Pianta che ha indubbiamente caratterizzato il panorama paesaggistico italiano e nutrito, riscaldato e accompagnato popolazioni per secoli, e per generazioni è stato il cuore pulsante della vita agricola in molte aree montane. Tanto da meritarsi l’attribuzione del soprannome di “albero del pane” ed il simbolismo di espressione dell’armonia tra uomo e natura
Classificazione botanica:
Ordine: Fagales
Divisione: Angiosperme
Classe: Dicotiledoni
Genere: Castanea
Famiglia: Fagaceae (Cupulifere)
Specie: Castanea sativa (Castagno europeo)
Castanea mollissima (Castagno cinese)
Castanea crenata (Castagno giapponese)
Nome comune: Castagno
Origine nome: deriva dal latino castanea, che a sua volta proviene dal greco kastanon o Kastania: nome di una città della Tessaglia in Asia minore, nota per la coltivazione dell’albero. Anche se alcuni studiosi suggeriscono un’origine ancora più antica, legata al persiano kastah (frutto secco), collegando il nome alla consistenza legnosa del frutto. Mentre il nome scientifico Castanea sativa (indica che è una pianta coltivata) e commestibile (vesca).
Luogo di origine: regioni sud-europee e dell’Asia Minore, da dove fu ampiamente diffuso in Europa, prima dai greci e poi dai romani che lo portarono anche a nord delle Alpi. Mentre in Italia si è molto esteso nelle aree collinari sub-montane.
Consistenza e Morfologia: trattasi di un maestoso grande albero a foglia caduta, con chioma espansa tondeggiante, con una circonferenza di 6 – 8 m ed una altezza normalmente di 15 – 20 m, ma che può superare i 25-30.
Caratteristiche componenti struttura:
- tronco: robusto, tozzo ed eretto che diventa rugoso con il crescere, dal quale si dipartono ramificazioni ad altezze modeste;
- apparato radicale: inizialmente fittonante per poi divenire espanso e ramificato, sul quale si determina una relazione simbiotica mutualistica con i funghi del suolo (micorizza) che, in cambio dell’utilizzazione degli zuccheri assorbiti dalla pianta (che gli consentono di ottenere la capacità di fruttificare), formano una guaina attorno alle sue radici più sottili che, aumentando la superficie di assorbimento di acqua e sali minerali (fosforo e azoto), ne riducono il bisogno di fertilizzanti, oltre a renderla più forte e maggiormente resistente alla siccità ed ai patogeni. Simbiosi che consente anche al castagno di produrre tartufi: bianchetto (Tuber albidum/brumale) e nero pregiato (Tuber melanosporum), anche se i terreni generalmente acidi (pH 5 – 6) dove cresce bene il castagno, non si addicono alle esigenze dei suoli prevalentemente calcarei (pH 7,5 – 8,5) loro adatti. Tuttavia la coltivazione è ugualmente possibile con successo, piantumando soggetti micorizzate preventivamente;
- corteccia: nei rami giovani è liscia, di colore variabile dal grigio chiaro all’ocra, con lenticelle (piccole protuberanze spugnose tonde e biancastre che sostituendo gli stomi) che si chiudono in inverno per riaprirsi in primavera, permettendo gli scambi gassosi essenziali (ossigeno e anidride carbonica), tra l’ambiente esterno ed i tessuti interni, garantendo la respirazione della pianta e la fuoruscita di vapore acqueo;
- foglie: la cui emissione avviene in aprile-maggio, sono coriacee, di forma ellittico-lanceolata, con il margine generalmente seghettato, apice acuminato e con lunghezza media di 12-20 cm e larghezza di 3-6 cm;
- gemme: sono lisce corte e tozze, di colore bruno rossiccio e, a seconda delle zone e delle varietà, si schiudono tra la metà di marzo e la metà di aprile;
- fiori: essendo il castagno una pianta monoica (che porta fiori maschili -staminiferi - e femminili – carpelliferi - sullo stesso soggetto), con fiori maschili riuniti in glomeruli ubicati su amenti (infiorescenza con asse allungato) lunghi 10-30 cm, dal portamento pendulo o eretto, e infiorescenze femminili che si trovano alla base degli amenti, situati all’ascella delle foglie superiori. Infiorescenze, ognuna delle quali contiene, di solito, 3 fiori protetti da un involucro, detto copula, da cui fuoriescono 3 stili (elementi riproduttivi femminili). E mentre la copula si evolverà in riccio verde cosparso di spine che si apre a maturità; i fiori, una volta allegati, si trasformeranno in castagne. Però non tutti i fiori di una cupola allegano, per cui il numero di frutti contenuti in un riccio varia da 1 a 3 (compresi quelli abortiti, chiamati guscioni), in funzione della varietà e dell’andamento stagionale;
- frutti: sono acheni (frutti secchi indeiscenti, cioè che a maturità non si aprono) rivestiti da un pericarpo liscio e coriaceo di colore variabile dal marrone chiaro al bruno scuro, del peso di 8 -20 grammi, a seconda che trattasi di varietà a pezzatura più piccola e più dolci, o dei marroni più voluminose a facce convesse. All’interno del frutto, protetto da una pellicola rosata (episperma) si trova la parte edule (che può essere composta da 1 a 3 semi, ognuno racchiuso nel proprio episperma). La produzione inizia dopo il quarto anno dall’impianto e al decimo anno può raggiungere i 20 Kg per pianta e una-due tonnellate per ettaro.
