati standard di qualità dei processi aziendali.
Come abbiamo visto nelle teorie di Deming la produzione deve essere vista come un sistema che comprende tutti coloro che interagiscono nell’erogazione del servizio: operatori e utenti. In questo sistema il cliente-utente è la parte più importante del processo di erogazione del servizio, in quanto senza di lui non ha ragione di essere. Le organizzazioni devono instaurare rapporti di collaborazione sia con i clienti sia con i fornitori per il miglioramento continuo del servizio offerto e per la riduzione degli errori e degli insuccessi. La forza del PDCA risiede nella completezza del metodo scientifico, descritto come “ipotesi” – “esperimento” – “valutazione” o pianificare, fare, e controllare. Secondo lo statista Deming qualsiasi processo può essere visto dunque come il ciclo, sopra descritto, in cui le fasi susseguendosi costantemente consentono di avviare un processo continuo di miglioramento della qualità.
La qualità dell’assistenza si configura come il risultato finale di un complesso intreccio di fattori, quali la capacità di gestione, la razionalità dell’uso delle risorse disponibili, la capacità di governo dell’innovazione, di indirizzare i comportamenti professionali degli operatori e, non ultima, la gestione del rischio; è il risultato di specifiche scelte di politica sanitaria che intervengono sugli assetti organizzativi e sui meccanismi di trasferimento delle conoscenze scientifiche, nella pratica e sulla capacità del sistema di documentare i risultati ottenuti.
 
  • Il servizio sanitario verso l’umanizzazione delle cure mediche
Sulla base di tale riflessione possiamo affermare che Il sistema sanitario può dunque concorre al progresso della nostra salute ma al contempo l’inaccessibilità alle prestazioni mediche e alle cure, e l’inefficienza e inefficacia dei servizi erogati possono contribuire al suo regresso. Il valore dei servizi sanitari viene misurato in base alla salute e benessere che riescono ad apportare alla vita del paziente. Vittorio Mapelli[3], autore del libro “il sistema sanitario italiano” ha individuato i parametri principali secondo cui valutare il sistema sanitario:
• L’efficienza tecnica (definita come rapporto prestazioni-risorse o output-input), che riguarda l’impiego economico delle risorse nel processo produttivo, misura quante prestazioni sono state realizzate con un’unità di fattore produttivo.
• L’efficacia (salute-prestazioni o outcome/output), che misura invece il contributo dei servizi sanitari al miglioramento dello stato di salute. Si occupa di analizzare quanto migliora la salute in seguito al consumo di una prestazione sanitaria.
• Il rendimento (definito come rapporto salute/risorse o outcome/input), che si ottiene moltiplicando i due indici precedenti (output/input x outcome/output= outcome/input).
 
Il modello del 1985 GAP 5, Servqualm di Parasuraman, elaborato per la valutazione della customer satisfaction, è applicabile al settore dell’healthcare rilevando quella che prende il nome di patient satisfaction. In questo modello le organizzazioni sanitarie devono occuparsi di 5 dimensioni che interessano la soddisfazione del paziente, quali[4]:
 
  • la capacità di erogare il servizio in modo affidabile e preciso
  • la professionalità e la cortesia degli operatori e la loro capacità di sviluppare la fiducia nei pazienti
  • le variabili tangibili quali le attrezzature e la tecnologia, gli operatori e le risorse di comunicazione
  • l’empatia,
  • la reattività e l’entusiasmo.
 
Secondo tale modello la qualità del servizio è dunque caratterizzata dallo scostamento che si crea tra la propria aspettativa e ciò che viene effettivamente svolto. Tali aspettative tendono a formarsi in modo indipendente e fuori dal controllo del management, che riesce a intervenire solo in parte attraverso le attività di comunicazione, mentre circa la percezione è possibile intervenire direttamente lavorando su tre dimensioni della qualità: tecnica che viene definita come il prodotto delle interazioni tra i clienti e i fornitori di servizi; funzionale che si interessa delle strategie utilizzate per fornire la qualità tecnica; d’immagine che è caratterizzata dalla qualità tecnica e da quella funzionale, includendo fattori come le abitudini, il passaparola, i prezzi e le associazioni pubbliche[5]. Al fine di rilevare con precisione la soddisfazione degli utenti dei servizi alla persona è fondamentale indagare la soddisfazione degli stakeholder del settore, ovvero tutti gli operatori di settore che con il proprio lavoro incidono sulla patient satisfaction.
L’evoluzione storica del sistema sanitario nazionale ha portato attraverso le leggi di riforma alla sua aziendalizzazione. Al contempo Il paziente non si configura come un mero cliente e il personale sanitario si trova ad erogare servizi a persone che riversano in uno stato di particolare fragilità. Pertanto assicurare qualità richiede la capacità di conciliare un giusto equilibrio tra necessità economiche, burocratiche, gestionali e centralità della persona[6]. Emerge come assicurare qualità in sanità prevede un costante riferimento all’art.32 della costituzione, al fine di perseguire in modo condiviso il fine ultimo della Repubblica che: “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. L’Organizzazione mondiale della sanità parla della salute come di “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”. In questo quadro di riferimento occuparsi della qualità richiede a tutti i soggetti del SSN di porre l’attenzione sui processi di umanizzazione delle cure mediche.
 