Riproduzione per:
- seme, dopo la raccolta in autunno, scegliendo le castagne sane e integre, mettendole a bagno per 24 ore ed aver scartato quelle che galleggiano e, per facilitare la fuoruscita della radice, aver inciso leggermente la parte superiore. Per accelerare la germinazione è consigliabile metterle, coperte di muschio umido, in frigorifero; oppure seminarle, in autunno-inverno, direttamente in vaso coprendole leggermente di terreno. Per poi, a primavera, effettuare il trapianto delle piantine in piena terra;
- prelevando alberelli o polloni dal bosco, in inverno (cercando di preservare più radici possibili) e, dopo averli immersi in acqua, piantarle possibilmente in vaso, prima di trapiantarle in piena terra, dopo un anno di permanenza;
- talea, prelevandola ad ottobre-novembre, da polloni della base del tronco, per replicare la varietà, (se da castagno innestato), o in marzo-giugno per talea semilegnosa, prelevandola da un ramo giovane e sano dell’anno corrente o precedente, dal quale asportare una porzione di 15-20 cm con diversi nodi, effettuando un taglio diagonale alla base e la rimozione di un po' di corteccia dai lati opposti, per favorire la radicazione. Prima di immergerla in un prodotto a base di ormone radicante e piantarla in un substrato di torba e sabbia (preferibilmente in un sacchetto), da mantenere umido in ambiente a luce indiretta, finché non si sviluppano le radici, in quantità e dimensioni tali, da consentire il trapianto;
- innesto:
- a spacco, adatto per portainnesti (la parte inferiore della pianta su cui va applicata la parte superiore: nesto o marza di un’altra pianta, per dare origine ad un nuovo individuo) con tronco di maggiore diametro, da eseguire in primavera;
- a gemma o a T, per il quale il nesto è costituito da una sola gemma, che si applica quando la pianta è in succhio (periodo in cui la linfa circola facendo gonfiare la corteccia, rendendola facilmente staccabile), a fine estate (a gemma dormiente), o in primavera (a gemma vegetante); o
- a corona, su alberi adulti, con tronco di grosso diametro. Secondo la tradizione contadina ed alcune teorie di esperti del settore, gli innesti dovrebbero praticarsi in fase di luna calante, per il fatto che la linfa risalendo meno intensamente verso le parti alte della pianta, riduce lo “stress da ferita”, facilitando la cicatrizzazione e l’attecchimento del nesto. Il che porterebbe ad una maggiore produzione di frutti; mentre in fase di luna crescente favorirebbe un maggior sviluppo vegetativo, a discapito della fruttificazione. Comunque, questo metodo di moltiplicazione è in grado di assicurare:
- l’uniformità della coltura; - il superamento della variabilità genetica della semina;
- la riproduzione fedele di varietà pregiate;
- l’anticipo della produzione;
- e la possibilità di scegliere portinnesti adattabili al terreno e resistenti a patogeni. Come nel caso dell’utilizzo di marze prelevate da piante della varietà Marsol (ibrido ottenuto dall’incrocio tra il castagno europeo e quello giapponese) che garantisce una apprezzabile resistenza al temibilissimo Cinipide
Longevità:
il castagno è una pianta che spesso raggiunge e supera i 500 anni, tant’è, che in molte regioni d’Italia (Calabria: il Castagno del Cielo a Cerva e l’Albero del Pane a Sersale;
Sardegna: Castagno di Ghenna e Creccu a Tonara di Nuoro;
Abruzzo e Marche castagneti antichi nei dintorni del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga;
Lazio: castagni secolari nei pressi dei Monti della Laga;
Liguria: Castagno millenario a Ceriana, vicino Sanremo;
Piemonte: esemplari antichi a Val Maira e Val Varaita in provincia di Cuneo;
Alto Adige/Sudtirolo: Castagni monumentali a Maia Alta e Merano) esistono esemplari millenari spesso protetti come “Monumenti Naturali” legati a leggende e tradizioni che riflettono l’importanza storica ed economica della specie nelle diverse culture locali.
In particolare, in Sicilia, sulle pendici orientali dell’Etna, a sant’Alfio, c’è un albero che, con la sua sola presenza, continua a raccontare la grandezza e la resilienza del Castagno. In quanto trattasi di uno degli esemplari più straordinari del mondo: il Castagno dei Cento Cavalli, tanto da essere definito un mito vivente ed essere immortalato in una famosa leggenda dall’omonima denominazione (Secondo la quale la regina Giovanna I d’Angio’: Regnante a Napoli dal 1343 al 1381, essendo stata sorpresa da un forte temporale trovò protezione, insieme al suo seguito di 100 cavalieri e le rispettive cavalcature, sotto le fronde di questo gigantesco castagno. Dove, sempre secondo la leggenda, sembra abbia trascorso la notte con uno o più amanti cavalieri. Leggenda che nel corso dei secoli, ha ispirato numerosi poeti e artisti, tra cui il catanese Giuseppe Borrello, che ne ha raccontato la storia in versi). Considerato che oggi l’albero pur essendo formato da tre tronchi distinti, le analisi botaniche hanno confermato essere provenienti da un unico gigantesco soggetto originario. Perciò, nel passato, il tronco doveva essere un tutt’uno impressionante, poiché le misure del Settecento rilevavano un perimetro complessivo che superava i 57 m alla base. Mentre, attualmente la sua altezza media è di circa 19-22 m e l’estensione della chioma supera i 1.000 metri quadrati, ma nonostante l’età, che recenti studi condotti dal Consiglio -CREA- (attraverso l’analisi genetica KASP: Tecnologia di genotipizzazione usata in ambito genetico, per la Ricerca in Agricoltura), hanno rivelato essere di 2.200 anni (Il che significa che era già maestoso quando venivano costruiti i templi della Magna Grecia, come Paestum -570/ 530 a.C.- e il Tempio della Concordia di Agrigento - 430 a. C.), gli eventi naturali, inclusa la non trascurabile attività del limitrofo vulcano, il “gigante” è ancora vivo, vitale e produttivo. Stima dell’età, per il calcolo dalla quale è stato considerato il tasso di accrescimento del fusto che, dopo i primi 30 anni dalla nascita, fa aumentare il suo raggio di circa 4 millimetri all’anno. Per cui essendo la circonferenza su cui sono disposti i fusti di circa 57 m, corrispondente a circa 9 m di raggio (r= m 57: 2X 3,14) si ha: 9 m: 0,004 = 2269 anni.
(segue Riproduzione del plurimillenario “Castagno dei Cento Cavalli)
Esigenze:
- Climatiche: essendo una specie termofila, mesofila e moderatamente eliofila, cioè che prospera bene sia in ambienti con temperature superiori a 45 °C, che in condizioni intermedie, tra i 20 -45°C, purché non eccessivamente secche (xerofile), o troppo umide (idrofile), con esposizione diretta ad intensa luce solare ed altitudine non oltre i 1000-1200 s.l.m. Condizione tipiche dei climi temperati,
- Suolo: la preferenza è verso terreni sciolti, ben drenati, vulcanici, ricchi di sostanza organica, con reazione subacida-acida: pH 6,5 - 4,5, se tale valore supera il 7 occorre abbassarlo con del solfato di ferro;
- Idriche: sebbene il castagno sia tradizionalmente coltivato in asciutto, l’irrigazione risulta essere importante, specie in zone dove le precipitazioni annue non superano i 600 mm. In particolare, quando trattasi di giovani piante, che per i primi 3 anni dall’impianto necessitano un costante mantenimento del terreno umido, con l’apporto di circa 4 e 2,5 litri di acqua a settimana, rispettivamente nei primi mesi e durante la fase vegetativa. Quantità che, in caso di estati siccitose, va aumentata a 20 -30 litri, per le piante più giovani e circa 75 litri per quelle adulte, ogni circa 10 giorni. Da distribuire al mattino presto o nel tardo pomeriggio per ridurre l’evaporazione.
Distribuzione dell’acqua che è consigliabile effettuare applicando il metodo più rispondente alle seguenti tipologie di coltivazione:
- singole piante: a tazza o conca di terra attorno alla pianta, per trattenere l’acqua e farla assorbire gradualmente;
- più piante e per colture di modeste entità: è preferibile la microirrigazione o distribuzione a goccia, meglio se integrata da sensori di umidità del suolo e sistema di automazione, per ottenere un controllo finalizzato: all’effettivo fabbisogno idrico; a garantire maggiore efficienza; a fornire acqua direttamente alle radici; e consentire di ridurre gli sprechi per evaporazione e il deflusso superficiale (specie per coltivazioni in pendenza). Oltre a permettere l’utilissima praticare della fertirrigazione (tecnica che consente di distribuire fertilizzanti direttamente nell’acqua usata per irrigare, permettendo di far giungere i fertilizzanti in maniera mirata alle radici, facilitandone l’assorbimento);
- colture intensive: per le quali i metodi più evoluti comprendono quello:
- per aspersione sotto chioma con irrigatori (Rivulis), progettati per una uniforme ed efficiente distribuzione dell’acqua in funzione della capacità di assorbimento del terreno;
- e per l’Irrigazione a Rateo Variabile e Automatizzata (VRI – Variable Rate Irrigation), che regola dinamicamente (in maniera adeguata alle variazioni climatiche e alle esigenze specifiche delle piante durante la stagione) la quantità di acqua erogata in diverse zone di un campo. Attraverso una gestione di dati provenienti da sensori e da rilievi satellitari NDVI- (Indice di Vegetazione a Differenza Normalizzata: indicatore grafico fondamentale per il telerilevamento attraverso l’analisi della luce riflessa da piante e suolo) . Dati che permettono di identificare aree con vegetazione rigogliosa, o scarsa e assente, attraverso il riscontro dell’umidità, della tessitura del terreno e del vigore vegetativo. Al fine di ottimizzare le risorse idriche ed energetiche, massimizzare le rese e ridurre gli sprechi.
- Nutritive: a base di concimazioni organiche (letame o compost) in inverno e dal secondo anno di vita, soprattutto in impianti produttivi, integrate con fertili zzanti complessi contenenti azoto, fosforo e potassio - NPK – nelle proporzioni (Titolo) 10-10-10;
- Potatura: finalizzata allo sfoltimento della chioma per eliminare i polloni, i rami secchi o malati e formare le branche per una impalcatura a vaso, con tagli di ritorno (consistente nel taglio obliquo di un ramo principale appena sopra l’inserzione di un ramo laterale di 2 anni, che abbia un diametro di almeno 1/3 di quello principale, senza lasciare un mozzicone troppo corto o troppo lungo, per evitare l’appassimento o stimolare lo sviluppo di succhioni indesiderati), allo scopo di: - abbassare la chioma, per rendere più agevole la raccolta, assicurare maggiore stabilità ed evitare ombreggiamenti; rinvigorire i rami vecchi e stimolare la produzione di nuovi germogli e frutti; spostare la crescita verso l’interno, per mantenere una forma equilibrata; e ridurre la densità, per agevolare l’ingresso dell’aria e della luce.
Tecniche di governo per:
- Castagneto da frutto:
- sistema tradizionale estensivo: caratterizzato da sesti d’impianto ampi, di m 8 x 8 o 10 x 10, pari a circa 160 – 100 piante/ha, in genere allevate a forma libera o a vaso aperto, per favorire l’espansione laterale. Gestione che consente un inizio di produzione verso il 5° - 6° anno;
- sistema intensivo: più adatto a varietà recenti, ottenute da ibridi euro-giapponesi come Bouche de Betizac, coltivati con sesto d’impianto alquanto stretto di m 7 x 4 o 7 x 3, 7, a cui corrisponde l’elevata densità di circa 350 – 380 piante/ha. Metodologia che permette un’entrata in produzione precoce, intorno al 2° - 3° anno, e rese elevate che possono raggiungere le 3 tonnellate/ettaro, a partire dal 5° anno. A condizione che si pratichi: una cura rigorosa della chioma; un’adeguata concimazione; ed un sistema d’irrigazione preferibilmente localizzato;
- Sistema Ceduo : basato sulla capacità del castagno di emettere polloni successivamente al taglio del tronco, da effettuarsi durante il riposo vegetativo, seguendo le indicazioni stabilite dal Calendario dei tagli 2025-2026 che, in relazione all’altitudine s.l.m., prevede: sotto i 600 m, dal 1° ottobre al 31 marzo o 15 aprile, a seconda della regione; - tra 600 e 1000 m, dal 15 settembre al 15 – 30 aprile; - oltre i 1000 m, fino al 15 maggio, per garantire un ricaccio più forte e stabile.