 
Alessandra Benassi

  1. Olla G., Pavan A., “Il management nell’azienda sanitaria”, Giuffrè, 1996
  2. Manuali per l’accreditamento AGENAS: https://www.agenas.gov.it/primo-piano/manuali-per-accreditamento-istituzionale
[3] Mapelli V., Il sistema sanitario italiano, Il Mulino, Bologna, 2012
[4] Jain P., Aggarwal V., Service quality models: a review, BVIMSR’s journal of management research, 2015.
[5] Gronroos C., Voima P., Critical service logic: Making sense of value creation and co-creation, Journal of academy of marketing science, 2013.
[6] Tartaglia Filiberto, Estetica sanitaria: oltre il marketing sanitario, Libreria universitaria, Padova, 2009
 

Lavorare da casa in sicurezza: una postazione ergonomica a costo zero

Lavorare da casa in sicurezza: una postazione ergonomica a costo zero Copertina (284)
Alessandra Benassi

E’ innegabile, lo Smart Working in questo momento storico sta rappresentando una risorsa strategica per il mercato del lavoro. Le nostre case si trasformano in comodi e confortevoli uffici ma quanto, le nuove postazioni, rappresentano una soluzione salutare per il nostro apparato muscolo scheletrico?
A questo proposito dobbiamo valutare due aspetti:
 
 
  • La maggior parte delle nostre abitazioni non è mai stata attrezzata correttamente per svolgere periodi di lavoro prolungati
  • Il nostro sistema muscolo scheletrico è come argilla, le posizioni mantenute per un lungo periodo di tempo rimodellano la sua struttura.
 
Quello che dobbiamo assolutamente prevenire è il modellarci in una “cattiva postura”. Per affrontare al meglio questo periodo di transizione, in questo articolo insieme allo staff dello studio di Fisioterapia Fisiologic Mira di Santa Maria delle Mole, vedremo insieme alcune idee e soluzioni per realizzare al meglio una postazione di lavoro ergonomica così da sfruttare a pieno i vantaggi dello smart working.
 
 
5 consigli per creare la tua postazione di lavoro ergonomica a costo zero:
 
 
1.Varia la tua posizione durante l’attività lavorativa, adotta la regola dei 20 minuti
Alterna la posizione seduta (20 minuti), con una posizione in piedi (20 minuti). Per facilitare il tuo operato puoi trovare superfici di lavoro e sedute alternative. Puoi ad esempio decidere di svolgere le telefonate in piedi e la scrittura delle email in una posizione seduta. Lavorare in modo eretto ti permetterà di:
 
  • allungare i flessori dell’anca, che invece si stringono mentre sei seduto
  • scaricare la pressione dai muscoli del gluteo e dai muscoli posteriori della coscia. Esercitare troppa pressione su un muscolo per un certo periodo di tempo indebolirà inevitabilmente quel gruppo muscolare.
 
2.Presta attenzione alla disposizione degli oggetti
Tutti noi abbiamo abitudini di movimento e tendiamo a sviluppare conseguenti lati dominanti / forti del corpo. Ad esempio è possibile che tenderai ad avere più cose su un lato della scrivania rispetto all’altro. Una distribuzione sbilanciata ti porta a piegarti più volte su un lato specifico del corpo, con conseguenti implicazioni sulla schiena. Disponi quindi gli oggetti in modo bilanciato sul piano di lavoro.
 
 
3.Fai un check delle sedute
Pensa a una sedia come a un paio di scarpe, dopo un po’ di tempo si consumano. Se noti che stai iniziando a inclinarti da un lato, verifica il tuo piano di appoggio per evitare lesioni.
 
 
4.Implementa la regola dei 90 gradi
Ogni volta che sei alla scrivania, siediti nella posizione 90-90-90. Ciò significa che i gomiti devono essere piegati con un angolo di 90 gradi; i fianchi con un angolo di 90 gradi e le ginocchia con un angolo di 90 gradi; con i piedi appoggiati sul pavimento sotto la sedia. Le orecchie devono essere allineate sopra le spalle e la spalla deve essere allineata sopra l’anca, per una posizione spinale ideale.
 
 
5.Crea una postazione di lavoro fai-da-te
Hai una cassettiera di riserva? Posizionala sulla tua scrivania, questo ti permetterà di lavorare in piedi, evitando di curvare la schiena. Scaffali e librerie con un’adeguata altezza possono funzionare bene come alternativa al tavolo.
 
 
Se lavori da casa e una cattiva ergonomia della postazione di lavoro ti sta causando dolore, metti in atto questi accorgimenti. Nel caso di dolori in fase acuta cotatta uno specialista per valutare la soluzione ideale per preservare il tuo benessere psico fisico.

Back to school: come preservare la salute dei bambini e dei ragazzi

Back to school: come preservare la salute dei bambini e dei ragazzi Copertina (259)
Alessandra Benassi

 
L’inizio del nuovo anno scolastico è un momento cruciale e delicato nella crescita. Bambini e ragazzi si apprestano a lasciarsi alle spalle le calde giornate estive, fatte di divertimento e piena libertà, per riprendere la routine scolastica ed extra didattica. E’ innegabile, i ritmi cambiano radicalmente, vengono scanditi dal suono della sveglia e dalla campanella richiedendo alle famiglie di riprogrammare le proprie abitudini. In questo articolo ci occupiamo di svelarti alcune linee guida e regole d’oro per affrontare in sicurezza l’anno scolastico.
 