Sistema che, a seconda della tipologia di governo, si differenzia in:
- semplice: consistente nel taglio a raso di tutti i polloni alla ceppaia seguendo un turno: - rapido (ogni 2-3 anni), spesso destinate alla produzione di biomassa (legno sminuzzato meccanicamente in scaglie, usato principalmente come combustibile per alimentare caldaie, o come materiale per pacciamatura in agricoltura); - medio (ogni 15-30 anni), utilizzato per paleria, carbone e legna da ardere; - lungo (40-60 anni), impiegato per legname da opera (travatura, carpenteria e falegnameria) .
- matricinato: prevede il taglio della maggior parte dei polloni, lasciando “matricine” (dette anche piante portasemi, per garantire il futuro del bosco tramite seme, o per costituire una riserva di alberi più adulti ed avere un bosco misto e più stabile).
Nel 2026 i Piani regionali del Lazio possono richiedere una matricinatura a gruppi, con almeno 6 soggetti per unità d’intervento (dell’estensione di un ettaro o di una porzione di esso su cui si sta lavorando). Consistente in una pratica forestale dove si selezionano 5 ceppaie vicine fra loro e si lasciano 2 polloni su ognuna di esse, per ottenere un gruppo composto da 10 polloni che viene lasciato crescere per formare degli alberi (6 o più) che serviranno da riserva per il futuro. Mentre il resto del bosco viene diradato e tagliato.
- composto: tecnica di gestione forestale che combina la rinnovazione da seme (Fustaia o bosco d’alto fusto, formato da alberi da frutto, che sviluppano un unico fusto principale), con la rinnovazione del ceduo, per garantire la continuità del bosco, favorire la biodiversità (coesistenza, in uno stesso ecosistema, di diverse specie vegetali e animali che crea un equilibrio grazie alle reciproche relazioni) e la rigenerazione naturale. Conferendo al bosco due livelli di vegetazione, di cui uno inferiore (ceduo), costituito da polloni giovani, e uno superiore (matricine), composto da piante più vecchie. Il che consente la produzione di assortimenti legnosi di pregio, quali: paleria per l’agricoltura, tutori, travi per l’edilizia e legno per infissi. Assortimenti che comportano turni di taglio più lunghi (rispetto ad altri cedui) che variano dai 10–25 anni per la paleria, ad oltre 40 anni per le travi di maggiori dimensioni, ma che, in compenso, consentono di fruire dei benefici derivanti dall’ottenimento di produzione di legno da taglio e di alberi più longevi strutturati e fruttiferi.
Benefici che trovano riscontro nell’attuale orientamento dell’economia forestale, che si propone di passare da una gestione povera ad una che valorizza il legno di qualità, attraverso un governo del ceduo che mira ad adattare le pratiche tradizionali alle esigenze moderne, dove la selvicoltura selettiva e la gestione sostenibile sono fondamentali per la salute del bosco e la produzione di risorse di valore.
(segue Illustrazione forme di governo dei castagneti)
Infatti per il 2026 la gestione della coltivazione del castagno in Italia si basa sulla Strategia Forestale Nazionale -SFN- (Documento strategico che indirizza le Regioni per una gestione a lungo termine, inducendo obiettivi di biodiversità, clima, energia e sviluppo socio-economico) e sul Decreto Legislativo 34/2018 -TUFF-, con adempimenti che includono la redazione dei Piani di Gestione Forestale -PGF- (Strumento obbligatorio per le proprietà sopra certe dimensioni, che per la Campania risulta essere uguale o maggiore a 100 ettari, che pianifica interventi selvicolturali, uso dei pascoli, rimboschimenti e tutela ambientale), ora obbligatori per superfici rilevanti, e il rispetto delle normative regionali che specificano criteri e soglie, mirando a sostenibilità, biodiversità e filiere locali, con aggiornamenti periodici: degli Alberi Monumentali (D.M n. 0569045 del 2025) e del Registro Nazionale dei Materiali di Base (D.D. n.221354 del 2025) comprendente:
Materiale Forestale di Propagazione – MFP- (sementi, talee e piantine raccolte da alberi e arbusti identificati per garantire la qualità genetica, la provenienza e l’adattamento all’ambiente);
Prodotti Forestali non Legnosi -PFNL- di tipo:
Alimentari (Funghi, tartufi, frutti di bosco, asparagi selvatici, miele, selvaggina e castagne);
Non Alimentari (sughero, muschi, resine, oli essenziali, piante medicinali ornamentali e officinali, fibre, prodotti per cosmetica e coloranti);
Di origine animale (Miele, cera d’api, pelli, trofei di selvaggina e animali vivi).
Nonché la Regolamentazione dei tagli e l’uso dei pascoli, le modalità di concessione di permessi per la raccolta dei “Prodotti secondari o del sottobosco” e la gestione degli usi civici (Diritti perpetui inalienabili e imprescrittibili, gestiti dagli Enti locali, relativi all’utilizzazione di pascolo, legna, aree coltivabili, spettanti ai membri di una comunità su terreni di origine feudale, che garantiscono il sostentamento).
Complesso di provvedimenti, che promuovendo, secondo principi di sostenibilità, l’incremento quali-quantitativo e la valorizzazione dei descritti prodotti, si prefiggono di conseguire significativi obiettivi quali: - creazione di nuovi boschi e ripristino di aree degradate; miglioramento genetico delle foreste e della loro produttività; e sostegno alle industrie del legno, del sughero, alimentari e della cosmetica e farmaceutica.
Possibili utilizzazioni (che spaziano dell’industria manifatturiera, alla farmaceutica, all’agricoltura biologica):
Del legno, che per la sua durevolezza naturale, resistenza agli agenti atmosferici ed all’alto contenuto di tannino, trova impiego in:
edilizia per: travi strutturali, travetti, tetti, tettoie, pergolati, pali, recinzioni e traversine ferroviarie;
falegnameria per: mobili interni ed esterni, parquet, infissi e serramenti, doghe di botti, barrique: piccole botti utilizzate per l’affinamento e la maturazione di vini e distillati, attrezzature per parchi giochi, palizzate, pali di sostegno per le viti, cesteriae e la produzione artigianale di bastoni da passeggio e da escursione;
costruzioni di natanti: come barche, per la particolare resistenza all’acqua; produzione del carbone (preferito dai fabbri e nelle cucine per il poco fumo che produce).
Dei frutti e derivati, nel settore:
alimentare, consumabili seguendo le indicazioni di: - ricette tradizionali come: - castagne secche ammorbidite nel latte e per la preparazione di piatti quali: - minestra tipica del biellese (detta mac o mactabi) che prevede la lessatura nel paiolo insieme al riso ed al latte e in Ossola, impastate con patate, zucca e farina di frumento per la preparazione di gnocchi; - utilizzazioni innovativi, come: castagne pelate confezionate sottovuoto, creme, canditi, fiocchi, liquori e birra; oltre che come castagne fresche, e in particolare il marrone (varietà di castagna selezionata, di maggiore pezzatura, dolce e con buccia chiara), di largo uso, oltre che per il consumo diretto (crude, bollite o arrostite), per la produzione di farina (ingrediente fondamentale per il castagnaccio) priva di glutine (che la rende ideale per diete celiache), per confetture, in pasticceria, per la rinomata produzione dei marron glaces e come alimento per animali ; - e miele (noto per il sapore amaro e le proprietà antibatteriche);
Industriale, e Agricolo per: l’estrazione del tannino (impiegato nella concia delle pelli (per la produzione di cuoio di alta qualità, resistente e flessibile); la produzione di bio-adesivi ecologici (per legno e truciolati); l’estratto di castagno (dall’azione corroborante per potenziare le difese delle piante contro funghi, quali Peronospora e Botrite, e come repellente naturale per insetti e lumache; il riciclo delle bucce delle castagne, per l’alimentazione dei focolari domestici o, sminuzzate, come concime o componente del compost; l’impiego della foglie, per la preparazione di macerati antifungino-repellenti per la protezione delle piante, come composti fertilizzanti e lettiera del bestiame ed, in passato, per imbottitura di materassi e come surrogato del tabacco da fumo; e il riciclo dei ricci, che essendo ricchissimi di sostanze tanniche (e quindi poco degradabili), una volta bruciati, spargendo le ceneri di risulta nel castagneto, producono un’azione fertilizzante. Mentre il loro estratto acquoso, specie in passato, veniva impiegato per tingere di bruno e conciare tessuti e cordami.
In Erboristeria e Medicina (secondo indicazioni tramandati dalla tradizione popolare) venivano usate:
le gemme: per il macerato glicerico impiegato per favorire il drenaggio linfatico e, come vasodilatatore, per alleviare il senso di pesantezza alle gamme;
le infiorescenze maschili: per l’infuso utile per arrestare le diarree infantili;
le foglie e la corteccia (raccolte in primavera inoltrata, essiccate all’ombra e conservate in sacchetti): per in infusi e decotti per l’azione sedativa della pertosse, come espettorante ed astringente (in casi di dissenteria) e batteriostatiche (Che inibisce la riproduzione e la crescita dei batteri senza ucciderli);
il decotto di castagne/acqua di cottura: per combattere raffreddori, bronchiti, spasmi della tosse convulsa, geloni, diarrea infantile e per disturbi del sistema nervoso;
la polpa di castagne cotta: per, in cosmesi, maschere facciali detergenti ed emollienti. Mentre l’acqua di cottura delle bucce veniva usata per esaltare i riflessi dei capelli biondi;
le castagne secche: per l’infuso usato come espettorante in caso di: raffreddori, tossi o bronchiti. Mentre l’acqua di cottura era impiegata per rammollire i geloni, ed il passato veniva utilizzato per arrestare le diarree infantili;
e le castagne fresche: che erano e sono considerati “i gioielli di ottobre”. In quanto costituiscono un alleato per alleviare gli effetti della “mestizia d’autunno” complici dell’insorgenza di umore altalenante, insonnia e calo di desiderio (dovuta alla sensazione di malinconia quando diminuiscono le ore di luce e i colori della natura si sbiadiscono). Infatti esse sono composte per metà di acqua ed il resto da amidi e minerali con alta concentrazione di ferro e magnesio (dall’azione efficace contro il nervosismo e gli stati di ansia e nei periodi di lievi “depressioni” stagionali) e, in quantità minore, anche fosforo. Ed ancora la presenza di triptofano: precursore della serotonina (l’ormone del benessere) fa di questo frutto il “cibo della felicità). Mentre il contenuto di vitamina B2, B3 o niacina, e C, producono effetti utili rispettivamente per: la salute del fegato, dei capelli, degli occhi, per rafforzare il sistema immunitario e salvaguardare la salute della pelle, dei vasi sanguigni, delle ossa e delle cartilagini. Tanto che molti considerano questo prezioso frutto i “cereali “che crescono sugli alberi, poiché ricchissimi di carboidrati e quindi, per molti versi, paragonabili, più di ogni altro frutto, al pane e alla pasta. Carboidrati che, essendo assorbiti lentamente, mantengono stabile il livello di glicemia nel sangue, a cui si unisce un rilevante benefico contenuto di potassio (regolatore della pressione sanguigna de della contrazione muscolare, oltre a ridurre il rischio di calcoli renali e la perdita di tessuto osseo, contrastando gli effetti del sodio), addirittura in maggiore quantità delle banane (mg 350) e uguale a quello dei kiwi (400 mg).
Parassiti: fra quelli che arrecano maggiore danno, sono da annoverare fra:
1) Gli Insetti:
Cinipide - Drycosmus kuriphilus – è una piccola vespa (Imenottero) di colore nero, poco più grande di una formica, originaria della Cina, nota come Cinipide galligeno del castagno, che depone le uova nelle gemme e sui rametti, causando galle deformanti (ingrossamenti verdi/rosa), che producono il loro deperimento ed il diradamento della chioma. Il ciclo annuale inizia con lo sfarfallamento di femmine partenogenetiche (riproduzione asessuata, con sviluppo dell’uovo senza la fecondazione), tra giugno e luglio, quando depongono le uova. Le larve si sviluppano in autunno-inverno svernando all’interno delle gemme che, alla ripresa vegetativa, la pianta reagendo forma le caratteristiche galle, nelle quali le stesse larve completano lo sviluppo, impupandosi e sfarfallando a fine primavera/inizio nestate, chiudendo il ciclo con la comparsa di nuove femmine adulte.