La Food and Drug Administration (FDA), l’ente governativo USA per gli alimenti e i medicinali, dà alle mamme e ai papà in vista dell’imminente rientro a scuola alcuni semplici suggerimenti, come: presentare frutta e verdura di stagione in maniera stuzzicante, dedicare attenzione alla lettura delle etichette, controllare che le porzioni non siano troppo abbondanti e, soprattutto, rispettare una “rigorosa” pianificazione dei pasti. E’ fondamentale inoltre calibrare le porzioni in base all’età, al peso e allo stile di vita del bambino (sedentario o più movimentato), ricorda che le porzioni non possono essere uguali a quelle degli adulti. Abituati a leggere le etichette dei cibi, per controllare il livello di grassi e zuccheri e capire quali sostanze sono contenute nei prodotti acquistati quotidianamente.
 
Sei regole d’oro
Per promuovere una corretta ed equilibrata alimentazione ti basterà attuare le sei regole d’oro:
  1. La regolare assunzione di 5 pasti giornalieri, suddivisi tra 3 principali e due spuntini.
  2. Evitare i fuori pasto, quindi snack sia dolci che salati che possono compromettere il riconoscimento di fame e sazietà reali e aumentare l’introito calorico giornaliero.
  3. Evitare il consumo di alimenti ad alta densità energetica come succhi di frutta, bevande energetiche e zuccherine, fast food, merendine ecc. perché poveri di nutrienti sani.
  4. Bere molta acqua (minimo 8 bicchieri al giorno), magari provandola ad aromatizzare con frutta, limone, menta ecc.
  5. Limitare le porzioni: un bambino non può avere le stesse esigenze energetiche di un adulto per cui è fondamentale ridurre le quantità dei pasti e puntare più sulla qualità dei cibi scelti.
  6. Incentivare il bambino al consumo giornaliero e quindi regolare di frutta, verdura e cereali ricchi in fibre (come i cereali in chicco e integrali).
Inizia la giornata alla grande
 
Tra i pasti principali di fondamentale importanza è quello della colazione. Iniziare la giornata con una sana colazione permette ai bambini di affrontare con la giusta carica l’intensa mattinata di studio che si prospetta. Il corpo ha bisogno di ricaricarsi di nutrienti dopo il digiuno notturno e saltare questo pasto non porta altro che ad un aumentato senso di fame durante la giornata. Di conseguenza il bambino tenderà a mangiare di più a merenda (o agli altri pasti) e affronterà la mattinata a scuola con scarsa capacità di attenzione e concentrazione.
Si consiglia quindi di non saltarla mai piuttosto, di ricalibrare le abitudini sui nuovi ritmi scolasti per poterne effettuare una versione quanto più bilanciata possibile, ricca di tutti i nutrienti (carboidrati, proteine e grassi).
 
 
Ecco alcuni pratici esempi per una perfetta colazione:
 
  • Tazza di latte intero con cacao in polvere e biscottini integrali
  • Tazza di latte parzialmente scremato con fette biscottate o pane integrale tostato e marmellata con soli zuccheri della frutta
  • Tazza di latte o yogurt intero con cereali soffiati o integrali
  • Tè caldo, fette biscottate, ricotta e cannella con un frutto
  • Yogurt intero con fetta di ciambellone o crostata fatta in casa
  • Yogurt magro con frutta secca (es. mandorle, nocciole, noci) e miele
  • Toast integrale con prosciutto crudo Dop e spremuta di agrumi non zuccherata
  • Uovo strapazzato con fetta di pane tostato con pomodorini e frutto
 
Cosa preparare per merenda?
 
Altro momento molto importante durante la giornata scolastica dei bambini è la ricreazione. Al suono della campanella è possibile alzarsi dai banchi per consumare la merenda e giocare con i compagni. Anche questo è un momento fondamentale perché la pausa di metà mattina rappresenta lo spezza fame prima del pranzo. In questo caso è sempre bene diversificare le scelte ma soprattutto non esagerare con le quantità.
Ecco alcuni esempi di merenda pratici da portare a scuola in sostituzione degli snacks commerciali meno salutari:
  • Panino ai cereali con fesa di tacchino e frutto
  • Crackers integrali con parmigiano monoporzione
  • Pane e cioccolato fondente
  • Chips di Mela
  • Macedonia di frutta
  • Frutta secca e purea di frutta monoporzione
  • Succo di frutta 100% naturale senza zuccheri e cioccolato fondente
  • Yogurt cremoso da bere
  • Crostatina o muffin fatti in casa.
 
Coinvolgi attivamente i piccoli e i ragazzi, in questo modo impareranno a nutrirsi correttamente sin dall’infanzia, sviluppando un sano rapporto con il cibo.
 
 
Sport che passione
 
Integrare un’attività sportiva nella vita del bambino gioca un ruolo di fondamentale importanza. Lo sport rappresenta un’esperienza essenziale nella fase di crescita, in quanto favorisce un equilibrato e armonico sviluppo del corpo, dello scheletro, dei muscoli e delle articolazioni. A livello cellulare e di funzionamento interno, l’attività motoria contribuisce ad attivare e regolarizzare il metabolismo, la circolazione e la pressione sanguigna. Praticando costantemente e regolarmente attività fisica il bambino riesce a mantenere un peso corporeo adeguato e a prevenire quindi l’insorgenza di tutte quelle patologie metaboliche obesità-correlate come il diabete, l’ipertensione, le dislipidemie, le patologie ossee e articolari ecc.
Inoltre discipline sportive di squadra rappresentano ottime occasioni di divertimento e socializzazione, delle vere e proprie scuole di vita, che insegnano il rispetto delle regole, degli altri e l’amore per se stessi.
Ricorda sempre di dare il buon esempio. I bambini devono essere educati al movimento fin da piccoli, solo così potranno acquisirlo come stile di vita quotidiano. Dimostrati attivo, energico, combatti la pigrizia.
 