Per contrastare l’infestazione il metodo di lotta più efficace è quello biologico, con l’introduzione nel castagneto dell’antagonista naturale: imenottero, parassitoide -Torymus sinensis-, che depone le uova nelle galle del Cinipide, da cui si sviluppano larve che nutrendosi delle uova del parassita contengono la diffusione del danno, senza nuocere alla pianta. Oppure, se l’infestazione si manifestano in maniera lieve su giovani piante, il rimedio consiste nell’asportazione e bruciatura dei rami colpiti, prima dello sfarfallamento degli adulti. Anche perché il ricorso alla lotta chimica è difficile e poco praticabile in ambito forestale;
Tortrice – Cidia Pammene fasciata-: è un piccolo lepidottero falena: lepidottero attratto dalle luci artificiali, caratterizzato da abitudini crepuscolari-notturne (dai colori alquanto spenti per favorire la mimetizzazione) e da antenne che possono essere piumate o filiformi, a differenza di quelle a clava delle farfalle. Il ciclo è annuale, con svernamento delle larve in bozzoli nel terreno o sotto la corteccia, nei quali si sviluppano gli adulti che sfarfallano a inizio estate (giugno-luglio). Le femmine, dopo l’accoppiamento, depongono le uova sulle nervature delle foglie o sulle gemme, che si schiudono in estate-autunno. Le larve appena nate scavando gallerie, penetrano nei giovani ricci, per nutrirsi del contenuto, provocando la prematura la caduta e la conseguente riduzione della produzione. Larve che, una volta mature, escono dal riccio per cercare un luogo riparato (sotto la corteccia o nel terreno) dove costruire un bozzolo per prepararsi a superare la rigidità invernale.
Per la lotta si utilizzano metodi di difesa biologici come: - il monitoraggio con trappole ai feromoni, da esporre all’inizio dell’estate per intercettare la presenza degli adulti; - trattamento con Bacillus thurigiensis carpocapsae spruzzandolo sulle larve appena nate, quando si spostano dalle foglie ai frutti; - l’uso, in autunno, di nematodi entomopatogeni (che causano malattie negli insetti) -Steinermem-carpocapsae-, spargendoli sul terreno intorno agli alberi per colpire le larve che vi svernano;
Balanino - Curculio elephas - : è un piccolo coleottero di colore marrone/nero, con un rostro molto lungo e sottile che usa per forare i frutti, ed è noto per le sue larve: vermi bianchi, tozzi, senza zampe e arcuati che si sviluppano all’interno delle castagne, che danneggiano irrimediabilmente scavando galleri. Mentre gli adulti si nutrono di gemme, oltre che di frutti causandone la caduta precoce.
Il ciclo annuale prevede che le larve svernino nel terreno, a circa 10-20 cm di profondità dove, in primavera (maggio-giugno) si impupano per poi, dopo 15-20 giorni, emergere da adulti per salire sull’albero. Le femmine, avvalendosi del rostro, forano i ricci e le castagne, deponendo un uovo al loro interno, da cui in autunno nascono le larve, che per nutrirsi (creano una celletta detta criptocecidio) ne causano lo svuotamento. A maturità, tramite un foro, escono dalle castagne per svernare interrandosi, completando il ciclo. La lotta può essere condotta attraverso:
pratiche agronomiche e fisiche quali: raccolta immediata e distruzione delle castagne cadute precocemente e infestate, per eliminare le larve prima che si sviluppino; - applicazione, tra giugno e agosto, di fasce adesive sui tronchi, a circa 50 cm da terra, per intrappolare gli adulti che cercano di risalire; - stesura di teli a maglie strette sotto chioma, per impedire alle larve di interrarsi e agli adulti di emergere; - trattamento di termizzazione (Immersione delle castagne in acqua calda a 50°C per un tempo breve di almeno 15 secondi), per l’eliminazione delle larve;
l’adozione di metodi biologici: - irrigando, tra aprile e settembre, il terreno con nematodi – Heteroohabditis bacteriophora – o il fungo -Beauveria bassiana -entomopatogeni, per parassitare le larve presenti nel suolo;
l’azione meccanica: con la raccolta delle castagne, comprese quelle che si trovano sotto i teli di plastica posti al momento della raccolta, e lo stoccaggio dei recipienti che li contengono su piani di cemento, per isolare le larve;
l’impiego di prodotti chimici: consigliabile solo in casi di gravi infestazioni (per evitare di danneggiare il circostante ecosistema), ricorrendo a insetticidi Piretroidi contenenti principi attivi come: Lambdacialotrina o Deltametrina, oppure a formulazioni specifiche a base di Fosmet.
2) Le Crittogame (Funghi patogeni):
Cancro corticale – Cryphonectria parasitica: malattia devastante che forma lesioni e tumefazioni (cancri) sulla corteccia, interrompendo il flusso della linfa, spesso con formazione di crepe con sporgenza di corpi fruttiferi -picnidi- (aventi la forma di piccoli punti arancioni o rossi, contornate da aree depresse con bordi rossastri o arancioni) ed evidenti necrosi che portano l’albero attaccato alla morte;
Mal dell’inchiostro -Phitophthora cambivora e P. cinnamomi: si riconosce per la chioma rada con foglie ingiallite/secche, presenza di fessure verticali alla base del tronco con essudato nero-marrone simile all’inchiostro, e tessuti interni nerastri a forma di fiamma al disotto della corteccia. Colpisce le radici, compromettendo l’assorbimento idrico e nutrizionale, causando il conseguente disseccamento, con sintomi che variano da un rapido deperimento ad una morte in pochi anni;
Per contrastare i gravi effetti dei patogeni fungini sopradescritti si può intervenire con trattamenti:
preventivi:
utilizzando portinnesti resistenti come gli ibridi giapponesi; - sterilizzando sempre gli attrezzi da potatura e le marze con soluzioni a base di rame; - garantendo un buon drenaggio del terreno per allontanare l’acqua; - evitando di produrre ferite al colletto della pianta durante il lavoro di decespugliamento; - effettuando un regolare intervento di potatura per aerare il fogliame; - evitando di sostituire subito le piante morte; - tagliando e bruciando i rami secchi e le parti infette; - proteggendo la ferite di potatura ed innesti, sigillandoli con mastici cicatrizzanti specifici o inoculando microrganismi antagonisti; - e rimuovendo, in caso di marciume radicale, le piante colpite.