Tutti a nanna
 
Abbiamo visto insieme quanto la programmazione sia fondamentale, senza si rischia, spinti dalla fretta, di ripiegare su cibi pronti e poco salutari. Inoltre si ricorda che il sonno e l’alimentazione sono gli elementi che scandiscono il ritmo delle giornate e permettono di affrontare gli impegni quotidiani. La loro regolarità durante l’estate viene fortemente trascurata, ma durante l’anno scolastico va monitorata e rispettata. Quanto dovrebbe dormire un bambino durante la notte?
  • in media un bambino di età compresa dai 3-5 anni dovrebbe dormire non meno di 10-13 ore;
  • dai 6 ai 10 anni non meno di 9-11 ore;
  • non meno di 8-9 ore per i bambini della fascia di età compresa tra gli 11 e i 13 anni.
Un bambino che riposa regolarmente è in grado di affrontare più serenamente l’impegno scolastico, il gioco e ritornare a casa più sereno. Attenzione alle attività serali, per conciliare il sonno si consiglia di evitare la TV e strumenti elettronici luminosi che tendono a eccitare i bambini/ ragazzi.
 
Attenzione allo zaino
 
Inoltre per affrontare al meglio il rientro a scuola presta attenzione al peso dello zaino, spesso il suo carico comporta ritorsioni e complicazioni sull’apparato muscolo scheletrico di bambini e ragazzi. Lo staff dello studio di Fisioterapia Fisiologic di Santa Maria delle Mole ci aiuta a capire come scegliere il giusto zaino scolastico.
 
Come scegliere e organizzare lo zaino scolastico:
 
  • Acquistare zainetti con spallacci ampi ed imbottiti con eventuale cintura da poter allacciare anteriormente (ergonomici). E’ importante che vengano utilizzati entrambi gli spallacci. Uno zaino trasportato con una sola cinghia, sbilancia il corpo da un lato rischiando di accentuare danni alla colonna.
  • La sacca non deve essere troppo bassa e distante dal corpo: deve invece essere salda e ben aderente alla schiena. Lo zaino perfetto ha lo schienale imbottito e rigido, le cinghie regolabili, larghe e morbide, e non deve essere troppo grande rispetto alla figura corporea della persona che lo indosserà.
  • Il peso ideale dello zainetto dovrebbe aggirarsi sul 10%-15% del peso corporeo di chi lo indosserà in spalla.
  • Distribuire i libri nello zaino in modo che quelli più pesanti e grossi stiano vicino alla schiena.
  • Acquistare materiale scolastico non ingombrante/pesante
  • Assicurarsi che i figli non riempiano lo zaino con oggetti non utili per le attività di quella giornata.
  • Ricordare ai figli di togliere lo zainetto durante il tragitto casa – scuola – casa ogni volta che possono ( es es. sui mezzi, alla fermata del bus ecc.)
  • Infine vogliamo porre l’attenzione sull’alternativa dello zaino da traino o con carrello, sono sicuramente buone soluzioni per non affaticare la schiena ma bisogna considerare sempre che il trolley non è sinonimo di macigno su ruote.
Per avere approfondimenti sulle linee contatta specialisti coma la Nutrizionista Elena Balzani

Posture Routine: 15 minuti di esercizi per connettere il corpo con la mente

Posture Routine: 15 minuti di esercizi per connettere il corpo con la mente Copertina (335)
Alessandra Benassi

Negli ultimi tempi i Beauty Influencer, sul web, parlano frequentemente di “Beauty Routine”. Si tratta di una serie di misure quotidiane da adottare per preservare la bellezza della tua pelle e in particolare del viso. Possiamo descriverla come una serie di step, o una dichiarazione d’amore al tuo corpo nella quale prometti di prenderti cura di lui, ogni giorno.
 
Il centro di Fisioterapia e Pilates “Fisiologic Mira” di Santa Maria delle Mole ha progettato per te una routine molto speciale che ha l’obiettivo di migliorare la tua postura e di connettere il corpo con la mente.
 
Che cos’è la postura?
 
si tratta del modo in cui tieni il tuo corpo, riguarda l’atteggiamento e ne esistono due tipi:
 
  • Postura dinamica: interessa il modo in cui ti muovi, come cammini, corri o ti pieghi per raccogliere qualcosa
  • Postura statica: interessa tutte le posizioni statiche, come quando sei seduto, in piedi o dormi
 
Quali benefici puoi ottenere praticando la “Posture Routine”:
  • Avere una buona postura è importante in quanto incide sulla tua salute, sulla fiducia in te stesso e sulla tua sicurezza.
  • Sviluppare un buon atteggiamento posturale ti permette di rinforzare, dare flessibilità e lavorare sull’equilibrio del corpo.
  • Una postura corretta riduce i dolori muscolari e il rischio di lesioni donandoti una maggiore energia nel corso della giornata e nello svolgimento delle tue attività quotidiane.
     
Praticare la posture rotuine al mattino ti permette di connettere il corpo con la mente e di dire a te stesso “sono importante!”
 
Trovi il video guidato su youtube “Fisiologic Mira Posture Routine”

Chi è il logopedista?

Chi è il logopedista? Copertina (258)
Annalisa Muto

Negli ultimi decenni la figura del logopedista ha acquisito sempre più notorietà a causa dell’incremento esponenziale di diagnosi di disturbi del linguaggio e dell’apprendimento. Ma chi è il logopedista? Di cosa si occupa realmente? Quali sono i suoi limiti professionali e quali le proprie autonomie?
 
Chi è il logopedista?
Partiamo dal concetto che il Logopedista è un professionista sanitario appartenente all’area della riabilitazione (insieme al fisioterapista, terapista della neuro-psicomotricità, podologo, ortottista, tecnico della riabilitazione psichiatrica, terapista occupazionale ed educatore professionale) formato a livello universitario tramite il Corso di Laurea di primo livello in Logopedia che si configura come formazione di base. Il Logopedista può però decidere di proseguire i propri studi per approfondire la propria formazione post-base proseguendo con:
  • Laurea magistrale in Scienze Riabilitative delle Professioni Sanitarie
  • Laurea in Scienze Cognitive
  • Dottorato di ricerca (in seguito alla laurea magistrale)
  • Corsi di aggiornamento
  • Congressi e convegni
  • Master di I livello (in seguito alla laurea triennale)
  • Master di II livello (in seguito alla laurea magistrale)
 
Già a seguito del percorso triennale il logopedista è, tuttavia, abilitato alla professione che può esercitare in autonomia, presso studi privati o come lavoratore dipendente, presso centri convenzionati ed ospedali pubblici. Il logopedista si occupa di attuare il proprio intervento all’interno di un progetto condiviso con un’equipe multiprofessionale. Nonostante lavori in collaborazione con altri professionisti, tra cui neurologo, neuro-psichiatra infantile, foniatra, fisiatra, psicologo, psicoterapeuta, terapista della neuro-psicomotricità, fisioterapista, tutor DSA ed altri, svolge autonomamente la propria attività di prevenzione, valutazione e trattamento riabilitativo di tutto ciò che concerne la comunicazione, il linguaggio (scritto ed orale), la voce, la deglutizione e le funzioni corticali superiori. Tuttavia il logopedista non si occupa di diagnosi; la presa in carico logopedica ha inizio, infatti, a seguito dell’invio da parte di uno specialista (pediatra, medico di base, neuro-psichiatra infantile etc.) cui segue attenta ed approfondita valutazione logopedica il cui obiettivo è quello di identificare punti di forza e di debolezza del paziente, individuare gli obiettivi a breve, medio e lungo termine e porre le basi per un’eventuale trattamento. Infatti, quando il logopedista riceve un paziente per la prima volta, fa una visita preliminare in cui analizza la cartella clinica e le prescrizioni del medico per poi effettuare test e valutazioni logopediche per stabilire le condizioni e i bisogni del paziente, e mettere a punto in autonomia il piano terapeutico più appropriate per risolvere o minimizzare i disturbi individuati.
 
Di cosa si occupa il logopedista?
Solitamente il logopedista viene associato all’età evoluti ma in realtà sono molteplici gli ambiti di intervento che vanno dalla neonatologia alla geriatria. Gli ambiti, in funzione dell’età, sono i seguenti:
  • Età evolutiva;
  • Età adulta;
  • Età geriatrica.
 
La formazione del logopedista comprende le patologie elencate nel Catalogo nosologico del Logopedista:
  • Disfonia o disturbi della voce (infantili, adulte, senili, nei professionisti della voce, nella voce artistica, nei laringectomizzati);
  • Dislalia o alterazioni della pronuncia (meccanico-periferiche, evolutive fonologiche, in soggetti oligofrenici o con insufficienze encefaliche);
  • Disprassia;
  • Disfagia o disturbi della deglutizione (infantili, adulte, senili, in soggetti con malocclusioni dentarie, con oligofrenia, palatoschisi, turbe neurologiche, meccaniche, post operatorie, alimentazioni vicarianti, alternative, con protesi);
  • Disfluenza o disturbi del flusso verbale (balbuzie);
  • Disturbi della codificazione e decodificazione comunicativa (afasie) e delle funzioni corticali superiori;
  • Disartria o disturbi centrali della motricità del distretto fono-articolatorio da alterazione del I motoneurone (paralisi cerebrali infantili, encefalopatie dell’adulto demielinizzanti, neurodegenerative, ecc);
  • Turbe comunicative negli oligofrenici: di origine genetica (per es. Sindrome di Down) o acquisite in età evolutiva (meningoencefaliti neonatali, prenatali, ecc) e demenziali (Alzheimer, multinfartuali, ecc);
  • Disturbi da lesione sensoriale (Turbe comunicative nella sordità pre-linguale) e atti inerenti il loro emendamento (protesizzazione acustica, impiego di vibratori, impianti cocleari);
  • Disturbi dell’apprendimento o learning disease (dislessie, disortografie, discalculie);
  • Turbe comunicative da inadeguatezze socio-culturali e affettive;
  • Disturbi linguistici miscellanei e loro correlati (dislalie funzionali di varia origine, disturbi fonologici, disprassia articolatoria, dispercezioni uditive e visive, disturbi semantici, disturbi morfo-sintattici, disturbi pragmatici).
 
Qual è l’iter da seguire se sospetti che tuo figlio o una persona a te cara necessiti della consulenza di un logopedista?
La prima cosa da fare è consultare il medico di base o pediatra, se si tratta di età evolutiva, ed esporre la problematica. Molto spesso il medico di base/pediatra indirizza il paziente verso un approfondimento diagnostico dello specialista di riferimento (neuro-psichiatra, foniatra, neurologo, otorino etc. ) che si occuperà di effettuare la diagnosi e , se riterrà opportuna la necessità di un intervento logopedico, entrerà in gioco il logopedista. In altri casi, invece, il medico di base/pediatra invia direttamente alla logopedista il paziente per avviare un processo di osservazione e valutazione logopedica che verrà poi completato con l’invio allo specialista per l’inquadramento diagnostico.