specifici:
intervenendo, in primavera o inizio autunno, con prodotti specifici sistemici, come il Fosfonato di potassio dall’effetto induttivo di resistenza, tramite iniezioni al tronco (endoterapia), o aspersione fogliare o al suolo, per favorire l’assorbimento;
ripopolando il suolo con prodotti contenenti funghi benefici, come: Micosat Funo, e Agri Bio Aktiv, per ostacolare il diffondersi di patogeni e rinforzare le radici;
somministrando, con la stessa metodologia del Fosfonato, preparati stimolanti come il Vitaseve, o biostimolanti come il Live da Tron, per aiutare la pianta a produrre nuovo legno e a riprendersi;
eseguendo la sterilizzazione termica dei frutti a 50°C per 45 minuti, dopo la raccolta;
Il marciume delle castagne – Gnomoniopsis castaneae -: fungo ascomicete (che forma le spore all’interno di strutture a forma di sacco chiamate aschi) responsabile del “marciume gessato” o del (marciume bruno) che agisce come endofita (che vive all’interno di altro organismo), colonizzando il frutto senza sintomi esterni visibili, rimanendo latente in gemme, foglie e fiori fino al momento della raccolta e conservazione. Quando diventa patogeno specie in condizioni ambienti caldo-umidi, rendendo la polpa inizialmente bianca e gessosa, poi spugnosa e brunastra, compromettendone il sapore e la commerciabilità. Tanto da causare perdite di quote significative del raccolto. Motivo per cui viene considerata una delle più gravi malattie emergenti del castagno, sia in Italia che a livello internazionale.
Attualmente, purtroppo, non esistono metodi di lotta molto efficaci, anche se si sono rivelate pratiche utili:
- la curatura in acqua calda (o meglio la termizzazione/sterilizzazione per un trattamento rapido, mantenendo le castagne ad una temperatura costante di 50 °C per 45 minuti, per eliminare parassiti e muffe, senza cuocere il frutto) ), o in acqua fredda “novena”, consistente in altro metodo di conservazione naturale basato nell’immersione dei frutti per un periodo di 4 – 9 giorni, per mantenerle fresche per mesi ed eliminare parassiti e muffe, garantendo la conservazione senza alterare le caratteristiche organolettiche;
- e l’adozione di una sistematica pratica di potatura, finalizzata ad assicurare un buon arieggiamento della chioma.
(segue Riproduzione dei principali parassiti Animali e Fungini)
Curiosità storico- leggendarie
Non si conoscono le esatte origini del castagno, tuttavia ritrovamenti di reperti fossili attestano che l’albero dovrebbe derivare da un ceppo originatosi nel Terziario, circa 10 milioni di fa.
Gli uomini delle caverne, come evidenziano resti fossili di 20.000 anni fa, si sono sempre cibati di castagne, sin da quando l’attività agricola non era ancora praticata.
Per quanto riguarda il castagno “nostrano”, dall’analisi di polloni fossili trovati nelle Alpi Apuane, risulta che fosse presente in Italia circa 10 mila anni fa, resistendo ad ondate di freddo glaciale susseguitesi nel tempo.
La castagna, da sempre denominata il “pane dei poveri”, è presente nella dieta dell’uomo fin dalla preistoria e le sue virtù erano ben note e celebrate già dagli autori più antichi, come si evince dai riferimenti di seguito riportati:
- Ippocrate (IV secolo a.C.) parla di “noci piatte” di cui esalta, il valore nutritivo e lassativo e, nel caso vengano utilizzate le bucce, anche astringente;
-Teofrasto, filosofo e botanico greco, nella sua “Storia delle piante” (IV secoli a.C.) parla di “Ghianda di Giove”, riferendosi alla castagna e segnala la presenza di questo albero nell’isola di Creta;
- Senofonte, storico e scrittore greco (450 – 355 a.C.), definisce il castagno “l’albero del pane”;
- Ulpiano, giurista romano, ricorda la “silva palaris” (III secolo d. C.), da cui si traevano i pali per la coltivazione della vite;
- Catone il Censore, politico e scrittore romano (234 149 a. C.), nel suo trattato “De Agricoltura” (II secolo a.C.), parla di “noci nude”;
- Marco Terenzio Varrone, letterato romano (116 – 27 a.C.), nel suo manuale “De re rustica” (I secolo a. C.), menziona un frutto “castanea” venduto nei mercati frutticoli della Via Sacra a Roma e che, come l’uva, veniva offerto in dono dai giovani innamorati alle donne amate;
- Virgilio, poeta latino romano (70 – 21 a. C.), nel secondo libro delle “Georgiche” (I secolo a. C.) consiglia di innestare il castagno sul faggio; nelle “Bucoliche” afferma che il castagno era presente intorno al 38 a. C. e descrive la pianta come albero da frutto comune ben coltivato e che con le foglie si imbottivano i materassi e il frutto era pregiato. Mentre nelle “Egloghe” ricorda le castagne cucinate con latte e mangiate con il formaggio;
- Marziale, poeta latino spagnolo poi trasferitosi a Roma (40 -194 d. C.), nel “Del re hortensi” (I secolo d. C.), ricorda che nessuna città poteva gareggiare con Napoli nell’arrostire le castagne.