Testa o cuore: tra convinzioni limitanti e potenzianti

Testa o cuore: tra convinzioni limitanti e potenzianti Copertina (300)
Alessandra Benassi

Robert Dilts ci insegna che le nostre convinzioni possono plasmare, influenzare o perfino stabilire il nostro grado di intelligenza, di salute, di relazioni, di creatività, addirittura il nostro grado di felicità e di successo personale.
 
In questo articolo ci occupiamo di salute interiore con la crescita personale. Affronteremo il tema delle convinzioni limitanti, fornendoti un esercizio e uno spunto interessante per iniziare a lavorare, con l’introspezione, sui tuoi pensieri.
 
Le convinzioni rappresentano le nostre certezze e non necessariamente la verità. Possono svolge il ruolo di catene invisibili oppure quello di biglietto di sola andata per strabilianti opportunità.
 
Prova a riflettere qualche istante su ciò che guida la tua vita, ti accorgerai di quanto le convinzioni determinano le tue decisioni. Entrano in gioco negli ambiti più disparati: al ristorante, nel tempo libero, a lavoro, nelle relazioni e sulla percezione che hai di te stesso.
 
Esistono due tipi di convinzioni
  1. Convinzioni limitanti: sono le catene invisibili che non ti permettono di esprimere il tuo potenziale e di ottenere ciò che veramente desideri.
  2. Convinzioni potenzianti: ti rendono sicuro di te, abile, capace e coraggioso.
Le convinzioni limitati sono tutte quelle affermazioni che ripeti a te stesso, per restare nella tua zona di comfort, volte a tenerti bloccato così da evitare i tanto temuti “no” o qualche insuccesso. “Sono troppo vecchio per imparare un nuovo sport”, “Non so parlare abbastanza bene l’inglese per fare un viaggio da solo”. Tutte le volte che hai ripetuto a te stesso frasi di questo genere hai lasciato vincere le tue paure rinunciando a incredibili opportunità. Ciò che credi e ripeti a te stesso determina il tuo stato d’animo, le tue aspettative, i comportamenti, le relazioni e i tuoi successi. Hai mai sentito le espressioni “non capita mai a me” e “capitano sempre tutte a me”? sono entrambe due convinzioni limitanti. Smettila di etichettarti e di definire con giudizio critico ciò che ti accade e ciò che sei.
 
Come lavorare sulle convinzioni limitanti
 
Prova questo semplice esercizio dal potenziale straordinario. Quello che ti serve è carta e penna, quello che devi fare è seguire i prossimi 4 step:
Step 1: Individua una delle tue convinzioni limitanti e scrivila (es: Non ho un bell’aspetto). Scegli una convinzione di cui hai già consapevolezza, quella che ricorre più frequentemente nei tuoi pensieri.
Step 2: Trasforma la tua convinzione rendendola potenziante. Il tuo obiettivo in questa fase è individuare le opportunità che si celano dietro la convinzione limitane.
(es: posso prendermi cura del mio aspetto per migliorarlo e sentirmi bene)
Step 3: Confrontale e osserva come la convinzione limitante era in grado di bloccarti totalmente lasciandoti senza vie di uscita, mentre come la convinzione potenziante è in grado di liberare il tuo potere e di farti agire a tuo vantaggio.
Step 4: fai un piccolo elenco con i primi passi che puoi compiere, ciò che puoi fare per sentirti bene e ottenere quello che desideri ( es: posso mangiare sano, iscrivermi a un corso di pilates ecc..)
 
I pensieri sono alla base di qualunque azione. Mostra coraggio e intraprendenza, lascia spazio al cuore, ai sogni, alla creatività. Crea le le tue occasioni con un atteggiamento potenziante e positivo, la libertà della tua mente si rifletterà sulla tua vita.
 
Testa o cuore
 
Per lavorare sulle convinzioni vogliamo darti un ultimo consiglio, corri a vedere il meraviglioso corto Disney “Testa o cuore”.
Racconta la storia di Paul, un uomo di mezza età che vive nella California degli anni ’80 che conduce una vita regolare quanto noiosa, come impiegato della Boring, Boring & Glum. Ogni giorno siede alla sua scrivania nel grigiore di un ufficio dove dozzine di altri dipendenti inseriscono dati al computer in monotona e asfissiante sincronia. Sin dal risveglio mattutino, il Cervello, il Cuore, i Polmoni e lo Stomaco, i Reni e la Vescica, di Paul si attivano dandogli gli stimoli necessari per vivere la giornata. Alcuni impulsi sono fisiologici e inevitabili, mentre gli input che arrivano da Cervello e Cuore finiscono spesso per essere in netto contrasto, creando un forte conflitto tra la sua parte più logica e pragmatica e quella più avventurosa ed emotiva. Paul ha voglia di ballare sotto la doccia, di fare surf, di indossare grandi occhiali colorati e di mangiare gustosi dolci ma c’è qualcosa che gli impedisce di vivere la vita all’altezza dei sogni che ha.
 