Ma la Prima fase di espansione della coltivazione del castagno in Europa, e specialmente sul versante meridionali della Alpi, risale all’Età Imperiale dell’Epoca romana (I – III secolo d. C.), ad opera dei romani tramite lo sfruttamento delle loro campagne di conquista.
Fase a cui ha fatto seguito un ulteriore decisivo incremento promosso dalla Grancontessa Matilde di Canossa la “la magna comitissa”: grande feudataria, figura centrali del Medioevo Italiano (476: caduta dell’Impero Romano d’occidente – 1492: scoperta dell’America). In quanto intuì l’estrema importanza che tale estensione poteva avere sulla sopravvivenza alimentare delle popolazioni montane italiane. A tal fine promulgò regolamenti che portarono ad un reale miglioramento della produttività dei castagneti, tanto da fornire agli abitanti dei suoi domini un sostentamento certo, quando ancora non c’era né la patata il mais. Avvalendosi poi dell’ausilio della sapienza dei monaci benedettini, sono state moltiplicate e diffuse le piante in aree vocate, nel rispetto di un criterio agronomico che viene definito ancore oggi “sesto d’impianto matildico”. Secondo il quale le piante, allevate in forma libera, sono disposte ai vertici di triangoli sfalsati distanziati di circa 10 metri. Sistema che consentiva di sfruttare l’erba del sottobosco per il pascolo delle greggi e di raccogliere agevolmente le foglie da utilizzare nella stalla come alimento e giaciglio per gli animali.
Fase di espansione del castagno a cui ha fatto seguito, con inizio nel secondo dopoguerra italiano (1945), l’avvio di decadenza della coltivazione, a causa: - dell’abbandono delle campagne e delle zone montuose in particolare; - del progressivo miglioramento delle condizioni di vita e della perdita d’interesse del prodotto come fonte di sostentamento;- e dell’insorgenza di autentiche malattie epidemie quali il “mal dell’ inchiostro” e il “cancro corticale”, e dei dannosissimi effetti dell’infestazione di un insetto: il Cinipide, proveniente dall’Asia. Complesso di concause che hanno prodotto in breve tempo la decimazione del patrimonio castanile.
Nonostante ciò, la consapevolezza dell’importanza e del culto nei confronti del castagno non è venuta mai meno. Come testimoniano le consuetudini, particolarmente diffuse nel del Piemonte, dove:
- gli alberi di questa specie non venivano mai abbattuti, come forma di rispetto;
- il legno di castagno è stato considerato fin dall’antichità un materiale prezioso e dal grande valore simbolico. Tant’è che secondo molti proverbi popolari, veniva usato per realizzare le culle dei neonati che, in questo modo, sarebbero cresciuti forti e sani; - i rametti di castagno, invece, grazie al potere di allontanare gli spiriti maligni, venivano donati come talismani di protezione ai viandanti;
- fin dal Medioevo i frutti erano considerati il cibo dei morti e, ancora oggi, sopravvive l’usanza, la vigilia del 2 novembre, di recitare il rosario mangiando castagne e lasciandone sulla tavola imbandita una casseruola bollite e un bottiglione di vino, perché si crede che le anime dei defunti tornino sulla terra per rivedere i luoghi in cui sono vissuti;
- nella tradizione popolare, le castagne avevano anche una valenza magica e benaugurante: motivo per cui erano considerate un dono prezioso in occasione del battesimo, oppure come gesto ospitale nei confronti degli invitati a un matrimonio, ben prima della diffusione dei confetti.
Tanto che in seguito alla constatazione dei rovinosi effetti imputabili all’assenza o alla carente presenza, specie in zone collinari, di questo provvidenziale albero, di recente, dalla Strategia Forestale Nazionale, è stato predisposto il progetto di ricostituzione dell’interezza e della valorizzazione del patrimonio castanile, in precedenza descritto.
L’Oroscopo Celtico:
i nati, dal 15 al 24 maggio e dal 12 al 21 novembre, sotto il segno del Castagno (corrispondente al segno Zodiacale: Toro, Gemelli e Scorpione), amano aiutare la collettività, riescono ad adattarsi a diverse situazioni e prediligono essere di supporto agli altri. Quando riescono a trovare un ideale da seguire, diventano una vera e propria fonte di potenzialità e capacità. In particolare, in compagnia di anime semplici (come i nati dal 19 al 29 febbraio e dal 24 agosto al 2 settembre sotto il segno del Pino, corrispondente ai segni Zodiacale: Capricorno, Acquario, Cancro e Leone), con i quali riescono a costruire una costruttiva filosofia ed un rapporto sinceramente improntato alla generosità. Allo stesso tempo hanno una grande fiducia nel prossimo e spesso preferiscono agire senza apparire. Sovente e volentieri necessitano di una mano nel perseguire i loro obiettivi e per essere incoraggiati e spronati ad aver fiducia nei loro mezzi.
Pro:
Senza dubbio, uno dei più importanti punti di forza dei nativi è certamente il valido contributo che riescono a dare all’ambiente in cui vivono. Quando trovano una meta da raggiungere diventano energici e determinati nel raggiungerla, anche grazie alla loro naturale flessibilità e all’ innata capacità di rinnovarsi.
Contro:
Se un castagno si intestardisce a raggiungere un risultato, rischia di diventare incapace di ascoltare gli altri e di trovare punti di mediazione. La sua apertura mentale si riduce ai minimi termini e corre il rischio di ridursi a bigotto. In questi casi non è più in grado di riconoscere i differenti punti di vista e la varietà della vita.
Amore:
I nati sotto questo segno hanno bisogno di provare sentimenti profondi all’unisono con il loro partner. Se questo si verifica, essi si dimostrano persone solari e molto fedeli, anche se estremamente chiari e diretti. Atteggiamento che, qualche volta, può creare qualche problema.
Salute:
Oltre a rappresentare le caratteristiche comportamentali delle persone, l’oroscopo esprime i legami del segno con le proprietà curative delle piante associate: Assenzio, Cappero e Coriandolo e con specifiche potenziali problematiche o punti di forza del corpo degli appartenenti: circolazione, genitali, schiena, metabolismo e psiche.