 

5 consigli per dormire bene: come risvegliarsi pieni di energie liberi dai dolori al collo o alla schiena

5 consigli per dormire bene: come risvegliarsi pieni di energie liberi dai dolori al collo o alla schiena Copertina (415)
Alessandra Benassi

Ti capita di soffrire di dolori al collo o alla schiena? spesso fai fatica a trovare una posizione comoda per dormire? alcune mattine ti alzi e avverti particolari fastidi o dolori?
Se ad alcune di queste domande hai risposto di si, in questo articolo troverai alcuni consigli che fanno al caso tuo. Scoprirai come preservare, durante la notte, le curve naturali della colonna vertebrale e mantenere un allineamento neutro di gambe, bacino, busto e braccia.
 
 
Ecco i 5 consigli dello staff dello studio di Fisioterapia Fisiologic Mira:
 
  1. Evita di dormire a pancia in giù. In questa posizione, per respirare, la testa viene ruotata da un lato e a causa dell’eccessiva rotazione si verifica un aumento dei dolori al collo. Di conseguenza si incorre in un affaticamento muscolare e in una maggiore compressione del rachide cervicale. Inoltre, la parte bassa della schiena è posta in iperestensione, causando una maggiore compressione della colonna lombare.
  2. Le dimensioni del cuscino contano: ti incoraggiamo a provare diversi cuscini per vedere quali sono più adatti a te. Ricorda che una taglia non va bene per tutti! Evita di dormire con il doppio cuscino, con quelli troppo grandi o gonfi e quelli eccessivamente piatti. Cerca un cuscino che mantenga la testa e il collo in allineamento neutro in modo che siano in linea con il resto della colonna vertebrale. Che tu stia dormendo sulla schiena o su un fianco, assicurati che il cuscino riesca a supportare tutta la curva del collo. Se vedi uno spazio tra il cuscino e il collo, significa che non c’è supporto in quell’area specifica.
  3. Se dormi sulla schiena posiziona un cuscino sotto le cosce. Questo ti permetterà di scaricare e decomprimere la colonna vertebrale consentendo una leggera curva nelle ginocchia. Queste lievi regolazioni possono fornire sollievo alle articolazioni.
  4. Se dormi sul fianco metti un cuscino tra le ginocchia e sotto il braccio. In questo modo puoi allineare il tuo corpo in posizione neutra, fornendo maggiore supporto alle gambe, alle braccia e al busto. Un cuscino tra le ginocchia mantiene le gambe e il bacino allineati e riduce il rischio di rotazione eccessiva del busto e del bacino. Un cuscino posto sotto il braccio superiore lo mantiene in linea con il busto minimizzando il rischio che la spalla superiore venga tirata in avanti.
  5. Evita di rannicchiarti in posizione fetale. Anche se all’inizio può sembrare confortevole, questa posizione causa un aumento della tensione alla schiena e al collo poiché entrambe le aree vengono flesse in avanti. Tieni le ginocchia leggermente piegate (non sollevarle troppo in alto verso il petto), assicurati che la testa sia in linea con il resto del corpo e piega leggermente il mento in modo che la parte posteriore del collo sia allungata.
     
Preserva, durante il sonno, le curve naturali della tua colonna vertebrale e mantieni l’allineamento neutro di gambe, bacino, busto e braccia. Questo ti permetterà di avere un risveglio energico e di preservare il tuo benessere psico fisico.

DSA - Cosa sono i Disturbi Specifici dell' Apprendimento

DSA - Cosa sono i Disturbi Specifici dell' Apprendimento Copertina (653)
Annalisa Muto

 
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un vertiginoso aumento di diagnosi di Disturbo dell’apprendimento. Ma di cosa si tratta? Qual è la causa di tale boom diagnostico?
La letteratura scientifica definisce i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) come “Disturbi che coinvolgono uno specifico dominio di abilità lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale ed interessando le competenze strumentali degli apprendimenti scolastici”. Si tratta quindi di difficoltà di apprendimento delle competenze scolastiche nei domini di lettura, scrittura e calcolo associate ad un funzionamento intellettivo generale nella norma.
 
Ad oggi, la prevalenza è pari al 5-15% tra i bambini in età scolare e del 4% negli adulti. I disturbi dell’apprendimento (DSA) sono in aumento, tanto che si stima, secondo quanto riportato da Agi.it, un incremento del 450% in soli 7 anni. Secondo i dati resi noti dalle aziende sanitarie nell’anno scolastico 2010-2011 i ragazzi dislessici o disgrafici, riconosciuti tramite i documenti delle aziende sanitarie, erano appena lo 0,7% del totale. Sette anni dopo, nel 2017-2018 rappresentavano il 3,2% della popolazione studentesca per un totale di 276 mila. L’introduzione nel 2010 della legge 170 sulle “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico” ha contribuito a causare un aumento delle diagnosi di DSA. La normativa non solo riconosce al bambino le varie difficoltà di apprendimento, ma permette allo studente con diagnosi di usufruire di “appositi provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica nel corso dei cicli di istruzione e formazione”.
 
Tali difficoltà di apprendimento esistono da sempre, ma un tempo coloro che le vivevano venivano scambiati per alunni pigri, poco volenterosi. Grazie alla maggior diffusione di conoscenze sull’argomento, alla formazione di personale specializzato e all’interesse di molti insegnanti riguardo alla tematica è oggi possibile discriminare tra lo scarso impegno e la presenza di problematiche che, se non adeguatamente riconosciute e trattate, rischiano di rendere impossibile per il bambino il raggiungimento degli obiettivi didattici con conseguente impatto negativo sull’autostima. Questo può portare allo sviluppo di disturbi psicologici (depressione, ansia), o di problematiche comportamentali, fino a favorire un tasso di abbandono scolastico nettamente superiore alla media.
Riconoscere un eventuale Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA) il prima possibile, e quindi formulare una diagnosi DSA che sia tempestiva per fornire all’alunno le adeguate misure dispensative e compensative previste dalla legge, riveste un’importanza fondamentale. Se adeguatamente presi in carico, infatti, i bambini con difficoltà di apprendimento sono perfettamente in grado di svolgere il medesimo programma e raggiungere gli stessi obiettivi didattici dei compagni.
 
Per fare diagnosi di DSA ci si riferisce ai principali sistemi diagnostici internazionali (DSM V, ICD10) e in modo particolare, in ambito italiano, alle “Raccomandazioni per la pratica clinica definite con il metodo della Consensus Conference”, promossa nel 2007 dalle principali società scientifiche e associazioni italiane, e alle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità del 2010. Il processo diagnostico, così come indicato dalle Linee Guida, può essere suddiviso in due distinte fasi, rispettivamente finalizzate all’esame dei criteri diagnostici prima di inclusione e successivamente di esclusione. Nella prima fase si somministrano, insieme alla valutazione del livello intellettivo, quelle prove necessarie per l’accertamento di un disturbo delle abilità comprese nei DSA (decodifica e comprensione in lettura, ortografia e grafia in scrittura, numero e calcolo in aritmetica). Questa fase permette al clinico di formulare o meno una diagnosi provvisoria (nell’accezione utilizzata dal DSM V) o di orientamento di disturbo specifico evolutivo dell’apprendimento. Una particolare attenzione deve essere posta nell’ indagine anamnestica che deve indagare, oltre alle classiche aree di raccolta delle informazioni, lo sviluppo visivo e uditivo, tenendo conto del bilancio di salute operato dal pediatra o dal medico curante del bambino. Dai dati acquisiti in questa fase, il clinico è in grado di valutare, dopo la verifica strumentale relativa alla presenza dei sintomi di inclusione, se indicare ulteriori accertamenti relativi ai criteri di esclusione. Nella seconda fase vengono disposte quelle indagini cliniche necessarie per la conferma diagnostica mediante l’esclusione della presenza di patologie o anomalie sensoriali, neurologiche, cognitive e di gravi psicopatologie.
A conclusione del percorso diagnostico il professionista sanitario redige un referto scritto sulla valutazione attuata, indicando il motivo d’invio, i risultati delle prove somministrate ed il giudizio clinico sui dati riportati. A tal proposito l’istituto Superiore di Sanità indica che le figure specialistiche deputate per la diagnosi di DSA sono lo Psicologo, il Neuropsichiatra infantile o il Logopedista.
Per quanto riguardo l’età in cui è possibile effettuare la diagnosi, essa dovrebbe teoricamente coincidere con il completamento del 2° anno della scuola primaria relativamente alla diagnosi di dislessia, disgrafia e disortografia e di 3° anno della scuola primaria per quanto riguarda la diagnosi di discalculia.
A seguito del percorso diagnostico diviene poi necessario una presa in carico specifica, basata su un modello chiaro e su evidenze scientifiche e deve essere erogato quanto più precocemente possibile tenendo conto del profilo emerso dalla diagnosi.
 
Il trattamento dei DSA si basa sull’idea che le competenze di lettura, scrittura e calcolo sono il frutto della molteplice attivazione delle funzioni corticali superiori. Attenzione, memoria, percezione, ragionamento logico, pianificazione sono solo alcune delle numerose funzioni cognitive che vengono coinvolte nell’espletamento di competenze quali la lettura, la scrittura o il calcolo. E’ fondamentale quindi, a seguito di un’attenta valutazione, individuare in quali domini si riscontrano cadute e quali sono i punti di forza del bambino andando così ad agire con il trattamento attraverso un training specifico ed intensivo. Le stesse linee guida consigliano trattamenti intensivi, di 2-3 volte a settimana, meglio se incrementato con ulteriori esercitazioni da fare a casa tutti i giorni per poco tempo al giorno ed alternando cicli ripetuti di almeno 3 mesi di trattamento. Le figure che ad oggi ruotano attorno ai bambini con diagnosi di DSA sono il logopedista, lo psicologo, il neuro-psicomotricista, l’ortottista ed il tutor DSA che, in collaborazione con scuola e famiglia, conseguono l’obiettivo di migliorare non solo le performance scolastiche quanto in generale il benessere psico-fisico del bambino. Ognuna di queste figure, con le proprie competenze e nei propri specifici campi di intervento, interverrà in modo da costruire un percorso adeguato al singolo profilo individuale.
Che futuro aspetta ad un bambino con diagnosi di DSA? Non è facile rispondere a questa domanda. Quello che si può dire è che gli effetti della dislessia da adulti dipenderanno dalla severità del disturbo, dall’età in cui è stato diagnosticato e dalla qualità del supporto avuto a casa, a scuola e in ambito sanitario. Una tarda identificazione o un errato approccio potrebbero determinare problemi aggiuntivi. Per esempio, potrebbe svilupparsi una fragilità emotiva, dovuta agli insuccessi scolastici; potrebbero manifestarsi malesseri fisici, ozio e/o passività; potrebbe instaurarsi un sempre maggiore rifiuto a proseguire negli studi; potrebbero diventare irrequieti e fortemente disturbanti a scuola; potrebbero rifiutare il problema e, di conseguenza, gli aiuti di cui necessiterebbero, portandosi dentro un carico emotivo eccessivo.
 
 
BIBLIOGRAFIA
indicazioni consensus_DSA2007.pdf
guida_per_genitori.pdf
www.agi.it
Brunedil

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